martedì 19 settembre 2017

Short's Brewing Company: Bellaire Brown & Huma Lupa Licious IPA

Quando iniziò con l’homebrewing Joe Short aveva diciannove anni e considerava quell’hobby solamente un metodo per aggirare le leggi e poter consumare alcolici assieme agli  amici della Western Michigan University: non aveva ambizioni professionali ma, ricorda, “i compagni di college che mi venivano a trovare erano impressionati dalla quantità di libri e quaderni che vedevano in casa. In realtà io non stavo studiando, stavo leggendo libri di homebrewing e scrivendo ricette di birre!” 
Terminato il triennio, Short lascia gli studi per lavorare in alcuni birrifici del Michigan settentrionale e, a soli 22 anni, registra il nome di quello che diventerà il suo birrificio, Short’s Brewing; a Bellaire nel 2013 inizia con l’aiuto di amici e volontari i lavori di ristrutturazione di una vecchia ferramenta dove viene aperto nell’aprile del 2004 un piccolo brewpub con impianto da otto ettolitri. Nel 2005 entra in società anche l’amica (poi fidanzata e poi moglie) Leah: inizia con un lavoro estivo – retribuito con birra e cibo -  per poi occuparsi in pieno della ristorazione; l’anno successivo arriva il terzo socio di Short’s: si tratta di Scott Newman-Bale, un amico in comune della coppia con un background nel settore immobiliare che diventerà poi fondamentale nella gestione amministrativa a finanziaria del birrificio. 
Nel suo primo anno di vita Short’s produce 200 ettolitri ma nel 2008 è già tempo di espandersi: per meglio concentrarsi su questo aspetto Joe assume il birraio Tony Hansen al quale affida la produzione. L’anno successivo è operativo il nuovo birrificio di Elk Rapids che consente a Short’s d’imbottigliare e distribuire le proprie birre in tutto il Michigan; il pub di Bellaire viene completamente ristrutturato e riapre nel 2010: nel 2016 verrà nuovamente ingrandito per permettere di accomodare 500 persone. Nel 2015 Short’s inizia anche la produzione di sidro, mentre quella di birra raggiunge i 45.000 ettolitri: nonostante qualche anno prima avesse protetto da copyright lo slogan “Michigan Only, Michigan Forever”, il birrificio si vede costretto a distribuire le proprie birre anche al di fuori dei confini del proprio stato se vuol mantenere quel piano industriale che prevede di saturare completamente la propria capacità produttiva (65.000 ettolitri) entro la fine del 2017. 
Qualche mese fa Short’s ha confermato di aver raggiunto un accordo per la cessione del 20% delle proprie azioni birrificio Lagunitas che, ricordo, dallo scorso maggio è posseduto al 100% da Heineken. Per la Brewers Association americana tuttavia Shorts può continuare ad essere craft, visto che la percentuale venduta non supera il 24.9%: molti appassionati americani non hanno tuttavia apprezzato il fatto che Shorts, nel comunicare quanto avvenuto, non abbia mai espressamente nominato la multinazionale olandese "nascondendo" l'operazione dietro al nome Lagunitas. Le rassicurazioni fornite dal birrificio del Michigan ai propri dipendenti e ai propri clienti sono sempre le stesse: “non cambierà nulla, sarà più facile per noi crescere, siamo sempre noi a contollare il nostro birrificio”. Chi vivrà, vedrà.

Le birre.
Sono quasi cinquecento birre prodotte da Short’s in tredici anni di attività, ma solamente cinque quelle disponibili tutto l’anno. Vediamone due partendo dalla Bellaire Brown, una classica American Brown Ale il cui bell'aspetto di colore  ambrato carico con intensi riflessi rossastri è un po' rovinato da una schiuma scomposta e grossolana. L’aroma è invece molto pulito e piuttosto complesso, con una ben riuscita convivenza di pane nero e caramello, orzo e caffè, frutti di bosco. In sottofondo richiami alla carne affumicata, al cioccolato al latte e al pane tostato. Al palato c'è piena corrispondenza con l'aroma per una bevuta intensa ma facile al tempo stesso, grazie ad una componente etilica (7%) molto ben nascosta.  Nel finale anziché enfatizzare le tostature la ricetta sceglie il versante dolce, indulgendo su di una sorta di caffellatte ben zuccherato; una lieve astringenza non penalizza una Brown Ale molto ben fatta, pulita e valorizzata dalla fragranza di poche settimane in bottiglia.

Huma Lupa Licious - il nome deriva ovviamente da sua maestà il luppolo, humulus lupulus - è la flagship IPA di Short's che, con un ABV del 7.7%, si pone ai confini del double. Centennial, Columbus, Chinook, Cascade e Palisade sono le varietà selezionate, mentre l'etichetta è opera dell'artista Fritz Horstman. Il suo colore è oro antico e l'aroma, benché pulito, non è il suo punto di forza: note floreali e resinose costituiscono un bouquet un po' povero e di modesta intensità, ma bastano alcuni sorsi per accorgersi che nel bicchiere c'è una IPA molto solida e ben fatta. La base maltata (biscotto e caramello) è ben presente ma non invadente, nella miglior tradizione Midwest; pompelmo e arancia regalano un piacevole tocco fruttato ad una bevuta che si apre con un finale amaro piuttosto intenso e pungente, resinoso e terroso. L'alcool è ben gestito, avvertendosi quanto basta per dare forma ad una IPA potente ma facile da bere, molto ben bilanciata: non corre di certo dietro alle mode, la sua ricetta - dicono - è la stessa da dodici anni ma si difende ancora con onore in un mondo che corre troppo velocemente sempre dietro all'ultima novità.

Nel dettaglio:
Bellaire Brown, 35.5 cl., alc. 7%, IBU 19, imbott. 02/08/2017, prezzo 2,11 $
Huma Lupa Licious, 35.5 cl., alc. 7.7%, IBU 95, imbott.  18/07/2017, prezzo 2,11 $

lunedì 18 settembre 2017

Tilquin Oude Quetsche à l'Ancienne avec Prunes de Namur 2015

Era da quindici anni che non nasceva in Belgio un nuovo assemblatore di lambic: nel 1997 era apparsa la Geuzestekerij De Cam e a maggio 2011 tocca alla Gueuzerie Tilquin: al progetto fa capo Pierre Tilquin ma vi partecipano anche altri imprenditori come ad esempio Grégory Verhelst del birrificio La Rulles.  
Pierre ha una formazione in ingegneria biomedica ma ha poi seguito un corso di Brewing Technology a Lovanio, completandolo con esperienze pratiche presso il birrificio Huyghe e, soprattutto, 3 Fonteinen e Cantillon. Gueuzerie Tilquin è anche il primo assemblatore di lambic della Vallonia, avendo sede a Bierghes a poche centinaia di metri da confine, linguistico e territoriale, con le fiandre.  Tilquin acquista mosto da vari produttori (Boon, Lindemans, Girardin e Cantillon) e lo mette a fermentare e a maturare in oltre 200 botti usate di rovere francese provenienti dalle regioni del Rodano e Bordeaux: la sua Oude Gueuze à L'Ancienne prende forma blendando diversi lambic di uno, due e tre anni. Dal 2012 fa parte dell’HORAL (De Hoge Raad voor Ambachtelijke Lambiekbieren);  all’incirca il 75% della produzione viene esportata al di fuori dei confini nazionali, con gli Stati Uniti  (40%) a farla da padrone. Nello stesso anno  Tilquin ha anche iniziato la produzione di lambic alla frutta utilizzando un ingrediente abbastanza insolito: le susine.

La birra.
Il primo lotto di 500 bottiglie di Oude Quetsche à l'Ancienne viene messo in vendita esclusivamente al "birrificio" a febbraio 2012;  l’edizione 2013, composta da 5.000 bottiglie da 75 e 10.000 da 37,5 è commercializzata in concomitanza con il Toer de Geuze e viene distribuita anche in Europa e negli Stati Uniti. Pare che il primo lotto sia stato prodotto con prugne belghe provenienti dalla zona di Namur, mentre per l’edizioni successive siano state usate prugne alsaziane. Successivamente Tilquin ha rimesso in produzione, in quantità più limitate e ad un prezzo maggiore, la Oude Quetsche à l'Ancienne avec Prunes de Namur; la provenienza della materia prima, al contrario della Quetsche normale, è specificata in etichetta. Le due varietà sono abbastanza simili ma, come racconta Tilquin, quelle di Namur sono più piccole e un po’ più aspre di quelle francesi. Le susine, fresche e denocciolate, vengono fatte fermentare in acciaio assieme ad un blend di lambic di un anno; dopo quattro mesi viene aggiunto lambic di due e tre anni fino ad ottenere una concentrazione finale di circa 250 grammi di frutta per ogni litro.  La successiva maturazione in bottiglia dura almeno tre mesi. 
L’edizione 2015 della Oude Quetsche à l'Ancienne avec Prunes de Namur appare di colore arancio con intensi riflessi dorati e in superficie genera un piccola e scomposta schiuma biancastra, piuttosto evanescente. Al naso le note funky del lambic  (pelle di salame, sudore, cantina, carte da gioco vecchie) si mescolano con quelle aspre di limone e prugna e con una lieve sensazione di legno. Al palato è un lambic ancora ben carbonato che regala comunque un mouthfeel morbido e gradevole: a due anni dalla messa in bottiglia la prugna non è più protagonista di una bevuta che vira piuttosto su asprezze citriche (limone e pompelmo) affiancata da una lieve acidità lattica e da un finale leggermente legnoso il cui delicatissimo amaro oscilla tra tannini e scorza d’agrumi.  La bevuta rimane piuttosto educata con gli off-flavors tipici del lambic che rimangono sempre in secondo piano. Il risultato è forse un po’ troppo “scolastico”, se mi passate il termine, con poca profondità e una certa parsimonia di emozioni derivante dall’eccessivo addomesticamento della componente “selvaggia”: ne sarà avvantaggiato il bevitore che sta muovendo i suoi primi passi nell’affascinante mondo delle fermentazioni spontanee. Escludendo la componente soggettiva, questa Quetsche de Namur di Tilquin mi sembra una bevuta godibilissima e perfetta, con la sua secchezza e la sua asprezza, nel rinfrescare e dissetare. 
Formato: 75 cl., alc. 6.4%, lotto 2015, scad. 09/02/2025, pagata 11.70 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 17 settembre 2017

