venerdì 26 maggio 2017

O/O Narangi

Stigbergets è uno dei nomi caldi sulle taplist dei locali e sugli scaffali dei beershop di tutta Europa: l’avevamo conosciuto in questa occasione. Il birrificio Svedese è tra quelli che meglio hanno interpretato l’hype per le New England / Juicy IPA guadagnandosi grande popolarità tra i beergeeks ed i beer-raters con Amazing Haze, Gbg Beer Week 2016 e l’ultima nata Muddle. 
La mano è quella del birraio Olle Andersson, recultato nel 2013 a guidare un impianto acquistato dai proprietari del teatro Hagabion di Göteborg e destinato inizialmente a servirne principalmente il ristorante.  Gli affari sono andati poi meglio del previsto e nel 2016 è stato necessario passare ad un nuovo impianto da 20 hl che ha consentito nel 2016 di produrre 400.000 litri; Nils Hultkrantz, uno dei proprietari, ha già annunciato che presto il birrificio si sposterà nel sobborgo di Ringön dove avrà a disposizione spazio per altri fermentatori e una nuova linea d’imbottigliamento per raggiungere l’obiettivo di  800.000 litri entro le fine del 2018. 
Ma la novità più interessante che arriva da Göteborg riguarda proprio il birraio Olle Andersson, titolare anche della beerfirm O/O Brewing assieme all’amico d’infanzia  Olof Andersson:  O/O produce dal 2011 sugli impianti di Stigbergets ma, come annunciato alla fine di aprile, diventerà un birrificio.  L’apertura è prevista per l’autunno ad Hisingen, vicino all’aeroporto, e in quel periodo Andersson si congederà da Stigbergets lasciando il posto ai birrai Lucas Monryd e Andreas Görts, attualmente titolari della beerfirm All In Brewing che si appoggia a vari produttori svedesi.  Nei progetti dei due soci Andersson (Olof risiede e lavora nel marketing nella vicina Copenhagen e farà il pendolare) c’è l’obiettivo di produrre circa 100-150.000 litri entro la fine del 2018 con l’impianto da 20 hl.

La birra.
Narangi, ovvero arancia in hindi:  la minimale etichetta è opera dello studio Lundgren+Lindqvist di Göteborg che da sempre cura l’identità visiva di O/O. L’opera si chiama “Orange Bindi” ma la ricetta non prevede l’utilizzo di nessuna arancia: l’effetto frutta proviene dalla generosa luppolatura di Mosaic supportato da Citra e Columbus. 
Non è dichiaratamente una New England/Juicy IPA ma il suo colore arancio pallido è ugualmente opalescente; la schiuma bianca, generosa, cremosa e compatta, mostra un’ottima persistenza. L’aroma predilige pulizia ed eleganza a livelli d’intensità esplosivi che a volte sconfinano nella cafoneria. Coerentemente con il nome scelto, il palcoscenico è tutto per gli agrumi senza concessioni tropicali: arancia, mandarino, cedro e pompelmo con un tocco “dank” in sottofondo. La frutta è prevalentemente “fresca” ma c’è anche una dolce allusione ai canditi. Un velo di tropicale (ananas) si ritrova invece in bocca ad accompagnare l’altrettanto leggera base maltata (pane, crackers): brevi divagazioni di una bevuta che procede poi ad alta velocità in territorio agrumato sfociando in un finale amaro, per nulla invasivo e quasi delicato, dove s’intrecciano note erbacce, resinose e zesty.  Secca, pulitissima, elegante e molto ben bilanciata: Narangi è una IPA che nasconde bene il suo contenuto alcolico scomparendo dal bicchiere molto in fretta. Lontana da qualsiasi estremismo, regala una bevuta semplice e piacevolmente fruttata, moderatamene piaciona, dalla grande intensità. Livello molto alto.
Formato; 33 cl., alc. 6.8%, lotto non indicato, scadenza 19/08/2017, prezzo indicativo 6.50/7.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 25 maggio 2017

Cloudwater DIPA V13

Cloudwater è indubbiamente uno dei nomi più chiacchierati tra i beergeeks del Regno Unito e non solo.  A fondare questo birrificio che si trova ad Ancoats, quartiere periferico di Manchester non lontano dal centro e raggiungibile con una camminata di un quarto d’ora dalla stazione dei treni di Piccadilly, sono Paul Jones e James Campbell. 
Jones non ha nessuna esperienza con la birra, a parte qualche trascorso nel campo della ristorazione, si è sempre occupato di musica e stava per aprire uno studio di registrazione prima di incontrare James Campbell. James è stato per molti anni il birraio della Marble di Manchester, lasciata nel 2013 con  il desiderio di mettersi in proprio: coinvolto inizialmente da Jones come consulente esterno, un ruolo che già svolgeva per altri birrifici, viene poi convinto a  diventare socio. I due si siedono ad un tavolo per elaborare un dettagliato business plan la cui realizzazione impiegherà quasi un anno, dalla scelta della location a quella dell’impianto da 24 ettolitri fornito dalla Premier Stainless di San Diego.  Seguendo il consiglio di altri birrai inglesi, che si sono trovati dopo pochi mesi con un impianto incapace di soddisfare tutta la richiesta dei clienti, Jones e Campbell decidono di partire da subito “abbastanza in grande” sistemandosi in locali la cui capienza potrebbe un giorno consentire di raddoppiare le dimensioni dell’impianto, di ospitare una bella taproom e una cantina con quasi cinquecento botti. 
A loro si aggiungono altri amici: Al Wall, ex-homebrewer e una lunga esperienza nella gestione di cantine e di bar (Port Street Beer House, Brew Dog Manchester, The Salutation, Deaf Institute e  Sand Bar), Will France anche lui ex-manager dei locali The Beagle e Port Street Beer House e una esperienza di un anno come birraio al birrificio Summer Wine. In un secondo momento viene assunta anche Emma Cole, ex-responsabile commerciale di BrewDog per il Regno Unito settentrionale. 
Cloudwater, ovvero “To drift like clouds and flow like water”: “volevo qualcosa che non fosse legato a Manchester, nessuno di noi è nato qui. Il nome proviene da un antico poema che parla della vita e della filosofia degli unsui, i giovani monaci buddisti che viaggiano di monastero in monastero alla ricerca del maestro giusto col quale studiare. Vagano come le nuvole, cercano la loro strada come fa l’acqua. E‘ una filosofia di vita che rappresenta anche il nostro approccio alla birra - dice Jones – non abbiamo un range di birre fisse, facciamo soltanto birre stagionali e in questo senso anche noi viaggiamo e vaghiamo per imparare. Nel 2016 abbiamo fatto le birre del 2016 ma finito l’anno si ricomincia da capo: le rifaremo in modo diverso per migliorarle o non le rifaremo più; vogliamo guardare avanti, non indietro. La stagionalità ci entusiasma e ci permette di meglio gestire la diversa qualità delle materie prime  a disposizione, anche se spesso ci complica la vita. Ogni volta una nuova ricetta, una nuova etichetta realizzata da un nuovo artista”. 
Cloudwater vende la sua prima birra a marzo 2015 e a inizio 2016 il popolo di Ratebeer già lo incorona come miglior “nuovo” birrificio inglese, nonostante Jones ammette che “alle nostre prime birre davamo un voto medio di 5/10; alcune erano migliori, altre peggiori”. Ma è solo un piccolo anticipo di quello che i beer-raters proclamano lo scorso gennaio, in relazione al 2016: Cloudwater è tra i dieci miglior birrifici al mondo. Nello stesso mese il birrificio annuncia la sostituzione delle bottiglie con le lattine grazie alla messa in funzione della nuova ABE Lincan 60. 
Tra le birre che hanno contribuito al successo ci sono ovviamente le IPA: "le nostre birre luppolate all’inizio erano molto amare, il gusto era molto diverso dall’aroma; a partire dall’ottobre 2015 abbiamo cominciato a ridurre l’amaro e iniziato a lavorare con diversi ceppi di lievito anziché usare i lieviti neutri che non impartiscono nessun sapore alla birra. E’ quello che abbiamo apprezzato nelle birre dei birrifici del Vermont come Hill Farmstead, The Alchemist, Lawson's.  Le IPA della West Coast cercano di annullare il lievito e bilanciano i luppoli con i malti: noi volevamo invece una struttura maltata semplicissima, non ci piacciono i malti caramellati. Abbiamo cercato progressivamente di rendere le nostre birre sempre più fruttate e meno amare, ed è un cambiamento ancora in corso". 
La serie della DIPA (Double IPA) che ha permesso a Cloudwater di scalare le classifiche del beer-rating inizia a gennaio 2016 con l’arrivo della DIPA V1.0: nella filosofia del birrificio, che non intende avere birre in produzione fissa, la “versione 1.0” è solamente il primo capitolo di una “saga” che e si conclude lo scorso marzo 2017 con la DIPA V13. Tredici birre diverse, con cadenza quasi mensile, che sperimentano l’utilizzo di diversi ceppi di lievito e di luppoli e le loro differenti combinazioni: la V13 conclude questa serie ma non quella delle DIPA; Cloudwater ne ha infatti da poco annunciato la “riorganizzazione” in tre grandi famiglie che si alterneranno nel corso dei mesi. Le  NW DIPA saranno prodotte con il lievito WLP4000 fornito dai vicini di casa della JW Lees; le IIPA utilizzeranno invece il WLP001, più neutro e “pulito”, mentre le NE DIPA saranno ovviamente la variante più “juicy/fruttata” grazie anche agli esteri prodotti dai lieviti WLP4000 e 095.

