venerdì 24 marzo 2017

Thornbridge Eldon

Lo scorso gennaio il birrificio inglese Thornbridge  ha annunciato l’abbandono delle bottiglie da mezzo litro, il classico formato inglese, in favore di quello da 33 centilitri utilizzato da quasi tutti i birrifici protagonisti della UK craft beer revolution: una scelta, dicono, guidata dalle richieste dei clienti. Questi ultimi sono però da intendersi come bar e distributori, più che utenti finali. Se la scelta può essere comprensibile per birre dall’alto contenuto alcolico (Bracia), lo stesso non si può dire per quelle da bere in grandi quantità come ad esempio Kipling, Jaipur, Chiron; il sospetto è – purtroppo – che il passaggio dalle bottiglie più piccole consentirà al birrificio e ai rivenditori di aumentare la propria marginalità, visto che difficilmente il bevitore pagherà lo stesso prezzo al litro. Il nuovo formato è sicuramente appropriato per la nuova imperial stout chiamata Eldon che Thornbridge lancia a febbraio 2016 e che affianca la storica Saint Petersburg
Il nome fa riferimento all’Eldon Hole che si trova all’interno del Peak District National Park nel Derbyshire. La cavità, profonda una sessantina di metri, fu percorsa per la prima volta nel 1780 dal signor Lloyd che pubblicò poi il racconto della sua avvenuta nel libro On foot through the Peak di James Croston. L’Eldon Hole è una delle principali attrazioni del parco ed ha fatto nascere diverse leggende: la prima narra di un’oca che, avventuratasi nella cavità, scomparve per riapparire qualche giorno dopo in una caverna di Castleton a ben cinque chilometri di distanza; anche il racconto di Lloyd parlava di un corso d’acqua sotterraneo che scorreva alla base della cavità, ma nessun esploratore ne ha mai trovato traccia. Nel quindicesimo secolo un uomo vi si calò legato da una corda lunga un miglio ma non riuscì a toccare il fondo; un secolo dopo un altro uomo tentò la discesa per risalire poco dopo in preda al terrore ed incapace di parlare. Morì pochi giorni dopo, e da allora si pensò all’Eldon Hole come al rifugio del diavolo, ad una porta d’accesso all’inferno. 

La birra.
Eldon, Bourbon Oak Imperial Stout: non si tratta di un birra invecchiata in botte ma prodotta con chips di rovere imbevute nel bourbon e, come segnalato in etichetta, vaniglia. Si presenta di colore ebano scurissimo, quasi nero, con un bel cappello di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L’aroma è piuttosto dolce, a tratti quasi sciropposo: a melassa, vaniglia, ciliegia e frutti di bosco “rispondono”  accenni di tostature, cioccolato e soprattutto caffè in chicchi. La sensazione palatale privilegia la scorrevolezza sacrificando la morbidezza: il corpo è medio e la consistenza piuttosto leggera  è più simile all’acqua che all’olio. Al gusto c'è una buona corrispondenza con l'aroma: si parte con il dolce di caramello e melassa, uvetta, vaniglia e fruit cake, le tostature partono in secondo piano per aumentare leggermente d'intensità ma è sopratutto il caffè a portare equilibrio. Davvero difficile pensare che non sia annoverato tra gli ingredienti. Non c'è legno ma è il calore del bourbon ad attraversare tutta la bevuta con il suo calore per poi riscaldarla con maggior vigore nel finale, ricco di caffè, tostature e cioccolato.
Considerata la gradazione alcolica non eccessiva (8%), la Eldon di Thornbridge è un'imperial stout molto intensa ma un po' incompiuta: pulita ma non del tutto amalgamata, con dolce e amaro che viaggiano a tratti su due binari paralleli senza mai incontrarsi e qualche spunto dolce sciropposo un po' eccessivo. Consistenza un po' esile per il mio gusto ma livello abbastanza buono: le chips imbevute di bourbon non sono ovviamente la stessa cosa di un passaggio in botte.
Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 05/02/2018, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 23 marzo 2017

Founders Backwoods Bastard

Ci sono delle birre che fanno la fortuna di un birrificio, e la Dirty Bastard è una di quelle. Il birrificio Founders, aperto nel 1997 a Grand Rapids (Michigan) da Mike Stevens e Dave Engbers, non se la stava passando troppo bene: le birre prodotte non ottenevano grandi consensi e la  situazione finanziaria peggiorava di mese in mese. Non riuscivano più a pagare l'affitto, le rate del prestito e si trovavano con otto mesi di tasse arretrate: a giugno del 2001 la United Bank notificò  ai birrai sei giorni di tempo per rientrare di 550.000 dollari. Prima di dichiarare bancarotta, Stevens ed Engbers fecero un ultimo tentativo andando a parlare con Peter C. Cook, un famoso uomo d'affari e noto filantropo di Grand Rapids; dopo un paio di giorni i birrai ricevettero una telefonata da parte della banca ad annunciare che il signor Cook si era personalmente fatto garante del loro debito. 
Per invertire la rotta, Mike e Dave chiamarono a lavorare con loro il birraio Nate Walser (ex New Holland Brewing Co.) per rivoluzionare completamente l'offerta delle birre, sostituendo le birre semplici ed anonime prodotte sino ad allora con altre molto più robuste, complesse e impegnative.
"Le nostre birre erano buone ma non eccezionali – ricorda Engbers – facevamo birre che potessero piacere a tutti, ma erano esattamente le stesse birre prodotte da tutti gli altri birrifici del Michigan: una Pale Ale, una Amber Ale, una birra di frumento, una scura. Capimmo di dover iniziare a fare qualcosa di diverso. A quel tempo le IPA non erano così di moda, iniziammo a produrre la Centennial IPA e la gente al bancone ce la rimandava indietro dicendo di non riuscire a berla, era troppo amara. In quel periodo andavano forte le Amber Ales e così realizzammo una nuova birra molto maltata e alcolica per poterci risollevare dalla difficile situazione finanziaria. Pensammo al nome Fat Bastard, ma dopo esserci consultati con i legali scoprimmo che quel nome era già stato registrato da un produttore di vini. All’avvocato chiesi di verificare se il nome Dirty Bastard fosse disponibile, lui mi rispose che era una pazzia pensare di usare quel nome e io gli dissi: “non sappiamo neppure se tra qualche mese saremo ancora in attività, chi se ne frega”. Improvvisamente, invece che una Red Ale, una Porter ed una Pale Ale eravamo diventati quelli che producevano la Dirty Bastard, una bomba maltata con 8% di ABV. La gente iniziò a parlare di noi, aprirono siti come BeerAdvocate e RateBeer e noi partecipammo attivamente alle discussioni sui forum rispondendo alle persone: il successo della Dirty Bastrd ci convinse che quella era la direzione giusta da prendere: tutte le nostre birre diventarono più potenti e più complesse. Iniziammo a fare le birre che ci piacevano bere, non quelle che pensavamo sarebbero piaciute alle persone. Arrivarono la Breakfast Stout, la Curmudgeon e la Devil Dancer.” 
Tutte birre che ottennero uno straordinario successo e contribuirono in maniera decisiva a portare Founders tra i più grandi ed apprezzati produttori del Michigan e di tutta la scena craft statunitense: la moda delle IPA vide poi Founders protagonista prima con la Centennial IPA e poi con la All Day IPA, che oggi occupa la maggior parte della capacità produttiva del birrificio.

La birra.
Nel 2003 Founders presenta la versione barricata della Dirty Bastard: il nome scelto è Backwoods Bastard (il bastardo che vive in un luogo remoto, isolato, lontano da tutto) e la birra è accompagnata dalla solita bella etichetta disegnata da Grey Christian. Le botti trovano oggi posto nei sotterranei del birrificio, un’impressionante serie di corridoi e cunicoli lunga sei miglia che un tempo venivano utilizzati per estrarre il gesso e che Founders ha preso in affitto. Dai quattro barili ex-bourbon posseduti dal birrificio nel 2002 si è arrivati ai 4700 del 2014: l’aumento della quantità va purtroppo spesso a discapito della qualità e il discorso si può applicare anche a Founders. Le sue birre barrel-aged (KBS su tutte) non sono - dicono - più quelle di una volta ma sono accessibili a molte più persone.
La Backwoods Bastard è una produzione stagionale che arriva ogni anno nel mese di novembre; la gradazione alcolica sale all'8.5% della Dirty Bastard all'11.1%. Ciò nonostante, leggo su forum di appassionati americani che non è una birra che invecchia particolarmente bene e quindi stappiamo subito l'edizione 2016 che è arrivata anche in Europa.
Il suo colore è uno splendido ambrato carico, limpido ed impreziosito da intensissimi riflessi rosso rubino; la schiuma color crema è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. Al naso il bourbon accompagna i profumi di melassa, biscotto, uvetta, prugna e ciliegia; in secondo piano legno e vaniglia, suggestioni terrose e un filo di fumo. Al palato è davvero molto morbida, con un corpo quasi pieno e una carbonazione bassa: il palato viene avvolto da un liquido intenso che riscalda senza mai bruciare, con il bourbon protagonista assieme agli stessi elementi che hanno composto l'aroma. La bevuta è piuttosto dolce ma ben asciugata dall'alcool che viene aiutato dal lieve amaro finale, terroso e resinoso, dei luppoli. Il retrogusto è davvero lunghissimo e ricco di bourbon, legno e tanta frutta sotto spirito. Scotch Ale potente ma non difficile da sorseggiare, molto pulita e in grado di riscaldare perfettamente i gelidi inverni del Michigan: più che il contenitore (legno, vaniglia) è il suo contenuto (bourbon) a dare la caratterizzazione, con un risultato finale non eccellente ma sicuramente molto, molto buono.
Formato: 35.5 cl., alc. 11.1%, IBU 50, scad. 06/04/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 22 marzo 2017

