martedì 22 maggio 2018

Lervig Easy

Lervig, birrificio norvegese con sede operativa Stavanger e guidato dal birraio Mike Murphy, è da anni una presenza quasi fissa sul blog e nei locali italiani: ma mettiamo per un attimo da parte la birra e concentriamoci sulla identità visiva. E’ interessante notare come sia cambiata negli anni la grafica di Lervig, inizialmente basata su personaggi (Johnny Low, Easy e Lucky Jack, Hoppy Joe..) in qualche modo collegati alla vocazione marinara di Stavanger, un tempo porto peschereccio, o sulla “stella” del logo aziendale
Per stare dietro alla moda è indispensabile flessibilità, velocità e capacità di adattamento: negli ultimi due anni Lervig ha abbracciato la tendenza delle New England IPA con etichette colorate e basate su semplici pattern geometrici, nascondendo quasi completamente quella “stella” che per anni era stata in primo piano. 
La vera rivoluzione è avvenuta tuttavia nel 2017 quando è stata assunta la giovane danese Nanna Guldbæk, attualmente ancora impegnata nell’ultimo anno di disegno industriale alla scuola di Kolding, in Danimarca. Nanna, che ha anche lavorato al Mikkeller Bar di Copenhagen, ha conosciuto Lervig in occasione del festival di Tallinn mentre era occupata allo stand di un altro birrificio; dopo alcune etichette di prova a è diventata all’inizio dell’estate una collaboratrice occasionale per poi essere assunta a tempo pieno. 
“La cosa è nata quasi per casoracconta Murphyma ora ha preso il sopravvento; le agenzie grafiche tradizionali non hanno la necessaria flessibilità per seguire il mercato e ad esempio realizzare un nuova etichetta in poche settimane. Avevamo bisogno di un designer creativo come noi: Anna è perfetta perché è una bevitrice di birra e ha già lavorato nell’ambiente. Nel 2017 abbiamo realizzato circa 35 nuove prodotti, incluse molte collaborazioni, e quest’anno sarà più o meno lo stesso!”
E’ quindi la Guldbæk, che confessa di amare birre come Lervig Barley wine o la imperial stout Sippin’ into Darkness (qui la vecchia e qui la nuova etichetta), ad aver creato il vestito a Perler for Svin, Passiontang, Hazy Days, Orange Velvet e Socks’n’sandals: è lei ad aver fatto nascere quei personaggi che oggi popolano le etichette, come gli “yeast men”  o gli “hop shark”:  al di là della grafica, oggi le nuove lattine di Lervig rappresentano anche un’esperienza fisica. “Le mie illustrazioni sono fatte sia a mano che al computer e combinano diversi elementi e materiali che potete sentire al tatto” dice Nanna. “Non sono semplici etichette incollate sulle lattine: l’illustrazione si relaziona direttamente con l’alluminio della lattina, con chi la tiene tra le mani e con la birra che contiene. Sono questi gli aspetti che vorrei maggiormente sviluppare in futuro con Lervig”. Vista, tatto, olfatto e gusto:  quattro dei cinque sensi sono coinvolti.

La birra.
L’etichetta della Easy di Lervig, disponibile in lattina dallo scorso febbraio, è un perfetto esempio di quanto espresso precedentemente. L’alluminio della lattina è riprodotto sull’etichetta e regala piacevoli effetti ottici sotto la luce; il contenuto è invece un’American Pale Ale “modaiola”, ovvero torbida e prodotta con abbondanti quantità di avena e frumento, oltre che malti Golden Promise e Munich Pilsner. I protagonisti sono però i luppoli Mosaic e Citra, ovviamente usati anche in DDH, imprescindibile acronimo che identifica il Double Dry Hopping. 
Perfettamente opalescente e simile ad un succo di frutta, forma nel bicchiere una testa di schiuma biancastra abbastanza scomposta e poco persistente. Non troverete molta finezza o eleganza nell’aroma ma è cosa da mettere in conto quando si parla di “Juicy/New England”: c’è tuttavia una buona intensità di mango e ananas, qualche ricordo di agrumi e il risultato è comunque gradevole. E’ un’American Pale Ale sulla soglia  della sessionabilità  (4.5%) ma il mouthfeel ricco di avena non permette comunque una bevuta rapida e agile: meglio sorseggiarla, anche se ad elevata frequenza. Nel bicchiere c’è una birra-succo di frutta molto intensa, rinfrescante e dissetante: mango e ananas guidano un percorso piuttosto semplice (o easy, per riprendere il nome) arricchito da qualche nota agrumata. Non c’è praticamente amaro, se si esclude un brevissimo momento di resina finale, lungo quanto un battito di ciglia. Anche al gusto valgono le stesse considerazione fatte in precedenza: eleganza e pulizia non sono i suoi punti di forza, caratteristiche probabilmente non fondamentali per chi cerca un torbido succo di frutta. Se amate lo stile il risultato è molto gradevole e ampiamente soddisfacente: difficilmente si sbaglia con Lervig.
Avrei solo una domanda da spedire in Norvegia: perché birre leggere come questa vengono proposte nella lattina da 33 e la maggior parte delle Double IPA in quella da 50 ?
Formato 33 cl., alc. 4.5%, IBU 30, lotto 15/03/2018, scad. 15/12/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 21 maggio 2018

Mezzavia Nautilus

Inizia nel 2014 a Selargius (Cagliari) l’avventura del birrificio Mezzavia: a fondarlo sono il birraio Alessandro Melis e Gianmichele Deiana. Il debutto è ovviamente il punto d’arrivo di un percorso molto più lungo e complesso iniziato con l’homebrewing e, ancora prima, con il collezionismo d’etichette e la scoperta delle birre del Belgio classico.  Melis e Deiana hanno in comune la frequentazione della storica birroteca di Cagliari “Al Merlo Parlante”:  dei due è stato poi Alessandro a cimentarsi con l’homebrewing in una “carriera” decennale che gli ha portato numerosi riconoscimenti in concorsi nazionali e  anche l’esortazione, al Villaggio della Birra 2011, ad entrare nel mondo dei professionisti da parte di Kuaska. 
Ottenuti i finanziamenti necessari, nel 2012 sono iniziati i lavori per la costruzione del birrificio Mezzavia, nome ispirato da un frammento della poesia “Dopo la tristezza” di Umberto Saba:  “della birra mi godo l'amaro - seduto del ritorno a mezza via - in faccia ai monti annuvolati e al faro”. Due anni dopo, su di un impianto da sei ettolitri, prendono forma su grande  scala le ricetta precedentemente elaborate in casa da Melis:  la blanche Lunamonda, la blonde Merìdie ispirata al Belgio moderno e luppolato (De La Senne, De Ranke),  la Biére de Garde chiamata Gare de Roubaix, la belgian strong ale Malacoda e la imperial stout Nautilus costituiscono la gamma classica alla quale s’affiancano produzioni stagionali in fusto (l’American Pale Ale Line Up) o speciali in bottiglia (Resoa, un’American Wheat).

La birra.
Nautilus, in greco “marinaio”, è il nome scelto per una Russian Imperial Stout: birre destinate a “viaggiare per mare” dall’Inghilterra ai porti del Mar Baltico per raggiungere poi la corte degli Zar di Russia, dove erano particolarmente apprezzate. Il birraio Alessandro Melis la descrive così: “volevo esprimere in una birra una gamma di profumi a me molto cara, il profumo del tipico fine pranzo natalizio. Immaginate il momento del caffè, a tavola agrumi e frutta secca come noci prugne e fichi, cioccolato, panettone e dolci sardi (pabassinas e pan'e saba). Quella è stata la percezione da cui è nata Nautilus”. 
Il suo vestito è di colore ebano, piuttosto scuro: la schiuma è cremosa, compatta e mostra un’ottima persistenza. Ad un bell’aspetto fa però seguito un naso non particolarmente entusiasmante: l’intensità è davvero ai minimi termini e bisogna davvero faticare per avvertire qualche tostatura e  qualche accenno di caffè. Ma è l’unica note dolente in una bevuta che in verità regala belle soddisfazioni, se si ha la pazienza di lasciare che la birra si scaldi a dovere e si “apra” nel bicchiere. Al palato non c’è molta viscosità, ma Nautilus è un’imperial stout che preferisce rispettare la tradizione inglese piuttosto che correre dietro alle mode: il corpo è medio, la scorrevolezza è buona e c’è comunque una sensazione palatale morbida, quasi vellutata, a rendere gradevoli i sorsi. Caramello brunito, liquirizia, fruit cake, prugna e uvetta sotto spiritio danno forma ad una bevuta inizialmente dolce che viene poi bilanciata da una leggera acidità data dai malti scuri ma soprattutto dall’amaro del caffè, del torrefatto e di una generosa luppolatura. La chiusura è abbastanza secca, pulizia ed eleganza non mancano, l’alcool (9.5%) si fa sentire con vigore ma senza dover mai alzare troppo la voce,  regalando un morbido retrogusto e accomodante retrogusto. 
Gran bella imperial stout quella del birrificio Mezzavia, con l’unico rimpianto di un aroma sottotono: non cercate in lei la moda, i fuochi d’artificio o le densità catramose proposte dai birrifici scandinavi. Non entrerà nelle grazie dei beergeeks, ma chi ha voglia di versarsi nel bicchiere un classico molto ben eseguito e rispettoso della tradizione inglese troverà in questa Nautilus un ottimo esempio col quale passare un tranquillo dopocena.
Formato 75 cl., alc. 9.5%, lotto 007, scad.  01/11/2020, prezzo indicativo 12.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 18 maggio 2018