La birra.
L'ultima DIPA di Cloudwater porta il numero V13 ed è una rielaborazione di quella Birthday IPA che il birrificio realizzò lo scorso febbraio per i festeggiamenti del proprio secondo compleanno. La ricetta prevede malto Golden Promise e avena (14%), destrosio monodirato, estratto di luppolo Pilgrim per l’amaro ed un massiccio dry-hopping  (25 grammi/litro) di Citra (BBC) e Mosaic; i llievito è un mix (50/50) di due ceppi, ovvero WSP4000 e 4786 di JW Lees. Chi segue il beer-rating/Ratebeer sappia che questa DIPA V13 si trova attualmente al 7 posto tra le migliori Double IPA al mondo grazie al significativo giudizio di ben 116 utenti… ma è già incalzata dalla sua nuova versione chiamata NW DIPA Citra, uscita a inizio maggio e spinta da 80 votanti sino alla posizione numero 9. 
Il suo colore rispetto il protocollo New England/Cloudy/Juicy: nel bicchiere è un torbido succo di frutta arancione ma la schiuma biancastra, anche se un po’ scomposta, mostra una persistenza piuttosto buona per questo tipo di birre. Questa lattina è nata lo scorso 28 marzo e il birrificio la fa scadere a fine maggio: appena due mesi di vita per un tipo di birre che – per stessa ammissione di chi la produce – hanno un rapido decadimento anche se tenute sempre in frigorifero e andrebbero consumate entro le prime quattro settimane. A voler essere rompiscatole in effetti l’aroma non è già più un trionfo di freschezza ma regala comunque un bouquet gradevolissimo, succoso ed intenso anche se non particolarmente complesso: mango e ananas in primo piano, arancia e bubblegum nelle retrovie con un buon livello di eleganza per lo stile. La sensazione palatale è gradevolissima: è una DIPA da 9 gradi poco carbonata che scorre morbida e veloce, nascondendo il suo tenore alcolico in modo mostruoso. Il gusto non prevede malti (c’è giusto un velo di pane in sottofondo) e si rivela di fatto un succo di frutta basato sull’accoppiata mango-ananas e lasciando al bevitore la fantasia d’indovinare altre divagazioni del tema tropicale. L’amaro è a livelli davvero molto bassi, compare solo un tocco erbaceo/resinoso a fine corsa che, probabilmente grazie alla sua modesta intensità, non provoca quel “raschiamento” che ho riscontrato in altre New England IPA europee.  Secchissima, si beve quasi come una session beer e garantendone lo stesso effetto dissetante e rinfrescante. 
Ha perso già un po’ di smalto ma la DIPA V13 di Cloudwater è probabilmente la miglior esponente di questo sottostile che mi sia capitato di bere sino ad ora: non priva di una certa eleganza, è una birra/ succo tropicale che si beve quasi con la facilità di un succo tropicale. 
Formato: 44 cl., alc. 9%, imbott. 28/03/2017, scad. 05/2017, prezzo indicative 10.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 23 maggio 2017

Foglie d'Erba Hot Night at the Village (Breakfast Edition)

Le “notti calde” sono quelle del Villaggio della Birra 2013, classico appuntamento di inizio settembre al quale ogni appassionato di birra non dovrebbe mancare; la cornice a quel tempo era ancora lo spazio interno ed esterno del TNT Pub di Bibbiano (Buonconvento, Siena) mentre le ultime edizioni del festival si sono tenute in un ben più suggestivo antico fienile con casale annesso. Nel 2013 andava in onda l’edizione numero otto iniziata come di consueto con il Pre-Villagio del venerdì e conclusasi domenica 8 settembre; un’edizione da ricordare in quanto per la prima volta il villaggio aprì le sue porte anche a birrifici di altre nazioni, anziché restare ancorato allo storico binomio Italia-Belgio. 
La nostra nazione fu rappresentata da Birrificio del Ducato, Birrificio Olmaia, Loverbeer, Extraomnes, Foglie d’Erba, Barley e Toccalmatto; dal Belgio arrivarono Boelens, Den Hopperd, Het Sas, Cazeau, De Ranke, Janus, Dochter Van de Korenaar, Rulles, De la Senne, Glazen Toren, Hof Ten Dormaal, Kerkom, Hofbrouwerijke, De Leite,  e Den Triest;  gli ospiti dal “nord Europa” furono Emelisse (Olanda), Nøgne Ø e Haandbryggeriet (Norvegia), Magic Rock (Inghilterra). 
Il birrificio Foglie d’Erba realizzò per l’occasione una birra celebrativa chiamandola Hot Night at the Village, una brown porter  (5%) destinata a “scaldare” ulteriormente le già roventi notti del Villaggio della Birra. Da quella birra, che ottenne anche la medaglia d’oro al Brussels Beer Challenge dello stesso anno, ne derivò nel 2015 una versione più ricca ed alcolica (7.5%) chiamata Breakfast Edition. Cacao puro e bacche di vaniglia del Madagascar vennero aggiunte alla stessa ricetta composta da malti Pale, Brown, Chocolate e Crystal, luppoli Tettnanger, Mandarina Bavaria, Styrian Golding e Centennial. Nell'edizione 2015 di Birra dell'Anno ottenne la medaglia d'argento nella categoria 13 "scure, alta e bassa fermentazione, alto grado alcolico di ispirazione angloamericana. Birre liberamente ispirate ai seguenti stili: Robust/Baltic Porter, Imperial Porter, Russian Imperial Stout".

La birra.
Quasi nera, forma nel bicchiere una cremosa e compatta testa di schiuma leggermente “abbronzata” e dall’ottima persistenza. Al naso la fanno da padrone caffè e torrefatto, ma l’ottimo livello di pulizia consente d’apprezzare anche i profumi di vaniglia e cioccolato al latte; il bouquet è semplice ma piuttosto elegante. Poche bollicine, corpo medio, ottima scorrevolezza se si considera il contenuto alcolico: c'è anche una morbida carezza che coccola un po' il palato. La bevuta è davvero molto bilanciata con il dolce di biscotto, caramello e vaniglia a contrastare il caffè e le tostature, la liquirizia. Il gusto non è altrettanto pulito come l'aroma ma il livello è ugualmente alto, l'alcool è molto ben nascosto: si congeda nel miglior modo possibile, con una bella scia di cioccolato, caffè e tostature. La "colazione dopo la notte di eccessi al villaggio" è una (robust) porter molto ben fatta, precisa, intensa e facile al tempo stesso: qui c'è una solida birra impreziosita dai due ingredienti aggiunti, senza nessuna deriva artificiosa tipica di molte "birre dessert". 
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, lotto 06-17, imbottigliata 11/02/2017, scad. 11/02/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 22 maggio 2017

Lervig SuperSonic

E’ arrivata un paio di mesi dopo la sorella minore Tasty Juice e in poco più di un mese è già annoverata tra le 50 migliori Double IPA al mondo grazie al giudizio di ben (!) cinquanta bevitori:  questo quanto elaborato dagli assurdi algoritmi di  Ratebeer, popolare sito di beer-rating. Meglio lasciare allora perdere le statistiche per passare alla sostanza: sto parlando della Supersonic, Double IPA (8.5%) prodotta da Lervig che continua il filone delle New England / Juicy IPA sul quale si muoveva la Tasty Juice alzando l’asticella dell’alcool da 6 ad 8.5%. 
Ecco come il birrificio di Stavanger guidato dal birraio Mike Murphy descriveva la nascita della sua prima New England IPA: “siamo tornati da un viaggio a Boston con l’ispirazione giusta per salire sul treno delle Juicy. La cosa divertente è la prima volta che ne abbiamo visto una abbiamo domandato se ci fossero stati dei problemi con il fusto…  ma poi: puro succo!  Il problema di queste birre è che devono essere bevute immediatamente, la freschezza è la loro essenza;  vi sentirete come se foste in un birrificio ad assaggiare una IPA direttamente dal fermentatore. Non compratela se non pensate di berla in fretta. L’abbiamo messa in lattina per meglio preservarne il carattere luppolato".  
Il birrificio la definisce una “more than double-hopped double IPA”: tanto, tantissimo Citra (ma forse non solo) per ottenere un impressionante intensità di frutta tropicale. C’è tutto quello che serve per navigare sull’hype: lo stile più in voga del momento (New England IPA), il formato più in voga del momento (lattine) con un’etichetta a sostituire la serigrafia, proprio come fanno la maggior parte dei birrifici del New England più amati dai beer-geeks.