Inglorious Quad

I fratelli gemelli Erwin e Benny Van Aerschot sono avidi collezionisti di birre che, in occasione del loro trentesimo compleanno, a settembre 2012, ricevono in regalo dalle proprie mogli l’iscrizione ad un corso sull’homebrewing organizzato dal birrificio Alvinne, in Belgio. In poco tempo il garage di Erwin si trasforma in una sorta di birrificio casalingo pieno di pentole e fermentatori; un anno dopo iscrivono quasi per gioco la loro quinta ricetta alla Brouwland Biercompetitie, un concorso per homebrewers che regala al vincitore una cotta da 500 litri presso il birrificio Anders seguita dalla distribuzione delle bottiglie per tre mesi nei supermercati Delhaize.  E’ il giugno del 2014 e, sorprendentemente, la quadrupel prodotta dai Van Aerschot si aggiudica il primo premio tra i 146 partecipanti. 
Se siete assidui lettori del blog ricorderete un percorso identico fatto dai  Vliegende Paard Brouwers (concorso del 2011) e dai De Lustige Brouwers (2013): curiosamente anche questi homebrewers hanno vinto con una Quadrupel. 
Nell’ottobre dello stesso anno nasce la beerfirm Inglorious Brew Stars BVBA, che si appoggia agli impianti di Anders e sceglie il proprio nome ispirandosi al film Bastardi Senza Gloria (Inglourious Basterds) di Quentin Tarantino. La Quadrupel vincitrice del concorso, chiamata Inglorious Quad, viene affiancata nella primavera del 2015 dalla Belgian IPA chiamata Cum Laude, scelta come birra “ufficiale” dell’Università di Anversa, dove i gemelli  Van Aerschot avevano studiato. Nello stesso anno la Inglorious Quad vince una medaglia d’oro al Brussels Beer Challenge nella categoria 5 Strong Dark Ales. Nel febbraio 2016 esce la versione barricata della quadrupel (botti ex whisky della distilleria Belgian Owl) e, a maggio, una nuova IPA chiamata Amis Fleur #892 e realizzata in occasione della sfilata di carri floreali Bloemencorso di Loenhout.

La birra.
Quadrupel sorprendentemente scura nel bicchiere, si presenta di color ebano molto prossimo al nero, con una cremosa e compatta testa di schiuma che mostra una buona persistenza. L’aroma è invece molto più tradizionale; la delicata speziatura del lievito accompagna il dolce del caramello e del biscotto al burro, lo zucchero candito, la pera e l’uvetta. In sottofondo una leggerissima presenza di verdure cotte che tutta via non ne pregiudica la piacevolezza. Le sorprese ritornano al palato dove i primi sorsi evidenziano una presenza inattesa di tostature e di caffè che vengono pian piano fatte scivolare in secondo piano dagli altri elementi più convenzionale per questo “stile”: caramello, pera, uvetta e prugna. Il dolce ed il calore della frutta sotto spirito viene ben bilanciato da un finale generosamente luppolato, a tratti quasi “rinfrescante”, che ben ripulisce il palato in attesa del sorso successivo. Chiude il percorso con un pelo d’astringenza ed un retrogusto caldo di frutta sotto spirito e un accenno di caffè. 
Una Quadrupel/Belgian Strong Dark Ale godibile e abbastanza ben fatta che mantiene un’ottima bevibilità nonostante un contenuto alcolico (10,3%) abbastanza importante: qualche lieve imprecisione non pregiudica comunque una bevuta piacevole e intensa.
Formato: 33 cl., alc. 10.3%, scad. 12/02/2017, 1.90 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 21 marzo 2017

Lervig / Hoppin' Frog Sippin Into Darkness

Il 2016 si è rivelato ricco di collaborazioni per il birrificio dell’Ohio Hoppin' Frog,  fondato nel 2006 dal birraio  Fred Karm ad Akron; il birrificio esporta in Europa dal 2008 e ha voluto nuovamente collaborare, ripetendo l’esperienza del 2012, con alcuni birrifici del nostro continente.  L’Hoppin Frog 2016 European Collaboration Tour ha coinvolto i danesi della Dry &  Bitter per una Baltic Porter, la beerfirm To Øl (SS Stout),  gli inglesi di Siren (la piccante 5 Alarm) e i norvegesi di Lervig con la massiccia Sippin Into Darkness Imperial Stout. 
Secondo il libro di Tony Abou-Ganim “Vodka Distilled: The Modern Mixologist on Vodka and Vodka Cocktails”, il cocktail chiamato Chocolate Martini fu inventato da Rock Hudson ed Elizabeth Taylor quando si trovavano a Marfa (Texas) per le riprese del film “Il Gigante”: i due attori vivevano in due villette adiacenti, diventarono amici e si ritrovavano spesso la sera a far tardi con un bicchiere in mano. “Eravamo così giovani – ricordava Hudson – potevamo mangiare e bere tutto quello che volevamo e non sentivamo mai il bisogno di dormire. Una sera inventammo il miglior drink che mi sia mai capitato di bere, un Martini al cioccolato fatto con vodka, sciroppo di cioccolato Hershey's e Kahlúa (un liquore messicano al gusto di caffè). Non so come siamo riusciti a sopravvivere.”  Anche se tecnicamente non era un Martini, la bevanda inventata quella sera divenne molto popolare a Hollywood ispirando poi la nascita di una serie di miscelati al cioccolato: moltissime le varianti che vengono oggi chiamate Chocolate Martini, quasi tutte basate su vodka e un liquore al cioccolato ai quali vengono poi aggiunti ingredienti a fantasia, come ad esempio vaniglia, menta, lamponi, panna. 

La birra.
Questo cocktail è anche l’ispirazione presa dai birrifici Lervig (Norvegia) ed Hoppin Frog (USA) per una massiccia (12%) imperial stout collaborativa chiamata Sippin Into Darkness:  come mostra questo breve video-documentario, i due birrai Mike Meyers e Fred Karm si ritrovano a Stavanger, Norvegia per realizzare una ricetta che prevede anche avena, zucchero candito, lattosio, fave di cacao e vaniglia. La versione europea inizia a circolare a luglio 2016, in fusti ed in bottiglia da 33 centilitri; la ricetta viene poi replicata sugli impianti di Hoppin Frog e debutta sul mercato americano (fusti e bottiglia da 65 cl.) il 15 ottobre 2106 con una gradazione alcolica leggermente inferiore (10%). Alla taproom del birrificio dell’Ohio potevate acquistare le prime bottiglie al prezzo di 10.99 dollari più tasse, ovviamente. 
Nera, davvero impenetrabile, riempie il bicchiere con un denso liquido sormontato da un discreto cappello di schiuma, cremosa, compatta e dalla buona persistenza. Al naso cioccolato al latte, frutta secca, melassa e gianduia ma soprattutto tanta vaniglia: il dolce è davvero notevole, l’eleganza non è la caratteristica principale di un aroma che tuttavia riesce a non scivolare nell’artificiosità. In bocca è piena e poco carbonata, avvolgendo completamente il palato con una viscosità morbida che non sconfina nel catramoso o nel masticabile: sorseggiarla non è così complicato anche perché l’alcool (12%) è stato ben addomesticato. Il “problema” di questa birra – almeno per me – è che s’addentra troppo nell’amato/odiato territorio delle “birre-dessert”, se mi passate il termine. Hoppin Frog e Lervig producono entrambi ottime imperial stout, robuste, massiccie, dure, intense: B.O.R.I.S., D.O.R.I.S. e Konrad’s Stout sono davvero notevoli.  Sippin Into Darkness è ovviamente una birra che non vuole andare in quella direzione, ma perché non mantenere una di quelle basi ed aggiungere solo una leggera caratterizzazione? Qui la componente dessert (vaniglia, cioccolato al latte, caramello, biscotto) domina nettamente la birra con un risultato che s’avvicina pericolosamente allo stile Omnipollo.  Per fortuna non c’è quella sensazione di artificiosità così marcata ma è la classica birra che, dopo la “meraviglia” dei primi sorsi, inizia a stancarmi; l’amaro è quasi assente, caffè e tostature hanno solo il compito di bilanciare il dolce, aiutati dal luppolo che a fine corsa contribuisce a ripulire un po’ il palato. Il finale è piuttosto lungo, con il calore della frutta sotto spirito che avvolge vaniglia e caramello. 
Livello sicuramente alto se applicato al concetto di “birra-dessert”: se invece non amate particolarmente questo tipo di birre, pensateci bere prima di decidervi ad un acquisto che non è esattamente tra i più economici. Per me è un "ni".
Formato: 33 cl., alc. 12%, IBU 50, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 6.00/7.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 marzo 2017