New Glarus Brewing Company: Moon Man No Coast Pale Ale & Serendipity

Nel 1845 alcuni immigranti svizzeri provenienti dal Canton Glarona si stabilirono in quella regione oggi appartenente allo stato del Wisconsin e fondarono il villaggio di New Glarus: è qui che Daniel e Deb Carey nel 1993 hanno aperto le porte dell'omonimo birrificio. Dan lavora per l'industria della birra da quando aveva vent'anni: dopo il diploma in Scienze dell'alimentazione con specializzazione in Malting and Brewing Science ha svolto un periodo di apprendistato in Germania per poi ritornare negli Stati Uniti seguendo l'installazione e l'avviamento di molti micro-birrifici. Prima di mettersi in proprio era supervisore della produzione per la Anheuser-Busch a Fort Collins.
E' sua moglie Deborah a convincerlo a vendere la loro casa in Colorado e ad utilizzare tutti i loro risparmi per tornare con i figli in Wisconsin, dove lei era nata, a fondare la New Glarus Brewing Company; è lei a redigere il business plan di un brewpub che parte con un impianto da 23 ettolitri acquistato da un birrificio tedesco in demolizione che viene installato in un magazzino abbandonato. "Investimmo davvero tutto quello che avevamo - dice Deb - se le cose fossero andate male saremmo finiti a dormire in macchina".  New Glarus inizia producendo solamente birre a bassa fermentazione, fedele alla tradizione degli immigrati tedeschi che furono i primi a produrre birra in Wisconsin. Deb  è quindi la prima donna americana ad aver fondato un birrificio, mentre Dan è il birraio che, ogni venerdì, sale sul proprio furgoncino per consegnare la birra ai clienti. 
In dieci anni il birrificio passa ad occupare da 100 a 1800 metri quadrati e arriva a produrre 75.000 ettolitri l'anno, saturando completamente la propria capacità; dal 2002 New Glarus decide di vendere la propria birra solamente in Wisconsin, ritirandosi dai pochi altri stati in cui era distribuita. Nel 2006 Deb Carey annuncia un piano di espansione da 21 milioni di dollari: il nuovo birrificio, una serie di edifici a graticcio che ricordano quelli della Svizzera, nasce su di una piccola collina a sud del villaggio. In questi ultimi dieci anni New Glarus ha continuato a crescere al ritmo del 15-20% annuo: i 150.000 ettolitri prodotti nel 2012 hanno convinto i coniugi Carey ad intraprendere una nuova espansione da 11 milioni di dollari con l'aggiunta di altri fermentatori che dovrebbero portare la capacità a 300.000 ettolitri/anno. Il 65% di questi è rappresentato dalla birra Spotted Cow, che Dan Carey definisce una farmhouse ale: assaggiata alla spina non mi ha fatto una gran impressione, sopratutto per quel che riguarda il suo carattere rustico/farmhouse.

Le birre. 
Siamo nel Midwest e quel "No Coast Pale Ale" che accompagna il nome Moon Man lo mette ben in chiaro: American Pale Ale dedicata al gatto di casa, prodotta con cinque diverse varietà di luppolo non rivelate: "in Wisconsin non devi essere estremo per essere reale", aggiungono i coniugi Carey. L'imprinting "tedesco" si vede anche in questa APA che, effettivamente e paradossalmente, ricorda proprio quelle prodotte dei birrifici in Germania. Pulizia ed equilibrio sono ineccepibili ma tutta questa perfetta tranquillità si traduce alla fine in una birra un po' timida che non mostra un gran carattere. Il naso parte dal floreale per poi virare sui classici profumi dei luppoli americani, ovvero gli agrumi: nello specifico si parla di arancia e mandarino. Crosta di pane e caramello formano un base maltata fragrante e leggera sulla quale emerge una delicata nota agrumata; il finale, molto pulito, porta un amaro leggero a cavallo tra note terrose e zesty. Come detto, New Glarus distribuisce solamente in Wisconsin e questa birra ne riflette il DNA: niente estremi, massima facilità di bevuta, pulizia ed eleganza. L'intensità di aromi e sapori non è tuttavia il suo punto di forza e, in quanto bevitore europeo in trasferta negli Stati Uniti, non è la birra che desidero trovarmi nel bicchiere.

Si cambia marcia con Serendipity, una delle birre più apprezzate di New Glarus: nel 1986 Dan e Deb Carey sono in Belgio e s'innamorano dei lambic alla frutta, in particolare delle kriek. Ci vorranno però sei anni di tentativi e di errori prima di arrivare a realizzare la ricetta di quella che sarà la Wisconsin Belgian Red, una Sour Brown Ale prodotta con amarene Montmorency del Wisconsin che debutta nel 1995.
Ma nel 2012 la primavera nello stato americano è caratterizzata da gelate tardive che compromettono quasi completamente il raccolto di amarene e Carey non riesce a produrre la sua tanto amata birra. Alle poche amarene trovate decide di aggiungere mele Gala dallo stato di Washington e cranberries (mirtilli rossi) locali: il risultato ottenuto quasi per caso (serendipità) è ottimo e da quell'anno viene prodotta Serendipity una "Happy Accident Fruit Ale". Il suo colore oscilla tra il lampone e il rosso rubino ed è sormontato da un cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, che ha un'ottima persistenza.  L'aroma mantiene fede a quanto raffigurato in etichetta: mela, amarene e mirtilli rossi, con una fragranza ed un'intensità impressionanti. La frutta sembra letteralmente saltare fuori dal bicchiere per raggiungere poi, senza nessun cedimento, anche il palato; la bevuta oscilla tra il dolce di mela e ciliegia e l'aspro di amarena e cranberries, spinto da vivaci bollicine che tuttavia non ne pregiudicano la morbidezza. Il contenuto alcolico non è riportato in etichetta ma è comunque inavvertibile, mentre il finale secco è la perfetta conclusione di una birra dall'enorme potere dissetante e rinfrescante, assolutamente perfetta come aperitivo. Raramente mi è capitato d'incontrare una birra con un utilizzo del frutto così pulito, pieno e fragrante: cheapeau. Prezzo abbordabile, se paragonato ad altre birre simili americane, e per trovarla  in Wisconsin non dovete dormire accampati fuori dal birrificio: spesso vi basta andare al supermercato.

Nel dettaglio:
Moon Man No Coast Pale Ale, 35.5 cl., alc. 5%, lotto non riportato,  1.58 $.
Serendipity, 75 cl., alc. 5.1% (?), lotto non riportato, 9.99 $.

venerdì 15 settembre 2017

DALLA CANTINA: LoverBeer BeerBrugna 2010


Il birrificio Loverbeer è già transitato più volte sulle pagine del blog ma oggi facciamo un salto indietro nel tempo parlando di quella che se non erro è stata la birra dell’esordio per Valter Loverier, ex tecnico progettista di un’azienda di telecomunicazioni con l’hobby per i rally e l’homebrewing.  Sin dall’epoca delle produzioni casalinghe l’interesse di Valter sono i lieviti selvaggi e le fermentazioni spontanee: il suo primo esperimento è ispirato dalle Kriek belghe: “quando assaggiai la prima Kriek mi venne subito l'idea di realizzare una birra che utilizzasse, con la stessa tecnica, un frutto fortemente legato al mio territorio. La scelta è caduta sul Ramassin della Valle Bronda (presidio Slow Food), una piccola susina damaschina dal profumo unico aggiunta ad una base in grado di supportare una fermentazione così complessa”. 
La birra piacque a Lorenzo “Kuaska” Dabove che nel 2005, in occasione del Brassin Public di Cantillon la portò con sé facendola assaggiare a Jean Van Roy, il quale apprezzò molto;  che gradisce. L’amicizia con Kuaska lo portò a conoscere Tomme Athur (Lost Abbey) e Vinnie Ciliurzo ( Russian River),  gli incoraggiamenti e gli apprezzamenti ricevuti lo convinsero a lasciare il vecchio lavoro per aprire il proprio birrificio a Marentino, con fermentatori in legno di rovere e una bella batteria di barriques.  Era il 2008  e oggi Loverbeer è diventato uno dei protagonisti della cosiddetta “birra artigianale” italiana: le sue birre, certamente non facili per un “novizio” e dal costo impegnativo, vengono esportate in molti paesi, Stati Uniti inclusi.


