domenica 23 luglio 2017

Jolly Pumpkin Baudelaire Beer iO Saison

Nel 2010 Jolly Pumpkin, birrificio di Dexter, Michigan (qui la loro storia) lancia la serie di birre chiamate “Baudelaire” ovviamente ispirata all’omonimo poeta e scrittore francese. Secondo il fondatore del birrificio Ron Jeffries “la birra è una forma d’arte che coinvolge i nostri sensi e agita la nostra immaginazione. Abbiamo creato una serie limitata di birre decidendo di seguire la musa ispiratrice ovunque ci volesse portare; ecco come è nata la Baudelaire Biére. Un mondo romantico, timidamente illuminato da ricordi lontani che tuttavia sono ancora vivi e ci spingono alla ricerca della bellezza, ad ogni costo. Etichette e birra si fondono nel carattere e nel gusto, influenzando chi beve a seguire il proprio spirito creativo per assottigliare quel velo che separa la vita dall’arte. Lasciatevi guidare dalla musa". 
Ma la Baudelaire Biére è anche ispirata a una novella grafica scritta da Jeffries assieme ad Adam Forman, tatuatore e grafico che da sempre realizza le etichette di Jolly Pumpkin: nella storia un uomo donchisciottesco è ossessionato ed innamorato di una ragazza molto più giovane di lui chiamata iO. E’ proprio al protagonista maschile, ovviamente raffigurato in etichetta, che viene dedicata la prima birra della serie, la Ale Absurd: una tripel alla segale invecchiata per diciassette mesi in botti che avevano ospitato chardonnay della California. 
A febbraio 2011, giusto in tempo per i festeggiamenti di San Valentino, viene invece commercializzata la Saison iO, protagonista femminile della novella chiamata come uno dei satelliti naturali di Giove, nome che a sua volta deriva da quello di una delle tanti amanti di Zeus. Produzione limitata a 850 casse per una ricetta che include malti Pilsner, Munich 10, Crystal, frumento tostato, malto di farro, luppoli Cascade  e Tettnang americano; vengono aggiunti petali di rosa, cinòrrodi e fiori d’ibisco. La maturazione di questa saison in botte di legno, con i lieviti selvaggi naturalmente presenti, dura tre mesi.

La birra.
Il suo colore è un bell'ambrato con accese venature che ammiccano al rosa: stesso colore di cui si macchia leggermente la schiuma, generosa, cremosa e abbastanza compatta, dall'ottima persistenza. Al naso sono evidenti i profumi floreali (rosa e ibisco) accompagnati da una delicata speziatura (pepe) da note funky e rustiche che richiamano il cuoio ed il legno; c'è una componente fruttata piuttosto ricca che va dalla dolcezza della polpa d'arancia e del pompelmo zuccherato all'asprezza del limone e dell'uva acerba. Complesso, intenso, pulito: ottimo aroma. La sensazione palatale è impeccabile, per una saison: corpo medio, vivaci bollicine e ottima scorrevolezza. La bevuta inizia con un evidente carattere vinoso, con l'asprezza della mela verde, dell'uva acerba e del limone, del ribes: ci si spinge al confine con l'acetico senza arrivare tuttavia a toccarlo. In sottofondo c'è un dolce tappeto che richiama i frutti di bosco (lampone, fragoline) e anche al palato emergono lievi sensazioni floreali prima dell'amaro terroso finale. Il suo profilo è marcato da una rinfrescante acidità, l'alcool (6.8%) è molto ben nascosto e la chiusura è piuttosto secca: ne deriva una saison molto complessa ma facile da bere che rispetta gli elevati standard qualitativi del birrificio del Michigan.  Un bicchiere ricolmo di tutto: pulizia e carattere rustico, intensità, emozioni.
Formato: 75 cl., alc. 6.8%, IBU 15, imbott. 22/01/2016, prezzo indicativo 15.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 20 luglio 2017

Orval (03/2017)

Nel 2014 festeggiavo il ritorno della Orval con un’ottima bottiglia di sette mesi. L’età non è un elemento da trascurare per questa birra trappista, in quanto al momento della messa in bottiglia vengono inoculati quei lieviti selvaggi chiamati  brettanomiceti che col passare del tempo riescono ad apportarne importanti cambiamenti al profilo aromatico e gustativo.  Ne festeggiavo il ritorno perché, come riportavo già nel 2011, la birra prodotta all’interno della Abbazia di Notre-Dame d’Orval  aveva vissuto un periodo un po’ buio e a molti appassionati, belgi e non, la cosa non era affatto sfuggita: bottiglie fiacche, un lontano ricordo della splendida birra che era un tempo.  
Ad Ottobre 2013 lo storico birraio Jean-Marie Rock era andato in pensione dopo ventotto anni di servizio passando il testimone ad Anne-Françoise Pypaert; era la prima donna a produrre birra all’interno di un monastero trappista; non so se sia giusto incolpare il birraio Jean-Marie Rock del declino di questa birra durante gli ultimi anni della sua attività, fatto sta che tutte le “nuove” Orval da me bevute nel 2014 e nel 2015 furono davvero eccellenti. Ricordo ancora una grandissima Orval "neonata", due mesi scarsi di vita, bevuta in Belgio con infinita soddisfazione. 
Le bottiglie del 2016  - devo ammetterlo – sono state un po’ meno entusiasmanti rispetto a quelle miracolose della “rinascita” del 2014 ma il livello è comunque rimasto elevato: su quello che arriva in Italia pesa sempre la spada di Damocle della Grande Distribuzione che non usa di certo i guanti. 
Ma ritorniamo al fattore anagrafico: anche se ci sono moltissime persone che si dimenticano le Orval in cantina e preferiscono berle dopo alcuni o molti anni, chi segue il blog ricorderà forse la mia preferenza per le bottiglie giovani, nelle quali i brettanomiceti sono poco evidenti. Di recente sugli scaffali dei supermercati è arrivato un lotto di Orval piuttosto fresco, risalente allo scorso marzo; occasione ghiotta da cogliere al volo per chi ama la Orval giovane, visto che di solito sugli scaffali trovo bottiglie con almeno sei-sette mesi sulle spalle.