Ca' del Brado Piè Veloce Brux

“Cantina brassicola”, questo il modo in cui ha scelto di autodefinirsi Ca' del Brado, nuova realtà che ha aperto le porte nel dicembre 2016 a Pianoro (Bologna); non si tratta di un birrificio in quanto non ha impianti di produzione propri ma non si tratta neppure di una semplice beerfirm. Quello che Ca’ Del Brado fa è occuparsi della trasformazione del mosto di malto a birra: il primo viene prodotto su impianti terzi e viene poi fermentato e affinato/invecchiato all’interno delle varie botti posizionate nella cantina.  La Ca’ (Casa) è il luogo dove questi lieviti (tradizionali e selvaggi) e batteri operano trasformando la materia grezza (mosto) in birra: quello che viene iniziato dall’uomo è poi portato a termine dal tempo, ed ecco spiegato l’utilizzo del termine “brado”. Brado come “lento”, in quanto gli affinamenti possono durare da alcuni mesi ad anni; brado come “libero nel suo ambiente naturale”, in quanto l’operato dei batteri naturalmente presenti nel legno non è completamente controllabile dall’uomo. 
Va da sé che dietro a questo progetto ci dev’essere la passione per le birre acide, a fermentazione selvaggia e spontanea: è questo il tratto che accomuna i quattro fondatori (Mario Di Bacco, Luca Sartorelli, Andrea Marzocchi e Matteo d’Ulisse), tutti membri dell’associazione BrewLab di Bologna che ha al suo attivo l’organizzazione di festival, degustazioni ed incontri tra homebrewers. 
Sul sito internet di Ca' del Brado, davvero molto curato, trovate tutte le informazioni non solo sulle birre ma su di ogni singolo lotto prodotto e sulle botti che sono state utilizzate: al momento la cantina dispone di due botti da circa 3000 litri, dieci tonneaux da circa 500 litri ciascuno e sette barriques da 250 litri. 
Ca' del Brado ha debuttato con due birre fermentate esclusivamente con brettanomiceti: Veloce Brux (dicembre 2016) e Piè Veloce Lambicus (gennaio 2017), seguite da altre due versioni che hanno ricevuto dry-hopping (Cascade e Styrian Golding, rispettivamente) al termine della maturazione in botte al fine di accentuare la componente aromatica. A febbraio è arrivata la farmhouse ale Invernomuto affinata sei mesi in botte.

La birra.
Debutta il 14 dicembre 2016 in alcuni locali selezionati la Piè Veloce Brux di Ca’ del Brado: il contrasto tra il nome della birra (ossia il soprannome dato ad Achille, eroe della mitologia greca celebre per la sua velocità della corsa) e quello di una “cantina brassicola” che ha scelto di utilizzare lo scorrere del tempo come elemento fondamentale del processo produttivo è solo apparente. Sotto alla gamma “Piè Veloce” vengono infatti incluse quelle birre che maturano "solo" più rapidamente delle altre; nello specifico, la Piè Veloce Brux viene fermentata con Brettanomyces Bruxellensis e affinata per circa due mesi in una grande botte di rovere da 3150 litri costruita negli anni ’60 e rigenerata internamente, che conteneva vino nebbiolo. 
Grazie all’utilissima sezione “cerca lotto” sul sito di Ca’ Del Brado è possibile conoscere tutta la storia di quello che avete nel bicchiere: il mosto è stato prodotto dal birrificio Brewfist il 16/09/2016: malto pilsner 72%, frumento in fiocchi  15%,  malto segale 8%, Carapils 8%, luppolo Amarillo, lievito White Labs Brettanomyces Bruxellensis. La fermentazione è avvenuta direttamente in botte, la maturazione in legno è durata circa due mesi: l’imbottigliamento è avvenuto il 19/11/2016 e, dopo un mese circa d’affinamento, la birra è stata messa in vendita. 
Il suo colore è un bel dorato pallido velato: si forma una testa di schiuma bianca non molto generosa e un po’ grossolana, abbastanza veloce a collassare nel bicchiere. Al naso c’è un bouquet pulito nel quale trovano posto le note lattiche, di legno e di “cantina”, gli agrumi, l’uva acerba e il ribes, l’ananas. Il percorso continua in linea retta al palato, dove scorre facilmente ma ha un unico difetto: bollicine quasi assenti, con il risultato di una birra non particolarmente vivace. Il suo profilo è “gentilmente” acido senza particolari asperità: il lattico attraversa tutta la bevuta affiancato dal legno, dall’asprezza della frutta acerba e degli agrumi, mentre in sottofondo c’è un velo dolce di pesca gialla ed ananas. La chiusura è delicatamente amara (lattico, scorza d’agrumi) e piuttosto secca, con un elevatissimo potere rinfrescante e dissetante: l’alcool (7.4%) è davvero impercettibile. 
Una sour ale precisa e piuttosto pulita, non priva di una certa eleganza: le mancano un po’ di bollicine e – secondo me – quelle imprecisioni/imperfezioni che spesso poi riescono a regalare le più belle emozioni in una birra. Nonostante la sua personalità ancora giovane e in divenire, mi sembra un debutto piuttosto positivo per una “cantina brassicola” che mostra d'avere idee chiare e un ottimo potenziale a disposizione. Le birre acide sono una piccola nicchia all’interno della nicchia della cosiddetta birra artigianale, soprattutto se guardiamo al mercato italiano: un grosso in bocca al lupo al coraggio di Cà del Brado.
Formato: 37.5 cl., alc. 7.4%, lotto 16001, imbott. 19/11/2016, scad. 17/11/2021, prezzo indicativo 7.00 Euro (beershop,)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 17 marzo 2017

Firestone Walker Velvet Merlin

Ritorna sul blog il birrificio californiano Firestone Walker fondato nel 1996 da Adam Firestone e David Walker a Paso Robles, Contea di Santa Barbara e, dall’estate 2015, partner dei belgi della Duvel Moortgat il cui denaro è stato utilizzato per finanziare un ambizioso piano d’espansione. I dettagli dell’accordo tra le due imprese private non sono stati resi noti, ma nel 2016 Firestone Walker è stato in grado di lanciare le prime lattine, inaugurare la Barrelworks di Buellton, una sede dedicata esclusivamente agli invecchiamenti in legno, e la nuova succursale con brewpub e ristorante di Venice Beach a Los Angeles. 
Nel 2004 il birrificio aveva lanciato la sua prima stout all’avena, elaborazione di una ricetta che il birraio Matt Brynildson aveva realizzato da homebrewer traendo ispirazione dal libro The Real Ale Almanac di Roger Protz. La birra, come prevede la prassi, venne “benestariata” dai proprietari Adam Firestone e David Walker che decisero di introdurla inizialmente come produzione autunnale disponibile solo alla taproom del birrificio: il nome scelto fu Velvet Merkin. Solo in seguito, quando la crescente  domanda dei clienti per birre “scure” ne permise la produzione su grande scala, venne decisa la messa in bottiglia: a quel punto il problema era nome.  Il termine “merkin” in inglese indica infatti una “mini parrucca" che viene utilizzata per coprire i genitali e che, al giorno d’oggi, viene utilizzata dall’industria cinematografica quando bisogna girare delle scene di nudo. 
Per la distribuzione al grande pubblico la birra fu allora rinominata Velvet Merlin, un riferimento al mago Merlino ma anche al soprannome del birraio Brynildson: “inizialmente non ero contento, ma poi ho dovuto ammettere che potevano sorgere dei problemi a distribuire una birra chiamata Velvet Merkin. Dopo tutto la parola davvero importante nel nome è Velvet (velluto) in quanto descrive la consistenza che ho voluto dare a questa birra”. 
Scomparso dai radar, il nome Velvet Merkin dopo qualche anno d’assenza è ritornato quando il birrificio ha deciso di far uscire una versione barricata della Velvet Merkin, leggermente modificata e con aggiunta di lattosio.

La birra.
La ricetta prevede malti Maris Otter, 2-Row Pale, Roast Barley, English Dark Caramel, Medium Caramel, Carafa  e avena (15%); l’unico luppolo utilizzato è il Fuggle (coltivato negli Stati Uniti). Il suo colore è un ebano scurissimo e forma un generoso cappello di schiuma beige cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Ad un aspetto perfetto fa seguito un naso molto pulito e abbastanza elegante: orzo tostato, pane nero e caffè disegnano un bouquet arricchito da dettagli di mirtillo, cioccolato, cenere. La sensazione palatale non è esattamente vellutata ma comunque morbida e molto gradevole: davvero notevole per un birra dal contenuto alcolico non eccessivo (5.5%).  La bevuta è molto bilanciata con l'orzo tostato ed il caffè bilanciati da caramello ed un velo di liquirizia; le tostature sono delicate ed eleganti, aumentano leggermente d'intensità solo nel finale dove accanto al caffè compare anche qualche suggestione di cioccolato. Elegante e molto pulita, facilissima da bere; stout semplice dove però ogni cosa è al punto giusto e non ti fa desiderare null'altro. Impeccabile esecuzione di una ricetta che non necessita di orpelli o artifizi, all'insegna del "less is more".
Formato: 35.5 cl., alc. 5.5%, IBU 27, imbott. 01/12/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 16 marzo 2017