Northern Monk / Alefarm Patrons Project 7.01 DDH Saison

Rieccoci a parlare di Northern Monk, birrificio di Leeds fondato  da Russell Bisset, guidato dal birraio Brian Dickinson e diventato rapidamente una delle realtà più apprezzate del Regno Unito, ovviamente tra coloro che seguono le tendenze birrarie.  Tra queste vi è senz’altro il Patrons Project inaugurato a luglio 2016: un progetto che chiama a collaborare non solo altri birrifici ma anche artisti, grafici, fotografi e che riguarda non solo quello che c’è dentro alle lattine ma anche quello che viene incollato su di esse.  Il contenitore di latta è un vero e proprio supporto fisico per l’esposizione dei lavori artistici e Northern Monk annuncia orgoglioso di essere il primo birrificio ad utilizzare etichette del tipo “peel and reveal” realizzate dalla CS Labels. In pratica sulla lattina vi sono due etichette incollate l’una sull’altra: su quella esterna viene dato il massimo spazio possibile alla grafica e sul suo retro vengono fornite informazioni sull’artista che ha partecipato alla collaborazione. Dopo aver rimosso questa prima etichetta ne viene rivelata un’altra con il logo del birrificio e informazioni “tecniche” sulla birra. 
Tra i birrifici coinvolti ci sono anche i danesi di Alefarm che avevamo incontrato in questa occasione. Alefarm fu invitato da Northern Monk a partecipare al festival Hop City 2017 di Leeds e quella fu l’occasione per discutere i dettagli di una collaborazione che si è poi concretizzata qualche mese dopo. Le Saison/Farmhouse Ales sono tra le produzioni più apprezzate di Alefarm e i due birrifici hanno scelto di proseguire in questa direzione con alcune libere interpretazioni dello stile.  Il Patrons Project 7.01, disponibile da marzo 2017, è una DDH Saison seguita a breve distanza dal 7.02 Peach Vanilla Saison e dal 7.03 Blueberry Wild Ale.

La birra.
Qualche anno fa spopolavano le IPA “normali” e il concetto di IPA iniziò ad essere rielaborato in (quasi) ogni possibile declinazione; se ricordate, ci furono molti esempi di “India Saison”, birre dove si cercava di far convivere una generosa luppolatura (e un generoso amaro) con il carattere rustico e belga di una saison. Ora l’amaro non va molto più di moda e le parole di tendenza sono “haze”, “juicy”, “DDH-Double Dry Hopping” e “New England”: parole che anche questa volta si cercano di applicare ad ogni altro stile. 
Il Patrons Project 7.01 consiste proprio nella realizzazione di una DDH Saison o, come scritto sulla seconda etichetta della lattina, in una New England Saison: in concreto significa utilizzare 6 diverse varietà di malto, abbondanti quantità di frumento, avena e farro, lievito WLP565 e ovviamente una generosa quantità di Galaxy, Citra e Mosaic. La parte grafica è invece stata affidata al fotografo Esben Bøg Jensen: a lui il compito di interpretare visivamente il concetto di New England Saison...  fotografando un gruppo di felci. 
Il suo colore torbido e arancio pallido potrebbe effettivamente rappresentare il punto d’incontro tra il New England e una saison “vecchio stile”, di quelle prodotte nelle fattorie della Vallonia nel diciannovesimo secolo per dissetare i braccianti agricoli: la schiuma generosa e compatta ha un’ottima persistenza. Nonostante la definizione di New England Saison mi faccia venire la pelle d’oca devo dire che l’aroma è interessante e tutto sommato centrato:  si avverte l’effetto del Double Dry Hopping con una macedonia composta da soprattutto da agrumi (lime, limone, arancia) e qualche accenno di frutta tropicale. Al suo fianco profumi di paglia, crackers e pane, fiori bianchi, una delicata speziatura e tutto sommato un discreto carattere rustico. L’inizio è promettente ma la bevuta non mantiene purtroppo le aspettative, a partire da una sensazione palatale leggermente cremosa (NEIPA style) che si scontra un po’ con le vivaci bollicine di una saison: la scorrevolezza è un po’ penalizzata. E’ una saison alla quale manca secchezza e che mostra un residuo zuccherino un po’ troppo ingombrante con il risultato di essere meno dissetante e rinfrescante del dovuto: pane e crackers, un po’ di agrumi e una delicata nota di pepe formano una bevuta leggermente rustica ma completamente priva di quel succo di frutta che il riferimento al New England farebbe supporre. Il percorso termina con un finale terroso, delicatamente amaro ma è un esperimento riuscito solo a metà. Bene l’aroma, dove effettivamente s’avvertono le due componenti dichiarate in etichette, un po’ deludente il gusto, poco incisivo, meno definito: la birra non è affatto male ed è tutto sommato gradevole, ma l’obiettivo dichiarato non mi pare sia stato raggiunto. 
Al di là dell’utilizzo dell’acronimo DDH, tanto di moda oggi, ci sono esempi molto più godibili di saison “moderne”, abbondantemente luppolate e fruttate, nonché molto più secche di questa, che non hanno bisogno di scomodare il New England e che si trovano anche vicino a casa nostra. Su queste vado a memoria: Strelka di Muttnik, Abiura di Bruton e ovviamente le Extraomnes Hond.erd e Wallonië.
Formato 44 cl., alc. 7%, IBU 20, lotto SYD0105 (?), scad. 22/06/2018, prezzo indicativo 6.00-7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 17 maggio 2018

Founders Lizard of Koz

Nell’estate 2011 il birrificio Founders (Grand Rapids, Michigan)  otteneva l’autorizzazione per aggiungere altri 1000 metri quadrati di spazio al proprio quartier generale. Questo a completamento di un piano di espansione da 7 milioni di dollari per aumentare la capacità produttiva da 32.000 a quasi 60.000 ettolitri e, soprattutto, una nuova linea d’imbottigliamento flessibile per permettere di affiancare alle classiche bottiglie da 35.5 centilitri anche le nuove da 75. 
L’occasione è ghiotta per rendere finalmente disponibili al grande pubblico anche quelle birre “sperimentali” o occasionali che si potevano sino ad allora assaggiare solo alla taproom del birrificio: la “backstage series”. La prima ad essere imbottigliata è la Blushing Monk, una belgian ale con aggiunta di lamponi che era stata prodotta l’ultima volta dieci anni prima con il nome di Imperial Belgian Razz. A settembre dello stesso anno è poi arrivata la “mitica” CBS seguita, a febbraio 2012 dalla Curmudgeon’s Better Half.  Da allora ogni anno Founders ha continuato a rilasciare bottiglie di Backstage Series ad intervalli irregolari ma senza largo preavviso, perché “le birre sono pronte quando sono pronte. Abbiamo impegni con i distributori solo per le birre in produzione regolare, che sono poi quelle che ci aiutano a far tornare i conti”  dice il fondatore Engbers. La serie è poi continuata con la Frangelic Mountain Brown (oggi nota come Sumatra),  il barley wine 15th Anniversary Bolt Cutter, la Doom Imperial IPA la  Mango Magnifico con Calor  e tante altre. 
Non ho capito se la Backstage Series in bottiglia sia ancora attiva o se sia stata negli ultimi due anni sostituita dalla Barrel Aged Series: anche questa è formata da 4 birre che vengono commercializzate nel corso dell’anno, quasi a sorpresa.