La birra.
Nel bicchiere c’è un torbido succo di frutta arancione sul quale si forma una discreta testa di schiuma biancastra; compattezza e persistenza sono abbastanza dignitose per questo "sotto stile” di IPA che non fa dell’apparenza il suo punto di forza.  L’aroma è una bomba tropicale, un succo di frutta zuccherato nel quale domina l’ananas con il mango alle calcagna; potete poi divertirvi a scorgere la papaia, il frutto della passione e altri frutti esotici  anche se l’eleganza non è la caratteristica principale di un naso molto intenso, potente, ruffiano e abbastanza pulito. Il gusto è un po' meno sfacciato e, sopratutto, meno pulito: la bevuta ricalca l'aroma insistendo su ananas e mango, regalando di fatto quel succo di frutta che ci si aspetta quando si stappa una New England IPA. Impressionante è piuttosto il modo in cui l'alcool è nascosto: i gradi (8.5%) sono davvero inavvertibili e la birra scorrerebbe pericolosamente se non avesse quel raschiare, quel pizzicare in gola dell'amaro vegetale che arriva dopo ogni sorso e che, di fatto, rallenta drasticamente il ritmo di sorsata.  La situazione non è drammatica, la birra è ugualmente molto godibile ma negare questo piccolo intoppo sarebbe mentire: l'amaro è perlomeno breve e il retrogusto è di nuovo un tuffo nel succo tropicale.
Lattina con un mese scarso di vita alle spalle e birra molto fresca ma "supersonica" solo nell'aroma: quel pizzicore in gola è almeno per me un fattore di disturbo che fa restare la birra più del dovuto nel bicchiere e che, dopo la meraviglia dei primi sorsi, fa quasi venir voglia di bere qualcos'altro.
Formato: 50 cl., alc. 8.5%, imbott. 18/04/2017, scad. 18/10/2017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 21 maggio 2017

HOMEBREWED! Andrea Di Taranto: Mr. Peterson (Belgian IPA) e Real IPA

Rieccoci ad HOMEBREWED! l'angolo dedicato alle birre fatte  tra le mure domestiche. Oggi tocca ad Andrea Di Taranto, homebrewer nato a Forlì ma oggi residente a Bologna; nella sua città natale è nel 2011 il  locale Barbeer a fargli scoprire la birra, bevanda che lo aveva lasciato piuttosto indifferente sino ad allora. E' la Sierra Nevada Pale Ale, birra che ha "convertito" migliaia di bevitori americani portandoli al craft, a colpire Andrea anche se non in maniera positiva. Troppo amara, una sensazione spiacevole che si  trasforma in una sfida: trovare una birra, in quel rinomato locale che ne aveva così tante, di suo gusto. E' la Blanche De Namur della Brasserie du Bocq la birra-chiave che apre le porte di un mondo fatto di sapori e di stili diversi che Andrea prima approfondisce su alcuni libri e poi, spronato dalla sorella, sui fornelli di casa. 
E' il 2013, e dopo le consuete letture di forum e siti dedicati all'homebrewing si parte con un kit di una Hefeweizen al quale - estro del birraio neofita - Andrea aggiunge un dry-hopping di Cascade: il risultato soddisfa i due giovani homebrewer che decidono di passare subito all'E+G e nel dicembre 2014 all'All Grain. I complimenti ricevuti da altri colleghi-birrai casalinghi li spronano a procedere al ritmo di una cotta al mese da venti litri: negli ultimi mesi fratello e sorella sono stati un po' lontani a causa dei rispettivi impegni e Andrea si è sobbarcato l'onere e l'onore di portare avanti la produzione di birra. Il Belgio è la nazione che lui "ama" bere con la preferenza, da me assolutamente condivisa, per le Saison: birre facili da bere ma dotate di carattere e, negli esempi meglio riusciti, di una complessità non indifferente. Sull'argomento Saison torneremo tuttavia con Andrea in un futuro prossimo.

Le birre.
Partiamo dalla Belgian IPA chiamata Mr. Peterson e ispirata al Belgio moderno, ovvero quello che non ha paura di spingere il pedale sull'acceleratore del luppolo. La ricetta prevede soprattutto malto pils, una piccola percentuale di Vienna e fiocchi di frumento; la luppolatura chiama in causa Challenger e Marynka per l'aroma ed il Saaz per l'amato. Lievito Wyeast 3522.
Al solito la fotografia rende la birre più scura di quanto non sia realmente: il suo colore è ramato, piuttosto opalescente e poco luminoso, sormontato da una generosa e compatta testa di schiuma dall'ottima persistenza. L'aroma, se si eccettua una lieve punta fenolica (plastica) presenta un bouquet abbastanza pulito e dalla buona intensità: arancia sanguinella, qualche accenno di frutta tropicale, una lieve nota pepata. Il gusto lo segue senza grosse deviazioni ma con minor pulizia: i malti (miele, un accenno biscottato) supportano adeguatamente il dolce dell'arancia e la generosa luppolatura alla quale spetta il compito di chiudere la bevuta con un amaro piuttosto intenso nel quale trovano posto note zesty, erbacee e terrose. L'alcool (7%)è ben nascosto, facendosi sentire con un lieve tepore solo nel finale: è una IPA vivamente carbonata e ben attenuata il cui DNA è indiscutibilmente belga. L'idea è ben realizzata e la birra c'è: ritengo che ci sia da lavorare per migliorare ancora pulizia, eleganza e sopratutto il mouthfeel, ovvero la sensazione palatale. La trovo un po' pesante a livello tattile e, sopratutto, sento la birra un po' slegata: come se acqua e sapori viaggiassero su due binari paralleli. Da migliorare anche il colore: se fossimo ad un concorso la giudicherei un po' brutta e spenta, poco invitante.
Come faccio sempre per le birre prodotte in casa, ecco la valutazione su scala BJCP:  35/50 (Aroma 8/12, Aspetto 2/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 3/5, impressione generale 7/10).

Dal Belgio attraversiamo il Mare del Nord per spostarci in Inghilterra ad assaggiare finalmente una Real IPA inglese, ovvero non contaminata dall'uso di luppoli americani. Una tipologia di birre che arrivano col contagocce in Italia e che, anche in Inghilterra, dovrete andare a cercare con il lanternino, soprattutto se frequentate i locali di recente apertura. La ricetta prevede malti Maris Otter, Munich e Carared, luppoli EK Golding e Challenger usati sia in amaro che in aroma, lievito White Labs 013.
Anche lei è piuttosto opalescente nel bicchiere e non esattamente attraente: ramata con riflessi dorati ed arancio, forma un piccolo ma cremoso e compatto cappello di schiuma color ocra. Il naso è pulito e caratterizzato da una buona fragranza dei malti (biscotto, caramello, frutta secca) accompagnati da profumi di marmellata d'arancia. I parametri dello stile sono rispettati anche al palato: corpo medio, poche bollicine, gusto che mostra piena coerenza con l'aroma: si parte con il dolce del caramello e del biscotto affiancati da quel "nutty" tipicamente inglese. L'amaro parte un po' in sordina ma diviene pian piano protagonista di una IPA (7%) intensa ma facile da bere che chiude con un amaro erbaceo e terroso di buona intensità che andrebbe forse "ingentilito" un po'. L'interpretazione dello stile mi sembra tuttavia convincente con un buon livello di pulizia ed eleganza: da migliorare anche qui la sensazione "tattile" della birra, che trovo un pochino pesante e da limitare (o meglio ancora eliminare) la presenza del sapore di cereale che ritorna anche nel retrolfatto. E' stato comunque davvero un piacere tornare a bere una IPA inglese dopo molto, troppo tempo, ma purtroppo sono birre che la moda non richiede e che quindi non catturano l'interesse degli importatori: l'unico rimedio è allora farsele in casa. Questa la valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 8/12, Aspetto 2/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10).
Due birre di buon livello che si mantengono molto fedeli allo stile dichiarato: due interpretazioni azzeccate e abbastanza convincenti che hanno solamente bisogno d'affinamento per ottenere maggior pulizia, eleganze e precisione. Ringrazio Andrea per avermi spedito e fatto assaggiare la sue birre e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed!