La birra.
Il suo colore è arancio con sfumature che richiamano l’oro e il rame: l’esuberante schiuma ocra è pannosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso fiori e una delicata speziatura, profumi di arancia e zucchero candito, con qualche delicata nota erbacea; i “giovani” brettanomiceti si fanno comunque già sentire, anche se molto in sottofondo, con quel carattere funky che ricorda alla lontana cuoio e il terriccio. Assolutamente perfetta la sensazione palatale: vivaci bollicine, grande scorrevolezza, corpo medio ed alcool (6.2%) nascosto in modo magistrale. Il caratteristico "goût d'Orval", quello donato dai brettanomiceti, è ovviamente ancora in fasce: a quattro mesi l'Orval è una birra fresca che richiama la crosta del pane, la polpa dell'arancia e, in maniera minore, la frutta a pasta gialla. A contrastare il dolce c'è una gradevole acidità che attraversa tutta la beuta, rendendola dissetante e rinfrscante. La chiusura è secca, con un amaro di modesta intensità (considerata la gioventù e il livello di altre Orval bevute in passato) che richiama la terra, l'erba e la scorza del mandarino. Non è un epifania ma è comunque una bottiglia di buon livello: al vostro gusto ovviamente la scelta di berla giovane e fresca o di attendere qualche mese/anno per meglio apprezzare le goût d'Orval.
Formato: formato 33 cl., alc. 6.2%, imbott. 07/03/2017, scad. 07/03/2022, pagata 2.69 Euro (supermercato, Italia)

mercoledì 19 luglio 2017

Arbor Pocket Rocket

Sono passati diversi anni dalle ultime bevute di Arbor Ales: devo tornare al 2011 quando a quel tempo il birrificio non era ancora importato in Italia e le etichette avevano una veste grafica completamente diversa e molto meno sobria. Oggi l’Italia è uno dei pochi paesi in cui Arbor esporta con regolarità. 
Il birrificio è stato fondato a marzo 2007 da Jon Comer e dalla moglie Megan Oliver nel retro del pub The Old Tavern di Blackberry Hill. In quel periodo Jon lavorava come consulente nel campo dell’informatica e – per sua stessa ammissione – aveva molto tempo libero a casa da dedicare all’homebrewing; nel 2008 il pub (di proprietà del fratello) chiude e Arbor è costretta a trasferirsi nel Kingswood di Bristol, sfruttando l’occasione per acquistare un impianto di maggiori dimensioni. Con l’arrivo del nuovo partner Namaya Reynolds nel 2009 viene inaugurato il primo pub di proprietà, l'Old Stillage a Redfield, cui fa seguito l’anno successivo il Threee Tuns a Hotwells. Nel 2012 una nuova espansione e un nuovo trasferimento nel Lawrence Hill Industrial Park di Bristol: all’inizio del 2016  è già tempo di spostarsi nella più ampia sede attuale (600 metri quadri) di Easton Road, sempre a Bristol. Grazie al finanziamento ottenuto dalla Lloyds Bank, Arbor dispone ora di un impianto da 20 BBL, una decina di fermentatori ed una nuova linea d’imbottigliamento: ad affiancare Jon ci sono altri otto dipendenti. Sono oltre trecento le birre attualmente annoverate sul database di Ratebeer e  per la grande maggioranza si tratta di leggere variazioni  sul tema IPA: single hop o differenti mix di luppoli.

La birra.
E’ “Session Pale Ale”  la descrizione scelta da Arbor per comunicare il contenuto della bottiglia a chi  la vede sugli scaffali dei beershop; evidentemente si ritiene che la parola “session” abbia maggior rilevanza commerciale rispetto ad esempio a “Golden Ale”, categoria che potrebbe essere ugualmente appropriata per descrivere una “birra dorata con corpo esile, basso contenuto alcolico e luppolatura importante”. Quest’ultima è tutta di stampo americano:  Simcoe, Citra e Mosaic i prescelti.  
Il suo colore oscilla tra il dorato e l’arancio pallido, mentre la schiuma un po’ grossolana e scomposta non è proprio impeccabile. L’aroma è ancora abbastanza fresco e mostra una buona pulizia che compensa un bouquet piuttosto semplice: arancia e pompelmo, qualche dolce suggestione tropicale. La ricetta precede una piccola percentuale d’avena allo scopo di ottenere un mouthfeel più cremoso e direi che il risultato sia stato raggiunto: nonostante il corpo esile e il basso tenore alcolico (3.9%) la birra scorre con grande velocità senza nessuna  deriva acquosa. Fortunatamente l’utilizzo dei luppoli americani denota raziocinio e non sfocia nella cafoneria, replicando quanto già espresso dall’aroma con ugual pulizia ed eleganza: agrumi e un tocco tropicale, sorretti da deboli trame maltate (crackers) e un bel finale amaro (erbaceo, zesty) dell’intensità giusta per non stancare mai il palato e mantenere alto il ritmo di bevuta. Nonostante l’utilizzo di luppoli americani il risultato mantiene un certo “DNA” inglese e Pocket Rocket è una session beer bilanciata e ben assemblata che fa il suo dovere: dissetare e rinfrescare con gusto senza richiedere grossa attenzione se non quella di ordinarne una pinta dopo l’altra. 
Formato:  56,8 cl., alc. 3.9%, scad. 03/02/2018, prezzo indicativo 5.50-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 18 luglio 2017

HOMEBREWED! Andrea Di Taranto: Hey Guys! e Brett Belgian IPA

Ultimo appuntamento con le birre fatte in casa prima della pausa estiva; le temperature attuali sconsigliano la spedizione di bottiglie e mi tocca dunque attingere dal frigorifero gli ultimi due esemplari recapitatemi prima del caldo estivo. Ringrazio quindi Andrea Di Taranto, homebrewer nato a Forlì ma oggi residente a Bologna, che vi avevo presentato un paio di mesi fa con due birre. 
Homebrewer dal 2013 con l’aiuto e gli incitamenti della sorella, sostituisce rapidamente i kit on l'E+G e poi passa all’All Grain a fine 2014: si procede al ritmo di una cotta al mese da venti litri e le bottiglie vengono anche iscritte ai primi concorsi. In una pentola da 40 litri sono effettuati sia mash che bollitura, dopo la filtrazione con un semplice filtro zapzap; travasi, ossigenazione e controllo delle temperature avviene manualmente.  Andrea mi confessa l’amore (condiviso) per il Belgio e per le saison, ed è proprio da qui che oggi partiamo.