La birra.
Una imperial stout nata per celebrare il trentesimo compleanno di Liz, la sorella del birrario di Founders  Jeremy Kosmicki. Viene chiamata con il suo stesso soprannome  (Lizard of Koz) e viene prodotta con alcuni dei suoi ingredienti preferiti: mirtilli freschi raccolti nel Michigan, cioccolato e vaniglia. L’imperial stout è stata poi messa ad invecchiare in botti ex-bourbon. Non si tratta tuttavia di una novità assoluta: la birra era già stata prodotta in occasione del Black Party organizzato da Founders nel 2015, ma allora era disponibile solamente alla spina della taproom. Il suo debutto in bottiglia nell’ambito della Backstage Series arriva solamente a novembre 2016.  
La sua veste è di colore nero, la sua schiuma è generosa, cremosa e compatta e mostra un’ottima persistenza. L’aroma restituisce quanto viene promesso in etichetta, con discreta intensità è ottima pulizia: il dolce dei mirtilli e della vaniglia, il legno. In sottofondo c’è qualche profumo di cioccolato e di frutta sotto spirito, prugna ed uvetta. La sensazione palatale è quella tipica  di molte altre birre “scure” di Founders: corpo medio, consistenza vellutata, quasi setosa. La bevuta è un caleidoscopio di sapori abbastanza inusuale, o se preferite un tumultuoso ottovolante. La partenza è quella di una imperial stout dolce di cioccolato al latte (non molto artigianale, in verità) e vaniglia alla quale fa seguito una brusca virata ricca dell’asprezza del mirtillo: dopo le curve e la ripida risalita, c’è una nuova discesa a capofitto nel dolce bilanciata da leggerissime tostature. Il bourbon rimane sotto traccia ma riesce comunque a regalare un bel finale un po’ più tranquillo (pensate al fine corsa del giro sulle montagne russe) con un retrogusto tiepido e accomodante di frutta sotto spirito. 
Il percorso non rientra esattamente nelle mie corde e i vari elementi sembrano respingersi anziché incontrarsi: a quasi due anni dalla messa in bottiglia il mirtillo è ancora molto evidente e la sua asprezza stride fortemente con il dolce di cioccolato e vaniglia. Se pensavate ad una birra simile ad un mirtillo disidratato ricoperto di cioccolato fondente siete fuori strada: birra tecnicamente ben eseguita che qualcuno magari amerà. Personalmente rimango un po' perplesso. 
Formato 75 cl., alc. 10,5%, IBU 40, lotto 11/2016, prezzo indicativo 15.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 16 maggio 2018

Birrificio Ventitré: Hirpinia Aria IPA & Hirpinia Luna Oatmeal Stout


Il Birrificio Ventitrè apre i battenti il 23 luglio 2015 a Grottaminarda, al centro della valle dell'Ufita, in provincia di Avellino; non è tuttavia solamente questo il motivo del nome scelto. Come il birrificio stesso precisa sul proprio sito, 23 litri è stato il volume della prima cotta prodotta tra le mura domestiche ai tempi dell’homebrewing e 23 è il numero civico di via Perugia dove sono ubicati gli impianti. Dietro al progetto ci sono quattro soci: Guido Annicchiarico Petruzzelli  e Clementina Totaro, Jacopo e Jenni: tutti ancora indaffarati in altre attività lavorative ma allo stesso tempo impegnati a portare avanti in parallelo il birrificio, che soddisfa la maggior parte del proprio fabbisogno energetico grazie ad un impianto fotovoltaico. 
Non sono riuscito a reperire in rete molte informazioni storiche sul birrificio e quindi passiamo ad elencare le birre che compongono attualmente la gamma: la witbier Urania, la oatmeal stout Urania, la pale ale Tamatea, la IPA Amarante, la strong ale Aura, il barley wine Ambrosia. 
Da qualche tempo Ventitrè ha anche realizzato una linea parallela, chiamata Hirpinia Birra Artigianale destinata alla grande distribuzione: non so se si tratti di una semplice rietichettatura delle stesse ricette o se queste siano state rivisitate per renderle più adatte alla conservazione sugli scaffali dei supermercati. Le ho incontrate in offerta ad un prezzo interessante e quindi perché non assaggiarle? 

Le birre.
Partiamo dall’American IPA chiamata Aria (7.5%): il suo colore è ambrato, leggermente velato e movimentato da venature color rame. La schiuma biancastra è cremosa e compatta e mostra un’ottima persistenza. L’aroma, poco intenso e poco pulito, regala davvero poche soddisfazioni:  ci sono note terrose e di tostatura, forse di biscotto: quei luppoli americani che vorrei annusare in un’American IPA non sono pervenuti. La pulizia non migliora neppure al gusto e la bevuta restituisce soprattutto il biscotto ed il caramello dei malti fino a quando la bevuta non prende una direzione amara (vegetale, terrosa) piuttosto sgraziata e intensa. Nel finale emergono delle leggere tostature, qualche sconfinamento nella gomma bruciata e una fastidiosa astringenza. L’alcool ben nascosto è onestamente l’unico pregio di una IPA grezza e poco pulita che rimpiango subito di non aver lasciato dove l’avevo trovata:  sullo scaffale del supermercato. 

Per fortuna le cosa migliorano con la oatmeal stout (6%) chiamata Luna: anche lei molto bella alla vista, nera con una compatta testa di schiuma color cappuccino dalla buona persistenza.  Al naso ci sono tostature, fondi di caffè, richiami al cioccolato fondente e alla liquirizia, qualche nota terrosa: l’eleganza e la finezza non sono le sue caratteristiche principali ma c’è una buona intensità. Al palato è abbastanza gradevole, anche se l’avena dichiarata in etichetta faceva sperare in una maggior morbidezza o cremosità. Il gusto si mostra coerente con aroma e colore: al dolce del caramello il compito di sostenere un intenso carattere torrefatto, i fondi di caffè e la liquirizia amara. Nel finale arriva anche un po’ di cioccolato ad ingentilire un po’ l’amaro (poco elegante, in verità) delle tostature.  C’è ampio spazio per migliorare (finezza, pulizia), c’è qualche passaggio slegato ed acquoso ma questa Luna nel complesso  si beve con discreta soddisfazione e buona facilità, visto che la gradazione alcolica è molto ben celata.

Nel dettaglio:
Aria American IPA, formato 33 cl., alc. 7.5%, lotto  012/2018, scad. 01/02/2019, pagata 2.45 euro (supermercato)
Luna Oatmeal Stout, formato 33 cl., alc. 6%, lotto 016/2018, scad. 01/02/2019, pagata 2.29 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 15 maggio 2018

HOMEBREWED! Old Fashion Beers: Best Bitter & Bitter Soul IPA

Oggi torniamo a parlare di birra fatte in casa con la rubrica HOMEBREWED!  Dalla Toscana ecco Andrea Di Grancio e il suo birrificio casalingo chiamato “Old Fashion Beers”:  tre anni fa l’incontro fortuito con la birra artigianale che ha per sempre cambiato la sua percezione di questa bevanda. E’ stato l’inizio di un viaggio alla scoperta di stili e tradizioni brassicole, al quale si è presto affiancata la voglia di provare a fare la birra in casa districandosi tra pentoloni e fermentatori di plastica. Due sono le bottiglie che Andrea mi ha inviato ad assaggiare: e mai uso migliore poteva essere fatto per riciclare il vetro della Peroni da 66 centilitri!

Partiamo da una Best Bitter (4.3%) , primo tentativo di Andrea con questo stile poco di moda ma a me sempre piuttosto  gradito. La ricetta prevede malto Maris Otter, un tocco di CaraRed, Crystal 100 e Carapils. luppoli Target, Fuggle ed E.K. Golding, lievito WLP013 London Ale. 
Il suo colore quasi limpido è ambrato con intense venature rossastre la schiuma è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. Al bell'aspetto fa seguito un naso pulito e dalla discreta intensità: ciliegia e prugna sono protagonisti assieme ad altri esteri che suggeriscono quasi la fragola; in secondo piano biscotto e caramello, qualche accenno di marmellata. La sensazione palatale è buona, con quella scorrevolezza necessaria in una session beer ed una carbonazione contenuta. Il gusto mostra buona corrispondenza con l'aroma: caramello e biscotto, ciliegia, un finale amaro nel è protagonista il terroso. Buon equilibrio e semplicità in una bitter da bere ad oltranza nella quale emerge il carattere inglese: il livello è buono, c'è pulizia e una discreta intensità, non ci sono difetti. Personalmente cercherei tuttavia di controllare meglio gli esteri per valorizzare ulteriormente la componente maltata e tirare fuori quel carattere nutty, quella frutta secca che non dovrebbe mai mancare in queste birre. C'è anche qualche passaggio un po' slegato, nella quale acqua e sapori appaiono su due livelli paralleli e quella sensazione acquosa, anche in una birra così leggera  non ci dovrebbe essere. Come primo tentativo di bitter direi che il risultato è soddisfacente, è una birra gradevole da bere che non stanca e può tenere compagnia per tutta la serata.
Come al solito per le birre prodotte in casa, ecco la valutazione su scala BJCP:  37/50 (Aroma 8/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).