Nel dettaglio: 
Mr. Peterson, 33 cl., alc. 7%. IBU 50, imbott. 18/03/2017.
Real IPA, 33 cl., alc. 7%. IBU 58, imbott. 23/02/2017

venerdì 19 maggio 2017

Vicaris Generaal

Dendermonde, città nel mezzo del triangolo virtuale che collega Gent, Anversa e Bruxelles, è la casa del birrificio Dilewyns le cui fondamenta risalgono al diciassettesimo secolo quando un vecchio mulino a Grembergen fu riconvertito da Anne-Coleta Wauman; la produzione continuò sino al 1943, quando i tedeschi sequestrarono le caldaie in rame decretando la fine dell’azienda.  
Nel 1999 Vincent Dilewyns, discendente di Anne, completa la sua formazione di mastro birraio e inizia con le prime produzioni casalinghe ottenendo riscontri molto positivi da chi le assaggia. L’idea iniziale di produrre birra solo per  se stesso e per gli amici si trasforma in qualcosa di più grande,  anche grazie all'incitamento della figlia Anne-Catherine.  Nel 2005 Vincent s’appoggia all’onnipresente De Proef per realizzare le sue prime ricette su grande scala e commercializzarle: l’anno successivo è già tempo di premi per la Vicar Tripel allo Zythos, con replica l’anno successivo (Tripel e Vicardin). I risultati ottenuti e la limitata disponibilità degli impianti di De Proef convincono Vincent a lasciare la sua occupazione di dentista per dedicarsi a tempo pieno a quella di birraio: nel 2010 partono i lavori di costruzione del birrificio a Dendermonde che viene inaugurato a Maggio del 2011. Oltre a Vincent, supervisore delle ricette, a coordinare la produzione c’è la figlia Anne-Catherine che nel frattempo è diventata anche birraia. La parte commerciale viene invece gestita dall’altra figlia Claire. Gli impianti del birrificio (potenziale da 15.000 Hl) sono stati realizzati dall’italiana Velo. Quinto e Winter sono le due birre che già ospitate sul blog nel passato: oggi tocca alla Generaal, che possiamo considerare la sorella minore di quest’ultima.

La birra.
Generaal è una dubbel che strizza l’occhio alle cosiddetta categoria delle  “birre d’abbazia”, ovvero tutto e nulla. Il nome Vicaris Generaal è comunque pertinente: il Vicario Generale è infatti un’importante carica prevista dal Codice di diritto canonico. Rappresenta il vescovo, cura i rapporti con le parrocchie e i vicariati, l'amministrazione dei beni ecclesiastici e gli aspetti giuridici dei sacramenti e della loro celebrazione. 
Viene prodotta con tre tipi non specificati di malto e nessuna spezia.  Il suo colore è il classico tonaca di frate sormontato da una schiuma finissima, cremosa e compatta dalla buona persistenza nel bicchiere. L’aroma è pulito ed invitante, una dolcezza ricca di caramello e fudge, zucchero candito, marzapane, uvetta e prugna, fruit cake, delicate tostature di pane. Al palato il “generale” è forse un po’ meno ricco dell’aroma, pur rispettandone gli stessi livelli di pulizia ed eleganza: biscotto e caramello, fruit cake ed uvetta, quella delicata e indefinibile speziatura donata dal lievito e accenni di vino liquoroso che probabilmente qualche anno in cantina ha portato alla luce. Abbastanza carbonata, ottima scorrevolezza, nasconde l'alcool come solo i belgi sanno fare: chiude con una lieve nota amaricante (frutta secca, tostato), una secchezza davvero invidiabile e un bel retrogusto tiepido di frutta sotto spirito dal quale affiora una piacevolissima nota di cioccolato. Bevuta molto bilanciata, pulita ed elegante; intensità e facilità di bevuta vanno a braccetto in una Dubbel in ottima forma e molto ben eseguita.
Formato 33 cl., alc. 8.5%, scad. 22/10/2017, pagata 1,65 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 17 maggio 2017

DALLA CANTINA: Deschutes Conflux No. 1 - Collage

Conflux, “confluenza” è il nome che i birrifici dell’Oregon Deschutes e Hair of the Dog scelgono per la loro prima collaborazione: non si tratta tuttavia della solita birra a quattro mani ma di un progetto più ambizioso ed interessante che viene annunciato ad aprile del 2010. 
A Bend, dove si trova  Deschutes, arriva il birraio di Hair of The Dog Alan Sprints per produrre sull’impianto che lo ospita un lotto di Fred (American Strong Ale, 10%)  e uno di Adam (Old Ale, 10%), ovvero due tra le birre più rappresentative del birrificio di Portland. Il birraio di Deschutes Larry Sidor “risponde” con due birre altrettanto “famose” nella storia del proprio birrificio: si tratta di The Dissident (una massiccia Oud Bruin 10.9% con aggiunta di ciliegie)  e The Stoic (una quadrupel 16.5% con aggiunta di melograno). 
Le quattro birre vengono poi messe ad affinare in legno; Deschutes opta per le botti che vengono utilizzate solitamente per produrre The Dissident (ex Pinot Nero di Domaine Drouhin) e The Stoic (Heaven Hill Rye Whiskey) mentre Hair of the Dog sceglie Heaven Hill Bourbon Midwest per Fred ed una nuova botte di rovere dell’Oregon per Adam. L’idea è di realizzare una birra attraverso un blend di queste quattro botti, e per fare ciò i birrai s’incontrano regolarmente nei mesi successivi ad assaggiare il contenuto: l’invecchiamento in botte dura quasi due anni ed il blend viene commercializzato, dopo un ulteriore affinamento in bottiglia, solamente a maggio 2012. Il protrarsi del processo produttivo ha fatto sì che la birra chiamata Conflux No. 1 venisse in realtà messa in vendita dopo la Conflux Nr.2, una White IPA che Deschutes realizza assieme a Boulevard Brewing nel luglio del 2011. 
Il 15 maggio 2012, presso i brewpub di Deschutes a Bend ed a Portland debutta ufficialmente la Conflux nr.1:  i circa 235 ettolitri prodotti vengono distribuiti in fusto ed in bottiglia, queste ultime vendute a circa 12 dollari per 35,5 centilitri, con un limite di tre a cliente.  Ai brewpub viene anche data l’occasione di assaggiare un piccolo “beer flight” che, per 20 dollari, comprende un bicchierino di ognuna delle quattro birre invecchiate in botte più il blend finale. 
Deschutes e Hair of The Dog hanno poi replicato l’esperimento nel 2014, con un nuovo blend che ha visto coinvolte The Abyss e The Stoic (Deschutes), Fred e Doggie Claws (Hair of the Dog) e che è stato messo in vendita ad ottobre 2016.

La birra.
L’ho acquistata nell’agosto del 2012 ma la decisione su quando stapparla è stata ponderata quasi quanto come il suo processo produttivo: è sicuramente un effetto collaterale di quel beergeekismo che a volte diventa quasi una malattia. In etichetta Deschutes, come fa per molte sue birre, consigliava di berla dopo un certo periodo per permetterle un ulteriore affinamento: nello specifico veniva indicato marzo 2013, ovvero dopo quasi un anno dalla messa in vendita. Tuttavia le recensioni che leggevo da altri appassionati non erano del tutto convincenti e sembravano suggerire che il blend delle quattro birre necessitasse ancora di tempo; da allora sono passati cinque anni, l’attesa è stata lunga ma la ricompensa enorme. 
Il bicchiere si colora di uno splendido ambrato con intensi riflessi rubino:  la piccola schiuma biancastra che si forma è abbastanza grossolana e rapida nel dissolversi.  L’aroma è straordinariamente complesso, nascondendo e rivelando profumi diversi al variare della temperatura: legno e vino rosso danno il via ad un ballo che si muove tra frutta aspra (amarene, ribes, uva, qualche spunto di aceto di mela) e dolce (ciliegia sciroppata, uvetta e prugna disidratata). Man mano che la birra si scalda emergono bourbon e sherry, tabacco. Poche bollicine, corpo tra il medio ed il pieno ma soprattutto una consistenza palatale davvero morbida ed avvolgente: il gusto non tradisce le elevatissime aspettative create dall’aroma regalando una bevuta ricca di emozioni: toffee, uvetta, prugna e sherry delineano un percorso dolce che viene bilanciato da asprezza (frutti rossi) ed acidità.  Ma il meglio deve forse ancora venire e lo si trova in quel sontuoso retrolfatto, lunghissimo, dove sherry e bourbon disegnano un caldo dolce abbraccio etilico accompagnato da una velata asprezza a renderlo più lieve. 
Un blend che a cinque anni dalla nascita non mostra segni di cedimento ma l’intenzione di poter andare ancora avanti nel tempo. Le quattro birre utilizzata danno tutte il loro contributo con equilibrio, entrando ed uscendo di scena a più riprese: dalle caratteristiche aspre della Oud Bruin invecchiata in botti di pinot nero al bourbon che ha ospitato la quadrupel The Stoic (uvetta, prugna) e l’american strong ale Fred. Il risultato è una birra emozionante ed una delle più complesse che mi sia mai capitato di bere: un capolavoro, o quasi.