La birre.
Ammetto di aver stappato la bottiglia con poco entusiasmo: il nome scelto (Hey Guys!) ma soprattutto la descrizione (smoked farmhouse ale) non erano il miglior biglietto da visita. Le parole  “saison” e “affumicato” per me sono incompatibili, almeno in teoria: la realtà si è invece rivelata sorprendentemente diversa. La ricetta elaborata da Andrea prevede malti Pils e Vienna, malto di farro, fiocchi di frumento e malto di frumento affumicato: quest’ultimo (usato tradizionalmente nelle Grodziskie) è stato scelto per donare alla birra un profilo meno invadente dei classici malti Rauch o Peated; il luppolo utilizzato è Hallertauer Mittlefruh. Ma una saison si fa col lievito e i primi tentativi con il Wyeast French Saison si sono rivelati poco soddisfacenti; Andrea ha preferito virare sul Sigmund's Voss Kveik della Yeast Bay. Dalla Vallonia, terra d’origine delle saison, ci spostiamo quindi in Norvegia dove kveik identifica il ceppo di lievito che ogni fattoria si tramanda(va) di generazione in generazione. Per sottolineare la diversa origine geografica del lievito la birra è stata quindi deifnita “farmhouse ale”  anziché “saison”.
Il suo colore è arancio pallido e forma un'esuberante testa di schiuma pannosa che obbliga ad una lunga attesa per riuscire a comporre il bicchiere. Al naso c'è pulizia ed una buona complessità: i profumi di arancia, di frutta a pasta gialla, limone e mela Golden sono affiancati da una leggera affumicatura e dal carattere rustico del lievito. Il risultato è convincente anche se l'affumicato, forse mischiandosi alla componente fenolica del lievito, tende in alcuni passaggi a richiamare vagamente la plastica bruciata rovinando un po' l'eleganza dell'aroma. Al palato c'è una carbonazione un po' troppo aggressiva anche per una saison, ma basta agitare un po' la birra nel bicchiere per riportarla su livelli accettabili. C'è un bel carattere fruttato, ricco di arancia e pesca, che a tratti ricorda la frutta candita; la birra è comunque ben bilanciata da una gradevole acidità e da una buona secchezza. L'affumicato entra in scena negli ultimi momenti della bevuta, accompagnandosi alle note amaricanti terrose del luppolo. Con un'ottima intensità ed un buon livello di pulizia la Hey Guys" di Andrea è una saison/farmhouse nella quale il lievito lavora piuttosto bene e che si beve con grande facilità. Avrei solo due appunti da fare: il primo riguarda alla componente zuccherina, secondo me un po' eccessiva. Riducendola la birra risulterebbe più snella e il ritmo di bevuta sarebbe ancora maggiore, incrementandone il potere dissetante. Il secondo riguarda la (tanto da me temuta) affumicatura: il suo livello è perfetto, percepibile senza essere invadente, si tratta solo di lavorare sull'accoppiata fumo-fenoli per scongiurare quell'effetto "plastica affumicata" che in alcuni tratti mi sembra di percepire.
Come faccio sempre per le birre prodotte in casa, ecco la valutazione su scala BJCP:  40/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10).

La seconda birra è una diretta discendente della Belgian IPA chiamata Mr. Peterson che avevo bevuto lo scorso maggio: Andrea ha voluto far rifermentare alcune di quella bottiglie (cinque, per la precisione) con fondi recuperati da una bottiglia di Bang Bretta del Birrificio Italiano. Il resto della ricetta, ricordo, annovera malto Pils, una piccola percentuale di Vienna, fiocchi di frumento, luppoli Challenger e Marynka per l'aroma, Saaz per l'amaro, lievito Wyeast 3522.
Di colore arancio torbido, questa Brett Belgian IPA forma una cremosa e compatta testa di schiuma bianca dall'ottima persistenza. Le note funky e rustiche dei brettanomiceti danno subito il benvenuto al naso: sudore, cuoio e polvere, qualche accenno di formaggio. Ad ingentilire un po' il bouquet olfattivo arriva qualche profumo di fuori bianchi e di polpa d'arancia: in una ipotetica bevuta alla cieca il primo pensiero andrebbe subito ad una bottiglia di Orval con un paio d'anni di vita alle spalle. Mouthfeel perfetto e rispettoso del DNA belga: vivaci bollicine, bevuta snella, corpo medio. Il gusto ripropone senza grandi divagazioni quanto espresso dall'aroma: pane, miele e qualche accenno biscottato fanno da contraltare al lavoro dei lieviti selvaggi. La componente brettata/rustica non si porta fortunatamente dietro le "puzzette" che a volte la contraddistingue  e, con un finale terroso e leggermente erbaceo riporta di nuovo alla mente l'Orval. Più che di Brett Belgian IPA mi piacerebbe quindi incasellarla nel filone delle Belgian Ale generosamente luppolate: secca,  attraversata da una piacevole acidità, è una birra che si beve con grande piacere e interesse. Per il mio gusto cercherei solamente di far emergere una maggior componente fruttata per conferirle un'ulteriore complessità/profondità e, sopratutto, aggiungere qualche ulteriore elemento che possa dialogare con il funky dei brettanomiceti.
Questa la valutazione su scala BJCP:  41/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 5/5, impressione generale 8/10).

Personalmente ritengo il Belgio il vero banco di prova per un birrificio e, quindi, anche per un homebrewer; sono rimasto davvero molto ben impressionato da queste due birre. Entrambe con un buon livello di pulizia e di gestione del lievito: oltre al ringraziamento per avermi inviato le birre ad Andrea vanno quindi anche i miei complimenti! 

Nel dettaglio:
Hey Guys!, 33 cl., alc. 5.8%, imbottigliata 09/01/2017
Brett Belgian IPA, 33 cl., alc. 7%, IBU 50, imbott. 03/2017.

lunedì 17 luglio 2017

Magic Rock Common Grounds

Debutta a novembre 2015, con colpevole ritardo, la prima birra al caffè del birrificio inglese Magic Rock; un progetto che si trascinava da molto tempo ma che non si era mai realizzato per diversi motivi, soprattutto per la mancanza di un partner adatto  per la materia prima. Alla fine il birrificio di Huddersfield ha optato per i vicini di casa (10 km) della torrefazione Dark Woods. 
Risale alla primavera del 2015 la prima collaborazione tra le due aziende, quando quasi in contemporanea Magic Rock porta una versione al caffè della Cannonball IPA (Coffee Spiked) al Copenhagen Beer Festival e Dark Woods presenta al London Coffee Festival un’analoga versione della pale ale High Wire, entrambe con aggiunta di caffè keniano. Pochi mesi dopo è già ora di lavorare alla ricetta di una porter al caffè che Magic Rock intende far entrare in produzione regolare: l’idea non è tuttavia quella di realizzare la “solita” birra ricca di tostature ma di far emergere, grazie ad un mix di diversi caffè, elementi come cioccolato, toffee, marshmallow, vaniglia e frutta secca. 
Il nome Common Grounds Triple Coffee Porter, non si riferisce quindi al contenuto alcolico ma alle fasi di utilizzo del caffè: nel mash è stato infatti adoperato un blend di chicchi provenienti da Brasile, India ed Etiopia; nel whirpool un blend di caffè Kotowa Natural e Panam Finca Lerida Natural di Panama. Nella fase di maturazione della birra sono infine stati aggiunti chicchi di caffè etiope Yirgacheffe e di Maraba III dal Ruanda. Queste sette diverse tipologie di caffè sono affiancata da altrettante varietà di malto.