Magic Rock Inhaler

Ritorna sul blog il birrificio inglese Magic Rock, del quale vi avevo già parlato in queste occasioni e che nel 2015  ha finalmente trovato una nuova casa nel sobborgo di Birkby (Huddersfield, West Yorkshire): i nuovi impianti  (10.000 hl/anno con possibilità di arrivare sino a 70.000) hanno finalmente permesso di ampliare la distribuzione che, a parte qualche rara bottiglia, era avvenuta esclusivamente tramite fusti. La scelta è caduta sulle (modaiole) lattine che sono cominciate ad arrivare anche nel nostro paese con un rinnovamento alle già belle etichette delle bottiglie d’esordio: la parte grafica è da sempre curata dal designer Richard Norgate, che dopo aver legato l’identità visiva di Magic Rock al mondo del circo si è ultimamente dedicato a disegnare simpatici piccoli mostri. 
Juicy è l’aggettivo più di moda tra i beergeeks ed anche Stuart Ross, head brewer di Magic Rock, non si sottrae alla sfida: se la “juicy” finisce poi in una lattina e se il birraio ha vinto un premio per la sua barba (sic!), l’hype aumenta esponenzialmente. 
Inhaler è la Pale Ale (o Session IPA, secondo Ratebeer) che debutta a marzo 2016 in fusto ed il mese successivo in lattina. Non si tratta esattamente di una birra che cerca di imitare le New England IPA ma vuole enfatizzare il carattere “fruttato” e succoso conferito dal late e dry-hopping: l’ispirazione – ammette Ross – è venuta dalle produzioni di un altro birrificio inglese molto in voga, Cloudwater:  “è innegabile che il nostro birrificio si sia inizialmente ispirato alle IPA della West Coast, più amare e limpide all’aspetto. Ma dopo aver bevuto alcune IPA americane e inglesi torbide e poco amare ed aver collaborato con il birrificio Other Half  di Brooklyn, devo dire che anche noi ci sentiamo ispirati da questa nuova tendenza che ha preso piede nell’ultimo anno".

La birra.
Malti Crystal T50, Golden Promise e Imperial, luppoli Amarillo, Citra, Equinox, Galaxy, Mosaic e Simcoe: a questi ingredienti il compito di realizzare una Pale Ale sessionabile (4.5%) e “juicy”.  Nel bicchiere è di color arancio carico piuttosto opalescente e forma una testa di schiuma biancastra un po’ grossolana ma dalla buona persistenza. La frutta che domina l’aroma è piuttosto dolce, zuccherina, matura: mango, passion fruit, ananas, melone, pompelmo rosa. L’intensità è buona mentre pulizia ed eleganza, come sovente accade per queste birre che mirano al “juicy”, hanno ampi margini di miglioramento. Il corpo è medio-leggero, con poche bollicine e quella ottima scorrevolezza che ogni session beer deve avere: non ci sono aspirazioni di cremosità. Al palato c’è davvero una notevole intensità ma anche qui la finezza non è di casa: dominano gli stessi frutti dell’aroma che lasciano giusto intravedere la base maltata (biscotto); l’amaro è di modesta intensità, si muove sulle coordinate erba/vegetale/resina ma finisce per “raschiare” un po’ in gola. Il risultato?  Interpretate l’aggettivo “juicy” in senso lato: nessuno sguardo al New England ma piuttosto una session beer davvero molto intensa ma un po’ rozza. Se siete disposti a sacrificare l’eleganza in favore del carattere “succoso”, questa è per voi. Per il resto la gamma Magic Rock offre molte altre alternative che valorizzano quello che qui è stato sacrificato: Ringmaster (3.9%) e High Wire (5.5%)
Formato: 33 cl., alc. 4.5%, lotto illeggibile, scad. 21/06/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 15 marzo 2017

Zipfer: Meisterwerke 2016 Pils Calypso & Meisterwerke 2016 Pale Ale Calypso

Torniamo in Austria ad affrontare le birre “crafty”, ovvero prodotti industriali che emulano quelli artigianali cercando d’intrufolarsi nello stesso segmento di mercato, spesso a prezzi più competitivi. Vi avevo parlato qualche tempo fa dell’offerta di Stiegl, birrificio dai grandi numeri ma ancora in mano ad un famiglia, la Huemer-Kiener. 
Un altro dei grandi giocatori sul mercato domestico austriaco è il marchio Zipfer, birrificio fondato nel 1842 da Friedrich Hofmann nella città austriaca – ovviamente – chiamata Zipf; il birrificio non ebbe gran successo e nel 1858 fu acquistato a prezzo di “saldo” dal banchiere Franz Schaup. Questa famiglia lo controllò sino al 1970, riuscendo a sopravvivere ai disastri delle due guerre mondiali; in quell’anno avvenne la fusione con il brrificio Brau AG, già proprietario di diversi altri marchi austriaci. La Brau AG continuò ad accorparsi con altri birrifici cambiando nome ad ogni operazione:  la denominazione attuale Brau Union Österreich AG risale al 1993 quando avvenne la fusione con la Steirerbrau. La Brau Union venne fagocitata nel 2003 dal gruppo Heineken per 769 milioni di euro: si formò allora  il più grande produttore di birra dell'Europa centrale ed orientale, che oggi controlla il  60% del mercato austriaco (nove milioni di ettolitri circa) con sette siti produttivi e una quindicina di marchi tra i quali, oltre a quelli di Heineken, ci sono Edelweiss, Gösser, Kaiser, Puntigamer, Reininghaus, Schladminger, Schlossgold, Schwechater, Wieselburger e Zipfer: praticamente quasi tutto quello che trovate da bere nel locali dell'Austria! 
A settembre 2016 Zipfer annuncia la nascita di due ambiziose Meisterwerke, ovvero "capolavori": due birre prodotte in autunno con una varietà di luppolo appena raccolta, nel caso specifico l'americano Calypso, che viene utilizzata per il dry-hopping.

Le birre.
Partiamo con una Pils dorata e perfettamente limpida che forma un bel cappello di schiuma fine, bianca e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma non brilla per intensità o finezza ma è nel complesso pulito: profumi erbacei, qualche remoto ricordo d'agrumi, cereali ed una delicatissima speziatura. Bene la sensazione palatale, scorrevole e morbida: il "pericolo acquosità" che affligge molte birre industriali é scampato. Il gusto segue fedelmente l'aroma nel riproporre pane e cereali, un tocco di miele e di agrumi, un finale amaro erbaceo  delicatamente speziato dalla discreta intensità. Abbastanza secca, pulita e bilanciata, non regala molte emozioni ed è priva di quella fragranza che vorresti sempre trovare in una pils. Una pils scolastica e precisa con un lieve carattere agrumato conferitole dal luppolo americano; l'intensità complessiva è buona, direi quasi quasi una piacevole sorpresa per quello che è un prodotto industriale. 

L'American Pale Ale si presenta di un colore dorato un po' più carico e leggermente velato; la schiuma è generosa e perfettamente cremosa e compatta. Il naso predilige la delicatezza all'intensità,   purtroppo la freschezza lo ha già abbandonato: profumi floreali e di marmellata d'agrumi provano a replicare il bouquet dell'American Pale Ale per eccellenza, la Sierra Nevada. Anche questa Zipfer è piuttosto gradevole al palato: corpo e carbonazione nella media, mouthfeel morbido ma forse un pochino pesante a livello tattile. Caramello, biscotto e cereali formano una base maltata che rimane in secondo piano lasciando il palcoscenico al pompelmo. Anche qui c'è una buona intensità che non è tuttavia valorizzata dalla necessaria fragranza e freschezza: dopo tutto dovrebbero essere ormai sei i mesi passati dalla messa in bottiglia. Un po' deludente il finale, dove l'amaro vegetale e terroso, di modesta intensità, si mostra molto meno elegante di tutto quello che l'ha preceduto.
Nel complesso anche questa crafty industriale non è affatto disastrosa come alcuni prodotti simili che si trovano sugli scaffali dei supermercati italiani. L'intensità è tutto sommato buona, non ci sono ovviamente emozioni ma alla fine il prodotto risulta molto più godibile di alcune "vere" artigianali austriache che s'incontrano nella stessa sezione delle "craft biere" dei supermercati austriaci. Elemento che dovrebbe fare riflettere visto che la differenza di prezzo, al contrario di quanto avviene in Italia, non è così ampia rispetto ai prodotti dei microbirrifici. Tra le due Zipfer Meisterwerke la pils mi sembra comunque un gradino sopra rispetto all'American Pale Ale.

Nel dettaglio:
Pils Calypso, 33 cl., alc. 5.2%, IBU 33, lotto 374G2, scad. 06/2017, 1.39 Euro (supermercato, Austria)
Pale Ale Calypso, 33 cl., alc. 5.4%, IBU 35, lotto 372G2, scad. 06/2017, 1.39 Euro (supermercato, Austria)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 14 marzo 2017

CRAK / Nøgne Ø NEIPA

Inizia nell’estate del 2015 la collaborazione tra il birrificio italiano CR/AK e quello norvegese di Nøgne Ø:  a Barcellona i ragazzi di Campodarsego e Stephen Andrews, Barrel Cellar Manager di Nøgne  si conoscono e buttano giù qualche idea di lavoro. Il primo incontro avviene nel settembre dello stesso anno nel corso del 3° Collaboration Fest organizzato da CRAK: le spine dell’evento vengono equamente condivise tra i due birrifici. 
Ma per assaggiare i frutti della collaborazione bisogna però attendere quasi un anno, perché sono state utilizzate le botti, sfruttando l’esperienza con il legno di Stephen Andrews: a dicembre 2016, nel corso della  RI-Collaboration Fest XMAS Edition organizzata a Campodarsego. Vengono svelate una Wheat Ale fermentata con Lactobacillus  e Pediococcus, prodotta sugli impianti norvegesi, e la Italian Grape Ale  BV03, fermentazione spontanea realizzata in Italia con i lieviti del mosto d’uva e con i batteri naturalmente presenti sul legno delle botti di vino, con un invecchiamento durato dodici mesi. 
L’incontro dello scorso dicembre è servito anche per realizzare altre due birre a quattro mani: vedono la luce una saison che dovrebbe poi maturare in botti di vino e un’altra  birra più “immediata” e pronta da bere appena uscita dal fermentatore. CRAK e Nøgne hanno infatti voluto cavalcare assieme la moda delle New England/Cloudy/Juicy IPA: la nuova nata NEIPA esce ufficialmente il 9 gennaio 2017 ma il suo debutto vero e proprio avviene in occasione della manifestazione Birraio dell’Anno che si tiene a Firenze qualche settimana dopo: gli assaggi non convincono del tutto ed al birrificio stesso ammettono che c’è qualcosa ancora da sistemare.  Detto fatto, ecco la seconda cotta di NEIPA che arriva a febbraio.