Formato: 35.5 cl., alc. 11.6%, imbott. 05/2012, best after 30/04/2013, pagata 10.99 dollari.

lunedì 15 maggio 2017

Hammer Mini

E’ l’ultima nata in casa Hammer – Italian Craft Beer, il birrificio di Villa d’Adda (BG) operativo da maggio 2015 e guidato dalle mani del birraio Marco Valeriani: Mini, una Session IPA che arriva giusto in tempo per affrontare i mesi più caldi dell’anno. 
Non è una novità assoluta, visto che di Session IPA Hammer ne aveva già prodotte due, se non erro; qualche fusto era circolato nella primavera dello scorso anno come “Workpiece”, serie che racchiude birre occasionali e sperimentali che prodotte per ricevere un feedback dai bevitori al fine di valutare se farle poi entrare in produzione stabile con nome ed etichetta dedicate. Workpiece in inglese è il pezzo grezzo da lavorare sul quale si abbatte il martello (Hammer) del fabbro o gli attrezzi del centro di lavoro che danno poi origine al pezzo finito. Quella Session IPA (4.2%) era luppolata con Mosaic, Amarillo e Citra e fu seguita poco tempo dopo dalla Microwave, una nuova session IPA (4.5%) disponibile anche in bottiglia che utilizzava Simcoe ed Amarillo; per la stagione estiva 2017 la Microwave non è tornata ed ha lasciato il posto alla  nuova Mini, con un ABV leggermente inferiore (4.2%) ed un mix di luppoli che ricorda più quello della Workpiece: Mosaic e Citra. Ventilatore e chitarra sono i due elementi che s’inseriscono sulla tipica importazione grafica dell’etichette di Hammer:  birra come una folata che allieva la calura e birra per accompagnare le serate all’aperto assieme agli amici, magari con una chitarra in mano.

La birra.
L'estate è nel bicchiere: dorata, appena velata, ed una candida e compatta testa di schiuma cremosa che rivela un'ottima persistenza. L'aroma è valorizzato dalla freschezza della bottiglia (aprile 2017) e da quegli elevati standard di pulizia ed eleganza a quali il birrificio di Villa d’Adda ci ha aiutato. Domina la frutta, dal tropicale (ananas e mango) all'agrume, sopratutto arancia: in sottofondo c'è una leggerissima nota dank che emerge dal "fondo" del bicchiere a temperatura ambiente. Scorrevole e piacevolmente carbonata, la Mini di Hammer potrebbe sfuggirvi alla velocità di una vera session beer senza nessuna deriva acquosa. Al palato le proporzioni si ribaltano e ci sono più agrumi che frutta tropicale, fattore che aiuta ad incrementare la secchezza ed il potere dissetante di una birra la cui generosa luppolatura viene sostenuta da una leggerissima base maltata (crackers). L'amaro ha una bella crescita progressiva che sfocia in un finale di notevole intensità per una session beer nel quale la scorza d'agrume è protagonista con note erbacee e resinose a completare un bouquet molto elegante. Birra molto ben bilanciata tra frutta ed amaro, piaciona ma non ruffiana, bevibilità record come il "protocollo session" pretende. Livello alto, che la freschezza mette ulteriormente in risalto: "mini" di nome ma grande di fatto. 
Formato: 33 cl., alc. 4.2%, lotto 062C, imbott. 04/2017, scad. 31/10/2017, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 13 maggio 2017

Sixpoint 5Beans

Avevamo incontrato il birrificio di New York Sixpoint quasi un anno fa, quando erano arrivate in Italia le Double IPA Resin e Puff; lo fondano nel 2004 Andrew Bronstein e Shane Welch in un abbandonato edificio di Red Hook, un sobborgo di Brooklyn. 
Sino a giugno 2011 Sixpoint ha prodotto solamente fusti, saturando completamente la propria capacità produttiva; anziché espandersi ha invece optato per appaltare una buona parte della produzione di fusti e di tutte le nuove lattine presso la Lion Brewery di Wilkes-Barre, Pennsylvania. Nel 2013 Sixpoint ha iniziato a realizzare una serie di birre dedicate ai beans, termine inglese che indica baccelli, fave, chicchi, grani: è arrivata la Baltic Porter 3Beans, prodotta con fave di cacao fornite dalla Mast Brothers, chicchi di caffè della Stumptown Coffee e fagioli (Romano beans) e maturata poi su chips tostati di rovere americano. A luglio 2015 arriva la 4Beans, una Imperial Porter che ai tre ingredienti appena elencati aggiunge baccelli di vaniglia del Madagascar. 
Lo scorso ottobre 2016 è nata la Bean nr. 5: a fagioli, cacao, caffè e vaniglia si è aggiunto il cardamomo nero per dare forma ad una nuova Imperial Porter che nelle intenzioni di Jan Matysiak, a quel tempo birraio di Sixpoint, dovrebbe ricordate l'atmosfera esotica di un bazar turco.

La birra.
Nel bicchiere è praticamente nera e forma una cremosa testa di schiuma cremosa e dalla buona persistenza. Il caffè è l'elemento principale in un aroma che presenta tostature e liquirizia, lievi note affumicata e di cenere, di cuoio e di vaniglia, una delicata speziatura in sottofondo. Al palato un tocco caramellato costituisce la base che sostiene l'amaro delle intense tostature e del caffè, protagonista indiscusso anche qui; cacao e liquirizia e spezie sono i dettagli che tentano di arricchire una Imperial Porter piuttosto rigorosa che procede spedita sul percorso del torrefatto e dell'amaro. L'alcool riscalda con criterio senza creare difficoltà nel sorseggiare, mentre la sensazione palatale è morbida anche se la birra sembra prediligere la "scorrevolezza" (virgolette d'obbligo, considerata la gradazione alcolica) alla morbidezza. Paga una lieve astringenza proprio sugli ultimi passi, quell'amaro finale nel quale l'amaro del caffè e del torrefatto è ulteriormente potenziato dalle note terrose dei luppoli.
Birra molto solida, sicuramente più elegante e pulita al naso che in bocca: non dispensa particolari emozioni ma è comunque una bevuta che soddisfa.
Formato: 35.5 cl., alc. 10%, IBU 38, scad. 15/10/2018, prezzo indicativo 6.00-6.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 12 maggio 2017

Extraomnes: Gist & Zang Tumb Tumb

Luppoli e frutta hanno caratterizzato una buona parte della produzione Extraomnes: i primi sono protagonisti, oltre che nelle splendide Blond, Zest e Hopbloem, anche della serie Hond.erd: Brewer’s Gold, Citra e Adha 529 quelle transitate sul blog. La frutta ha invece dato forma alla Bloed (ciliegia), alla Z (albicocca), alla Guld (mango) e alla Mad Peach (pesca). 
Il lievito non è stato messo direttamente sotto i riflettori, pur svolgendo il suo fondamentale lavoro, sino allo scorso anno quando sono arrivate due birre “esplicitamente” dedicate al lievito, valorizzandolo al massimo senza che altri elementi (come appunto dry-hopping o frutta) possano metterlo in secondo piano. 

La birra Gist, ovvero “lievito” in fiammingo, viene annunciata a marzo 2016: una belgian ale leggera (4.5%) che utilizza un mix di lieviti tra i quali figura anche il Saccharomyces "bruxellensis" Trois e che viene così descritta: “chiudete gli occhi e... se non venite immediatamente trasportati su una spiaggia della Costa d'Avorio, per l'ananas che vi colpirà alla base del naso, vi sembrerà di essere seduti al tavolino di un café mentre passa il gruppo della Gand-Wevelgem, con tutto il suo afrore in scia”.  
Birra imbottigliata il 04 marzo 2016 e che si presenta nel bicchiere dorata e velata, con minuscole particelle di lievito che ne sporcano un po’ la livrea, nonostante la cautela usata nel versarla; la cremosa schiuma biancastra non è particolarmente generosa ed ha una discreta persistenza. Purtroppo in lei non ritrovo nessuna delle caratteristiche descritte sopra: aroma e gusto sono caratterizzate da una presenza fenolica piuttosto invadente e sgradevole:  gomma e plastica bruciata rendono la bevuta quasi impossibile. In sottofondo un accenno dolce che richiama il miele, mentre la chiusura è piuttosto astringente e sgraziatamente amara. Bottiglia “sfortunata” nella quale purtroppo il lievito è sì protagonista ma in senso negativo. 

Debutta invece a giugno 2016 la “specialty ale” Zang Tumb Tumb che continua idealmente il percorso inziato con la Gist aumentando però la gradazione alcolica al 7.5%; anche qui è protagonista un mix di  lieviti che dovrebbe includere il Saccharomyces "bruxellensis" Trois. Il singolare nome riprende il poemetto del futurista Filippo Tommaso Marinetti ispirato all'assedio di Adrianopoli durante la guerra bulgaro-turca e pubblicato nella primavera del 1914. Zang Tumb Tumb sono le “parole in libertà” della copertina, ma il vero titolo dell’opera è in realtà Zang Tumb Tuuum. Con questo “libro d’artista” inizia quella rivoluzione tipografica che ebbe tra i precursori proprio il movimento futurista italiano. Queste le parole di Marinetti sul libro: “con questo volume di parole in libertà che equivale come intensità a 2500 pagine di Flaubert, ho sorpassato tutti e tutto, ho rinnovato integralmente la visione del mondo, sono giunto per primo nei domini inesplorati dell’arte. I pensatori da sanatorio, i critici da diligenza e da portantina e tutti gl’impotenti incollati ai buchi delle serrature negheranno queste mie osservazioni. Tanto meglio. La gioia di disprezzarli una volta di più lubrifica il mio genio, che ha la forma di uno stantuffo”. 
E queste le parole di Extraomnes sulla birra: "Oro brillante. Fragolina di bosco e ananas dominano lo sfacciato fruttato futurista. Anche in bocca una sola parola...Aardbeien (fragola)!."  Il suo colore è dorato carico e forma nel bicchiere una cremosa e compatta testa di schiuma biancastra dalla buona persistenza. Al naso non avverto né la fragola né l’ananas che dovrebbero esserci ma un sottofondo maltato (miele, biscotto) sul quale emerge una leggera ma spiacevole nota di solvente. Poche bollicine, buona scorrevolezza per una bevuta nella quale tuttavia gli esteri fruttati sono assolutamente assenti e che evidenza solamente i malti: la chiusura è di un amaro di modesta intensità ne quale convivono note terrose e di frutta secca. Anche qui fa capolino una leggera astringenza: pur risultando bevibile, è tuttavia una bottiglia che mi sembra ben lontana da quello che questa birra dovrebbe essere.
Due "incidenti" di percorso per un birrificio che mi ha abituato ad elevati standard di qualità e ad un'ottima costanza produttiva: peccato.