La birra.
Nel bicchiere è quasi nera e forma una cremosa e compatta testa di schiuma dalla buona persistenza. Il naso è un'ode al caffè in tutte le sue forme: chicco, macinato e liquido. Molto in secondo piano ci sono lievi tostature, frutti di bosco, qualche accenno di vaniglia. L'aroma è pulitissimo e molto elegante anche se si poteva cercare un maggior equilibrio tra gli elementi in gioco. La sensazione palatale è un po' il punto dolente di questa porter: nonostante le intenzioni del birrificio di realizzare una birra "masticabile ma morbida", questa Common Grounds risulta invece abbastanza leggera al palato e, in alcuni passaggi, un po' sfuggente. Il gusto non mantiene le aspettative create dall'aroma e  nel replicarne  l'ottimo livello di pulizia ha qualche calo d'intensità con una lievi sconfinamenti nell'acquoso. Un leggero fondo dolce di caramello, liquirizia e vaniglia sostengono una bevuta ricca di caffè e bilanciata con una chiusura timidamente amara di tostature. Come al naso, anche al palato il caffè domina ritrovandosi spesso da solo e non adeguatamente accompagnato da altri elementi, tostature in primis. Rimane comunque una buona porter al caffè che cerca di svincolarsi dal classico canovaccio caffè/tostato e che forse, proprio per questo, appare un po' incompiuta. 
Formato 33 cl., alc. 5.4%, lotto 1331, scad. 22/02/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 16 luglio 2017

Eastside Six Heaven (Juicy Edition)

Rieccoci a parlare di Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in questa occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend.  
La produzione del birrificio di Latina è suddivisa in tre macro aree: le "classiche", disponibili tutto l'anno, le "speciali" realizzate occasionalmente e quattro birre "stagionali" da quest'anno, per la prima volta, disponibili anche in bottiglia oltre che in fusto: tra queste vi avevo presentato non molto tempo fa la primaverile Spring Break che facciamo ovviamente seguire da quella estiva chiamata Six Heaven.
Il nome fa rifermento al sesto cielo del Paradiso dantesco, quello di Giovegovernato dalle Dominazioni: il cielo è sede delle anime di principi saggi e giusti, tra cui l'imperatore Traiano e Rifeo, che appaiono a Dante come luci che volano e cantano, formando lettere luminose che compongono la frase «Diligite iustitiam qui iudicatis terram» (cioè "amate la giustizia voi che giudicate il mondo"); al di là di questo è la noce di cocco raffigurata in etichetta ad indirizzarvi verso il contenuto della bottiglia.

La birra.
Si tratta infatti di una "Coconut IPA", prodotta nello specifico con 20 chili di cocco tostato e 30 in un dry hopping durato due settimane; il luppoli utilizzati sono Centennial, Citra, Mosaic e Amarillo, mentre il grist prevede un'elevata percentuale (30% circa) di frumento in fiocchi. Il lievito è  il Saccharomyces bruxellensis Trois. Realizzata per la prima volta nell'estate 2016, quest'anno viene riproposta in versione juicy per cavalcare un po' l'ultima tendenza in campo birrario. 
L'aspetto non è ovviamente il suo punto di forza: oltre alla torbidità tipica di questo sotto stile di IPA, gli oli rilasciati dal cocco non aiutano ovviamente la formazione della schiuma; le poche bolle scomposte che si formano scompaiono immediatamente. L'aroma è molto fresco  e pulito anche se non vi è quel paradiso tropicale che surfista e noce di cocco annunciano in etichetta. L'aroma mette sopratutto in evidenza il carattere dank (pensate più o meno alla marijuana) affiancato dagli agrumi, pompelmo in primis. Per il tropicale e il cocco tostato bisogna aspettare che la birra si scaldi molto. Al palato c'è invece una migliore distribuzione dei vari elementi: sono gli agrumi a guidare le danze (cedro, lime, pompelmo) ma c'è un sottofondo dolce di tropicale nettamente percepibile; il cocco tostato fa ogni tanto capolino entrando ed uscendo di scena, mentre l'amaro  resinoso chiude la bevuta con buona intensità e breve durata, permettendo il ritorno della frutta e del cocco tostato nel retrogusto. L'alcool (7%) è nascosto molto bene e c'è una bella secchezza ad assicurare un buon potere refrigerante contro la calura estiva; c'è anche un buon livello di eleganza, caratteristica che spesso manca in queste Juicy IPA. Il tanto temuto "effetto pellet" (quel "raschiare in gola" dell'amaro del luppolo) che spesso affligge queste IPA è qui quasi impercettibile e sovrastato dalla componente fruttata. Chiudo con una parola sul fondo della bottiglia: prestate attenzione nel versare la birra, perché più ne aggiungerete e più il cocco diventerà evidente ma, al tempo stesso,  incrementerete anche "l'effetto pellet".
Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 60, lotto 10 17, scad. 06/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
David