La birra.
Citra, Galaxy ed Ekuanot i luppoli utilizzati: se quest'ultimo vi risulta sconosciuto, ricorderete forse l'Equinox (HBC 366). Trattasi sempre della stessa varietà che ha solamente cambiato nome: la YCH Hops che ha sviluppato questo luppolo ha infatti ricevuto una lettera dai legali del birrificio Equinox (Oregon) che rivendicava il diritto esclusivo di usare quel marchio da loro registrato in precedenza.
Il suo aspetto è quello classico delle Cloudy/Juicy IPA: torbido colore arancio pallido e un modesto cappello di schiuma biancastra, un po' scomposta e poco persistente. L'aroma mostra un buon livello di pulizia che mette in evidenza su tutto l'ananas: lo affiancano mango, arancia e pompelmo. L'intensità non è sfacciata o esplosiva, ne guadagnano equilibrio ed eleganza. La sensazione palatale è gradevole benché non particolarmente morbida o cremosa come vorrebbero invece i dettami di questo nuovo sottostile di IPA. Poco male, perché al palato c'è ugualmente una grande ricchezza di frutta tropicale, fresca e fragrante, con ananas e mango sugli scudi. Il livello d'amaro è volutamente moderato: il pompelmo e la resina non intendono affatto rubare il palcoscenico al juicy della frutta. La facilità di bevuta di questa NEIPA è davvero ottima, nonostante una gradazione alcolica che l'avvicina al territorio della Imperial IPA: bella secchezza, alcool ben nascosto con un morbido tepore che affiora solo nel finale. L'eleganza non è la caratteristica principale di queste Juicy IPA, spesso sfacciate e un po' rozze, ma qui mi pare si sia raggiunto un buon compromesso. Livello molto buono,  l'intensità dell'aroma è migliorabile ma per l'ulteriore salto di qualità le manca soprattutto quel mouthfeel morbido e cremoso che mi dicono avere le originali New England IPA. 
Formato: 33 cl., alc. 7.6%, imbott. 06/02/2017, scad. 06/05/2017, prezzo indicativo 5.00/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 13 marzo 2017

Perennial 17 Mint Chocolate Stout

Ritorna sul blog il birrificio americano Perennial Artisan Ales (St. Louis, Missouri) che avevamo incontrato a qualche mese fa con l’ottima Saison de Lis; lo ha fondato Phil Wymore assieme alla moglie Emily, che dopo aver lavorato alla Grindstone (Columbia, Missouri), alla Goose Island ed alla Half Acre (Chicago) ha deciso di ritornare in Missouri per inaugurare il proprio birrificio. Milletrecento metri quadri di superficie, impianto da 8 barili con l’intento dichiarato di diventare “un birrificio per geeks. Vogliamo fare birre per le quali la gente si entusiasmi. Non vogliamo essere il dodicesimo birrificio di St Louis che produce una Pale Ale”. I fatti gli danno parzialmente ragione: nonostante l’intento di realizzare birre “per geeks”, è la belgian ale Southside Blonde a balzare in cima alle vendite, una session-beer fatta su richiesta di sua moglie che voleva invece una birra semplice che potesse avvicinare anche nuove persone alla craft beer. 
L’hype per alcune birre di Perennial è comunque reale, soprattutto quello per la famosa imperial stout Abraxas, in particolare la versione invecchiata in botti di Rittenhouse  Rye Whiskey.  La sua uscita, una volta l’anno, è accompagnata dalla consueta fila di beer-geeks che si crea ore prima dell’apertura: scene che nei primi anni divertivano i Wymore ma che sono poi state regolamentate.  Phil ha creato la  Société du Chêne, una membership che per 300 dollari vi assicura una bottiglia delle prime dodici birre invecchiate in botte prodotte da Perennial ogni anno, un bicchiere, uno sconto del 10% sulle consumazioni alla tap room e la possibilità di prenotare per l’acquisto altre ricercate bottiglie. 
Tra le birre più apprezzate prodotte da Perennial ci sono proprio le imperial stout:  dovrebbe trattarsi della stessa ricetta “base” che genera poi una serie di ricercatissime variazioni:  oltre alla già citata Abraxas (una sorta di Mexican Cake liquida prodotta con cacao, peperoncini, vaniglia e cannella) ci sono la Sump (con l’omonimo caffè) e la 17 (cacao e menta); l’imperial stout base “semplicemente” invecchiata in botti di Rittenhouse Rye Whiskey prende il nome di Maman, ma esistono versioni barricate e leggere variazioni (Abraxas Coffee, ad esempio) anche di tutte le altre.

La birra.
Perennial 17, un’imperial stout basata su di un abbinamento classico di pasticceria: cioccolato e menta. Per la ricetta vengono utilizzati oltre a malto Chocolate anche fave di cacao e foglie di menta. Il suo debutto avviene il 29 marzo 2013 con un evento dedicato alla taproom di Perennial nella quale venivano vendute un massimo di due bottiglie a testa, al prezzo di 24 dollari cadauna. Da allora la birra numero 17 viene messa in vendita nel febbraio di ogni anno, in quanto il birrificio la considera “perfetta per gli ultimi mesi invernali”. Abbastanza sorprendentemente qualche bottiglia è anche arrivata in qualche beershop del nostro continente. 
Davvero impressionante la viscosità del liquido nero, simile ad olio motore, che riempie il bicchiere; la schiuma è cremosa e compatta ma fa quasi fatica a formarsi e si dissolve abbastanza rapidamente. Il naso è pulito e piuttosto “goloso”, con i profumi di cioccolato e menta che sono affiancati da quelli di caffè e tostature, melassa, fruit cake: un biglietto da visita molto elegante che genera aspettative elevate, prontamente confermate al palato. Mouthfeel perfetto: poche bollicine, corpo pieno e birra che avvolge il palato in modo morbido e avvolgente, senza sconfinare in eccessi masticabili. Melassa e caramello, cioccolato, fruit cake e accenni di liquirizia costituiscono una bevuta dolce che viene poi bilanciata dall’amaro del caffè, delle tostature e del cioccolato amaro: la menta fa ogni tanto capolino con un effetto quasi rinfrescante che aiuta a ripulire un po’ il palato, mentre l’alcool lo riscalda senza mai bruciarlo. Il risultato è molto intenso e potente ma ben bilanciato e si lascia sorseggiare in tutta tranquillità, senza nessuno sforzo. Il retrogusto è lunghissimo, con le tostature ed il caffè avvolte dal dolce e dal calore della frutta sotto spirito. 
17 di Perennial Artisanal Ales: imperial stout memorabile ed elegantissima che regala grosse soddisfazioni: livello davvero molto, molto alto.
Formato: 75 cl., alc. 10%, imbott. 02/2016, prezzo indicativo 17-20 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 12 marzo 2017

Eastside Brewing: Bear Away & Bere Nice

Nuovo appuntamento con Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in questa occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend. 
Dopo Sera Nera e Sunny Side, Soul Kiss e Sweet Earth è il momento di assaggiare le ultime due birre delle sei che vengono regolarmente prodotte tutto l’anno; allo “zoccolo duro” se ne affiancano poi  quattro stagionali, al momento disponibili solo in fusto. 

Partiamo dalla Bear Away, una california common prodotta con luppoli Northern Brewer ed una piccola percentuale di Cascade. Ammetto la mia scarsa familiarità con uno stile che, per chi non lo conoscesse, invito ad approfondire su questa pagina.  Il nome “Bear Away”  fa riferimento alla manovra nautica che si fa quando la barca arriva in boa mure a dritta, poggia e subito dopo vengono issati Spinnaker e tangone, rimanendo sempre mure a dritta: il doppiaggio della boa rappresenta idealmente il passaggio di Eastside da beerfirm a birrificio, avvenuto nel 2015.
L'etichetta raffigurante una mappa ed un faro rimandano sempre alla nautica, mentre le palme richiamano idealmente la California, dove le prime Steam Beer vennero prodotte alla metà del diciannovesimo secolo. Il suo colore è ambrato scarico con riflessi oro antico e forma un buon cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta dall'ottima persistenza. Al naso fragranti profumi di pane, biscotto e caramello vengono affiancati da quelli di prugna e ciliegia, frutta secca: aroma semplice ma pulito, non privo di una certa eleganza. Il gusto segue fedelmente l'aroma evidenziando una base maltata con crosta di pane, biscotto, caramello e qualche accenno di miele ad accompagnare le note di frutta; il corpo medio e le poche bollicine conferiscono una sensazione palatale morbida e una scorrevolezza di tutto rispetto. Chiude con un delicato alcool warning e un amaro che ospita frutta secca, mandorla amara, quasi impercettibili tostature: birra pulita, ben bilanciata e con un profilo di malti molto fragrante.