La birra.
Sono circa 5000 i litri di BeerBrugna che vengono prodotti ogni anno; la sua fermentazione avviene con inoculo di batteri lattici e lieviti, tra cui brettanomiceti, mentre la maturazione avviene in barrique per dodici mesi con aggiunta di susine damaschine (Ramassin) fresche. Per apprezzare al massimo il frutto è ovviamente meglio stappare una bottiglia giovane; oggi vado controcorrente e dalla cantina ne recupero invece una prodotta nel 2010 e poi messa in vendita l'anno successivo.
Il suo colore è un ambrato opaco con sfumature ramate, mente la grossolana schiuma biancastra si dissolve molto rapidamente. L'intensità dell'aroma dopo sei anni dalla messa in bottiglia è davvero sorprendente: la susina è ancora piena e "netta", accompagnata da profumi di ciliegia, mela e lavanda. Semplice, pulito e sopratutto incredibilmente "fresco".  E' solo al palato che si avverte il passaggio del tempo, con la birra che in alcuni passaggi risulta un po' slegata. La carbonazione è piuttosto bassa, ma anche se poco vivace, questa Beerbrugna regala un'ottima e intensa bevuta ricca di prugna matura, more e lamponi; alla loro dolcezza si contrappone l'aspro del ribes, dell'uvaspina, della prugna acerba e del limone. Anche in bocca c'è una fresca sensazione floreale, mentre nel finale spunta qualche accenno di vino e di legno. Bevuta secca, molto dissetante e rinfrescante, con un'acidità non troppo spinta e comunque sempre spalleggiata da una dolce controparte: l'alcool non è pervenuto, il carattere funky dei brettanomiceti è quasi completamente sopraffatto dalla frutta. Non c'è forse una grande profondità ma c'è pulizia, eleganza e, soprattutto, emozione. E una freschezza davvero sconvolgente per questa "signora" che ha ormai sette anni.
Formato: 75 cl., alc. 6.2%, lotto PBGN02-0411, scad. 12/2015, pagata 15,40 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 settembre 2017

Founders All Day IPA

Nel 2001 furono alcune birre ad alta gradazione alcolica e per certi versi estreme, come Dirty Bastard, Breakfast Stout e Centennial IPA a salvare il birrificio Founders da una difficilissima situazione finanziaria: quasi dieci anni dopo il maggior contributo alla crescita è invece arrivato dal lancio di una birra dal basso contenuto alcolico, poi diventata una sorta di “stile di vita”, come dicono a Grand Rapids, Michigan. 
Era il 2007 e, racconta il birraio  Jeremy Kosmicki, “stavamo cercando qualcosa che alla nostra taproom potesse sostituire la lager che avevamo smesso di produrre; volevamo avere alla spina una birra leggera da offrire ai bevitori di Bud Light che ci venivano a trovare assieme ai loro amici appassionati di craft beer. Iniziammo a produrre una birra chiamata Extra Pale, poi Solid Gold ma, ad essere onesti, erano due birre molto blande; così pensammo di cambiare e realizzare una birra che piacesse anche a noi, leggera ma piena di gusto grazie al dry-hopping. Non fu facile, le prime ricette erano troppo poco luppolate ma pian piano, ascoltando il feedback di chi la beveva alla taproom, arrivammo a fare la birra giusta”. Mike Stevens, fondatore di Founders assieme a Dave Engbers, aggiunge: “eravamo considerati dei precursori per quel che riguarda le birre forti, ad alta gradazione alcolica, ma iniziavamo a mettere su famiglia e ad avere bambini. Volevamo soprattutto per noi una birra in stile Founders ma che potevi bere ripetutamente nel corso di una serata”.  “Facemmo così tante prove -  ricorda Engbers -  che avremmo potuto far uscire la birra sul mercato un anno prima, ma volevamo che fosse perfetta. Per quasi un anno alla taproom fu conosciuta come  Endurance—All Day IPA: All Day IPA era solo la descrizione, ma poi ci fu un contenzioso sulla parola Endurance con una beerfirm di Boston e decidemmo di chiamarla semplicemente All Day IPA.  I grafici realizzarono quella bella etichetta che contribuì in maniera decisiva a comunicare il significato: uno stile di vita attivo. La cosa che mi colpì maggiormente quando fu messa in vendita era che molti dei nostri colleghi birrai ne rimasero sconvolti; molti di loro iniziarono a produrre una birra che fosse piena di sapori ma dal basso contenuto alcolico, e quando dei birrai che rispettiamo ci fanno così  tanti complimenti vuol dire che abbiamo davvero fatto la birra giusta”.  
“Quando debuttò a marzo 2012  - continua Stevens - ancora non ci rendevamo conto di cosa avevamo fatto e quello che  stava per accadere; avevamo una disponibilità limitata di luppolo e quindi il primo lotto fu distribuito solo in quattro stati come produzione stagionale estiva. Andò esaurita quasi subito e firmammo dei contratti con i fornitori di luppolo che ci permettessero di essere in grado di distribuirla a tutto il nostro network l’anno successivo. Ma ancora oggi non riusciamo a coprire tutta la richiesta. E’ incredibile la velocità con cui ha superato quella che era la nostra birra più venduta, la Centennial IPA. Per quel che mi riguarda, costituisce il 90% dei liquidi che bevo ogni giorno”. “Ben presto ci accorgemmo che questa birra era destinata a coloro che facevano uno stile di vita attivo – dice Engbers - e la lattina sarebbe stata fondamentale per offrirla a chi va in barca, in bicicletta o fa hiking”. 
Ricapitoliamo: la All Day IPA di Founders arriva nel 2012 ma già nel 2010, con il nome di Endurance IPA Jr., ottiene la medaglia d’argento al Great American Beer Festival nella categoria delle “Session Ales”; alla fine del 2013 arrivano le prime lattine e la All Day IPA rappresenta da sola il 25% delle vendite di Founders. Nella primavera del 2014 Founders è il primo birrificio craft americano a realizzare l’upgrade dal 12 pack di lattine al 15 pack, e ciò avviene senza aumentare il costo;  prezzo di vendita suggerito per 15 lattine è di 18 dollari. Al cambio attuale fa 1,03 Euro a lattina da 35 cl., tasse ovviamente escluse. L’ultima novità che la riguarda è l’arrivo del “lattinone” da 568 ml (19.2 once). 
La All Day IPA è oggi la lattina di "craft beer" più venduta negli Stati Uniti ed è la terza IPA più venduta nello stesso paese: è distribuita in 46 stati e, all’estero, in 26 nazioni; Founders stima di chiudere il 2017 con una produzione di 460.000 barili (540.000 ettolitri) e più della metà di questi è rappresentata dalla All Day IPA.  E basta farsi un giro nel Midwest per rendersene conto: la trovate praticamente ovunque e, dai supermercati ai distributori di benzina e, a volte, con un prezzo "all'oncia" inferiore a quello delle Bud Light! 
Ricordo che per l'American Brewers Association il birrificio Founders non è più considerato "craft" per aver venduto nel 2014 il 30% delle proprie azioni agli spagnoli della Mahou San Miguel.

La birra.
Di fatto la sua gradazione alcolica (4.7%) la porta leggermente al di sopra della soglia del “sessionabile”, ciò non toglie che la All Day IPA di Founders è veramente una birra quotidiana. Founders è da anni presente in Italia e, ultimamente, anche sugli scaffali di diversi supermercati con alcune etichette. Ho avuto occasione di provare la All Day IPA “italiana” dalla grande distribuzione e il risultato è stato ovviamente poco gratificante, vuoi per i mesi passati dalla messa in bottiglia che per le condizioni di conservazione della grande distribuzione. Negli Stati Uniti sono invece riuscito a trovare una bottiglia con un paio di settimane di vita, facendomi così un’impressione più veritiera di una birra che ha avuto uno straordinario successo.
Simcoe e Amarillo sono i luppoli utilizzati in una IPA che si presenta di colore oro carico, leggermente velato e sormontato da una testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Al naso profumi floreali si mescolano a quelli di arancio e pompelmo, resina e un lieve tocco dank; la pulizia è ottima, mentre l'intensità è solamente discreta. Nessuna deriva acquosa al palato dove c'è invece - in piena tradizione Midwest - una buona base maltata, con pane e biscotto, a supporto della polpa d'arancia e del pompelmo; la bevuta è abbastanza secca e chiude con un amaro delicato leggermente resinoso e terroso. Non ci sono molte emozioni nel bicchiere di una IPA a cui forse la quantità oggi prodotta ha tolto un po' di cuore: la qualità comunque è ineccepibile: birra pulita, bilanciatissima, delicatamente profumata e delicatamente amara ma piena di guato. Prezzo assolutamente concorrenziale, soprattutto se la comprate nei pack da 6 bottiglie o 15 lattine: è la birra che negli Stati Uniti vi salva ogni volta  che non trovate nulla di decente da bere. E' il tipo di birra che ancora manca (e forse sempre mancherà)  in Italia, come rapporto qualità-prezzo, per accompagnare grigliate, giornate al mare, scampagnate e ritrovi con amici.
Formato: 35.5 cl., alc. 4.7%, IBU 42, imbott. 31/07/2017, pagata 2,11 $ (supermercato).

mercoledì 13 settembre 2017

North Brewing Co / Uiltje Double IPA

Una birra collaborativa è l’occasione per vedere debuttare sul blog due birrifici, uno inglese e l’altro olandese. Parliamo di North Brewing Co., fondata a Leeds nel 2015 da John Gyngell e Christian Townsley come costola della North Bar, una serie di locali (attualmente ce ne sono sette) che sono stati tra i primi ad offrire ai propri clienti craft beer a Leeds e dintorni. A gestire il birrificio sono stati chiamati i birrai  Seb Brink (ex Golden Owl Brewery) e Darius Darwel, provieniente dalla Bristol Beer Factory. Nel primo anno di vita North ha prodotto ventuno birre collaborando anche con BrewDog, Dry & Bitter, Lervig, Magic Rock e Northern Monk; lo scorso gennaio il popolo di Ratebeer lo ha votato come miglior nuovo birrificio dello Yorkshire del 2016. 
Ad Haarlem, nei Paesi Bassi, si trova invece Het Ultje, birrificio aperto nel 2013 da Robbert Uyleman: il nome significa “piccolo gufo”, più o meno lo stesso significato del cognome di Robbert. A settembre 2016 il birrificio ha traslocato ampliando la propria capacità produttiva (impianto da 40 ettolitri) e inaugurando una taproom con dodici spine aperta dal giovedì alla domenica; in centro ad Haarlem c’è invece l’Uiltje Bar, aperto a febbraio 2015 assieme al socio Tjebbe Kuijper: 30 spine e un centinaio di bottiglie vi aspettano tutti i giorni della settimana dal primo pomeriggio sino a notte inoltrata. Uyleman, ex-homebrewer poi divenuto professionista, ha oggi affidato l’esecuzione delle sue ricette al birraio Roel Wagemans.