giovedì 13 luglio 2017

Beavertown: Lupuloid & Humuloid

Il Lupuloide è la creatura immmaginaria scelta dal birrificio londinese Beavertown per impersonificare la prima IPA ad entrare in produzione continuativa tutto l’anno. Il nome deriva ovviamente dal latino Humulus Lupulus e la birra è – dicono – il risultato di una ricerca durata quattro anni.  In passato c’erano state alcune IPA prodotte occasionalmente solo in fusto, come ad esempio la Fifth Element (2014)  e la Dishoom,  prodotta per l’omonimo ristorante a Covent Garden, e c’era la 8 Ball, una IPA alla segale che viene ancora prodotta regolarmente. 
Ma secondo Logan Plant l’input più significativo per arrivare alla realizzazione della Lupuloid è arrivato dalle collaborazioni con altri birrifici americani, tra le quali Founders, Other Half, Firestone Walker, Stone, Dogfish Head. Alla fine del 2015 Beavertown inizia a produrre una decina di prototipi con il nome di “Lupuloid IPA Series”: Declaration #1 e #2, Test Pilot Anser, Test Pilot Mavericus, Dr. Enigmatus, Sgt. O Mors, Cpt. Hasta, Armillaria Mater, Delta Unda e Uy Scuti “Queste birre – racconta Plant - furono accompagnate in etichetta da tutti i dettagli: tipologie di malti e luppoli, quantità utilizzate, ceppo di lievito, densità iniziale e finale. Abbiamo dato alla gente tutte quelle informazioni per ascoltare la loro opinione sulla birra e apportare le necessarie modifche nel lotto successivo”.  A inizio settembre 2016 debutta la Lupuloid definitiva: è disponibile nella taproom del birrificio ma il suo vernissage avviene all’End of Road Music Festival di Salisbury dove il furgone di Beavertown presenta i primi fusti e le prime lattine.  Il lancio commerciale della birra viene accompagnato da un filmato d’animazione realizzato da Nick Dwyer assieme allo Studio Yuzu; il gruppo The BcBs si è invece occupato della colonna sonora, cantata da Logan Plant. 

Le birre.
“Il pensiero che ha guidato la realizzazione di questa birra è che per troppo tempo i nostri cugini americani hanno avuto lo scettro delle migliori IPA. Era arrivato il momento di riportarlo in Inghilterra”. Per farlo, Beavertown realizza una ricetta con malti Extra Pale e Acidulated, frumento, fiocchi d’avena e una generosa luppolatura a base di Citra, Mosaic ed Equinox. 
Il suo colore è un dorato leggermente velato e sormontato da una testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  Al naso non c’è esattamente un’esplosione di aromi ma il bouquet è comunque pulito e abbastanza fresco:  guidano gli agrumi (lime, limone, pompelmo e cedro) con qualche sconfinamento verso la dolcezza del candito. In sottofondo affiorano profumi di ananas e qualche nota dank. La bevuta è abbastanza morbida, soprattutto grazie alla bassa carbonazione, ma mi sembra un pelino troppo pesante dal punto di tattile: i malti (pane e miele) lasciano subito il palcoscenico agli agrumi mostrando una coerenza pressoché completa con l’aroma. Il finale è caratterizzato da una buona secchezza e da un amaro resinoso che non ha velleità estreme o asfalta-palato: il risultato è una IPA piuttosto bilanciata, moderatamente fruttata e piuttosto facile da bere in quanto la componente etilica è (6.7%) è ben nascosta. Non so se la lattina abbia nel trasporto subito un po’ il caldo di queste settimane, in quanto  nonostante la giovane età la birra non brilla d’intensità e di fragranza. Si beve comunque con buona soddisfazione.   

Lo scorso 27 maggio 2017 è invece arrivata quella che Beavertown considera “l’estensione naturale” della Lupuloid, ovvvero la sorella maggiore Humuloid. Una Double IPA (8%) che abbraccia il filone del New England / Juicy e che viene prodotta con malti Golden Promise e Acidulated, destrine e soprattutto un’elevata percentuale di frumento e avena (Golden Naked e fiocchi) per creare un corpo ricco e morbido; il lievito è il Vermont WLP4000, i luppoli  Columbus, Citra e Azacca, questi due utilizzati anche in un massiccio dry-hopping (18 grammi per litro).
All'aspetto è torbida, simile ad un vero succo di frutta color arancio: la schiuma, biancastra e grossolana, si dissipa molto velocemente. Purtroppo il naso è piuttosto deludente: il succo di frutta tropicale non c'è, l'intensità è molto dimessa. Si sente l'alcool e bisogna impegnarsi un po' per scovare in sottofondo un ricordo di ananas. La bevuta mostra qualche debole segno di miglioramento ma non c'è nulla di cui esaltarsi: anche qui l'alcool non si nasconde, in sottofondo si percepisce ancora un po' ananas e mango ad anticipare la chiusura amara e resinosa che, nonostante sia corta e di bassa intensità, riesce ugualmente a "raschiare" un pochino il palato con quell'effetto-pellett che è un po' la croce di molte delle New England IPA europee che ho assaggiato. E' una birra bevibile ma, venendo a mancare la sua principale raison d'être, ovvero il carattere juicy/succoso, la bevuta non può altro che essere definita deludente se consideriamo che ha poco più di un mese di vita. In giro ne parlano bene: lattina sfortunata, colpa del trasporto o colpa del caldo... sarà il caso di riprovarla se il birrificio deciderà di continuare a produrla.
Nel dettaglio: Lupuloid, 33 cl., alc. 6.7%, IBU 55, lotto 1553, scad. 06/09/2017, prezzo indicativo 4.00 – 5.00 Euro (beershop)         Humuloid, 33 cl., alc. 8.0%, IBU 81,7, lotto 1455, scad. 24/08/2017, prezzo indicativo 5.00 – 6.00 Euro (beershop)          

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 11 luglio 2017

Hartwall Polar Monkeys White Collar

Oy Hartwall Ab è un’azienda finlandese che opera dal 1836 nel beverage: bibite, acque minerali, sidri, cocktail e ovviamente, visto che è arrivata su questo blog, birra.  Venne fondata da Victor Hartwall, primo finlandese a commercializzare nel proprio paese l’acqua minerale in bottiglia; nel 2002 è stata acquisita dagli inglesi della  Scottish & Newcastle e ceduta poi nel 2008 alla Heineken; nel 2013 l’ultimo passaggio nella mani dei danesi della Royal Unibrew (Ceres e Faxe, giusto per dare qualche riferimento). 
Tra i prodotti di successo Hartwall  vi è l’acqua minerale  Novelle (la più venduta in Finlandia), l’Original Long Drink (un cocktail di Gin e pompelmo lanciato in occasione delle olimpiadi di Helsinki del 1952 e primo cocktail a base di gin in lattina al mondo) e Jaffa, dal 1949 il soft drink più venduto in Finalndia a base di pompelmo. Hartwall è oggi anche partner strategico di Pepsi e Heineken; per quel che riguarda la birra, distribuisce la Foster’s lager per il mercato finlandese e i due marchi nazionali posseduti da Unibrew:  Lapin Kulta e Karjala  (in collaborazione con la federazione finalndese di hockey su ghiaccio). A questi si sono di recente aggiunte le tre birre della linea Polar Monkeys: la parola “craft/artigianale” non appare da nessuna parte ma è evidente che quello è il segmento al quale si punta con queste tre birre che fanno riferimento a stili precisi, informazione quasi sicuramente irrilevante per chi invece è solito acquistare una semplice lager sugli scaffali del supermercato. Abbiamo la Vienna (Amber Lager) Blue Collar, la Golden Ale White Collar e la IPA Chairman:  tutte e tre sono prodotte in Danimarca  alla Royal Unibrew in compagnia di Albani, Ceres, Faxe e qualche altro marchio. 
Impossibile sapere se si tratti di ricette “originali” o di semplici rietichettature per il mercato finalndese di altri prodotti danesi: ad esempio la Chairman IPA potrebbe far pensare alla Lottrup Stone Street IPA o  la Golden Ale White Collar alla Lottrup Gold Button Amber Ale; continuando a leggere il dubbio verrà anche a voi.