Attraversiamo ora l'oceano atlantico per assaggiare l'American IPA chiamata Bitter Soul (5.9%). Nel pentolone ci finiscono malti Maris Otter, Pilsner, Munich I, Carapils e CaraRed, luppoli Citra e Mosaic sia in bollitura che in aroma: il lievito è l'immancabile US-05. 
Anche lei è quasi limpida (chiarificata con crash cooling e gelatina alimentare) e si presenta di color oro antico: impeccabile la schiuma biancastra, cremosa, compatta, molto persistente. Non c'è molta intensità nell'aroma ma la pulizia e gli elementi giusti non mancano: sarebbe importante valorizzarli tirandoli fuori maggiormente. Mango, ananas, melone, accenni di frutti di bosco tipici del Mosaic, pompelmo. La sensazione palatale è gradevole ma il gusto fa purtroppo un passo indietro: se la scarsa intensità aromatica non era un dramma, al gusto le cose si complicano. E' una IPA con un grosso freno a mano tirato sostenuta da una base maltata di pane e biscotto: da qui in poi il palcoscenico dovrebbe essere in mano ai luppoli ma ciò non accade. Si procede con passo dimesso e poco definito: qualche ricordo di frutta tropicale ma sopratutto un amaro molto poco incisivo e corto, nel quale domina un carattere vegetale a sostituire quella resina o quel pompelmo che vorrei trovare in una Ipa a stelle e strisce.  C'è anche una leggera sensazione di tostato. Una maggior attenuazione le gioverebbe sicuramente, l'alcool è ben gestito: c'è equilibrio ma manca mordente e anche questa birra appare un po' slegata in alcuni passaggi. Parecchi aspetti da rivedere e migliorare in una IPA senza off-flavors evidenti: bevibile ma certamente non memorabile.
Questa la valutazione su scala BJCP:  28/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 9/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 5/10).
Ringrazio Andrea per avermi fatto assaggiare le sue birre e spero che le mie indicazioni possano in qualche modo essere utili per migliorare.
Nel dettaglio:
Best Bitter, formato 66 cl., alc.4.3%, IBU 30.
Bitter Soul IPA, formato 66 cl., alc. 5.9%, IBU 50, imbott. 04/2018

lunedì 14 maggio 2018

Moor Stout

Ritorna sul blog il birrificio inglese Moor, fondato nel 1996 da Freddy Walker, chiuso nel 2005 e poi rilevato nel 2007 dall’attuale proprietario Justin Hawke, un californiano la cui formazione brassicola è passata attraverso quattro anni in Germania nell’esercito americano, viaggi in Inghilterra assieme al padre a bere Real Ales e l’homebrewing a San Francisco. Hawke ha lentamente sostituito le birre della precedente gestione con ricette più moderne che utilizzano spesso luppoli extra-europei.  Sino al 2014 il birrificio ha operato negli edifici di un ex caseificio sperduto nella campagna del Somerset: in quell’anno è avvenuto finalmente il trasloco a Bristol, nel sobborgo industriale di St. Phillips, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 20 barili, la nuova linea per la produzione di lattine e anche la “Brewery Tap”, aperta dal mercoledì alla domenica. 
Moor è ormai presenza fissa anche nei beershop e nei locali italiani, con importazioni regolari. E proprio pensando all’Italia nacque nel 2014 la Stout: una birra  “senza pretesa, facile da bere, un classico. La birra artigianale a volte è un po’ sciocca; spesso vogliamo bere qualcosa che sia semplicemente godibile, non qualcosa di curioso che dobbiamo provare per poterla spuntare da una lista.  I nostri amici italiani ci hanno chiesto se avessimo preso in considerazione una richiesta così semplice. Niente capelli da unicorno, polvere solare o unghie di qualche personaggio famoso. Se volete pontificare fatelo, ma intanto bevete e godetevi  quello che avete nel bicchiere. Salute!”
Questo il modo in cui il birrificio inglese presenta la propria stout, oggi disponibile tutto l’anno anche per il mercato domestico: una birra per l’appunto semplicemente chiamata stout.

La birra.
Il suo vestito è di color ebano, prossimo al nero: la schiuma è generosa, cremosa e compatta e mostra un’ottima persistenza. L’aroma non è evidentemente il punto di forza di questa lattina: l’intensità è davvero bassa e si fatica per avvertire i profumi di orzo tostato e caffè, esteri che richiamano i frutti di bosco “scuri”.  Si tratta comunque dell’unico punto debole di una birra che mantiene quanto promesso: nessun fronzolo, buona da bere. E si parte proprio bene con una sensazione palatale piuttosto gradevole: è leggera ma non troppo, leggermente morbida. Scorre senza che tu te ne accorga ed è attraversata da una notevole intensità a fronte di un contenuto alcolico (5%) da (quasi) session beer. Il dolce del caramello bilancia con precisione l’amaro delle tostature, del caffè e della liquirizia, di tanto in tanto fa anche capolino qualche ricordo di cioccolato fondente.  Si chiude con una buona secchezza, una leggera acidità data dai malti scuri e un gradevole amaro dove il torrefatto incontra qualche nota luppolata terrosa.   
La stout di Moor è molto pulita e ben fatta, rispettosa della tradizione, elogio della semplicità: quelle birre che le moda e l’hype ovviamente ignorano ma che sarebbe deleterio se non esistessero. Una stout che vi rinfrescherà se la berrete leggermente refrigerata; lasciatele invece raggiungere la temperatura ambiente se volete avvertire un lieve tepore etilico, quella piccola carezza di conforto che personalmente vorrei sempre sentire quando ordino una stout.
Formato 33 cl., alc. 5%, lotto 809ST011, scad. 01/06/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 11 maggio 2018

Vicaris Tripel Gueuze

Del birrificio belga Dilewyns vi avevo già parlato in più di un occasione: siamo a Dendermonde, dove Vincent Dilewyns  riporta in vita la tradizione  brassicola della propria famiglia, un tempo birrai, interrotto con l’avvento della seconda guerra mondiale.  Nel 2005, dopo anni molte birre fatte in casa che raccolgono consensi da parenti e amici, si rivolge all’onnipresente De Proef per realizzare la Vicar Tripel su grande scala: il debutto è positivo, tanto che allo Zythos Festival dello stesso anno venne premiata. I risultati ottenuti e la limitata disponibilità degli impianti di De Proef convincono Vincent a lasciare la sua occupazione di dentista per dedicarsi a tempo pieno a quella di birraio: nel 2010 partono i lavori di costruzione del birrificio a Dendermonde che viene inaugurato a Maggio del 2011. Oltre a Vincent, supervisore delle ricette, a coordinare la produzione c’è la figlia Anne-Catherine che nel frattempo è diventata anche birraia: la parte commerciale viene invece gestita dall’altra figlia Claire. 
Ma torniamo ai primi anni di vita del marchio Vicaris. In uno dei tanti festival in Belgio, il piccolo stand di Dilewyns si trova giusto di fronte a quello di Girardin, noto produttore di lambic:  a quanto pare,  colui che si trovava al banco di Girardin chiese a Vincent d’assaggiare un goccio della sua tripel e gli porse il bicchiere, dimenticando però di vuotarlo completamente. Ne venne fuori un blend “involontario” ma molto piacevole di gueuze e tripel che anche Dilewyns assaggiò restandone colpito. Quell’episodio dece nascere ai due birrifici l'idea di realizzare anche su scala commerciale un blend delle due birre, arrivando dopo alcuni esperimenti (sembra sia stato necessario pastorizzare quattro volte la gueuze) a presentare la Vicardin (questo il nome scelto in origine) allo Zythos del 2007..  o forse era il 2008?
Nel 2012 la Vicardin è stato rinominata da Dilewyns Vicaris Tripel-Gueuze e da allora viene solitamente prodotta una volta all’anno: l’edizione 2018 è stata annunciata giusto la settimana scorsa.

La birra.
Acquistata nel 2015, “scaduta” a marzo 2018:  queste le uniche informazioni in mio possesso su questa  bottiglia di Vicaris Tripel-Gueuze della quale ignoro la data di nascita. Informazione abbastanza importante quando si parla di fermentazioni spontanee e lieviti selvaggi.
Nel bicchiere è di color arancio carico, con venature ramate e forma una generosa testa di schiuma compatta dall’ottima persistenza. E’ l’anima gueuze a dare il benvenuto aromatico, perlomeno finché la schiuma rimane: gli odori di cantina, muffa, sudore e limone si fanno poi lentamente da parte lasciando emergere la tripel. Arrivano profumi di biscotto e zucchero candito, frutta gialla, canditi, una flebile speziatura (pepe) ormai sul viale del tramonto. Il naso è pulito e gradevole, ma più che un incontro tra due birre c’è di fatto un passaggio di consegne: quando esce di scena la prima, entra la seconda. Al palato è invece ancora piuttosto viva e sostenuta da una vivace carbonazione. La bevuta vede un ribaltamento nell’ordine dei fattori: si parte dal dolce della tripel, dal suo zucchero candito, dal biscotto e dai canditi, dalla frutta sciroppata a pasta gialla per poi sentire avanzare l’asprezza e l’acidità della gueuze.  Arrivano note di uva bianca, limone, marcate sensazioni minerali, a tratti saline, una lieve acidità lattica a stemperare il dolce e a rendere una tripel da 7% secca, sorprendentemente rinfrescante e dissetante:  si chiude con un leggero amaro terroso e di scorza di limone, ma nel retrogusto c’è già un timido ritorno di frutta candita, e un timido tepore etilico a dare qualche avvertimento a chi si trova con il bicchiere in mano. 
Un mesh-up gradevole e senz'altro divertente questa Vicaris Tripel Gueuze: un percorso interessante che parte con la morbida accoglienza di una tripel per poi divenire più ruspante e ruvido. C’è una bella complessità da scoprire anche se le sue due componenti in più occasioni tendono a viaggiare su due binari paralleli, anziché fondersi in un unico abbraccio. Dettagli che comunque non mettono in discussione una bella bevuta: mi sembra reggere la cantina abbastanza bene ed è quindi una potenziale candidata per potenziali bevute "in verticale".
Formato: 33 cl., alc. 7%, scad. 31/03/2018, prezzo indicativo 3.50-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 10 maggio 2018