La birra.
A maggio 2017 North Coast e Het Uiltje si ritrovano a Leeds la scorsa primavera per realizzare assieme una Double IPA che vuole seguire la moda delle New England IPA: per fare ciò viene utilizzata “un’irresponsabile” quantità di luppoli Mosaic, Citra, Simcoe e Chinook.
Il suo aspetto è torbido, di color arancio, con un buon cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla discreta persistenza. Non so se siano stati prodotti ulteriori lotti dopo quello dello scorso maggio o se si tratti di una lattina con tre mesi circa di vita, ma l'aroma di quella che dovrebbe essere una esplosiva Double NEIPA non è un trionfo. L'intensità è discreta, ma per pulizia ed eleganza bisogna rivolgersi altrove: ci sono mango e ananas, arancia e pompelmo, mentre un tocco di cipolla rovina un po' la festa. La sensazione palatale mi pare più masticabile che morbida: è una birra "impegnativa" dal punto di vista del mouthfeel e l'alcool che non mostra nessuna intenzione di nascondersi non aiuta ad accelerare il ritmo dei sorsi. La bevuta è succosa ma non tanto quanto si potrebbe sperare, e la pulizia è carente: c'è una generale sensazione tropicale che richiama alla lontana ananas, mango e un po' di pompelmo. Si chiude con un finale amaro resinoso poco aggraziato che raschia in gola, come purtroppo accade in molte New England IPA: purtroppo qui non c'è neppure quella opulenza tropicale che lo maschera o che per lo meno fa meglio tollerare quel "problemino". E' una Double IPA discreta, che si beve e che può piacere, ma siamo molto distanti dal livello di Stigbergets, Lervig e Cloudwater, giusto per nominare quei birrifici europei che ho assaggiato.
Formato: 33 cl., alc. 8.5%, scad. 12/2017, prezzo indicativo 5.50-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 settembre 2017

New Holland Brewing Company: Mad Hatter IPA & The Poet Stout

Brett VanderKamp e Jason Spaulding sono cresciuti assieme a Midland (Michigan) dove hanno frequentato l’Hope College; è qui che iniziano i loro primi passi con l’homebrewing. Terminati gli studi i due ragazzi riescono a trovare i finanziamenti necessari da parenti e amici per inaugurare, dopo due anni, il brewpub New Holland Brewing Company. Curiosamente, un loro compagno e amico di confraternita nello stesso college era Mike Stevens, poi fondatore di Founders. 
E’ il 1997 e  la prima location di New Holland apre a Fairbanks Avenue,  una posizione strategica ad un chilometro di distanza dal college e di fronte ai campi di calcio e di baseball. Nel 2005 il brewpub si sposta nei locali più centrali di 8th Street, a soli quattrocento metri dall’Hope College, dove ancora si trova: in quell’anno New Holland diviene anche il primo produttore del Michigan che ottiene distillati senza partire dall’uva.  La produzione di birra cresce a 590 ettolitri anno, per poi toccare gli 880 nel 2007, anno in cui viene inaugurata una seconda sede, in 690 Commerce Court, dedicata alla produzione di birra in bottiglia. Nel 2014 prende il via un ambizioso piano d’espansione, completato nel 2016 che aumenta la produzione annua a 40.000 ettolitri e permetterà in futuro di arrivare sino a 100.000; nello stesso anno viene anche inaugurato un nuovo brewpub, The Knickerbocker, a Grand Rapids, Michigan.  
Oggi New Holland conta circa quattrocento dipendenti e distribuisce in 38 stati americani, grazie anche all’accordo raggiunto nel 2016 con la Pabst Brewing Company. VanderKamp ci tiene a sottolineare che la partnership riguarda esclusivamente la distribuzione e che Pabst non ha acquistato una sola azione societaria di New Holland: l’operazione è stato soprattutto finalizzata ad incrementare la distribuzione della imperial stout Dragon’s Milk, una birra sulla cui produzione il birrificio ha fatto grossi investimenti: “rappresenta il 35% della nostra produzione e il 50% delle nostre vendite; tuttavia ritengo che la distribuzione di questa birra, ad essere generosi, sia solo al 2-3% di quello che potrebbe essere. Ecco perché avevamo bisogno di un partner commerciale”. 
Sulla Dragon’s Milk tornerò quando le temperature scenderanno un pochino; oggi  vediamo invece altre due produzioni New Holland: l’IPA Mad Hatter e la stout The Poet.

Le birre.
La IPA Mad Hatter è la seconda birra commercializzata da New Holland: VanderKamp la produce per la prima volta nel 1998, quando aveva 25 anni, e il primo fusto viene aperto il 6 giugno, quando all'Hope College veniva celebrato "il giorno del cappellaio matto".  "Il primo lotto - ricorda Brett - era da quattrocentro litri per i quali avevamo utilizzato 1,3 chili di Centennial. Quelli della Hop Union che ce lo avevano fornito non volevano crederci, dicevano che eravamo dei pazzi!". Per diciassette anni la Mad Hatter è una delle IPA più popolari nel Michigan, ma nell'aprile  2015 VanderKamp annuncia che la ricetta è stata completamente rivisitata per renderla più moderna: "pensavano che eravamo pazzi quando abbiamo fatto il primo lotto e ora probabilmente diranno che lo siamo a cambiare la ricetta di una delle nostre birre più vendute. Ma abbiamo sempre detto che il nostro birrificio non si adagia sugli allori". 
La nuova Mad Hatter viene prodotta con malti 2 row, munich e carapils, frumento, mentre il Centennial viene affiancato da Citra e Cascade raccolto nel Michigan. Nel bicchiere è di colore oro carico leggermente velato, l'aroma è pulito ma non particolarmente intenso nonostante la bottiglia abbia un mese di vita: profumi floreali, di marmellata d'agrumi, biscotto e caramello, terriccio umido. Il percorso prosegue in linea retta rispettando quelle che sono le caratteristiche tipiche di molte IPA del Midwest: equilibrio, base maltata ben presente (biscotto e caramello), arancia e pompelmo, amaro finale abbastanza intenso nel quale convivono resina, terra e scorza d'agrumi. Bevuta molto pulita e facile nonostante l'alcool non cerchi di smentire quanto è stato dichiarato in etichetta; una Midwest IPA solida e ben fatta che trovate ad un prezzo davvero ottimo se acquistata nel six pack: 1,50 euro a bottiglia circa!

The Poet non è la stout più famosa di New Holland ma è anch'essa una delle produzioni storiche del birrificio, datata 1999. Si tratta di una Oatmeal Stout prodotta con malti Pale Ale, Munich, Crystal e Chocolote; i luppoli sono Glacier e Nugget. Si veste di un bell'ebano scuro ma la schiuma è un po' grossolana, di dimensione modeste e poco persistente. Al naso orzo tostato, caramello, mirtilli, carne affumicata e qualche accenno di cacao: bene la pulizia, intensità abbastanza dimessa. La sensazione palatale è deludente: il corpo è un po' troppo leggero e non c'è quella morbidezza che mi aspetterei di trovare in una Oatmeal Stout. C'è qualche lieve sconfinamento nell'acquoso e la bevuta in alcuni passaggi è un po' slegata: per quel che riguarda la pulizia il gusto fa qualche passo indietro rispetto all'aroma, risultando in una sensazione generale di torrefatto dalla quale emerge giusto un po' di caramello e qualche ricordo di cioccolato. Chiude con il delicato amaro delle tostature e qualche accenno di carne affumicata, ma nel complesso è una bottiglia che delude, sopratutto se confrontata con le stout prodotte a poche decine di chilometri di distanza da Founders, Bell's e Dark Horse.

Nel dettaglio:
Mad Hatter, formato 35.5. cl., alc. 7,0%, IBU 65, imbott. 14/07/2017, pagata 2,10 $  
The Poet. formato 35.5 cl.,  alc. 5,8%, IBU 37, imbott. 15/06/2017, pagata 2,10 $

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 settembre 2017

MC77 Velvet Suit

Il birrificio marchigiano MC77 aveva debuttato sul blog lo scorso gennaio in un periodo di particolare difficoltà: l’edificio nel quale si trovava era stato seriamente danneggiato dagli eventi sismici e la produzione si era dovuta fermare.  La solidarietà di distributori e rivenditori riuscì ad assorbire rapidamente tutte le scorte presenti in magazzino ma gli impianti furono smontati e trasferiti altrove per permettere l’esecuzione dei lavori di messa in sicurezza e consolidamento dell’edificio. 
Dopo quasi sei mesi d’incertezza a febbraio 2017  Matteo Pomposini e Cecilia Scisciani sono finalmente riusciti a far ripartire il birrificio a Caccamo di Serrapetrona (MC):  oltre a poter riassaggiare le “classiche” birre San Lorenzo,  Fleur Sofronia e White Passion dai fermentatori è arrivata anche una novità che cavalca quella che è l’ultima tendenza in campo birrario, ovvero le New England IPA. Velvet Suit è un nome che credo alluda alla sensazione palatale morbida e cremosa/vellutata che hanno le migliori interpretazioni di questo stile: i luppoli utilizzati per ottenerlo sono Galaxy, Mosaic e Citra, ovviamente utilizzati in abbondantissimo dry-hopping, mentre all'avena il compito di ammorbidire la bevuta. La birra viene presentata in anteprima al al Twenty di Roma sabato 22 aprile nel corso di un tap takeover.