La birra.
Come detto, l'etichetta non parla esplicitamente di craft beer (vedi il caso estone della Brick by Brick, in realtà Carlsberg) ma non brilla per chiarezza: si parla semplicemente di una birra prodotta in Danimarca (da chi?) per conto della Hartwall. Elemento che già dovrebbe fungere da deterrente all'acquisto: se non c'è trasparenza fuori, ce ne può essere dentro la bottiglia? 
Colore a parte, effettivamente trasparente/limpido, nel bicchiere non c'è esattamente una Golden Ale... dorata. L'avessero almeno chiamata Pale Ale, sarebbe stato meglio: il suo colore è ambrato (non sarà quello della Lottrup Gold Button Amber Ale?) ed è sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma biancastra dalla buona persistenza. Al naso spetta al diacetile dare il benvenuto: lo prendono a braccetto profumi di caramello e biscotto, qualche nota di frutta secca e di cartone bagnato. Il gusto prosegue nella stessa infelice direzione, con l'aggravante (o con il merito?) di spegnersi progressivamente in una deriva finale piuttosto acquosa e del tutto priva di amaro. Non c'è fragranza in una birra assolutamente anonima a tratti un po' stucchevole e, tocca dirlo, inutile: è arrivata anche sugli scaffali di qualche supermercato italiano. Se l'avvistate, il mio consiglio personale è di lasciarla dove si trova: se tutte le bottiglie sono come questa, lo scaffale mi sembra un luogo molto più indicato rispetto al palato. 
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto Y4-M, scad. 29/01/2018, prezzo indicativo 1.90 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 9 luglio 2017

Brekeriet Brillant

Nuovo appuntamento con il birrificio svedese Brekeriet azienda nata nel 2010 come importatrice di birra per il mercato domestico e divenuta nel 2012 un vero e proprio birrificio guidato dai fratelli Ek (Fredrik, Christian ed André) che hanno scelto di focalizzarsi esclusivamente su birre a fermentazione selvaggia, inoculando brettanomiceti e batteri.
La produzione è partita a Djurslöv, dieci chilometri da Malmö con 6000 litri che sono poi divenuti 18000 nel 2013 e 36000 nel 2014. Si è reso quindi necessario un ampliamento degli impianti (20 HL)  e un trasferimento un po’ più a nord nella nuova e più ampia sede (800 mq) di Landskrona, a metà strada tra Malmö ed Helsingborg, inaugurata a settembre 2015.  Qui vengono prodotte le birre acide fermentate con saccaromiceti e brettanomiceti,  mentre la vecchia sede a Djurslöv rimane operativa sino alla fine del contratto di locazione con altri fermentatori in acciaio e botti in legno: è qui che vengono realizzate le birre che prevedono l’utilizzo di batteri. Il nuovo stabilimento ha portato anche il restyling delle etichette e l’arrivo del formato 33 centilitri, almeno per le tre birre (Brillant, Funkstarter e Saison) che vengono prodotte regolarmente tutto l’anno e distribuite anche in Svezia attraverso il monopolio di Stato, il Systembolaget. Sino ad allora, Brekeriet lavorava solamente con l’export: quasi tutta Europa ma anche USA, grazie al lavoro dell’importatore Shelton Brothers i cui ordini avrebbero potuto assorbire tutta la produzione del vecchio impianto. 240.000 litri è l’obiettivo che il birrificio svedese si è prefissato per il 2017.

La birra.
L'estate chiama birra leggere e facili da bere, ancora meglio se leggermente acidule e secche: identikit che corrisponde a Brillant, saison fermentata con un mix di lieviti che include saccoromiceti e brettanomiceti. 
Di colore arancio pallido leggermente velato, forma una bianca schiuma cremosa, un po' grossolana ma dalla buona persistenza. L'aroma è molto pulito e piuttosto interessante: alle note rustiche e funky, che richiamano il sudore e la cantina, ci sono freschi profumi di fiori bianchi e un elegante macedonia di frutta che comprende pompelmo e lime, arancia, pesca e ananas. Queste ottime premesse vengono però parzialmente disattese al palato dove il gusto non mantiene la stessa ricchezza ed intensità. La componente fruttata scivola molto in secondo piano e la bevuta mette in evidenza le note maltate (pane, crackers) e quelle rustiche: è comunque una saison moderatamente acidula e secca con un elevato potere rinfrescante e dissetante. Chiude con un amaro di moderata intensità nel quale le note terrose vengono accompagnate da quelle della scorza d'agrumi. Vivacemente carbonata, è una saison dal corpo medio-leggero che scorre molto velocemente: gran bel naso, dove eleganza e rusticità viaggiano a braccetto, al quale purtroppo non fa seguito un gusto di uguale intensità e complessità. Risultato positivo e soddisfacente ma un po' incompiuto.
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto 6, imbott. 01/2016, scad. 14/01/2021, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 4 luglio 2017