La Witbier di casa Eastside si chiama invece Bere Nice, gioco di parole italo-anglosassone che allude al "bere bene". L'etichetta mi dicono essere una dedica d'amore alla moglie di uno dei soci del birrificio: tra i luppoli e gli agrumi c'è anche un riferimento alla celebre fotografia Le violon d’Ingres di Man Ray, la donna violoncello. L'interpretazione di una witbier secondo Eastside prevede una generosa luppolatura di Citra, Equinox e Mandarina Bavaria e una speziatura "quasi" classica: coriandolo, arancia amara, bergamotto e scorza di limone.
Nel bicchiere si presenta del classico color paglierino sormontato da un generoso cappello di cremosa schiuma bianca, compatta e dall'ottima persistenza. La generosa luppolatura genera un'aroma intenso e pulito, ancora piuttosto fresco, ricco di agrumi: arancia, bergamotto, cedro e scorza di limone; in sottofondo si scorgono pesca bianca, profumi floreali, un delicato tocco di coriandolo e di cereali. Al palato scorre senza intoppi come una "session beer" dovrebbe sempre fare: corpo medio-leggero, forse le manca qualche bollicina in più ma è un dettaglio che passa in secondo piano rispetto ad un'intensità davvero notevole. Il gusto segue fedelmente l'aroma riproponendo un profilo ricco di agrumi bilanciato da lievi suggestioni di frutta tropicale ed una spolverata di coriandolo e cerale: chiude con un bell'amaro dalla discreta intensità ricco di scorza d'agrumi e qualche nota erbacea. Witbier atipica e molto luppolata ma assolutamente convincente quella pensata da Eastside: i tratti caratteristici dello stile ci sono, ma rimangono in sottofondo ad accompagnare il profumato bouquet dei luppoli utilizzati che è il vero protagonista, sia al naso che al palato. Ottimo livello di pulizia con una gradevole acidità a renderla rinfrescante ed un'intensità davvero sorprendente se si considera la gradazione alcolica. Birra molto ben riuscita, con personalità e carattere.

Nel dettaglio:
Bear Away, 33 cl., alc. 5.8%, IBU 24, lotto 33 16, scad. 09/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro.
Bere Nice, 75 cl., alc. 4.6%, IBU 14, lotto 46 16, scad. 11/2017, prezzo indicativo 10 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 9 marzo 2017

Stone (Berlin) Xocoveza for the Holidays & the New Year

Ogni anno il birrificio americano Stone organizza la Stone Homebrew Competition in collaborazione con l’American Homebrewers Association; in premio per il vincitore c’è l’opportunità di realizzare la propria ricetta in grande scala sugli impianti del birrificio di Escondido, California. 
Lo scorso novembre si è tenuta l’edizione 2016, il cui verdetto non è ancora stato reso noto. Nel 2015 aveva vinto la homebrewer Juli Goldenberg, prima donna in assoluto, che aveva poi realizzato la Stone Carrot Golden Ale, praticamente la versione liquida di una Carrot Cake; nel 2013  Robert Masterson e Ryan Reschan realizzarono la Stone Coconut IPA, nel 2012  Kelsey McNair vinse con la San Diego County Session Ale, poi realizzata commercialmente in collaborazione con Ballast Point e Stone. Nel 2011 il primo posto era invece stato assegnato a  Ken Schmidt, dalla cui ricetta erano poi nate la Stone Kona Coffee Macadamia Nut Porter e la Stone Mint Chocolate Imperial Stout. 
Parliamo ora dell’edizione 2014 vinta da Chris Banker; la sua birra, dopo aver subito qualche aggiustamento per la realizzazione su scala commerciale, ha debuttato nel settembre 2014 con il nome di Xocoveza Mocha Stout; alla stesura finale hanno collaborato Mitch Steele, ex brewmaster di Stone ed Iván Morales, birraio della Cervecería Insurgente, Baja California, Messico. 
Chris Banker ha iniziato con l’homebrewing nel 2009, quando dal Massachusetts si è trasferito in California; col tempo è diventato un Certified Beer Judge ed un membro della American Homebrewers Association, della North County Homebrewers Association, della Quality Ale and Fermentation Fraternity  ed ha fondato la Queso Diego – The San Diego Cheese Club. “La ricetta - racconta Banler - è stata ispirata dalla torta di cioccolato messicana; cannella, vaniglia e noce moscata si abbinano benissimo al cioccolato. I miei genitori erano appena tornati da una vacanza in Messico e mi avevano portato dei baccelli di vaniglia messicana che ho utilizzato per la birra del concorso. Ho preso la ricetta di una mia stout e l’ho leggermente modificata per farla rientrare nei parametri dello stile stabiliti dal Beer Judge Certification Program (BJCP). Dopo aver vinto il concorso, Mitch Steele di Stone suggerì di aumentare la gradazione alcolica per darle potenziale d’invecchiamento e la Cervezería Insurgente apportò qualche altra modifica per rendere la birra più “piccante/caliente”. 

La birra.
La Xocoveza Mocha Stout ha riscosso un ottimo successo ed è entrata tra le birre stagionali che Stone produce ogni anno con il nuovo nome  Xocoveza for the Holidays & the New Year;  luppoli inglesi Challenger ed East Kent Golding ed un parterre non specificato di malti costituiscono la base per l’abbondante speziatura a base di cacao, caffè Mostra, peperoncini Pasilla, vaniglia, cannella, noce moscata e lattosio: l’edizione 2016  ha debuttato negli Stati Uniti il 3 ottobre. Mi era capitato di provare alla spina la Xocoveza a dicembre 2015, quando fu fatta in Italia la presentazione ufficiale di Stone Berlino e furono fatti arrivare alcuni fusti prodotti negli Stati Uniti. 
Anche la succursale europea di Stone, a Berlino, ha deciso quest’anno di produrre per la prima volta la Xocoveza che, con un po’ di ritardo, è arrivata in Italia pochissimi giorni prima delle festività natalizie. Nel bicchiere è di colore ebano scuro e forma un bel cappello di schiuma cremosa e compatta, dalla discreta persistenza. L’aroma non è esattamente un manifesto di pulizia e di eleganza ma ci convivono con discreto successo caffè e cioccolato al latte, orzo tostato e peperoncino, vaniglia e cannella. Un po’ confuso ma comunque soddisfacente è anche il gusto, sebbene i vari elementi della “torta messicana” non mi sembrino amalgamati tra loro alla perfezione: caramello e caffè, noce moscata, vaniglia e cioccolato al latte. Al contrario di altre birre simili assaggiate (qui e qui) nelle quali il peperoncino si avvertiva solamente alla fine, nella Xocoveza di Stone Berlino si sente da subito. Il mouthfeel è per me un po’ troppo leggero: è un’imperial stout molto scorrevole ma completamente priva di viscosità o morbidezza e con un po’ di bollicine in eccesso; chiude il suo percorso con il calore del peperoncino e dell’alcool ad accompagnare l’amaro del caffè e delle tostature. 
Nel complesso la bevuta risulta discreta, anche se priva del carattere e del “tiro” della versione USA che mi era capitato d’assaggiare qualche tempo fa: il rapporto qualità-prezzo inizia ad intravedersi, ma dal debutto delle prime lattine di Stone Berlino avvenuto a giugno 2016, il livello generale mi sembra purtroppo ancora ben lontano da quello della casa madre di Escondido.
Formato: 33 cl., alc. 8.1%, IBU 50, imbott. 09/12/2016, scad. 05/09/2017, prezzo indicativo 4.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 7 marzo 2017

BFM √225 Saison

Ritorna sul blog dopo “veto” durato quasi tre anni il birrificio svizzero   BFM - Brasserie des Franches Montagne fondato nel 1997 da Jérôme Rebetez a Saignelégier nella Svizzera occidentale, a pochi passi dal confine francese e dal lago di Neuchatel. 
Jérôme, allora ventitreenne, aveva appena vinto un concorso svizzero per homebrewers; pieno di entusiasmo ma privo di soldi, viene aiutato dalla dea bendata:   vince un premio al programma televisivo svizzero Le rêve de vos 20 ans e con i soldi intascati riesce a far partire il proprio birrificio. Rebetez, che non intende seguire pedissequamente la tradizione tedesca, ha da subito iniziato con le sperimentazioni utilizzando spezie, ingredienti inusuali ed affinamenti in botte.  Il suo background (enologia) lo ispira a realizzare quella che diventerà  - anche grazie all’hype del mercato statunitense - la birra di maggior successo: è l’Abbaye de Saint Bon-Chien, una potente (11%) sour ale invecchiata in differenti botti di vino che vengono poi blendate assieme. 
Purtroppo le buone intenzioni non sono state sempre supportate da adeguati standard qualitativi: tutte le birre da me assaggiate tra il 2012 e il 2013 sono finite nel lavandino in quanto infette. La Meule (descritta come una birra bionda amara con note di luppolo, zenzero e salvia), La Torpille (in teoria una Brown Ale con cannella, chiodi di garofano e purea di prugna, secondo l’etichetta) e l’imperial stout Cuvée Alex le Rouge (prodotta con pepe Serawak, tè russo  e vaniglia Bourbon). Da allora ho ovviamente inserito BFM sulla mia personale lista nera, nell’attesa d’assaggiare l’Abbaye de Saint Bon-Chien. 