Nel dettaglio:
Gist, 33 cl., alc. 4.5%, lotto 064 16, scad. 30/09/2017, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)
Zang Tumb Tumb, alc. 7.5%, lotto 159 16, scad. 30/06/2018, prezzo indicativo 4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 11 maggio 2017

Dry & Bitter Disobedience

A poche settimane di distanza torno a parlare del birrificio danese Dry & Bitter: le IPA vanno bevute fresche e dunque non è il caso di lasciar passare il tempo.  Tecnicamente anche Dry & Bitter sarebbe una beerfirm, visto che produce sugli impianti della Ølkollektivet: ma siccome i proprietari del birrificio sono gli stessi della beerfirm (nonché del Fermentoren, pub con 24 spine dedicate al craft a Copenhagen) direi che in questo caso si può anche chiudere un occhio e considerare Dry & Bitter un birrificio che ha debuttato nella primavera del 2015  Avevo cercato di riassumere la complicata storia in questa occasione.  Cinquanta birre realizzate nel primo anno di vita, al solito ritmo frenetico che soddisfa la ricerca di novità dei beer-raters. A queste se ne aggiungono altre sei prodotte nel 2017: l'American Pale Ale Body Pillow, le IPA Fat & Fruity e Disobedience, la sour Pale Blue Dot e le collaborazioni con i birrifici Cloudwater (UK) e Beer Garage (Spagna). 
La IPA chiamata Disobedience è una delle prime novità 2017 commercializzate da Dry & Bitter: debutta infatti a gennaio nel corso di un evento benefico che si tiene proprio al Fermentoren di Copenhagen. Il ricavato dalle vendite di un fusto di Disobedience ed un fusto di  45th APA di Brewski viene infatti donato alle organizzazioni danesi Reden e  Mændenes Hjem; la prima aiuta le donne vittime di abusi e del racket della prostituzione, mentre la seconda tende la propria mano agli uomini emarginati, senzatetto e tossicodipendenti. Molto bella l’etichetta di una birra che tuttavia ricorda molto da vicino la Fat & Fruity bevuta qualche settimana fa: avena e frumento per creare un mouthfeel cremoso, gradazione alcolica quasi identica e generosa luppolatura a basa di  Ekuanot, Citra e Simcoe, quest’ultimo a sostituire il Mosaic. 

La birra.
Il suo colore è un intenso dorato con una compatta e cremosa testa di schiuma bianca dalla buona persistenza: bottiglia dello scorso marzo e aroma che si mantiene ancora abbastanza fresco. La fragranza della frutta tropicale (ananas e mango), del melone retato, dell’arancia e della pesca nettarina vengono tuttavia un po’ “sporcate” da qualche accenno di cipolla: l’intensità complessiva è buona mentre l’eleganza lascia un po’ a desiderare. Abbastanza morbida al palato, scorre bene con una carbonazione contenuta ed un gusto che riprende la frutta dell’aroma sostenuta da un tocco biscottato: dal tropicale si passa al delicato amaro del pompelmo, rapido preambolo ad un finale tutto giocato sulla resina, intensa e “pepata”, che tuttavia gratta un po’ in gola.  L’intensità dei sapori è notevole, il gusto mostra già qualche leggero cedimento dovuto la trascorrere del tempo contribuendo a deteriorare un po' l’eleganza di una birra comunque buona e gradevole ma non all’altezza della  sorella Fat & Fruity.
Formato: 33 cl., alc. 6&, lotto 03/03/2017, scad. 03/03/2018, prezzo indicativo 4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 10 maggio 2017

Dieu du Ciel Grande Noirceur

Nella storia canadese con La Grande Noirceur (il grande buio) ci si riferisce a quel periodo dal 1945 al 1960 in cui il Quebec era in mano ad un governo cattolico e conservatore capitanato da Maurice Duplessis.  Il leader si oppose a quel processo di centralizzazione che si stava sviluppando in Canada difendendo l’autonomia amministrativa e fiscale del Quebec; promosse lo sviluppo delle zone rurali e delle attività agricole in opposizione alla modernizzazione delle grandi città che si stava diffondendo nel resto del Canada; usò il pugno di ferro con la maggior parte dei sindacati, emanò la Paddock Law con la quale chiunque era sospettato di propaganda comunista poteva essere incarcerato. Il grande buio portò un rallentamento dello sviluppo economico e culturale, creò una società controllata dall’oscurantismo della chiesa cattolica e dominata dalla corruzione di un governo che nascondeva quanto più possibile alla popolazione. 
Ma allo stesso tempo Duplessis creò più di 100.000 posti di lavoro, portò l’elettricità nelle zone più rurali del Quebec e adottò la bandiera fiordaliso che ancora oggi rappresenta lo stato canadese. Alla sua morte, avvenuta nel settembre del 1959, fece seguito il periodo della Quiet Revolution ad opera del governo liberale guidato da Jean Lesage: il governo sostituì la chiesa cattolica nella gestione delle strutture sanitarie e scolastiche, promuovendo massicci investimenti nelle infrastrutture grazie alla creazione di nuove imprese pubbliche. 

La birra.
Il birrificio canadese Dieu du Ciel, del quale vi avevo parlato dettagliatamente in questa occasione, dedica alla Grande Noirceur – ovviamente – una imperial stout sulla cui bella etichetta, disegnata come sempre da Yannick Brosseau, capeggia l’inquietante ritratto di Maurice Duplessis impegnato a “sottomettere” il popolo del Quebec.  La birra fa parte della gamma “Momentum”  che comprende una serie di dodici birre prodotte per un mese all’anno; questa imperial stout vide per la prima volta la luce a marzo del 2004, mentre la bottiglia in questione è stata commercializzata lo scorso novembre 2016. 
Nera, ancora più del buio, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  Tostature, caffè e qualche nota di cioccolato fondente vanno a formare un aroma che non sorprende né per intensità che per eleganza, pur mostrando un buon livello di pulizia. Di ben altra pasta si rivela invece la bevuta: Grande Noirceur è un’imperial stout dura che insiste senza tregua sul torrefatto che è solo parzialmente bilanciato dal sottofondo di caramello; caffè, liquirizia e qualche accenno di cioccolato accompagnano le intense tostature, il cui amaro viene ulteriormente amplificato dalle note resinose dei luppoli che non lasciano nessuno spiraglio di luce. Il tutto è sostenuto da un buon tenore alcolico che si fa sentire riscaldando ogni sorsata; annoto poche bollicine, un corpo tra il medio ed il pieno ed una morbidezza/cremosità un po’ timida donata dall’utilizzo d'avena. 
Imperial Stout nera nel nome, nel colore e nella sostanza, ben fatta, pulita, potente e destinata a chi ama queste interpretazioni dello stile, ovvero birre come la Yeti di Great Divide; se invece preferite imperial stout più bilanciate Dieu du Ciel ha pronta per voi la splendida Péché Mortel.