Oskar Blues Death By Coconut

Colorado, marzo 2014:  in occasione della Colorado Craft Beer Week il birrificio Oskar Blues annuncia l’arrivo di tre novità realizzate assieme ad altrettanti birrifici. Con i vicini di casa dalla Shamrock Brewing Co. viene prodotta la  Death By Coconut, una  Irish porter che matura assieme a cocco essiccato e cioccolato prodotto dalla Robin Chocolates di Longmont. Con La Cumbre Brewing Co (New Mexico)  si realizza la  Fat Slim India Style Session Ale  e  con i californiani della St. Archer Brewing Co. la St. Oskar’s Indica Black Lager.  Le tre "one shot" vengono presentate il 22 marzo alla serata al Collaboration Festival organizzato dalla Colorado Brewers Guild al Curtis Hotel di  Denver.  
Concentriamoci sulla porter Death By Coconut, che ottiene grande successo al festival e, nell’ottobre dello stesso anno,  porta a casa la medaglia d’argento nella categoria “Chocolate Beer” al Great American Beer Festival del 2014 che si tiene a Denver; al primo posto la (a me sconosciuta) Chocolatized della Pisgah Brewing Co. 
La ricetta è frutto della collaborazione tra Jason Buehler (allora birraio alla Oskar Blues ma con un breve passato alla Shamrock) e Keith Hefley della Shamrock. Buehler ricorda: “volevo fare una birra assieme ai miei vecchi amici per il Collaboration Festival, avevo in mente di produrre sui nostri impianti una versione speciale di una loro birra “irlandese” e sui loro impianti una delle nostre luppolate. Keith suggerì di produrre da noi qualcosa con aggiunta di cocco o di cioccolato, o magari entrambi. Non avevo idea di dove poter acquistare il cocco, così ci pensò Keith; in cambio noi gli procurammo delle varietà di luppolo alle quali loro non avevano accesso. Realizzammo un primo lotto da noi, eravamo più grandi di loro e potevamo correre il rischio economico di sperimentare con degli ingredienti così costosi; il secondo lotto fu prodotto da loro”. 
La birra riscuote subito grandi consensi  e nello stesso anno Oskar Blues inizia a produrla come birra stagionale autunnale, con un successo ancora più clamoroso: nei primi anni il lancio commerciale viene accompagnato da un evento al birrificio e le lattine vanno esaurite molto rapidamente. Anche alla Shamrock producono la loro versione ma la gioia, l’amicizia e lo spirito di condivisione della collaborazione finiscono presto: quando ci sono di mezzo i soldi, le cose si complicano sempre. Racconta Buehler, che nel 2015 ha lasciato Oskar Blues per andare alla Denver Beer Company: “era una birra così costosa da produrre che pensammo inizialmente di farla solo per il festival o in altre rare occasioni, ma la gente la adorava. Quando informai la Shamrock della nostra decisione di metterla in produzione stagionale, loro chiesero di poter mantenere anche il loro logo sulle nostre lattine, ma rifiutammo. Chiesero anche di poter continuare a produrre la loro versione usando lo stesso nome ma non era possibile, non aveva senso che due birrifici diversi facessero una birra simile con lo stesso nome". 
Nel settembre 2017 la Shamrock pubblica  un comunicato ambiguo ma non troppo sulla propria  pagina Facebook,  annunciando l’arrivo di una nuova  Chocolate Coconut Porter:  “come sapete la birra collaborativa fatta assieme ad Oskar Blues fu un enorme successo. Oskar ha deciso di registrarne il nome, produrla in grandi quantità e distribuirla. Non è chiaro chi abbia diritto a reclamare quel nome, ma siccome la ricetta è abbastanza  diversa  da quella originale, non vogliamo creare nessuna confusione. Quindi l’abbiamo chiamata Cheating Death (ingannare la morte,  evitare delle spiacevolissime conseguenze, ndt.)”.

La birra.
C’è stato dunque qualche cambiamento rispetto a quella Death By Coconut che conquistò i palati della gente nel 2014: i cambiamenti, per quel che riguarda la versione Oskar Blues, credo riguardino soprattutto l’ingrediente cioccolato, oggi fornito dalla Cholaca di Denver: un liquido prodotto con fave di cacao provenienti da Ecuador e Perù, zucchero di cocco e acqua.
Il suo colore è prossimo al nero e la sua schiuma è cremosa e compatta, con un’ottima persistenza.  Questa lattina è nata nell’ottobre del 2017 e sicuramente è passato qualche mese di troppo per poter apprezzare al meglio l’ingrediente cocco, abbastanza rapido nel diminuire d’intensità. L’aroma è infatti dominato dal cioccolato, in verità non troppo raffinato e reminiscente del Nesquik: abbinateci quel che resta del cocco e l’effetto Bounty è assicurato: non molto artigianale, ma comunque gradevole. In sottofondo resta un po’ di spazio per delle tostature. Al palato è morbida e gradevole, con una leggera cremosità che non rallenta affatto la scorrevolezza: è tuttavia una birra da gustarsi con calma, ben bilanciata tra il dolce di cioccolato, liquirizia, caramello, cocco e l’amaro delle tostature e di qualche ricordo di caffè. C’è una bella intensità, l’alcool (6.5%) è praticamente inavvertibile e la bevuta è davvero facilissima. L’effetto Bounty non è spudorato ed è comunque ben integrato all’interno di quella che rimane una porter, anche se dall’indole ovviamente dolce. Nel suo genere il risultato è convincente, e anche se odiate le cosiddette “birre dessert” potreste fare un tentativo con questa Death By Coconut, capace di fermarsi qualche metro prima dal baratro delle pastry beers.
Formato 35,5 cl., alc. 6.5%, IBU 25, lotto 18/10/2017, prezzo indicativo 5.00-7.00  euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 9 maggio 2018

Magic Rock / Dry & Bitter Smallvoice

Hops Not Hate (luppoli, non odio) è un’iniziativa a scopo benefico lanciata a maggio 2017 nel corso della Mikkeller Beer Celebration Copenhagen  da Søren Parker Wagner, titolare del  Fermentoren di Copenhagen, della beerfirm Dry & Bitter e relativi progetti collegati (qui la storia complicata). 
Un idea abbastanza semplice: un birrificio vende una birra ad un distributore che la vende ad un bar o a un beershop. Ciascuno di loro s’impegna a donare il 50% dei ricavi  in beneficienza:  il 25% ad un’organizzazione locale, che si trovi entro i 30 km di distanza, ed il 25% ad un’organizzazione globale. Ogni anello della catena distributiva s’impegna a farlo e il consumatore finale, quando vede il logo di “Hops not Hate” sulle etichette o sulle spine, sa che bevendo quella birra sta aiutando diverse associazioni benefiche. 
Ventiquattro i birrifici che hanno aderito subito all’iniziativa che ha debuttato con una collaborazione tra Dry & Bitter e Cloudwater, una IPA chiamata Compassion ovviamente presentata in anteprima al Fermentoren: il 50% dei profitti sono poi stati devoluti alle vittime dell'incendio alla Grenfell Tower. Sul sito di Hops Not Hate potete trovare nel dettaglio la storia del progetto e le modalità per prendervi parte. 
Alla fine del 2017, nell’ambito di questa inziativa, il birrificio inglese Magic Rock e i danesi di Dry & Bitter si sono riuniti per realizzare una Session IPA chiamata Smallvoice, ovvero la “vocina” della propria coscienza.  La birra è stata poi presentata ufficialmente il 19 gennaio 2018 presso la taproom di Magic Rock nel corso di un Tap Takeover di Dry & Bitter che ha visto come ospite anche Søren Parker Wagner.

La birra.
Malti d’orzo Golden Promise e Acidulato, malto di segale e d’avena, maltodestrine, luppoli T90 Mosaic, Citra, Simcoe, Ekuanot nel whirpool,  Cryo Hops™ Mosaic, Citra, Simcoe e Ekuanot in dry-hopping; lievito London Ale II.  
Questa la ricetta di una Session IPA (4.3%) che si presenta opalescente, di colore dorato, con schiuma bianca cremosa e un po' scomposta, dalla buona persistenza. L'aroma ha una discreta intensità, è pulito e abbastanza elegante: mango, pompelmo, arancia e mandarino si dividono il palcoscenico in parti quasi eguali. A quattro mesi dalla messa in lattina la freschezza è ancora discreta e nel complesso il naso è piuttosto gradevole. Ottima è invece la sensazione palatale: una session beer morbida e dall'ottima presenza che si mostra senz'altro più grande di quello che è. La scorrevolezza rimane elevata. Smallvoice è una Session IPA intelligente, costruita con garbo, preservando per quanto possibile l'equilibrio tra gli elementi che la compongono. Non è una inutile spremuta di luppolo senza il supporto dei malti: qui pane e crackers sono ben percepibili e subito incalzati dal dolce del mango e dell'ananas, dell'arancia e del mandarino. Il finale è delicatamente amaro, con note erbacee e zesty, la chiusura ha quella secchezza necessaria a creare dipendenza ed aumentare la frequenza dei sorsi. Ben fatta, semplice ma intensa, pulita e profumata:  questa Smallvoice di Magic Rock e Dry & Bitter cede un po' di freschezza a causa dell'età anagrafica ma è ancora una bevuta perfettamente godibile e soddisfacente.
Formato 44 cl., alc. 4.3%, lotto 1599, scad. 04/07/2018 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 8 maggio 2018