La birra.
La possibile "redenzione" si presenta oggi nella forma della Saison √225, birra volutamente acida in quanto invecchiata con i batteri ed i lieviti naturalmente presenti nelle botti che sono state in prima battuta utilizzate per l’Abbaye de Saint Bon-Chien. Il birrificio la descrive come “una risposta a tutte quelle tradizionali Farmhouse belghe dall’enorme gradazione alcolica prodotte con curcuma, gamberi, sale marino, limone ed invecchiate in botti di Tequila che niente hanno a che fare con lo stile delle Saison. Duecento anni fa, prima dell’avvento della pastorizzazione, le Saison erano prodotte dai contadini, non dai birrai: essi non disponevano di fermentatori in acciaio e della soda caustica per pulirli. Le birre erano prodotte con gli ingredienti semplici disponibili ed dovevano essere bevute in fretta perchè diventavano acide; quando ciò avveniva, venivano mescolate a birra fresca. Ed è quello che facciamo anche noi, blindando la Saison invecchiata quattro mesi in botti di legno con birra giovane".
All'aspetto è di colore oro carico, velato, con riflessi arancio: schiuma biancastra, cremosa e compatta, molto persistente. L'aroma è una sorta di pot-pourri nel quale convivono senza un ordine ben preciso acido lattico, sudore e pelle di salame, limone e uva bianca; in sottofondo l'asprezza dei frutti rossi e la lieve presenza dell'aceto di mela. Ma la sorpresa sono delle suggestioni di fragole e panna (proprio le stesse delle migliori Saison di Fantōme) che ogni tanto sbucano dal nulla. Le numerose bollicine rendono la bevuta molto vivace, come una Saison dovrebbe sempre essere: in bocca domina la componente lattica, con un lievissimo acetico sempre in sottofondo. Limone, uva acerba e ribes portano l'asprezza necessaria a garantire un elevatissimo potere dissetante e rinfrescante, quasi sovrastando la componente funky e rustica dei lieviti selvaggi. Ma il meglio di sé questa √225 Saison lo dà riscaldandosi, quando emerge maggiormente la componente dolce, ananas in primis; chiude secca con l'amaro dello yogurt e della scorza degli agrumi. 
C'è una buona intensità in questa Saison di BFM e c'è una riuscita interazione tra componente fruttata e rustica; qualche sconfinamento acetico - peraltro del tutto tollerabile - rende un po' meno riuscita la festa ma è indubbiamente la miglior produzione BFM che mi sia capitato di bere sino ad ora.
Formato: 33 cl., alc. 6%, lotto 1, scad. 10/2017, prezzo indicativo 5.50/6.50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 6 marzo 2017

Deschutes Black Butte XXVI

Gary Fish non aveva grosse ambizioni quando nel 1998 aprì a Bend  le porte del brewpub Deschutes: era arrivato in Oregon da sei mesi e intendeva solamente gestire un piccolo pub godendosi la vita e la natura circostante. In quanto ristoratore senza nessun’esperienza nella produzione di birra, l’allora trentunenne Fish ingaggiò come consulente Frank Appleton, uno dei pionieri della craft beer revolution canadese; a lui il compito di progettare, mettere in funzione l’impianto e scrivere le ricette delle prime tre birre prodotte da Deschutes: Cascade Golden Ale, Bachelor Bitter e Black Butte Porter. I nomi scelti erano volutamente gli stessi di alcuni ranch della zona ai quali il birrificio sperava di poter vendere le birre per dissetare le persone che rientravano verso casa dopo aver sciato sulle montagne della zona. Per produrle venne assunto il giovane birraio John Harris, in seguito fondatore dalla Ecliptic Brewing di Portland: "realizzammo la ricetta della Black Butte fatta dal consulente ma per me era troppo leggera, era una Brown Ale, io ci volevo più carattere, più tostature. Il consulente mi disse “io qui ho finito il mio lavoro, fate quello che volete” e anche Fish , impegnato con il ristorante, mi lasciò carta bianca. Così iniziai ad usare meno malto Caramello e più Chocolate, continuando a modificare leggermente la ricetta per due anni, quando divenne poi definitiva”. 
In una regione dove a quel tempo dominava la Sierra Nevada Pale Ale, Deschutes decise d’investire sulla scura Black Butte facendola diventare, in accordo con il loro primo distributore Admiralty Beverage, la propria flagship beer.  Ancora oggi per Deschutes la Black Butte è “the beer that started it all”: grazie a lei il birrificio dell’Oregon si è fatto conoscere in tutti gli Stati Uniti.  Una porter dedicata all’omonimo stratovulcano che raggiunge i 1962 metri d’altezza, che fa parte della Catena Montuosa della Cascate (Cascade Range) e che si trova all’interno della Deschutes National Forest. 
E’ stata quindi una scelta naturale assegnare alla Black Butte il compito di festeggiare ogni anno l’anniversario del birrificio, che cade il 27 giugno:  in quella data i birrai di Gary Fish (attualmente Brian Faivre e Veronica Vega) presentano ogni anno una diversa versione “imperiale” della Black Butte. L’ultima nata, la XXVIII (11.6%),  celebra  il ventottesimo compleanno utilizzando malto torbato, cacao, vaniglia, scorza d’arancia e viene poi “blendata” (50%) con la stessa birra invecchiata in botti di bourbon e scotch; qualcuna di queste bottiglie è attualmente arrivata anche in qualche beershop on-line europeo.
Noi facciamo invece un passo indietro al 2014, festeggiando con un po’ di ritardo il ventiseiesimo compleanno di Deschutes.

La birra.
Black Butte XXVI Birthday Reserve: 10.8% ABV  per un’imperial porter la cui ricetta prevede malti Pale, Chocolate e Crystal, Midnight Wheat e frumento maltato; i luppoli sono Millennium, Cascade e Tettnang americano. Vengono inoltre aggiunte fave di cacao prodotte dalla Theo Chocolate, melassa di melograno e mirtilli rossi (cranberries) dell’Oregon. La birra viene poi invecchiata per sei mesi in botti di bourbon e viene imbottigliata blendandola (50/50) con birra fresca. Messa in vendita a partire dal 27 giugno 2014 in una bottiglia ceralaccata, porta una “best after date”: il birrificio vi consiglia di berla non prima del 14 giugno 2015. 
Il suo colore è ebano scuro e nel bicchiere forma un generoso e cremoso cappello di schiuma beige, dall’ottima persistenza. Il naso non è pulitissimo ma è piuttosto complesso e – almeno per quel che mi riguarda – spiazzante.  Ci sono uvetta e prugna, bourbon, lievi note di tostatura e di cioccolato, vaniglia. Ma c’è anche una specie d’altalena fruttata dolce-aspra che mi riesce difficile descrivere: probabile che si tratti della melassa di melagrano e dei mirtilli rossi. Il corpo (medio) e la consistenza sono sorprendentemente “leggeri” per una birra dal contenuto alcolico così importante: ne guadagna indubbiamente la scorrevolezza, ne risente la morbidezza. Il gusto non si discosta molto dall’aroma, riproponendone la complessità: ci si alterna tra il dolce della melassa, dell’uvetta e della vaniglia e le leggeri tostature. Il bourbon riscalda senza eccessi una bevuta nella quale entrano in gioco acidità (malti scuri) e asprezza (frutti rossi); il finale riporta in superficie accenni di cioccolato amaro e di tostato, il tutto avvolto da un caldo abbraccio etilico.
Imperial Porter piuttosto atipica, non di facile lettura e - lo ammetto - spiazzante ai primi sorsi: per il mio gusto le manca un po' di copro e di viscosità, il risultato è comunque godibile e soddisfacente, una volta messe da parte le aspettative iniziali di trovarsi nel bicchiere una classica porter ricca di tostature, caffè e cioccolato.
Formato: 65 cl., alc. 10.8%, IBU 60, imbott. 06/2014, best after 16/06/2015, 16.99 dollari (beershop, USA)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 5 marzo 2017

Loncium Carinthipa IPA

A Kötschach-Mauthen, comune austriaco di 2000 abitanti in Carinzia, viene aperto nel 2007 il birrificio Loncium; siamo ad una decina di chilometri dal confine italiano sul passo del Monte Croce Carnico, a cinquanta chilometri da Tolmezzo. A fondarlo è Alois Planner assieme al socio Klaus Feistritzer: un secolo fa i bisnonni di Planner gestivano un birrificio ma Alois è dovuto ripartire da zero, iniziando a farsi la birra in casa per poi trasformare l'hobby in una professione.
Il birrificio (200 mq) trova spazio nei locali dell'albergo Gasthaus Edelweiß da sei generazioni nella mani della famiglia Planner: oggi rinominato Bierhotel Loncium, dispone di una cinquantina di camere e di una moderna sala cottura da 5 hl che viene messa in funzione tre volte la settimana. Offre quindi un'interessante opportunità di assaggiare le birre in abbinamenti gastronimici e pernottare per smaltire eventuali eccessi in tutta tranquillità.
Il birrificio, che prende il suo nome da quello di un vicino insediamento romano, affianca alle classiche birre della tradizione tedesca anche stili anglosassoni, come Stout ed IPA.