Formatro: 34,1 cl.l alc. 9%, imbott. 13/10/2016, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 9 maggio 2017

Libertine Central Coast Saison

Libertine Brewing Company viene fondata nel 2012 nel seminterrato del Libertine Pub: una splendida location dalle cui finestre potete ammirare l’oceano e la Morro Bay: siamo  nella contea di San Luis Obispo, tra San Francisco e Los Angeles, sulla mitica Pacific Coast Highway 1. Il pub è gestito da Tyler Clark con la moglie Shannon; Clark ha lavorato in precedenza presso alcuni distributori di birra a Santa Cruz e San Diego. 
Nel pub le birre “della casa” vengono affiancate da un’ottima selezione (oggi 48 spine) di craft americane e d’importazione; ma Tyler Clark interessano sopratutto le fermentazione spontanee e decide che il suo birrificio deve avere uno stretto legame con il territorio. Il mosto prodotto viene lasciato per tutta la notte in vasche aperte a contatto con i lieviti ed i batteri naturalmente presenti nell’aria di una regione ricca di vigneti; le birre “base” che vengono prodotte sono essenzialmente quattro: una Blonde, una Red Ale, una Saison ed una Porter. Dai tini di fermentazione le birre vengono poi messe a maturare nelle botti di legno per un tempo che può variare da alcuni mesi a diversi anni, spesso con aggiunta di frutta o altri ingredienti. Clark si considera più un “blender” che un birraio, in quanto le botti offrono infinite possibilità di assemblare quello che contengono. Viene utilizzato “legno” dismesso dal vicino birrificio Firestone Walker e dai vigneti della contea di San Luis Obispo. Un’altra caratteristica di Libertine è quella, a quanto leggo, di essere l’unico birrificio americano ad usare esclusivamente il metodo “stein”:  per riscaldare il mosto non si utilizza il vapore o la fiamma viva ma delle rocce laviche prelevate dalla baia circostante che vengono riscaldate e poi inserite all’interno del bollitore. Anche la maggior parte del luppolo utilizzato proviene dal giardino del brewpub. 
“Yes. We know it’s sour” è il motto che presenzia su una trave all’interno del brewpub e su ogni etichetta: “non cerchiamo di replicare niente – dice Clark – la gente dice che le nostre birre sono come lambic o flanders ma qui non siamo in Belgio. Io parlo di San Luis Wild Ales, nessuno può replicarle e neppure noi stessi siamo certi di riuscire a rifare la stessa birra in modo identico. E’ come il vino: ogni diversa annata presenta delle differenze.”
Per aumentare la propria capacità produttiva nel 2015 Libertine apre con l’aiuto dei soci Eric & Rodessa Newton un secondo birrificio nel downtown di San Luis Obispo, 20 chilometri verso l’interno; ristorante, tasting room con 76 spine racchiusi in uno spazio di circa 900 metri quadri che ospitava in precedenza un negozio d’arredamento: il potenziale passa da 250 a 2000 barili l’anno. Per replicare le birre fatte a Morro Bay, Clark "contamina" gli ambienti con i lieviti ed i batteri prelevati dal brewpub dove tutto era iniziato. Le birre prodotte a San Luis Obispo vengono poi trasportate via camion nella nuova sede di Santa Maria, 50 chilometri più a sud, inaugurata nel 2016: è qui che avvengono gli affinamenti in botte e il successivo imbottigliamento. Non è invece andata a buon fine l’apertura di una nuova taproom, con il permesso che è stato negato dalla municipalità a seguito delle proteste degli imprenditori vicini. Libertines ha allora ripiegato su Buellton, cinquanta chilometri ancora più a sud verso Santa Barbara, dove è prevista l'inaugurazione di una nuova Tasting Room.

La birra.
Central Coast Saison, birra che ha nel suo nome anche la sua indicazione d'origine, ovvero quell'area della California che si estende indicativamente tra Point Mugu e la baia di Monterey; siamo a nord della contea di Los Angeles ed a sud di quella di San Francisco e San Mateo. La Central Coast è composta da sei contee che sono, da sud a nord: Ventura, Santa Barbara, San Luis Obispo, Monterey, San Benito e Santa Cruz. 
Questa saison fermenta spontaneamente grazie ai lieviti ed ai batteri naturalmente presenti nell'aria e prosegue poi la propria  maturazione in grandi puncheons di rovere francese; la birra riceve anche un dry-hopping di Lemon Drop e Boadicea.
Si presenta di color oro carico con venature arancio ed un generoso cappello di schiuma biancastra, compatta e dannosa dall'ottima persistenza. Il bouquet aromatico è fresco e piuttosto interessante: gli agrumi (pompelmo, cedro, limone) e l'asprezza della mela acerba trovano la loro controparte nel dolce dell'ananas, mentre i fiori vengono "sporcati" dalle note funky e rustiche dei lieviti selvaggi (sudore, cantina) e dell'acido lattico. Vivace e piuttosto carbonata, al palato scorre con grande facilitò, come ogni Saison dovrebbe sempre fare. Il gusto ripropone senza divagare quanto anticipato dall'aroma: c'è la stessa ben riuscita convivenza tra l'anima funky e quella fruttata, con l'asprezza degli agrumi e della frutta acerba appena ammorbidita dal dolce di quella tropicale e del miele. Le note lattiche attraversano questa Saison da cima a fondo accompagnando legno e spunti vinosi, mentre il percorso si chiude con un amaro di media intensità nel quale convivono yogurt, agrumi e una lieve terrosità.
Saison molto ben fatta, dissetante e rinfrescante grazie al suo carattere marcatamente aspro ed acido:  elegantemente rustica e rusticamente elegante, regala emozioni e tante altre belle cose.
Formato 75 cl., alc. 6%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 22.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 8 maggio 2017

Birra del Borgo Lisa

Non è riuscita ad essere la prima birra artigianale italiana in lattina, preceduta dalla Pop di Baladin, ma poteva almeno vantarsi di essere la prima birra artigianale messa in lattina all’interno del birrificio che la produce: è Alfredo Colangelo, responsabile commerciale di Birra del Borgo, a sottolineare questa differenza con la Pop, che viene invece “inlattinata” presso un contoterzista lontano dal luogo di produzione con un’etichetta incollata anziché una bella serigrafia. Peccato che Birra del Borgo, acquistata nell’aprile 2016 dal colosso multinazionale AB-Inbev non sia più un birrificio artigianale. 
Sto parlando di L.I.S.A., acronimo di Light Italian Session Ale, che Leonardo di Vincenzo annuncia per la prima volta al mondo su Twitter nel novembre del 2015. Segue un lungo silenzio, qualche fusto che circola per l’Italia e poi allo scorso Salone del Gusto (settembre 2016) ecco centinaia di lattine (piene di acqua) colorare lo stand di Birra del Borgo: chi riesce ad assaggiare Lisa deve tuttavia di nuovo avvicinare il bicchiere alle spine, perché per le vere lattine bisogna attendere l’arrivo e la messa in funzione dell’impianto linea lattine all’interno del nuovo stabilimento del birrificio a Spedino (Rieti) , inaugurato a luglio 2016. 
E così il debutto ufficiale della lattina di Lisa avviene all’ultima edizione di Beer Attraction, a febbraio 2017, con la bella grafica opera dell’illustratore e fumettista torinese Gianluca Cannizzo, mi dicono già molto conosciuto in ambito enologico: “una ragazza leggera e irriverente, fresca e apparentemente semplice; in realtà nasconde carattere e complessità molto forti”. 
E’ una Session IPA per Untappd, mentre Ratebeer la inserisce nella categoria delle “Spice/Herb/Vegetable” in quanto "prodotta con coriandolo, pepe rosa, scorza d’arancia e fiori d’arancio": ingredienti non citati in etichetta, se non come descrittori dell'aroma. 

La birra.
Lisa è in realtà una Golden Ale, nel bicchiere è dorata e leggermente velata, sormontata da un compatto e cremoso cappello di schiuma bianca dall’ottima persistenza. L’aroma rinuncia all’intensità per comporre un bouquet delicato e caratterizzato da un buon livello di pulizia: profumi floreali ed erbacei, arancia, una delicatissima speziatura. Gli aggettivi Light e Session ricorrono un po’ ridondanti anche perché Lisa al palato è leggera ma non troppo: scorre veloce, senza sconfinamenti nell’acquoso e mantenendo una gradevole presenza palatale. La base maltata è piuttosto lieve (pane, accenno di miele), l’arancia fa una rapida comparsata per poi lasciare il palcoscenico ad un amaro cui spetta il compito di portare a termine la bevuta; note erbacee, terrose e qualche tocco zesty s’incontrano in un finale che tuttavia non rappresenta il massimo dell’eleganza e la cui intensità è tale da rallentare un po’ troppo la frequenza dei sorsi. Intensa ma corta, abbastanza secca, a mio parere eccede un po’ nell’amaro o forse le manca quell’eleganza che potrebbe renderlo meno ”pesante”. 
Una birra ancora un po' acerba ma che si propone ad un buon rapporto qualità prezzo, leggermente inferiore (questione di decimi) a quello dell'altra lattina italiana, la Pop di Baladin.
Formato: 33 cl., alc. 4%, lotto LS17 170113, scad. 10/2017, prezzo indicativo 2.50 Euro (food store).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 7 maggio 2017