La birra.
Nel bicchiere c'è il tipico haze delle New England IPA ma non siamo agli eccessi di certe brodaglie torbide e fangose: anche la schiuma, spesso la nota dolente di queste birre, è cremosa e abbastanza compatta e mostra una buona persistenza. L'aroma è fresco, pulito e non privo di una certa eleganza, caratteristica spesso estranea alle NEIPA: ananas e mango, pompelmo, arancia e in sottofondo qualche nota dank e vegetale. Più che opulenza c'è raziocinio e equilibrio tra le varie componenti, e lo stesso si può dire anche del gusto. MC77 sceglie un approccio più "soft" al fattore "juicy": il succo di frutta è predominante ma non sfacciato, in sottofondo si riesce ugualmente a percepire il contributo del malto (pane, crackers), grazie ad un ottimo livello di pulizia. Dal tropicale la bevuta vira leggermente verso il pompelmo, mentre l'amaro finale (vegetale e scorza d'agrumi) è educato e limita al massimo quel "grattare in gola" (o effetto pellet) che sovente affligge le New England IPA.  Si potrebbe invece migliorare la sensazione palatale: in questa bottiglia non ho percepito particolare morbidezza e la birra mi sembra un pochino pesante dal punto di vista tattile. 
La Velvet  Suit di MC77 può essere un'ottima introduzione alle NEIPA per chi non le ha mai bevute: non è sfacciata, è juicy ma non estrema, pulita e secca, disseta e rinfresca tenendo molto ben sotto controllo la componente etilica. Ma è anche un'ottima bevuta per chi le frequenta già da un può di tempo.
Formato: 33 cl. alc. 6.5%, lotto 32, imbott. 07/08/2017, scad. 07/12/2017, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 10 settembre 2017

Surly Brewing Company: Xtra-Citra Pale Ale, Bender, Overrated West Coast Style IPA, Todd - The Axe Man, Furious

Surly è un birrificio che nasce e prende il nome dalla frustrazione di non riuscire a trovare della buona birra da bere: “surly” (burbero, scontroso) era Omar Ansari che, tornato a Minneapolis dopo una vacanza in Oregon con la moglie Becca, faceva fatica a trovare qualcosa di buono da mettere nel bicchiere. La soluzione è l’homebrewing  che, in poco tempo, sfocia nella decisione di trasformare il business di famiglia (prodotti abrasivi) in un birrificio. 
Todd Haug è un chitarrista heavy metal che ha scoperto la buona birra all’età di diciannove anni mentre era in tour con il gruppo Powermad: a casa si esercitava anche nell’homebrewing e, una volta capito che la carriera musicale non gli avrebbe permesso di vivere, trova un lavoro come apprendista al birrificio Summit di St. Paul, la città “gemella” di Minneapolis. Non gli viene però concessa nessuna licenza creativa e allora si sposta al più piccolo brewpub Rock Bottom che invece gli lascia carta libera sulle ricette. Vi rimane per dieci anni, sino a quando non apprende tramite un amico comune che Omar Ansari – reduce da un tirocinio presso la New Holland Brewing Company  -  sta cercando un birraio per far partire il proprio birrificio. Nel 2005 Haug viene assunto e il primo febbraio 2016 Surly vende il suo primo fusto di birra: “quello che volevamoracconta Ansariera mettere in piedi un impresa con sette-otto dipendenti e arrivare a fare  7-8000 ettolitri l’anno, sperando che bastasse per vivere. Non volevamo convertire alla birra artigianale chi beveva Coors, volevamo fare delle birre potenti e aggressive, ovvero quelle che ancora mancavano nel mercato del Minnesota. Siamo rimasti tutti sorpresi del successo avuto nei primi anni di vita: considerando il prezzo e il gusto non riuscivamo a credere che la nostra birra potesse richiesta da così tanti locali”. 
Surly parte con una distribuzione limitatissima (grolwers da asporto al birrificio e fusti in alcuni locali di Minneapolis e St. Paul)  ma questo basta agli utenti di Beer Advocate , a sedici mesi dal debutto, per eleggerlo miglior birrificio americano; contemporaneamente Ratebeer incorona  la imperial stout Darkness come miglior birra americana al mondo, davanti alla Dark Lord di Three Floyds e alla Speedway Stout di Alesmith; nello stesso anno il beer-rating incorona nelle rispettiva categorie anche la brown ale Bender, ma è soprattutto la IPA chiamata Furious a saturare la capacità produttiva di Surly. 
Nel 2011 Ansari  vuole espandersi e vuole costruire un nuovo birrificio, ma per farlo funzionare reputa assolutamente fondamentale la presenza di una taproom; vi è tuttavia una legge dello stato del Minnesota che vieta a qualsiasi birrificio con una produzione superiore a 4000 ettolitri l’anno di vendere birra direttamente al pubblico. Grazie alla mobilitazione del “popolo Surly” sui social network e al coinvolgimento di alcuni deputati e senatori,  il 25 maggio del 2011 il governatore Mark Dayton approva quello che è stato chiamato “il progetto di legge Surly”, che alza l’asticella del divieto a 234.000 ettolitri.  Può così partire la costruzione del nuovo birrificio, capacità 110 hl e investimento da 20 milioni di dollari, che inizia nell’autunno del 2013 nel quartiere periferico Prospect Park di Minneapolis e  e termina alla fine del 2014: nel frattempo la produzione passa dai 25.000 ettolitri del 2012 ai 55.000 del 2015, anno in cui il nuovo birrificio arriva ad aiutare lo storico impianto da 35 ettolitri che si trova al Brooklyn Center.  
Un complesso davvero molto bello che include taproom con beer garden, ristorante, negozio di merchandising e tour guidati: di recente il birrificio ha installato otto nuovi fermentatori per aumentare la propria capacità produttiva da 115 a 230.000 ettolitri l’anno. Nonostante questo, Surly mantiene una distribuzione ancora confinata nel Midwest: Minnesota, Wisconsin, South Dakota, Nebraska, Iowa e Illinois. 
Tutto bene quindi? Quasi, perché a ottobre del 2016 il birraio Todd Haug ha rassegnato le dimissioni per raggiungere il birrificio Three Floyds, in Indiana: pare che dopo anni di servizio alla Surly e dopo  aver creato numerose birre di successo si aspettasse che gli venisse offerto il passaggio da semplice dipendente a socio, cosa che non è invece avvenuta: Surly rimane nelle mani della famiglia Ansari. A guidare la produzione sono oggi rimasti Jerrod Johnson e Ben Smith, entrambi assistenti di Todd da molti anni. 


Le birre.
La Xtra-Citra Pale Ale è un'aggiunta abbastanza recente alla gamma Surly e viene commercializzata a partire da inizio 2016. Il protagonista è ovviamente il luppolo Citra, utilizzato in un abbondante dry-hopping e affiancato dal Warrior in bollitura; i malti sono 2-Row, Acidulato, Gambrinus Honey e fiocchi d'avena. Viene utilizzato un ceppo di lievito inglese per una pale ale sessionabile (4.5%) dorata e dall'aroma fresco, intenso e pulito, valorizzato da una lattina che ha solo due settimane di vita; dominano gli agrumi (pompelmo, arancia e cedro) ma non manca neppure l'ananas. In bocca è leggera ma l'avena  e la bassa carbonazione le donano una morbidezza davvero notevole per una session beer.  Lieve presenza maltata (pane, crackers), ananas e poi la bevuta chiude con un amaro zesty ed erbaceo delicato, che non stanca mai; birra pulitissima e fragrante, ottimo livello d'intensità e ottima secchezza. Una di quelle birre che potresti bere dalla mattina alla sera senza mai stancartene.

Bender è invece un'American Brown Ale (5.1%) prodotta con malti 2-row, Aromatic, Medium Crystal, Dark Crystal e Chocolate, avena, luppoli Columbus e Willamette, un ceppo di lievito inglese. Il suo colore è il mogano con intensi riflessi rubini: profumi di pane nero, orzo tostato e frutti di bosco danno il benvenuto e sono accompagnati, in secondo piano, da accenni di panna, quasi vaniglia. Il mouthfeel mi sembra invece privilegiare la scorrevolezza, senza indugiare sul morbido, nonostante le bollicine siano molto poche; la bevuta si dimostra consistente con l'aroma aggiungendo un po' di caffelatte al caramello e alle tostature dell'orzo e del pane. Anche qui c'è un ottimo livello di pulizia con l'amaro del torrefatto che aumenta d'intensità nel finale bilanciando perfettamente un piccolo dessert che a tratti chiama in causa anche panna e vaniglia. Personalmente l'ho trovata meglio della sua celebrata versione al caffè, quest'ultimo ingrediente molto predominante e non adeguatamente supportato da altri elementi.

Overrated!, ovvero "sopravvalutata", è l'interpretazione di una West Coast IPA (7.2%) secondo il birraio Todd Haug; malti 2-Row e Crystal, quest'ultimo di origine belga, luppoli Columbus, Centennial, Cascade ed El Dorado, lievito English Ale. Il suo colore tra il dorato e l'arancio è effettivamente quello delle IPA californiane, mentre l'aroma di una lattina con un mese di vita sulle spalle non è esplosivo, anche se pulito e ancora fresco: spiccano mango, papaya e pompelmo zuccherato. Ottima la sensazione palate, davvero morbidissima, e gusto che continua in territorio tropicale, con i luppoli sostenuti da una base maltata di miele e biscotto. L'alcool non si nasconde affatto, e forse si manifesta per più di quanto dichiarato: la bevuta è potente e sfocia in un finale  amaro resinoso abbastanza aggressivo e pungente. IPA molto muscolosa ma altrettanto godibile, che si beve senza difficoltà: non è la livello delle migliori IPA prodotte in California ma non è assolutamente "sopravvalutata". Livello alto anche qui.

Todd The Axe Man è una IPA realizzata assieme al birrificio danese Amager che avevamo già incontrato nella versione prodotta in Europa; quella americana utilizza gli stessi ingredienti (malto Golden Promise inglese, luppoli Citra e Mosaic) ma alza l'ABV da 6.5 a 7.2%, perché negli Stati Uniti the bigger the better. Si tratta di un'altra West Coast IPA e il colore (oro/arancio) non mente ma la schiuma è un po' scomposta e un po' troppo rapida nel dissiparsi. A tre settimane dalla messa in lattina il naso è ancora molto fresco e pungente, con la macedonia tropicale del Mosaic (mango, papaia, passion fruit e melone) a farla da padrone. La bevuta è ricca di frutta tropicale senza sconfinare nel cafone, sostenuta da fondamenta leggermente biscottate, con arancia e pompelmo che arrivano ad arricchire ulteriormente una macedonia fresca e fragrante; l'amaro resinoso è di modesta intensità e durata, necessario  a bilanciare una IPA molto elegante che nasconde benissimo l'alcool e che si beve con pericolosa velocità. Mouthfeel ancora una volta ottimo, come quasi tutte le Surly bevute: morbido ma scorrevole, carbonazione delicata.  