Hoppin’ Frog Cafe BORIS

Ci sono birre che riuscirete a possedere solamente andando al birrificio nel giorno in cui vengono messe in vendita, naturalmente dopo aver affrontato diverse ore di fila. Ma volte non basta neppure quello: sarete magari chiamati a partecipare ad un sorteggio on-line che decreterà chi saranno i fortunati in grado di acquistarla, ovviamente recandosi al birrificio. In alternativa preparatevi ad organizzare scambi con birrofili che vivono dall'altra parte dell'oceano, magari offrendo loro in cambio qualche  lambic o gueuze d'annata. Oppure potete alimentare il cosiddetto black market, pagando centinaia di dollari a chi è stato capace, eludendo il sempre presente "limite d'acquisto per cliente", a mettere in cantina decine di rarissime bottiglie. Le Imperial Stout, meglio se barricate, sono una delle tipologie di birre che maggiormente alimenta questo hype.
E mentre il mercato della craft beer spinge sempre più alla ricerca di rarità e di bottiglie introvabili, vi sono delle certezze fortunatamente accessibili in molti beershop a prezzi ancora ragionevoli. E' il caso della B.O.R.I.S. The Crusher, prodotta dal birrificio Hoppin’ Frog di Akron, Ohio, già passato sul blog in diverse occasioni. B.O.R.I.S. sta per Bodacious Oatmeal Russian Imperial Stout: viene prodotta dal 2006, anno in cui il birraio Fred Karm (“la rana”, questo il soprannome che gli veniva dato in famiglia) ha aperto le porte di Hoppin’ Frog. Nella terra d'origine il bomber (65 cl.) costa circa 10 dollari.  Da sempre in cima alle classifiche di Beer Rating, per quel che conta, BORIS è la birra che ha portato a Karm i primi riconoscimenti e le prime medaglie (oro nel 2008 e nel 2011) al Great American Beer Festival. 
Della BORIS ne esistono oggi molte varianti, una inevitabile necessità commerciale di "sfruttare" una birra molto ben riuscita, una sorta di benchmark, per quel che mi riguarda, quando si parla di American Imperial Stout. Qualche anno fa mi era capitato d’assaggiare la versione barricata in botti di Heaven Hill Whiskey, ma ci sono anche la  BORIS Bairille Aois  (Whiskey Irlandese),  BORIS Royale (whiskey canadese),  BORIS Van Wink (Kentucky whiskey), BORIS Grand Reserve (malti speciali europei anziché americani) e BORIS Reserve (versione invecchiata in selezionate botti ex-Whiskey),  Rocky Mountain BORIS (in botti ex-whiskey dal Colorado), Rum Barrel Aged BORIS,  BORIS Batch #100 (malti speciali da Inghilterra e Belgio) e BORIS Batch #200 (invecchiata in botti di Kentucky Bourbon per cinque volte più a lungo rispetto alla BORIS Van Wink). 
Amo la BORIS di Hoppin Frog e spero un giorno di riuscire pian piano ad assaggiarne tutte le versioni.

La birra.
Debutta al Great American Beer Festival del 2010, ma per vederla in bottiglia bisogna attendere il 2013: la Cafe BORIS è una variante quasi obbligatoria di una grande imperial stout prodotta con  chicchi di caffè della Hippie Coffee Company in infusione a freddo.
Assolutamente nera, forma nel bicchiere una cremosa e compatta testa di schiuma color nocciola dalla buona persistenza. Il caffè è molto presente al naso, con grande pulizia ed eleganza: i profumi dei chicchi e del liquido (americano) affiancano le intense tostature dei malti, le note di cacao e di cuoio, quelle terrose. Il mouthfeel non presenta sorprese per chi già conosce la BORIS "normale": corpo quasi pieno con l'avena a donare una morbidissima cremosità che ne attenua la viscosità e che quasi contrasta con la durezza delle tostature. E' una imperial stout con poche bollicine che quasi accarezza il palato e lo avvolge con tanto caffè e intense tostature sostenute da un velo di caramello bruciato. L'alcool e la frutta sotto spirito si fanno sentire senza mai andare oltre il dovuto, regalando un intenso calore solamente nel retrogusto. La bevuta è potente e robusta ma non difficile ed è alleviata dalla generosa luppolatura che, a fine corsa, offre quasi un effetto rinfrescante con delle suggestioni di anice ad affiancare la componente resinosa, terrosa e torrefatta. Il caffè chiamato ad impreziosire la massiccia BORIS ruba un po' la scena agli altri elementi ma è giustamente il protagonista di una imperial stout al caffè. Attorno a lui potenza e aggressività formano una birra intensa, ricchissima, straordinariamente piacevole da sorseggiare senza grossi sforzi. Se come me amate la BORIS, amerete anche questa.
Formato: 65 cl., alc. 9.4%, IBU 60, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 29 giugno 2017

Anchorage Mosaic Saison 2015

Il caldo dell’estate chiama nel bicchiere birre fresche e leggere, secche e dissetanti, magari piacevolmente acidule: praticamente le stesse birre che i contadini della Vallonia bevevano per dissetarsi durante le lunghe giornate di lavoro estivo nei campi in un periodo dell'anno in cui la qualità dell'acqua non era certamente ottimale: le saison.  
In Alaska il problema delle elevate temperature non è così importante ma è in questo stato americano che ci rechiamo per tornar a far visita a quella Anchorage Brewing Company che vi avevo presentato qualche mese fa.  La fonda nel 2011 Gabe Fletcher guidato dalla passone per le birre acide e a fermentazione spontanea, l’utilizzo di lieviti selvaggi. In assenza d'impianto produttivo, Fletcher affitta inizialmente uno spazio all’interno del Snow Goose Restaurant and Sleeping Lady Brewing Co; il mosto viene prodotto al piano di sopra, dove si trova l’impianto, e poi trasferito attraverso tubazioni direttamente al piano di sotto dove Fletcher ha posizionato 250 botti, due foudres da 70 litri, due tank in acciaio, una linea d’imbottigliamento e la cella frigorifero. Anchorage parte dunque come una sorta di beerfirm che fermenta il mosto in foudres di legno con diversi ceppi di lievito belga e poi effettua una rifermentazione in botte aggiungendo brettanomiceti: tre mesi, sei mesi, un anno.. ogni diversa birra ha il suo tempo necessario.  Nel frattempo Fletcher lavora senza troppa fretta alla costruzione del proprio birrificio, poi inaugurato nella primavera del 2014; la nuova location all’incrocio tra la 148 W e la 91st Avenue dispone di 750 metri quadri ed una suggestiva tasting room che è praticamente posizionata in mezzo ai grandi foudres.  Sulle pareti, il motto scelto da Fletcher: “where brewing is an art, and Brettanomyces is king“
Anchorage ha debuttato con la Whiteout Wit, una blanche prodotta con Sorachi Ace, scorza di limone, coriandolo, pepe e poi invecchiata in botti ex-vino Chardonnay; nelle stesse botti – e relativi lieviti selvaggi -  ci è poi finita la Bitter Monk, una Double IPA prodotta con Apollo e Citra. La successiva Love Buzz Saison viene invece ospitata in botti ex-Pinot nero, mentre la Anchorage numero cinque è stata la The Tide and Its Takers, una tripel che utilizza Sorachi Ace e  Styrian Golding per poi fermentare e maturare nelle botti di Chardonay. A maggio 2015 Fletcher annuncia l’arrivo della Mosaic Saison, giusto in tempo per la festa della mamma che negli Stati Uniti si celebra la seconda domenica di maggio.