Warpigs Youfuckedmeup & Imfurious

A giugno 2014 Mikkeller e Three Floyds (Indiana, USA) danno l’annuncio della futura apertura di un brewpub a Copenhagen chiamato Warpigs; dopo aver collaborato per alcune birre, questa nuova e più ambiziosa partnership porta un impianto BrauKon  da 10 ettolitri con una capacità annuale di 250.000 litri nel Kødbyen (Meatpacking District) di Copenhagen, a cinque minuti a piedi di distanza dal quartier generale di Mikkeller. 
Inaugurato alla metà di aprile 2015, Warpigs viene guidato in sala cottura dal birraio americano Kyle Wolak,  “prestato” dai  Three Floyds  ed affiancato da Lan-Xin Foo, uno dei birrai che lavorano sull’impianto pilota usato da Mikkeller per provare le ricette che vengono poi realizzate altrove su grande scala. “L’idea era di creare un posto dove stare bene mangiando  BBQ texano e ascoltando musica metal dice Mikkeller - Warpigs è un luogo dove puoi divertirti e fare rumore senza preoccuparti di disturbare gli altri ospiti”.  Nel corso della stagione estiva, quando è possibile posizionare dei tavoli anche all’aperto, la capacità è di circa 300 posti a sedere.  
L’acqua per birrificare viene trattata per replicare quella del lago Michigan utilizzata dai Three Floyds, mentre al barbeque è stato reclutato lo chef Andrew Hroza che vanta esperienze professionali nella cucina della Goose Island, nel catering di Hell’s Kitchen e – per restare in tema musicale – nei tour musicali di Van Halen e Slipknot.  Dal “vero BBQ Texano” si passa poi in California visto che all’interno del Warpigs ha anche trovato sede la succursale europea dei laboratori White Labs che punta ad aumentare l’offerta e la disponibilità di lievito per tutti i birrifici europei. Le birre sono disponibili anche in bottiglia, soprattutto attraverso il beershop online di Mikkeller; ricalcando l’esempio di molti birrifici americani, anche Warpigs ha creato il proprio programma d’affiliazione chiamato Warpigs Troopers.  Cinque diversi livelli d’appartenenza, a seconda di quello che avete voglia di spendere, che vi offrono sconti al brewpub, merchandising, inviti ad eventi esclusivi e la possibilità d’acquistare alcune birre realizzate in edizione limitata. Sono già 186 le birre realizzate in due anni di vita, ad un ritmo di oltre una nuova ogni settimana: sono incluse diverse collaborazioni con birrifici americani e anche alcune birre prodotte per la beerfirm di casa, ovvero Mikkeller.

La birra.
"Mi hai fottuto e sono furioso", questo il curioso nome scelto da Warpigs per una stout (6.3%) prodotta con vaniglia, lattosio, avena e caffè fornito dalla Coffee Collective‏ di Copenhagen; debutta a luglio 2015. Ne esiste anche una versione "imperiale" (11.5%) che diventa Youreallyfuckedmeup & Imreally furious. 
Non è nera ma poco ci manca; la schiuma è cremosa e compatta, ha trama fine ed un'ottima persistenza. La presenza di caffè in chicchi al naso è pulitissima e molto elegante: l'accompagnano orzo tostato, liquirizia, vaniglia, cioccolato al latte. Un bouquet di ottimo livello al quale fa seguito una bevuta che non delude le aspettative, mantenendo gli stessi livelli d'intensità e pulizia: caramello, vaniglia e lattosio (lieve effetto "panna") bilanciano perfettamente l'amaro del caffè, delle tostature e del cioccolato fondente. La sensazione palatale è morbida e leggermente cremosa, ci sono poche bollicine e personalmente gradirei un pochino più di corpo. Chiude con una leggera astringenza, per nulla fastidiosa, ed un crescendo di caffè e tostature al quale fa da contrappunto l'acidità dei malti scuri. C'è davvero un'ottima intensità in questa stout che si fa notare anche per la pulizia e per la bevibilità: molto godibile, il caffè domina la scena con eleganza ma se vi piace nella birra, questa è tra quelle che dovreste mettere sulla vostra lista. Prezzo purtroppo in fascia alta.
Formato: 75 cl., alc. 6.3%, scad. 14/12/2017, prezzo indicativo 20.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 4 maggio 2017

DALLA CANTINA: J.W. Lees Harvest Ale (Sherry) 2005

La storia della Lees Brewery inizia nel 1828 quando “il pensionato” John Lees, dopo aver passato una vita a lavorare con il cotone, acquista un terreno a Middleton (Manchester) e fonda un birrificio. Nel 1876 l’azienda passa nella mani del nipote John William: è lui a rinominarla in JW Lees & Co. e soprattutto a progettare la nuova Greengate Brewery che ancora oggi, nella Middleton Junction, produce le birre JW Lees. La proprietà è ancora nella mani dei discendenti di sesto grado di John, ovvero Richard, Christopher, William, Simon, Michael e Christina Lees-Jones. 
L’azienda conta un migliaio di dipendenti, possiede anche 35 pub e ne controlla un altro centinaio; suoi anche due hotel (Alderley Edge e The Trearddur Bay), il distributore Willoughby’s Wine Merchants e l’importazione esclusiva nel Regno Unito della birra Bohemia Regent; nel 2015 JW Lees ha annunciato il fatturato record di 64 milioni di sterline, ottenuto principalmente proprio attraverso l’acquisizione e il rilancio di numerosi pub. Il piano industriale prevede il raggiungimento dei 100 milioni entro il 2020. Michael Lees-Jones è il birraio con il compito di continuare una tradizione che non guarda alle mode del momento: le flagship beers, disponibili in cask e bottiglia, sono la MPA – Manchester Pale Ale,  le bitter JW Lees e John Willies, la dark ale Moonraker e la strong ale  Manchester Star. 
Oggi voglio però parlare di un’altra “stella”, quella chiamata Harvest Ale. Si tratta di un barley wine (11.5%) che viene prodotto solamente una volta l’anno e messo in vendita a partire dal 1 dicembre. Il nome deriva dal fatto che per produrla viene utilizzato solamente il primo raccolto dell’anno di luppolo East Kent Goldings e anche – dicono – il primo "raccolto" di orzo/malto Maris Otter: ricetta semplice, monomalto e monoluppolo, che lascia al lievito inglese della casa il compito di farla fermentare nelle vasche aperte di rame costruite nel 1876.  Si dice che l’idea per la birra nacque nel corso di una lunga chiacchierata dopocena tra Richard Lees-Jones, a quel tempo presidente dell’azienda, ed il birraio Giles Dennis: entrambi si trovavano ad una riunione della Brewers Association a Blackpool. 
Non si porta dietro la fama della Thomas Hardys Ale ma la Harvest Ale di JW Lees è un barley wine capace di invecchiamenti altrettanto prolungati e, soprattutto, di regalare analoghe (se non superiori) soddisfazioni ed emozioni. Non è una birra moderna e non viene importata in Italia: la si può trovare nella madre patria o  (a volte con sorprendente facilità) negli Stati Uniti dove vengono destinate la maggior parte delle bottiglie, soprattutto nelle più rare versioni affinate in botte (Porto, Sherry, Lagavulin).

La birra.
Prodotta nel 2005, questa versione della Harvest Lee ha poi riposato per quattro mesi in cask di legno che avevano in precedenza ospitato Willoughby Rayoso Cream Sherry; queste sono le uniche informazioni che sono riuscito a reperire in internet. L’ho incrociata per  caso – assieme ad altre versioni - qualche anno fa in un supermercato americano a Las Vegas: un contrasto con la realtà circostante quasi stridente. Quando sei negli Stati Uniti pensi solamente alle birre locali, ma era per me impossibile non mettere nella valigia almeno una di quelle Harvest Ale prodotte ben nove anni prima, anche se consapevole dei rischi collegati al “vintage”. 
Ambrata, più che schiuma genera una disordinata serie di bolle biancastre e piuttosto rapide a scomparire. Caldo, dolce ed avvolgente, l’aroma apre con sensuali note di sherry, toffee ed uvetta, prugna: ma è un percorso tutto da scoprire che con il passare dei minuti fa emergere anche profumi di legno e ciliegia, miele, liquirizia, un filo di fumo. Le note ossidative (lieve cartone bagnato, sangue) sono sorprendentemente nascoste nel vino liquoroso e non intaccano per nulla la piacevolezza dello splendido aroma. Al palato è praticamente piatta  ed ha una consistenza media che sorprende (di nuovo!) per essere completamente priva di eccessi sciropposi nella sua dolcezza. La bevuta è straordinariamente morbida e calda, evoca sensazioni del tutto paragonabili a quelle di un grande vino fortificato che hai deciso di scegliere come compagno per chiudere una giornata: lunga, a tratti quasi infinita, questa bottiglia di Harvest Ale ammalia con il suo sherry e con un percorso gustativo assolutamente coerente con l’aroma e mostra in alcuni passaggi una freschezza (ovvero una lieve acidità) quasi incredibile per una birra di dodici anni.  Senza mai eccedere l’alcool riscalda e rincuora, sorso dopo sorso, mentre l’occhio osserva già con un velo di tristezza il bicchiere che lentamente inizia a svuotarsi. 
Bottiglia in stato di grazia, invecchiata miracolosamente bene e che sembra di poter andare ancora oltre; se nella birra ci sono poesia ed emozioni, questo è un piccolo scrigno dal quale attingere a piene mani. Una bevuta al di fuori dal tempo, indimenticabile, di quelle che ti lasciano con il cuore infranto ma felice: ogni sorso una piccola morte.
Formato: 27,5 cl., alc. 11,5%, anno 2005, pagata 11,99 dollari (food store, USA)