Chiudo questa rassegna con la birra che ha contribuito maggiormente al successo del birrificio di Minneapolis: Furious,  in verità una Imperial Red Ale che oggi ospita la parola IPA sulla lattina. Haug la elabora pensando ad una delle sue birre preferite, la Hop Rod Rye dei californiani Bear Republic. Una birra ambrata, aggressivamente luppolata, estrema: quello che nel 2006 non esisteva in Minnesota, le cui birre equilibrate erano "figlie" della tradizione tedesca. Il 40% dei residenti in Minnesota oggi hanno infatti antenati nati in Germania. 
Malti Pale Ale, Golden Promise, Aromatic, Medium Crystal, orzo tostato; luppoli Warrior, Ahtanum, Simcoe, Amarillo e lievito English Ale. Nel bicchiere è ambrata, quasi limpida e colpisce subito le narici con pungenti e balsamiche note di resina e aghi di pino, caramello e biscotto, terriccio umido. Un aroma semplice ma molto intenso e pulito, preludio di quello che sarà poi la bevuta: l'amaro intenso, pungente e resinoso è supportato da una robusta ma fragrante base maltata di caramello e biscotto. Tutto l'opposto del "caramellone" che spesso troviamo in alcune IPA europee. Il gusto è vigoroso e aggressivo, rigoroso, quasi implacabile, con qualche concessione di pompelmo a movimentare un po' una birra semplice ma pulitissima, fragrante e sostenuta da un contenuto alcolico non particolarmente elevato (6.7%) che tuttavia si fa sentire. Non è facile fare una birra mettendo in gioco pochi elementi facendo sì che non diventi mai noiosa: Furious ne è uno splendido esempio. Lontana dalle mode fruttate, se avete voglia di un cazzotto amaro che vi colpisca in pieno volto questa è la birra che fa per voi. Furiosa di nome ma anche di fatto.

Nel dettaglio:
Xtra-Citra Pale Ale, 35.5 cl., alc. 4,5%, imbott. 02/08/2017, prezzo $ 1,99.
Bender, 47.3 cl., alc. 5,1%, imbott.  27/04/2017, prezzo $ 2,99
Overrated West Coast Style IPA,  47.3 cl., alc. 7,2%, imbott. 13/07/2017, prezzo $ 2,99
Todd - The Axe Man, 47.3 cl., alc. 7,2%, imbott. 26/07/2017, prezzo $ 2,99
Furious, 47.3 cl., alc. 6.7%, imbott. 16/07/2017 , prezzo $ 2,99

giovedì 7 settembre 2017

Ichnusa Non Filtrata

Il 2017 celebra il cinquantesimo compleanno del birrificio di Assemini, Sardegna, inaugurato nel 1967: sino ad allora la birra Ichnusa era stata prodotta nello stabilimento di Cagliari costruito nel 1912 da Amsicora Capra. Ichnusa assunse una rilevanza al di fuori dei confini regionali solo dopo la seconda guerra mondiale, arrivando ai 400.000 ettolitri del 1981; cinque anni dopo fu acquistata da Heineken che qualche anno prima aveva messo le mani anche sulla Dreher di Trieste. La multinazionale si trovò proprietaria di due siti produttivi in Sardegna: ad Assemini quello Ichnusa, a Macomer quello Dreher: come purtroppo avviene in questi casi, il piano di razionalizzazione e di contenimento dei costi portò alla chiusura del secondo. 
Lo stabilimento di Assemini rimane oggi il più antico birrificio in Sardegna e si estende su un’area di circa 160.000 metri quadrati, nel quale lavorano un’ottantina di dipendenti. Seicentomila gli ettolitri prodotti ogni anno (al ritmo di 45.000 bottiglie ogni ora), il 10% dei quali viene esportato. 
Il cinquantesimo compleanno viene celebrato con l’arrivo di una nuova birra, la Ichnusa Non Filtrata, che viene presentata alla stampa lo scorso maggio; se non erro si tratta della prima birra “non filtrata” commercializzata in Italia nel portafoglio dei marchi Heineken, se si esclude la weiss Moretti La Bianca. Google mi informa che dal 2010 in Romania la multinazionale vende la Ciuc Premium Nefiltrat.  
Ichnusa Non Filtrata viene descritta come “a bassa fermentazione, 100% puro malto d’orzo.  La ricetta utilizza malto d’orzo chiaro e malto d’orzo caramello (...). A renderla unica l’assenza del trattamento di filtrazione: a fine processo, invece di essere filtrata, viene lasciata decantare naturalmente nei tini di fermentazione. È una birra che raccoglie la migliore tradizione birraria. Sono i piccoli e sapienti gesti del mastro birraio a scandirne il processo produttivo, che termina con la gettata finale di luppolo, fatta a mano come un tempo e che regala a Ichnusa Non Filtrata quel suo aroma inconfondibile. L’esclusività di Ichnusa Non Filtrata è sottolineata anche dalla sua bottiglia: una forma unica che esprime la storia del marchio, lo spirito selvaggio e puro della sua terra di origine. Diversa nel gusto e nella forma rispetto a tutte le birre presenti sul mercato”.
Per la cronaca, sul retro dell’etichetta c’è una foto di gruppo di tutti i dipendenti dello stabilimento.

La birra.
Un anno fa l’Ichnusa “normale” era risultata la peggiore nel corso di un confronto con altre birre industriali come Wührer, Dreher, Forst Premium, Poretti e Menabrea: a suo (parziale) discapito si trattava di una bottiglia purtroppo pesantemente condizionata dal cosiddetto “effetto luce”.  Ichnusa Non Filtrata è venduta ad un prezzo superiore rispetto alla versione normale: la differenza può ovviamente variare leggermente a seconda del luogo d’acquisto ma per quel che mi riguarda, nello stesso supermercato, la differenza al litro era del 27% (2,58 anziché 2,03 €). 
Il suo colore è dorato e inizialmente solo leggermente velato ma, se arrivate a vuotare tutta la bottiglia nel bicchiere, la birra risulta quasi opalescente: la schiuma è impeccabilmente bianca e cremosa, fine e compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso cereali e mollica di pane, qualche accenno di mela verde e di fiori, qualche lieve puzzetta da “colpo di luce” e anche un velo di diacetile, che ritornerà anche al palato, in quantità davvero minima. L’etichetta dichiara solamente l’utilizzo di malto d’orzo ma assaggiandola “senza saperl”, oltre al cereale e al dolce della mollica di pane e del miele, avrei scommesso anche sulla presenza di mais; l’intensità dei sapori è discreta e tutto sommato accettabile per un prodotto industriale, mentre nel finale c’è una breve nota amaricante abbastanza sgraziata che chiama in causa più la gomma bruciata che l’erbaceo. E' il luppolo gettato a mano? La bevuta non è particolarmente secca e lascia sempre una leggera patina dolciastra ad avvolgere il palato: si tratta di un prodotto pastorizzato, quindi “morto”, dal quale non è ovviamente lecito attendersi fragranza e freschezza. 
Devo tuttavia ammettere che in quanto industriale non l’ho trovata così sgradevole, soprattutto se affrontata quando ancora fredda di frigo: indubbiamente migliore della Ichnusa “normale” ma anche più intensa e meno terribile di altre lager industriali. Insomma, se non avete proprio voglia di bere acqua e neppure una spremuta di mais tipo Peroni, questa Ichnusa Non Filtrata potrebbe essere una opzione.  Ma il consiglio è ovviamente di aumentare di un po’ il budget a disposizione e cercare in qualche beershop una kellerbier tedesca, alternativa più economica alle artigianali italiane. 
Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 7146380V B, scad. 01/02/2018, pagata 1,29 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 6 settembre 2017

Toppling Goliath: ZeeLander, Sosus & King Sue

Il viaggio che dalle rive del fiume Mississippi porta a Decorah, cittadina dell’Iowa nord-orientale che si trova a venti chilometri dal confine con il Minnesota, è un incessante susseguirsi di dolci colline coltivate a mais e soia; le desolate esconfinate “grandi pianure” di Oklahoma e Nebraska sono ancora lontane e i terreni agricoli dell’Iowa appaiono non troppo dissimili da quelli europei: ogni poche centinaia di metri appare una fattoria, spesso dipinta di rosso, circondata da enormi silos per lo stoccaggio delle granaglie.   
Decorah conta circa 8000 abitanti e, sebbene il suo nome sia già comparso più di una volta tra quello delle “piccole città più belle di tutti gli Stati Uniti” non offre onestamente nulla che valga la pena il viaggio per un turista europeo; è sufficiente una passeggiata di mezz’ora downtown per prendere nota di alcuni edifici risalenti alla fine del diciannovesimo secolo, quando un cospicuo gruppo di immigrati dalla Norvegia vi si stabilì per costruire una diga e alcuni mulini lungo il corso dell’Upper River.  Per chi invece ama la birra Decorah è una destinazione di rilievo in quanto è qui che nel 2009 ha aperto le porte Toppling Goliath, uno dei birrifici più amati e ricercati dai beergeeks, del quale vi avevo già parlato in questa occasione
Un birrificio che ha anche dato adito a diverse polemiche, prima di tutto quella sulle lattine che vengono appaltate presso il birrificio Brew Hub in Florida senza che ciò venga chiaramente specificato sulla confezione: una soluzione temporanea per aumentare la produzione in attesa dell’inaugurazione, prevista entro la fine dell’anno, del nuovo stabilimento nel Decorah Business Park costato, pare, quasi dieci milioni di dollari.  Ma le polemiche riguardano anche i prezzi di alcune delle loro bottiglie più ricercate, come le imperial stout Assassin, Morning Delight e KBBS -  Kentucky Brunch Brand Stout che vengono vendute solamente al birrificio nel giorno della presentazione ai fortunati vincitori di una lotteria on-line. Nel 2016 mille persone hanno potuto acquistare, per la modica cifra di 200 dollari, una confezione contenente due bicchieri, due bottiglie di Assassin e una di KBBS; qualche settimana fa, duemila persone hanno speso cento dollari per quattro bottiglie (35,5 cl.) e due bicchieri di Morning Delight. La spesa per le birre - e quella per il viaggio - potrebbe non essere comunque priva di senso visto che le bottiglie raggiungono sul "mercato nero" cifre molto più importanti.