Perennial Abraxas

Torniamo a parlare di Perennial Artisan Ales, birrificio di St. Louis (Missouri) già ospitato sul blog in un paio di occasioni:  lo ha fondato Phil Wymore assieme alla moglie Emily, che dopo aver lavorato alla Grindstone (Columbia, Missouri), alla Goose Island ed alla Half Acre (Chicago) ha deciso di ritornare in Missouri per inaugurare il proprio birrificio, con l’intento dichiarato di “puntare ai beergeeks. Vogliamo fare birre per le quali la gente si entusiasmi. Non vogliamo essere il dodicesimo birrificio di St Louis che produce una Pale Ale”.  La Belgian Ale Southside Blonde è in cima alla classifica di vendite del birrificio e fornisce la sicurezza necessaria per poter pensare ad altre birre più costose da produrre ma anche più redditizie. 
L’hype ha iniziato ad arrivare a St. Louis grazie alla imperial stout Abraxas, soprattutto nella sua versione Barrel Aged la cui messa in vendita attirava una volta all’anno centinaia di beergeeks che si accampavano davanti al birrificio molte ore prima dell’apertura. Uno spettacolo divertente ma poco pratico che è stato ora regolamentato: Wymore  ha creato la  Société du Chêne, una membership che per 300 dollari vi assicura una bottiglia delle prime dodici birre invecchiate in botte prodotte da Perennial ogni anno, un bicchiere, uno sconto del 10% sulle consumazioni alla tap room e la possibilità di prenotare per l’acquisto altre ricercate bottiglie.  Quello che resta viene venduto attraverso biglietti on-line  che evitano l’inutile affollamento di gente alla ricerca di bottiglie che non saranno disponibili. 
Solo 100 casse furono prodotte nel 2011, anno del suo debutto, ma poi  l’aumentata capacità produttiva e la volubilità della moda hanno fatto lentamente diminuire l’hype per l’Abraxas, "normale" indirizzandolo sulle sue versioni speciali con aggiunta di vari ingredienti e soprattutto sulla sua versione barricata  che sul mercato secondario raggiunge quotazioni di qualche centinaia di dollari. 
L’ Abraxas Week 2017 si è svolta  dallo scorso 31 ottobre al 4 novembre: oltre che alla spina, l’imperial stout e le sue varianti erano disponibili alla (pre)vendita (100$) in una borsa personalizzata che includeva 2 bottiglie di Abraxas “normale”, una di Coffee Abraxas e una di Vanilla Abraxas. I “cofanetti” sono andati rapidamente esauriti: a chi era rimasto a bocca asciutta non restava che sperare nell’acquisto delle bottiglie singole dell’Abraxas normale (20$) messe in vendita al birrificio da mezzogiorno del 4 novembre. La birra è stata comunque distribuita da Perennial in buona quantità e qualche bottiglia è arrivata nei mesi scorsi anche in Europa.

La birra.
Ricapitoliamo: Abraxas è una Imperial (Mexican) Stout, ovvero viene prodotta con peperoncini Ancho, fave di cacao, baccelli di vaniglia e stecche di cannella. Nonostante gli ingredienti aggiunti, che tendono a svanire rapidamente, il birrificio ne consiglia l’invecchiamento e l’assaggio di eventuali verticali.
La piccola schiuma che si forma in superficie non è particolarmente attraente e svanisce piuttosto in fretta: sotto di lei, un'impenetrabile coltre nera riempie il bicchiere. L'aroma non è molto intenso ma restituisce quanto promesso in etichetta: cioccolato, accenni di peperoncino e di cannella , note terrose e di vaniglia, orzo tostato. La pulizia è discreta e il bouquet nel complesso non è esattamente di quelli che fanno venir l'acquolina in bocca. C'è fortunatamente un netto miglioramento al palato, a partire da un mouthfeel riccomorbido e gradevole, oleoso. E' un'imperial stout che parte sul versante dolce,  piena di melassa e cioccolato al latte, liquirizia e vaniglia, bilanciate poi da tostature e soprattutto dal piccante del peperoncino che nel finale sale aiuta ad asciugare il palato. L'alcool (10%) si fa sentire senza esagerazioni, risultando tuttavia più evidente a fine corsa quando il suo calore si affianca a quello del peperoncino. Non è una birra troppo piccante e c'è buon equilibrio in ogni sorso: quello che mancano sono piuttosto pulizia ed eleganza: il risultato è godibile ma somiglia ad una sorta di un piccolo dessert, un agglomerato poco preciso e definito. Non è una delle tanto amate/odiate pastry stout o birre dessert ma non ci si allontana di molto: non so se il 2017 sia stata un'annata non eccelsa per questa birra, ma quello che c'è del bicchiere, seppur di alto livello, non mi convince del tutto. E quando il prezzo del biglietto è elevato, le aspettative devono adeguarsi.
Formato 75 cl., alc. 10%, IBU 80, imbott. 27/11/2017, prezzo indicativo 26-28 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 7 maggio 2018

Casa Bianca Birra Nona

Quando si parla di birra artigianale spesso si racconta di persone che hanno cominciato a produrre la birra in casa e sono poi riusciti a trasformare quello che era una semplice hobby, una grande passione,  in una vera e propria professione. 
La storia di oggi non è molto diversa se non fosse per il fattore “età”: Bernardino Tortone realizzava le proprie ricette in cantina “quando era giovane”  e quando la birra artigianale ancora non esisteva per come la conosciamo adesso.  La passione è stata poi fagocitata dalle incombenze della vita di tutti i giorni ed è rimasta chiusa in un cassetto per moltissimi anni, fino a poco fa. Raggiunta la pensione e superata la soglia dei 60 anni, Bernardino è riuscito a far rinascere quell’hobby nell’ambito della Azienda Agricola Casa Bianca a Fossano, in provincia di Cuneo; l’azienda produce il luppolo, l’orzo e i cereali che vengono poi fatti maltare in Germania. La birre vengono realizzate su impianti terzi, anche se l’etichetta si limita ad un  “prodotta e confezionata su ricetta dell’Azienda Agricola Casa Bianca”  da un codice alfanumerico che non aiuta il consumatore a capire da chi e dove. 
La parola birra è di genere femminile e tutte e tre le etichette prodotte sino ad ora sono ispirate alle donne: il debutto avviene a settembre 2016 con una pils chiamata Tota (in piemontese “ragazzina”), seguita dalla "rossa" (bock?) Madamin (signora) e dalla strong ale, credo d’ispirazione inglese, chiamata Nona, ovvero "la nonna". 
Ringrazio il beershop on-line Ubeer che mi ha inviato una bottiglia di Nona d’assaggiare: la birra è arrivata accompagnata da una confezione di “Cookie d’la nona”, classiche paste di meliga (in birra) prodotte per conto di Casa Bianca dal Forno Antico di Carrù (CN).

La birra.
La “Nona” si presenta nel bicchiere di un bel colore ambrato velato, acceso da intense venature rossastre: la schiuma è un po’ scomposta e non molto persistente. L’aroma, intenso e abbastanza pulito,  regala profumi di frutta secca a guscio, prugna e uvetta, ciliegia, pera e biscotto.  La sensazione palatale è piuttosto gradevole: corpo medio, bollicine contenute, consistenza morbida che tuttavia non intralcia lo scorrimento di una strong ale che al gusto mostra buona corrispondenza con l’aroma. La bevuta è dolce di ciliegia e prugna,  uvetta, biscotto e caramello, non mancano accenni di pera e mela al forno: l’amaro finale (terroso, frutta secca) è molto delicato, giusto quanto basta per portare equilibrio e lasciare il palato abbastanza pulito alla fine di ogni sorso. L’alcool (8.2%) è molto ben gestito e riscalda delicatamente senza mai eccedere: la bevuta non presenta difficoltà ma è una birra che andrebbe preferibilmente sorseggiata con tutta calma e buona soddisfazione. Dal mio punto di vista le gioverebbe tuttavia un maggior bilanciamento tra gli esteri fruttati (in alcuni passaggi molto in evidenza) e la componente maltata. 
Casa Bianca la consiglia in abbinamento a formaggi stagionati, pietanze di carne e a dolci: per chi volesse provarla ma non riesce a trovarla, ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., akc. 8.2%, lotto 17441B033, scad. 31/10/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 6 maggio 2018

Schlägl Doppel Bock

La produzione di birra all'interno del monastero austriaco di Schlägl, fondato dai Premostratensi nel 1218, è documentata a partire dal 1580, ma è sicuramente iniziata molto prima. Il birrificio era inizialmente posizionato all'interno nelle cucine e nel 1865 gli impianti furono spostati in un edificio precedentemente adibito a granaio: è qui, nella Stiftskeller, dove oggi potete mangiare e assaggiare tutte le birre della Stiftsbrauerei Schlägl ("il birrificio dell'Abbazia di Schlägl"). Nel 1954 la produzione è stata trasferita in un più moderno edificio al di fuori del perimetro del monastero: un trasloco necessario per aumentare la capacità e dotarsi di una moderna linea d'imbottigliamento che confeziona anche le birre prodotte dall'unico birrificio trappista, Stift Engelszell.
Il birrificio è ancora di proprietà dell'Abbazia di Schlägl ed è oggi guidato dal birraio Reinhard Bayer; la fa ovviamente da padrone la tradizione tedesca  (con  le helles Urquell e Kristall, Zwickl e Pils) ma ci sono anche aperture al Belgio, alle cosiddette "birra d'abbazia". Su di un piccolo impianto pilota viene infatti prodotta ogni anno una Belgian Strong Ale; lo stesso impianto viene anche utilizzato per produrre "Bierspezialitäten" che guardano al mercato craft: etichette più moderne, IPA ma non solo, visto che . La gamma include anche una birra affumicata, una weizen, una dunkel, una saison e alcuni affinamenti in botte. 
Il monastero produce anche cinque varietà di limonata ed un brandy ottenuto distillando quella Doppelbock che andiamo ad assaggiare.