La birra.
Carinthi(p)a, nome ben azzeccato che unisce la regione geografica in cui si trova il birrificio con lo stile prodotto. Stranamente Loncium la definisce una Session IPA, nonostante l'ABV (5.7%) sia ben oltre la soglia di sessionabilità e di poco inferiore a quello della IPA della casa (6.2%).  La ricetta prevede malti Pilsner (biologico), Crystal e Carahell;  Perle e Cascade i luppoli utilizzati in bollitura, con un dry-hopping a base di  Vic Secret, Galaxy e Cascade.
Nel bicchiere è limpida e di colore ambrato: cremosa e compatta, la sua schiuma biancastra ha un'ottima persistenza. L'aroma è piuttosto dolce e mette in evidenza frutta tropicale matura (mango e papaia), marmellata d'arancia, frutti di bosco rossi, caramello. Non ci sono difetti quel che c'è non è di certo  un elogia alla freschezza. Tanta dolcezza anche al palato: la generosa base maltata (caramello e biscotto) introduce la frutta tropicale matura che s'accompagna alla marmellata. Una nota di cereale rimane ben presente in sottofondo mentre la chiusura amara non ha nessuna velleità di protagonismo: si limita a bilanciare la bevuta con note vegetali e leggermente tostate. Morbida, scorre bene in bocca grazie ad una carbonazione piuttosto bassa che tuttavia non aiuta a darle vitalità ed a stemperarne un po' la dolcezza. Pulizia ed intensità ci sono, ma non è certamente l'interpretazione stilistica che preferisco, anzi: molto dolce, a tratti quasi stucchevole, pochissimo amaro. Senza indicazioni sulla freschezza della bottiglia mi limito a descrivere quanto trovo nel bicchiere: si beve, ma alla domanda fondamentale "la ricompreresti?" la risposta sarebbe indubbiamente un no.
Formato: 33 cl., alc. 5.7%, IBU 45, lotto 8 2716 L, scad. 27/07/2017, 1.99 Euro (supermercato, Austria).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 4 marzo 2017

Toccalmatto Bedda Matri (2013)

Toccalmatto è conosciuto soprattutto per il suo lavoro con i luppoli, ma la sua offerta di English Barley Wines è altrettanto interessante e già piuttosto diversificata. La versione base è chiamata è Dudes (12% ABV): secondo Microbirrifici.org sarebbe invecchiata nove mesi in botti di rovere, ma nel sito di Toccalmatto essa non compare tra le birre Barrel Aged.  Le sue varianti barricate includono passaggi in botti ex- grappa trentina (Ombra, 10%), ex-marsala siciliano (Bedda Matri, 12%),  rum Trinidad & Tobago (Sugar Kane, 12%) e whisky torbato  (Salty Dog, 12%). 
Vi è poi un ultimo barley wine realizzato in collaborazione con i birrifici Lambrate, Endorama, Montegioco, Orso Verde, Bi-Du e con i locali The Dome e Locanda Del Monaco: si chiama Chelabuna ed è dedicato alla memoria di Adriano “AdriMetal” Ventura, un appassionato di birra molto conosciuto nella comunità italiana che è purtroppo prematuramente scomparso nel 2016. Il ricavato della vendita delle bottiglie di Chelabuna viene devoluto a SIMBA, Associazione Italiana Sindrome e Malattia di Behçet.

La birra
Bedda Matri, la Bella Madre, la Madonna; questo il nome scelto da Bruno Carilli per il suo barley wine che riposa per ben due anni in botti di castagno che hanno in precedenza contenuto vino Marsala siciliano. Il birrificio la descrive come “una birra da meditazione, perfetto abbinamento di foie gras in torcione o terrina, servito con i classici accompagnamenti di frutta e verdura in composta; formaggi erborinati, o a pasta dura di lunga stagionatura, pasticceria secca”. Prodotta nel 2011, è stata imbottigliata e messa in vendita nel 2013. 
Nel bicchiere è torbida e di colore ambrato, con qualche intensa venatura rossastra: non si forma schiuma, solamente qualche grossolana bolla che scompare velocemente. Annusandola ad occhi chiusi sarebbe davvero difficile dire di avere tra le mani una birra, perché il naso si spinge senza indugi nel territorio dei vini liquorosi e passiti: prugna, fico e dattero disidratato, uva passa. In sottofondo profumi di legno e zucchero caramellato compongono un'aroma caldo ed avvolgente sostenuti da una nota etilica. La bevuta si muove sugli stessi passi, mantenendo una netta predominanza vinosa: altrettanto morbida e calda, ogni sorso è un confortante abbraccio ricco di frutta sotto spirito, uvetta, prugna, ciliegia, legno. L'alcool scalda senza andare mai oltre le righe e contribuisce, assieme ad una lieve acidità, a bilanciare il dolce di un barley wine davvero intenso, da gustare in tutta tranquillità sorso dopo sorso, con grande soddisfazione. 
Non so come fosse questa Bedda Matri appena nata, ma a quattro anni dalla messa in bottiglia c'è più vino (liquoroso) che birra nel bicchiere: il risultato è per certi versi estremo ma conquista ed appaga, con eleganza. 
Formato: 37.5 cl., alc. 12%. lotto 11805. scad. 09/2026, prezzo indicativo 13.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 2 marzo 2017

Mukkeller Hattori Hanzo

“Birrificio Familiare Mukkeller”, una denominazione sociale credo unica nell’affollato panorama brassicolo italiano: eppure non è per quel simpatico aggettivo “familiare” che si è iniziato a parlare di questo birrificio che ha debuttato nell’agosto 2010 a Porto Sant'Elpidio, nelle Marche. E’ stato ovviamente perché il nome scelto assomigliava un po’ troppo a quello di uno dei più famosi imprenditori brassicoli (beerfirm, ristoranti e bar, beershop) al mondo: Mikkeller. Marco Raffaeli, birraio fondatore di Mukkeller assieme al fratello Fabio, ha sempre dichiarato di non averlo saputo: il nome da lui scelto nasce semplicemente da un soprannome (Mukka) che si porta dietro da quando era bambino ed è stato affiancato dallo stile brassicolo da lui prediletto: le Kellerbier tedesche. 
Che si tratti di verità o di un’irriverente giustificazione postuma non lo sapremo mai: fatto sta che Mikkel Borg Bjergsø (Mikkeller) non ci mise molto a farsi vivo con un’email. Evidentemente le spiegazioni fornite da Raffaeli lo hanno soddisfatto e convinto a non intraprendere nessun’azione legale. 
Da appassionato bevitore, Marco Raffaeli non si faceva mai mancare una sosta ad un birrificio durante le sue numerose gite in motocicletta: il resto è il percorso che accomuna molti birrai, dalle prime birre da kit fatte in casa alle produzioni all-grain, dalle pentole a un mini impianto professionale. I genitori vanno in pensione e cessano l’attività di famiglia: per Marco è il momento di diventare imprenditore di se stesso e, dopo alcuni stage presso microbirrifici italiani parte l’avventura Mukkeller. Nel birrificio “familiare” fa quasi tutto da solo con l’aiuto del fratello e del padre, che assieme a lui imbottigliano le prime cotte: la tradizione tedesca è quella che guida i primi passi ma ben presto arrivano anche i luppoli americani, il Belgio e l’Inghilterra. 
Al di là della curiosità e della notorietà arrivate grazie al nome scelto è sempre quello che c’è nel bicchiere che conta. E Mukkeller ha svolto un bel percorso di crescita che gli ha portato numerosi riconoscimenti a Birra dell'Anno: nelle rispettive categorie d’appartenenza, nel 2015 ha ottenuto un secondo posto la Double IPA Hattori Hanzo, nel 2016 un primo posto la doppelbock Devastator ed terzo posto la Double IPA Hattori Hanzo. All’edizione 2017 che si è tenuta poche settimane fa è arrivato il secondo posto della brown porter Corva Nera.

La birra.
Hattori Hanzo (1541-1596), condottiero e samurai giapponese il cui nome è stato utilizzato in numerosi manga e da Quentin Tarantino nel suo Kill Bill vol.1; in questo caso si tratta di una Double IPA (8.3%).  Il suo colore è oro antico, leggermente velato: cremosa e compatta, la bianca schiuma che si forma nel bicchiere mostra un’ottima persistenza.  Impossibile dall’etichetta risalire alla data di nascita di questa bottiglia ma il naso è piuttosto fresco: gli agrumi, soprattutto pompelmo e cedro, guidano le danze su di un sottofondo tropicale di mango ed ananas. Un bouquet abbastanza semplice ma molto pulito ed elegante, dalla buona intensità. La carbonazione contenuta ed il corpo medio rendono la bevuta morbida e piuttosto gradevole, con una buona scorrevolezza. La base maltata (caramello, lieve biscotto) non è particolarmente invadente e la freschezza permette d’apprezzare la fragranza della frutta: ribaltando le proporzioni dell’aroma, al gusto c’è soprattutto frutta tropicale con il pompelmo in secondo piano. La chiusura, in un’ideale interpretazione di una West Coast IPA, è abbastanza secca e caratterizzata da un bell’amaro resinoso, l’alcool è tenuto abbastanza sotto controllo, anche se potrebbe essere ancora più nascosto. 
Davvero una bella sorpresa questa Hattori Hanzo di Mukkeller: molto bilanciata e molto pulita, semplice ma piuttosto elegante; un'interpretazione di una West Coast IPA convincente che si beve facilmente e con grande soddisfazione.
Formato: 50 cl., alc. 8.3%, lotto L16366, scad. 01/08/2017, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.