In un lunedì pomeriggio di inizio agosto la taproom di Toppling Goliath, che si trova a circa sette chilometri dal luogo di produzione, è piuttosto tranquilla: i pochi clienti seduti nel piccolo beer garden sono soprattutto persone che, a giudicare dall'abbigliamento, hanno appena terminato la loro attività sportiva, corsa o ciclismo. Sono disponibili alla spina sei Toppling Goliath più qualche birra ospite: in vendita anche magliette, felpe, maglie da ciclista, bicchieri, bottiglie e lattine da asporto.
“Hop Patrol” è la serie che racchiude tutte le Toppling Goliath  “single hop”, ovvero birre prodotte con solamente una varietà di luppolo; non so se sia effettivamente così, ma le tre bottiglie assaggiate, tutte prodotte nello stabilimento di Decorah, mi hanno davvero impressionato per quello che il birraio Mike Saboe è riuscito ad ottenere.

Partiamo dalla ZeeLander, una IPA dall’ABV abbastanza contenuto (5.8%) per gli standard americani che, come il nome può far intuire, utilizza un solo luppolo neozelandese: trattasi del Nelson Sauvin. Il suo colore oscilla tra il dorato e l’arancio e il suo aroma è una fresca e fragrante macedonia di frutta tropicale: ai profumi di mango, papaia, ananas e melone si affianca quello dell’uva bianca, tipico del Nelson. In sottofondo note “dank” e vegetali. La sensazione palatale è perfettamente morbida con una carbonazione molto delicata e il gusto segue passo dopo passo il percorso aromatico con un’intensità davvero impressionante. Il dolce della frutta tropicale è quello delicato ed elegante di molte produzioni di Toppling Goliath, mai sfacciato o cafone; la chiusura è secca e seguita da un amaro di discreta intensità nel quale il “dank” si mescola alle note vegetali caratteristiche del Nelson Sauvin. La base maltata (pane, un tocco di biscotto) è leggera e non intende assolutamente rubare la scena al luppolo, assoluto protagonista di una bevuta pulitissima, facilissima e di livello davvero alto.  Una birra eseguita con grande maestria da bere a oltranza e che regala anche belle emozioni.

King Sue è una Double IPA che rappresenta la versione “potenziata” della splendida Pale Ale chiamata Pseudo Sue. Il nome della birra è solo vagamente ispirato a quello di Sue, ad oggi il più grande e completo scheletro di tirannosauro che sia mai stato ritrovato, alto quattro metri e lungo dodici. Miracolosamente ritrovato nel 1990 da Sue Hendickson durante alcuni scavi in South Dakota, lo scheletro è ospitato nel Field Museum di Chicago che lo acquistò all’asta per nove milioni di dollari.
Nel bicchiere è dorata e leggermente velata e, unica nota un po’ “dolente”, presenta un aroma pulito e molto elegante ma dalla bassa intensità: papaia, mango, passion fruit, litchi formano un bouquet dolce e zuccherino al quale s’affiancano note erbacee. Anche in questo caso la sensazione palatale è ineccepibile e il gusto fortunatamente rimedia alla parsimonia aromatica:  il lieve biscottato dei malti sostiene adeguatamente la ricchezza della frutta tropicale che abbastanza sorprendentemente, in una birra prodotta solamente con luppolo Citra, eclissa quasi completamente gli agrumi. L’alcool (8%) si sente quanto basta per giustificare il titolo di “Double” IPA e la bevuta procede senza intoppi con un finale amaro resinoso molto pulito con intensità e lunghezza adeguate a non stancare mai il palato. Anche qui il livello è altissimo con un fruttato tropicale intenso e molto elegante che non è facile incontrare: se devo però dirla tutta, credo di preferirle ancora la sua sorella “minore” Pseudo Sue.

Sosus è invece una Double IPA, prodotta solamente con luppolo Mosaic e “mosaicata” in etichetta, che prende il suo nome dal mosaicista Sosos di Pergano, autore del celebre mosaico che raffigura alcune colombe che bevono da un vaso metallico, oggi conservato nei Musei Capitolini a Roma. Anche lei è dorata e inebria le narici con intensi profumi tropicali di ananas, mango, melone e passion fruit appena “sporcati”, se vogliamo essere pignoli, da un lieve ricordo di cipolla.  Sosus non si discosta molto da quanto offre la sua compagna King Sue: un velo biscottato sorregge un carico di frutta tropicale davvero notevole, intenso, pulitissimo e molto elegante, che non stanca mai. Il suo dolce zuccherino è ben attenuato ed asciugato dall’alcool (8%) che non risulta mai d’intralcio alla bevuta. Il finale amaro (dank e resina) è invece meno lungo e intenso della King Sue, con un elegante dolcezza tropicale che ritorna anche nel retrogusto a conclusione di una bevuta – tocca ripeterlo – di livello davvero elevato.
Al di là del divertimento delle classifiche di beer-rating (King Sue quinta miglior Double IPA al mondo per Ratebeer, Sosus al numero 37) queste due Toppling Goliath sorprendono per pulizia, eleganza, equilibrio e facilità di bevuta: né succhi di frutta né spremute d’amaro, c'è l'equilibrio e la facilità di bevuta tipica delle IPA del Midwest abbinata ad un carattere fruttato molto più accentuato rispetto alle tipiche IPA di questa regione degli Stati Uniti. Al di là della simpatia che si può nutrire per questo birrificio, quello che arriva nel bicchiere è davvero eccellente.  

Nel dettaglio:
ZeeLander, formato 65 cl., alc. 5.5%, IBU 80, lotto non riportato, prezzo 9.00 $
King Sue, formato 65 cl., alc. 8%, IBU 100+, lotto non riportato, prezzo 10.00 $
Sosus, formato 65 cl., alc. 8%, IBU 100+, lotto non riportato, prezzo 10.00 $

lunedì 4 settembre 2017

Jolly Pumpkin Clementina

Sono attualmente cinque le location, tutte nello stato del Michigan, dove potete bere le birre prodotte dal birrificio Jolly Pumpkin direttamente "alla fonte": innanzitutto la tasting room della nuova sede del birrificio a Dexter inaugurata nel 2016, dove però non troverete nulla da mangiare. Poi il cafè della sede originale di Ann Arbor, la pizzeria-brewpub di Detroit, il ristorante-brewpub di Royal Oak, località che si trova venti chilometri a nord di Detroit, e il brewpub-ristorante-distilleria che si trova nei dintorni di Traverse City, sulla suggestiva Old Mission Peninsula, area ricca di vigneti. 
Ricordo brevemente che Jolly Pumpkin Artisan Ales venne fondata nel luglio 2004 da Ron Jeffries e dalla moglie Laurie; oggi Jolly Pumpkin fa parte della Northern United Brewing Company, compagnia fondata da Jeffries assieme a Jon Carlson e Greg Lobdell del birrificio Grizzly Peak, dove aveva lavorato come birraio prima di mettersi in proprio. Nei locali sopracitati trovate quindi disponibili alla spina le birre di tutti e due i marchi in aggiunta a quello di North Peak, che Jeffries utilizza per produrre birre "non acide". Prevista per il prossimo ottobre 2017 è invece l’inaugurazione della sesta location, un brewpub a Chicago che aprirà i battenti a sud, nella zona di Hyde Park, il quartiere universitario della città. 

La birra.
Clementina è una saison prodotta con malto Pilsner, frumento maltato, fiocchi d'avena, luppoli Celia, Hallertau (USA), Willamette e che vede l’aggiunta di succo di clementina, scorza di yuzu e di lime, sale rosa dell’Himalaya e coriandolo; il suo debutto avviene a marzo 2016 con distribuzione in bottiglia solamente presso le varie location di Jolly Pumpkin.  Ognuna di queste bottiglie è stata poi numerata e firmata da Ron Jeffries. La birra ha ottenuto un ottimo successo e Jolly Pumpkin ha deciso quindi di riproporla in più vasta scala, commercializzando altre bottiglie lo scorso febbraio e lo scorso agosto; queste sarebbero il risultato di tre cotte da dodici ettolitri effettuate a inizio 2016 che sono state poi invecchiate per sette mesi in un foeder di rovere da 24 ettolitri barili e in altri barili più piccoli di rovere tostato. A completare l’opera c’è la solita splendida etichetta realizzata da un ispiratissimo Adam Forman che attinge a piene mani nel repertorio Art Nouveau: Georges de Feure, Aubrey Beardsley, Théophile Steinlen, Henri Privat-Livemont, Eugène Grasset, Ivan Bilibin. 
Il suo colore arancio pallido leggermente velato richiama effettivamente quello dell’agrume che le presta il nome, mentre la schiuma cremosa e abbastanza compatta mostra una discreta persistenza. Al naso appare il sole estivo che riscalda una passeggiata in un agrumeto: profumi di mandarino e/o clementina, lime, arancia, fiori e paglia, un tocco salino/minerale, coriandolo e pepe. In secondo piano note lattiche e di mela acerba, crosta di pane: aroma che riesce ad essere rustico ed elegante al tempo stesso, molto intenso e fresco di una bottiglia che ha poche settimane di vita.  Qualche bollicina in più avrebbe reso la bevuta ancora più vivace ma è un vezzo che le si perdona facilmente: Clementina è una saison che anche al palato spruzza agrumi da ogni dove, bilanciando il dolce con l’aspro, il rustico con l'eleganza del frutto che appare pulitissimo, pieno e fragrante, accompagnato in secondo piano da pepe e da coriandolo, da leggere note funky, legnose e lattiche: il finale è secchissimo e l’amaro (scorza d’agrumi, erbaceo) è delicato per non stancare mai il palato. Il risultato è una delle migliori birre di Jolly Pumpkin che mi sia capitato di bere: saison pulita e profumatissima, intensa, moderatamente acida: il  contenuto di una bottiglia da 75 centilitri che evapora con una velocità impressionante.
Formato: 75 cl., alc. 5.5%, IBU 11, lotto B1246, imbott. 14/07/2017, prezzo 15.00 $.