La birra.
La Doppelbock di Schlägl  è una produzione invernale disponibile ogni anno a partire da novembre; si presenta di color oro antico, limpido, su quale si forma un cremoso cappello di schiuma biancastra dalla buona persistenza. Al naso pane e biscotto, miele, cereali, frutta secca a guscio: in sottofondo spuntano profumi di amaretto e un leggero diacetile. Ottima la sensazione palatale: pur senza risultare ingombrante è una doppelbock che scorre bene regalando sensazioni morbide, avvolgenti. Il gusto presenta una buona corrispondenza con l'aroma, proponendo una bevuta ricca di pane, miele, biscotto e frutta secca: l'alcool (8.5%) non fa sconti e si sente anche più del dichiarato, risultando alla lunga un po' fastidioso. Il finale non è impeccabile, con un leggero amaro terra e di frutta secca un po' sgraziato e di un'intensità che non t'aspetteresti di trovare in una doppelbock. Qualche imprecisione, un po' di diacetile e qualche passaggio non troppo convincente in una birra discreta, che riscalda il corpo ma alla fine del bicchiere lascia un po' freddo lo spirito.
Formato 33 cl., alc. 8.5%, lotto 23110912, scad. 23/05/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 4 maggio 2018

Dupont Hirond' Ale #1.0

Alla Brasserie Dupont non seguono certamente la moda delle “one shot”, delle “collaboration”  e non sfornano novità in continuazione. A Tourpes, dove il birrificio è attivo dal 1950, la tradizione è una cosa seria e il birraio Olivier Dedeycker, che lo guida dal 2002, fa pochissime eccezioni. 
Nel 2016 è stata aggiunta alla gamma Moinette l’anello mancante tra la Blonde e la Brune, ovvero l’ Ambrée; nello stesso anno c’è stata l’interessante collaborazione con Tomme Arthur del birrificio americano Lost Abbey, una saison nel quale il lievito Dupont s’accompagna a luppoli americani. Nel 2017 è arrivata la Oelegems Titsenbier, fino ad allora una semplice ri-etichettatura della Moinette Biologique: pare che la ricetta sia stata leggermente modificata e ora la Titsenbier è una birra a sé.  
Lo scorso febbraio è ha debuttato la Hirond' Ale #1.0, con quell’hashtag che rappresenta un’inattesa concessione alla modernità e, probabilmente, sta ad indicare che ci saranno in futuro altre Hirond’ Ale. Tecnicamente si tratta di una saison che prevede l’utilizzo di malto d’orzo e di segale e, per quel che riguarda il luppolo, solamente Savinjski Golding raccolto in Belgio: a tutto il resto ci pensa, come al solito, il magico lievito Dupont.

La birra.
Hirond, ovvero la rondine: una birra che la Brasserie dedica a quegli uccelli che da decenni occupano alcuni degli edifici dove si trova il birrificio.
Il suo colore è un dorato piuttosto carico con sfumature ambrate, leggermente velato: impeccabilmente cremosa e compatta è invece la schiuma, generosa e dall'ottima persistenza. L'aroma è molto pulito, rustico ed elegante al tempo stesso: il lievito Dupont è in primo piano, con le sue caratteristiche note speziate e ruspanti che richiamano la campagna dell'Hainaut, lievi accenni di banana. Ci sono profumi di pane e di biscotto, di croissant e frutta secca a guscio mentre è probabilmente la segale a donarle un carattere terroso. Al palato è vivace e scattante, come una saison dev'essere: copiose bollicine, grande scorrevolezza: il gusto segue con buona corrispondenza l'aroma, riproponendo note biscottate, una componente fruttata in cui convivono banana, pera e arancia, frutta secca, un ruspante e ruvido finale erbaceo e terroso, con un amaro di buona intensità e una delicata speziatura. La chiusura è lievemente astringente ma il palato si ritrova meno secco del previsto, con un retrogusto dolce di biscotto zuccherato. 
Grande pulizia e gran lavoro del lievito Dupont in una saison autentica e sincera, rustica. Se anche voi vi state chiedendo: è un'aggiunta necessaria al catalogo del birrificio di Tourpes?  Probabilmente no, ma berla soddisfa e dopo tutto questo è quello che conta.
Formato 33 cl., alc. 5.7%, lotto 17497A, scad. 01/12/2019

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 3 maggio 2018

Cloudwater DDH Pale Citra Ekuanot

Ritorna sul blog Cloudwater (qui la storia), birrificio inglese fondato da Paul Jones e James Campbell ed operativo a Manchester da marzo 2015 che continua a sfornare nuove birre a ritmo incessante, secondo modus operandi di non replicare quasi mai la stessa ricetta.  “Specializzati in birre moderne e stagionali”: così si autodefinisce Cloudwater che con cadenza settimanale annuncia le nuove etichette che possono essere anche acquistate on-line da chi vive nel Regno Unito. 
In tre anni di vita, ovvero 36 mesi ovvero 144 settimane, il database di Ratebeer elenca ben 347 birre prodotte, per una media di oltre due birre nuove a settimana: numeri eccitanti o inquietanti, a seconda dei punti di vista.  E visto che ormai siamo in ballo col beer-rating, balliamo con spensieratezza:  secondo Untappd Cloudwater è attualmente il quarto miglior birrificio inglese al mondo, preceduto da Verdant, Old Chimneys e Deya. Ratebeer lo mette invece tra i 10 migliori birrifici al mondo e, ovviamente, al primo posto nella classifica del Regno Unito. 
Tra le migliori 20 birre di Cloudwater secondo i Ratebeeriani ci sono ben 18 Imperial IPA (le eccezioni sono una IPA e una Imperial Stout); un po’ più variegata, ma non troppo, la classifica degli utenti di Untappd: spopolano sempre Triple e Double IPA, ma c’è qualche Imperial Stout e IPA in più. Non è una sorpresa che le birre “più alcoliche” ottengano un maggior successo, nel beer-rating è sempre stato così.  Che dire allora delle  più “umili”  (American) Pale Ale?  Sono da snobbare? Vediamolo.

La birra.
“Stagione inverno-autunno 2017”, quasi come si trattasse di un catalogo di moda: queste le parole sulla bella etichetta realizzata dal misterioso artista canadese Shriller,  al quale sono state affidate tutte le (spesso tempestose) grafiche di quel periodo, rimpiazzato di recente da Louise Sheeran che si occuperà di portare un po’ di primavera e di estate sulle lattine di Cloudwater. La ricetta parla di malti Golden Promise, Caramel Pils, frumento, malto d’avena decorticato Golden Naked, maltodestrine;  per l’amaro è utilizzato estratto di luppolo Pilgrim in Co2, mentre il DDH (Double Dry Hopping) è realizzato con Ekuanot, Mosaic e soprattutto Citra (16 grammi al litro). New England Lallemand il lievito. 
Nel bicchiere è dorata e piuttosto velata ma ben lontano dal sembrare un succo di frutta; la schiuma biancastra è cremosa ed ha una buona persistenza. Il naso è piuttosto pulito e rivela una bella eleganza che permette di inebriarsi con i profumi di mango e ananas, cedro, pompelmo, arancia e mandarino, qualche lieve accenno dank, quello che ricorda un po' la cannabis. Ottimo inizio che trova piene conferme al palato:  il colore non rimanda al New England e neppure il mouthfeel segue i dettami di quel (sotto)stile. Ne guadagna la scorrevolezza (ottima cosa in una Pale Ale da 5.5%) anche se c’è comunque una leggera morbidezza di fondo.  Non ci sono eccessi in questa DDH Pale Citra Ekuanot che brilla per pulizia ed equilibrio, concetti spesso alieni a molte birre hazy/juicy: c’è una delicata componente maltata (pane, crackers) a supporto di un bel profilo dolce fruttato (mango e ananas) a suo volta incalzato da arancia e pompelmo. Tutto è molto ben bilanciato, la chiusura è piuttosto secca, con un amaro delicato nel quale convivono note erbacee e resinose.  Nessuna volontà di sembrare un succo di frutta: questa è una birra in tutto e per tutto, molto rinfrescante, profumata ed elegante, da bere ad oltranza: livello davvero molto alto per una birra della quale non vorresti cambiare una virgola, una delle migliori Cloudwater che mi sia capitato d’assaggiare.
Formato 44 cl., alc. 5.5%, lotto 23/02/2018, scad. 23/05/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 2 maggio 2018