venerdì 1 settembre 2017

Wisconsin: Pearl Street Me, Myself & IPA, Lakefront IPA, Central Waters Rift IPA & Satin Solitude Imperial Stout

Wisconsin, ventitreesimo stato americano per superficie e ventesimo per popolazione: uno stato dalla grande tradizione agricola, i cui confini occidentali ed orientali sono rappresentati dal Grande Fiume, il Mississippi, e dal lago Michigan: è soprannominato America's Dairyland, ovvero "la terra dei caseifici".  Per quel che riguarda la birra a Milwaukee, la più grande città dello stato, ha sede la Miller Brewing Company, il secondo più grande produttore americano la cui proprietà è passata nelle mani di gruppi come Philip Morris e SAB Miller. Nell'ottobre 2016 quest'ultimo è stato acquistato da AB-InBev e il marchio Miller è stato uno di quelli "sacrificati" sull'altare dell'antitrust: il gruppo Molson Coors lo ha rilevato per 12 miliardi di dollari. 
Fortunatamente in Wisconsin ci sono anche 138 birrifici artigianali (quattordicesimo stato americano) per una produzione totale di circa 1.150.000 ettolitri: non sono molti quelli che vengono importati in Europa (a memoria ricordo solo O'so) e la maggior parte di essi ha una distribuzione soprattutto locale o opera solamente come brewpub. Emblematico il caso di New Glarus, uno dei birrifici del Wisconsin più apprezzati dai beergeeks, che distribuisce solamente all'interno del proprio stato. 
Il beer hunting in uno stato grande poco più della metà (169.639 km²) del territorio italiano nel quale vivono solamente sei milioni di persone è quindi tanto affascinante quanto carente d'informazioni. Prima di avventurarsi è sempre doveroso informarsi sulle leggi relative alla vendita e al consumo di alcool, diverse in ogni stato americano: il Wisconsin non annovera nessuna "dry county" ma la vendita di birra (da asporto) è consentita solamente dalle sei del mattino alle nove di sera, mentre i bar hanno l'obbligo di chiudere entro le due di notte e, nel weekend, entro le due e mezza. 

Partiamo dalla Pearl Street Brewery, birrificio che si trova a La Crosse, una piccola ma graziosa (per gli standard americani) cittadina adagiata sulle rive del Mississippi e quindi sul confine con il Minnesota. Viene fondato nel 1999 da padre e figlio, Tony e Joe Katchever, aiutati oggi dall’head brewer Jordan e da un team che comprende una decina di persone; l’attività parte in un seminterrato delle centralissima Pearl Street per poi continuare oggi nei più periferici ma ampi locali di St Andrew Street. In quasi vent’anni di attività il birrificio ha realizzato una cinquantina di birre e distribuisce solamente nel proprio stato; difficile resistere alla tentazione di bere finalmente IPA americane fresche, addirittura nella loro città d’origine, e quindi dalla loro gamma scelgo una freschissima Me, Myself & IPA. 
Siamo nel Midwest, quindi ben lontani dalle bombe luppolate della West Coast e dai succhi di frutta del New England; riesce difficile elaborare una definizione precisa di Midwest IPA ma direi che di solito potete aspettarvi una birra nella quale i luppoli guidano la bevuta ma anche la componente maltata è ben presente, con il risultato che spesso coincide con una IPA molto bilanciata che non tende a saturare il palato con tonnellate di amaro.  La Me, Myself And IPA di Pearl Street (non confondetelo con l’omonimo birrificio di Buffalo) è di colore dorato carico e presenta un aroma pulito anche se poco intenso: aghi di pino e note terrose, quasi di muschio, accompagnano il caramello anticipando quello che sarà poi la bevuta. Al palato appare anche qualche nota biscottata e di pompelmo, prima di un finale amaro, di buona intensità, nella quale le note pungenti di resina affiancano quelle terrose. Bottiglia con meno di un mese di vita sulle spalle, fresca e pulita, che regala buone soddisfazioni: IPA piuttosto muscolosa per il contenuto alcolico effettivo (6.5%) che, come accade quasi sempre per le birre del Wisconsin, non viene dichiarato in etichetta. 

Dalle rive del Mississippi spostiamoci ora quelle del lago Michigan, a Milwaukee, dove dal 1987 ha sede Lakefront Brewery, uno dei microbirrifici più longevi del Wisconsin fondato dai fratelli Russ e Jim Klisch. Per dodici anni 2000 il birrificio ha operato all’interno di un ex-panificio utilizzando un impianto, incluso la linea d’imbottigliamento, assemblato personalmente da Russ utilizzando componenti di seconda mano; nel 2000 è avvenuto il trasloco, con conseguente cambio d’impianto produttivo, all’interno di un dismesso edificio del 1908  che un tempo ospitava la centrale elettrica, alimentata a carbone, della Milwaukee Electric Railway Company. Oltre che in tutto il Midwest, Lakefront distribuisce anche sulle coste degli Stati Uniti, dalla Florida alla California. La IPA di  Lakefront viene prodotta con Cascade e Chinook  e si presenta di colore oro antico con riflessi ramati; il naso non brilla né per pulizia né per intensità ma permette comunque d’individuare i profumi terriccio umido, di biscotto e pane tostato. La sensazione palatale è un po’ debole per una IPA dal buon contenuto alcolico (6.6%) che propone un percorso gustativo coerente con l’aroma: biscotto e caramello, accenni di tostato, marmellata d’agrumi prima di un finale amaro abbastanza corto nel quale convivono note vegetali, terrose e una delicata tostatura. IPA prodotta con luppoli americani che ricorda molto l’Inghilterra, quella "tradizionale", nel risultato finale: intensità e pulizia non sono tuttavia encomiabili e alla fine la bevuta lascia un po’ insoddisfatti. 

Altro birrificio con vent’anni di storia alle spalle è Central Waters, aperto nel 1997 a Junction City, duecento chilometri a nord ovest di Milwaukee: lo fondano gli amici Mike McElwain e Jerome Ebel  adattando un vecchio impianto di un caseificio in uno stabile che nel 1920 ospitava un concessionario di automobili Ford. Dopo tre anni il birrificio fu rilevato dal birraio e dipendente Paul Graham che ancora oggi lo guida assieme ad Anello Mollica; nel 2007 è avvenuto il trasloco nella location attuale di Amherst dove è in funzione un impianto dalla capacità di 15 barili. 
Impossibile reperire alcune delle imperial stout invecchiate in botti di bourbon che rappresentano, almeno secondo i beer-raters, il meglio di Central Waters: sono birre stagionali per i mesi più freddi dell’anno che spariscono ovviamente subito dagli scaffali. Eccone invece due prodotte tutto l’anno. La IPA della casa si chiama Rift, in omaggio alla Grande Fossa Tettonica del Kenia (Great Rift Valley) nella quale vivono almeno cinque specie diverse di aironi, animale presente su tutte le etichette del birrificio; i luppoli utilizzati sono Simcoe, Citra ed Amarillo.  Il bicchiere si veste di color dorato carico e l’aroma regala profumi di aghi di pino, mango, papaia e melone, pompelmo; l’intensità non è molto elevata ma la pulizia è quella giusta. La sensazione palatale è morbida e molto gradevole a supporto di una bevuta molto bilanciata nella quale convivono note biscottate e di frutta tropicale prima di un finale amaro, di media intensità, caratterizzato da note prevalentemente resinose. Una IPA che manca forse un po’ di carattere ma che evidenzia fragranza e ottima pulizia, risultando facilissima da bere. 
Le cose vanno un pochino meno bene quando nel bicchiere si versa l'imperial stout chiamata Satin Solitude. Dal contenuto alcolico “moderato” (7.5%) e di colore ebano scurissimo,  si presenta con un ottimo aspetto e con un naso altrettanto invitante e pulitissimo: pane nero, orzo tostato, caffè e mirtillo, una spolverata di cenere. L’inizio è promettente ma in bocca questa imperial stout risulta un po’ troppo leggera e sfuggente, anche se capisco le intenzioni del birrificio di realizzare una birra intensa ma non impegnativa da bere. I sapori sono molto meno puliti e definiti degli aromi, con una generale sensazione di torrefatto supportata dal dolce del caramello; nel finale le tostature s’intensificano ma la birra perde ulteriormente eleganza, concludendo il suo percorso con un immaginario tuffo in una tazza di caffelatte ben zuccherato. Nel complesso discreta, si perde un po’ per strada dopo un inizio (aroma) molto convincente: peccato.

Nel dettaglio
Pearl Street Brewery Me Myself & IPA, 35.5 cl., alc. 6.5%, imbott. 07/2017, prezzo 1,58 $
Lakefront Brewery IPA, 35.5 cl., alc. 6.6%, scad. 18/11/2017, prezzo 1,58 $
Central Waters Rift, 35.5 cl., alc. 6.5%, lotto 413113?, scad 4/12/2017?, prezzo 1,58 $
Central Waters Satin Solitude, 35.5 cl., alc. 7.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo 1,58 $