Dark Horse Bourbon Barrel Plead the 5th Imperial Stout

Gli inverni nel Michigan sono lunghi e freddi, durano quasi sei mesi (dal giorno del ringraziamento a Pasqua) e le temperature non di rado raggiungono picchi inferiori a quelli registrati in Islanda e in Alaska. Ma non preoccupatevi: chi ama la birra ha a disposizione un’ampia gamma di contromisure per difendersi dal gelo. Nel raggio di 150 chilometri quattro birrifici producono  potenti imperial stout invecchiate in botti di bourbon che sono perfette per riscaldarsi nel rigidi inverni: parliamo della Dragon’s Milk di New Holland (11% ABV, prodotta dal 2001), della KBS di Founders  (ABV tra 11 e 12%, prodotta dal 2002 ma nota alle cronache solo dal 2005), della Black Note di Bell's (ABV 11% circa, dal 2010 alla spina e dal 2012 anche in bottiglia) e della Bourbon Barrel Plead the 5th del birrificio Dark Horse (2010). 
Un tempo tutte ricercate di beergeeks e circondate da un discreto hype, oggi hanno ceduto un po’ il passo alle “nuove generazioni” di imperial stout invecchiate in botte.  La Dragon’s Milk è prodotta tutto l’anno ed è reperibile (16-17 dollari per il 4 pack) senza nessuno sforzo; la KBS di Founders (24$ il 4 pack), un tempo vera e propria "balena bianca", è ancora prodotta solamente una volta l’anno ma oggi in quantità tali da essere distribuita in tutti gli stati americani e anche all’estero. Acquistarla è ormai abbastanza semplice, fattore determinante per annullare l'hype. Non sono più oggetto di culto ma rimangono ancora non facili da reperire la Black Note di Bell’s (24$ il 4 pack) e la BBA Plead the 5th (22$ il 4 pack), entrambe prodotte una volta l’anno in quantità sempre più elevate ma ancora ampiamente insufficienti a soddisfare tutta la richiesta. Bell’s non annuncia  mai l’uscita della sua Black Note: “è pronta quando è pronta”, dicono,  e le bottiglie appaiono in vendita al birrificio o presso i rivenditori. Nessun evento, nessuna coda che si forma fuori dai cancelli del birrificio. 
La pensano in maniera diversa alla Dark Horse Brewing Company di  Marshall  (qui il loro profilo): la versione Bourbon Barrel Aged della (ottima!) imperial stout Plead the 5th arriva ogni anno nel corso di una  evento chiamato 4 Elf Party che si tiene all’inizio di dicembre. 5 dollari il biglietto d’ingresso (gratis se vi presentate vestito da elfo) ad una festa due giorni con una cinquantina di spine e musica dal vivo nel corso della quale verranno anche messe in vendita una serie di birre affinate in botte. Un po’ complicato il modo in cui potete acquistarle, a casse o a 4 packs: il venerdì vengono distribuiti dei moduli con i quali ordinare le birre nelle quantità desiderata, e vi sarà consegnato un braccialetto con un numero corrispondente all’ordine. Nel corso della notte il personale del birrificio preparerà il vostro ordine che potrete ritirare ad orari prestabiliti nel corso delle giornata di sabato.

La birra.
Al solito il birrificio guidato da Aaron Morse con il birraio Brian Wiggs non è molto disponibile a rivelare informazioni sulle proprie birre: nulla si sa sulla ricetta della imperial stout Plead the 5th. La sua versione Bourbon Barrel era sulla mia wishlist da tempo: per completare "il poker del Michigan" ora mi manca solamente la Black Note di Bell's.  Qualche bottiglia del 2016 è quasi miracolosamente arrivata anche in Italia, un occasione da non farsi sfuggire.
Bourbon Barrel Plead the 5th è nera e forma una piccola testa di schiuma cremosa e compatta, dalla scarsa persistenza. L'aroma è piacevolmente complesso, anche se non di immediata lettura: prugna, uvetta e ciliegia, legno, bourbon e vaniglia, accenni di tabacco e di fumo, di vino liquoroso. Al palato è leggermente oleosa ma, come le sue altre sorelle del Michigan, non c'è d'aspettarsi un corpo importante o una consistenza particolarmente densa e/o cremosa. La bevuta ripropone la stessa dolcezza della Plead The 5th "normale" potenziandola con il calore del bourbon: melassa, liquirizia, tanta frutta sotto spirito (prugna, uvetta, ciliegia) e un bel finale nel quale si fa più evidente il cioccolato. Ci sono accenni di legno e di vino, di fumo e tabacco: l'alcool non si nasconde e delinea una birra molto potente che si sorseggia senza grosse difficoltà ma con ritmo compassato. Il bourbon dispensa un morbido e intenso calore che abbraccia il cioccolato in un finale bellissimo e molto, molto lungo. Livello piuttosto alto in un'imperial stout che assomiglia quasi ad un liquore e ne se svolge di fatto la funzione: mettetevi comodi in poltrona e con lei nel bicchiere anche l'inverno del Michigan non vi farà paura.
Formato 35.5 cl., alc. 11%, imbott. 12/07/2016, prezzo indicativo 10-12 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 1 maggio 2018

Left Handed Giant Finzels Reach IPA

Grandi cose bollono nelle pentole del birrificio di Bristol Left Handed Giant, la cui storia l'avevo riassunta qui, accennandovi anche di una campagna di crowfunding per raccogliere le 400.000 sterline necessarie per aprire un secondo brewpub nel centro di Bristol. L'obiettivo fu sorprendentemente raggiunto nel giro di 24 ore (!) e la campagna si chiuse a fine marzo con un totale di 840.000 sterline raccolte da 1200 investitori. Il grande successo convinse il birrificio ad estendere il crowfunding di altre due settimane e puntare ad 1 milione di sterline, obiettivo raggiunto grazie a1498 investitori. 
Il progetto iniziale, che prevedeva la costruzione di un "semplice" brewpub nella zona di Floating Harbour, è stato ampliato e spostato nell'area di Finzels Reach, sempre vicino al porto: un complesso industriale del diciassettesimo secolo occupato sino al 1881 dallo zuccherificio Finzel, uno dei più grandi di tutta l'Inghilterra. A partire dal 1788 vi trovò spazio anche il birrificio Georges Bristol, che arrivò ad occupare la maggior parte dei fabbricati e che, alla metà del ventesimo secolo, era uno dei più grandi birrifici del sud-ovest; nel 1961 fu acquistato dalla Courage, Barclay & Co Ltd. che lo chiuse nel 1999. 
Oltre al nuovo birrificio/brewpub (quello attuale sarà destinato alla produzione di birre acide), la nuova sede di Finzels Reach ospiterà al primo piano un ristorante gestito dallo chef stellato Pater Sanchez-Iglesias e uno spazio per eventi culturali; al brewpub sarà comunque operativa anche una cucina più informale ed economica. 

La birra.
Per pubblicizzare il crowfunding, lo scorso febbraio Left Handed Giant ha prodotto un IPA "dedicata alla nostra nuova casa nel centro di Bristol"; l'etichetta vi dà una vaga idea di come diventerà l'edificio in corso di ristrutturazione sul canale. La ricetta della Finzels Reach IPA prevede malti Extra Pale, Carapils, avena torrefatta, frumento torrefatto, luppoli Centennial, Ekuanot, Galaxy e Simcoe, lievito US-05. 
Si presenta di color dorato piuttosto carico, leggermente velato, con un cremoso e compatto cappello di schiuma bianca dalla buona persistenza. L'aroma è molto poco intenso: s'avvertono comunque profumi di arancia e pompelmo, un tocco tropicale, qualche note dank e di cereali. Un po' pochino se si vuole competere con i birrifici inglesi più alla moda. Bene invece la sensazione palatale: corpo medio, la giusta quantità di bollicine, ottima scorrevolezza. Pane, crackers, un tocco dolce di mango e pesca, pompelmo, finale amaro resinoso di discreta intensità e durata. A parole sembrerebbe esserci tutto quello che basta per fare una grande IPA ma la realtà è un po' diversa: nel bicchiere c'è una birra non molto definita che viaggia col freno a mano tirato e non brilla proprio in quei luppoli che dovrebbero  essere il suo punto di forza. Mirabile la ricerca (riuscita) di equilibrio senza cercare estremismi, bene la bevibilità ma il risultato finale è solo discreto: la poca secchezza non riesce neppure a renderla molto rinfrescante.  La bevuta è comunque piuttosto godibile, ma c'è una grossa parte inespressa che lascia rimpianti, sopratutto se questa sarà in futuro la birra della casa per la nuova sede di Left Handed Giant.
Formato 44 cl., alc. 6.9%, lotto 21/02/2018, scad. 21/05/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.