La birra.
Il luppolo protagonista è ovviamente lui, il Mosaic, ma gran parte del lavoro lo fanno i due ceppi di lievito saison e i due di brettanomiceti che vengono usati per la fermentazione, ovviamente in foeders di legno.
Nel bicchiere proprio una bottiglia di quel primo lotto del 2015, che si presenta di colore arancio pallido con qualche sfumatura dorata; l'esuberante schiuma bianca è un po' grossolana ma mostra una buona persistenza nel bicchiere. Il naso regala un pulito ed intrigante ventaglio di profumi nel quale coesistono legno, arancia, pompelmo zuccherato, mango, ananas e la componente funky che richiama il sudore, la cantina, il formaggio, il legno. Vivace ma forse bisognosa di qualche bollicina in più, scorre bene al palato rinfrescandolo con acidità ed asprezza moderate che non presentano particolari asperità: pane, pesca e polpa d'arancia costituiscono il versante dolce al quale si contrappongono l'asprezza della scorza di limone e una lieve acidità lattica. Le note funky e rustiche dei brettanomiceti emergono solamente quando la birra si scalda e aggiungono a questa saison una piacevole complessità, anziché spigoli difficili da smussare per chi la trova nel bicchiere. 
A due anni dall'imbottigliamento la componente luppolata ha ovviamente perso smalto ma la bevuta risulta ugualmente piacevole, ben bilanciata tra eleganza e rusticità. Non è il nirvana che il prezzo della bottiglia indurrebbe ad immaginare ma il livello è indiscutibilmente alto.
Formato: 75 cl., alc. 6.5%, IBU 30, lotto 1, imbott. 05/2015, prezzo indicativo 20.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 28 giugno 2017

Birrificio Birfoot: Albus & Aztec

Dalla Basilicata, una delle regioni a più bassa densità “birraria”, sono finalmente arrivati in questi ultimi due anni alcuni segnali di vita: il database di Microbirrifici.org annota la nascita di cinque birrifici e due beerfirm. La città di Matera annovera oggi due di questi marchi senza impianto (B79 e Brewnerd) e dall’ottobre 2016 anche un birrificio chiamato Birfoot, che ha trovato casa all’interno del centro commerciale Le Botteghe, edificio che un tempo ospitava il mattatoio comunale. 
Alla guida dell’impianto Spadoni da 5 HL affiancato da due fermentatori da 15 HL c’è Giovanni Pozzuoli che, come racconta il blog Berebirra, ha iniziato a produrre birra tra le mura domestiche sin da quando aveva 19 anni. Vicino ai trenta, dopo un corso professionale alla Dieffe di Padova e qualche stage in altri birrifici, ha deciso di lanciarsi nell’avventura Birfoot. Tre le birre attualmente in produzione: l’American Pale Ale Hop Jungle, la Blanche Albus e la English Strong Ale Aztec. Il birrificio dispone di un punto vendita e, cosa interessante, un piccola “taproom” esterna chiamata Area Birfoot. Il progetto è comunque quello di arrivare a trasformare il birrificio in una sorta di brewpub: questo è quanto mi ha raccontato Giovanni, che ringrazio per avermi anche inviato due birre da assaggiare.

Le birre.
Partiamo dalla blanche chiamata Albus, la cui ricetta prevede tra l'altro l’utilizzo di pepe rosa, coriandolo e scorza d’arancio, fiocchi di frumento e d'avena; si presenta nel bicchiere del classico color giallo paglierino, opalescente, sormontato da una generosa testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, molto persistente. Il naso è pulito e presenta un bouquet piuttosto equilibrato nel quale convivono profumi floreali, di coriandolo e pepe, scorza d'arancio, banana e una lieve nota acidula e fresca del frumento. Al palato è leggera e piuttosto scorrevole: le bollicine non sono poche ma personalmente ne vedrei bene qualcuna in più: purtroppo il gusto non presenta la stessa ricchezza dell'aroma e indulge un po' troppo sulla banana, accompagnata dal coriandolo, crackers e una remota presenza di agrumi. La birra è priva di difetti ma risulta un po' monotona e chiude con una lieve nota amaricante terrosa; la sua facilità di bevuta è quella che ti aspetteresti di trovare in una blanche, mentre a mio parere una maggior acidità e una maggior secchezza aumenterebbero il suo potere dissetante e rinfrescante. Bello il naso, espressivo e coinvolgente, un po' sottotono il gusto con il risultato di una blanche che fa il suo dovere ma che a un palato esperto risulta un po' debole di carattere.

Passiamo alla Aztec, una strong ale (7%) d'ispirazione inglese ambrata, piuttosto carica e impreziosita da  intense sfumature rossastre: la schiuma color ocra è abbastanza fine e cremosa, con una buona persistenza. Il naso è pulito e ricco del dolce di caramello, frutta secca, biscotto e toffee, prugna e uvetta, ciliegia. Al palato non ci sono grossi cambiamenti e il gusto ripropone con coerenza ma con minor pulizia caramello, biscotto e uvetta a formare una bevuta morbida e gradevole: corpo medio, poche bollicine, è facile sorseggiarla senza incontrare spigolature. Il dolce è notevole ma è ben bilanciato da una buona attenuazione e da un finale amaricante nel quale la frutta secca, mandorla in primis, è protagonista a discapito della componente terrosa. Bene l'intensità de sapori, bene la gestione della componente etilica che riscalda senza andare mai sopra le righe: la pulizia, sopratutto in bocca,  è secondo me l'aspetto sul quale c'è da lavorare maggiormente.
Nel complesso due birre di livello abbastanza buono per un birrificio che deve ancora spegnere la prima candelina: c'è una buona aderenza agli stili dichiarati e nel bicchiere ci sono due birre facili da bere che possono facilmente avvicinare al mondo della "birra artigianale" chi ancora non lo conosce. Per andare oltre e farsi notare in un mercato nel quale bazzicano quasi un migliaio di attori, tra birrifici, brewpub e beerfirm c'è ancora del lavoro da fare, sopratutto su personalità e carattere. 

Nel dettaglio:  
Albus: formato 33 cl., alc. 4.8%, IBU 15, lotto 0217, scad. 04/18, prezzo indicativo 3.60 Euro.
Aztec: formato 33 cl., alc. 7%, IBU 30, lotto 0317, scad. 05/18, prezzo indicativo 3.80 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 27 giugno 2017

[Le birre rivisitate]: Glazen Toren Saison d'Erpe-Mere

Di solito sul blog presento spazio sempre birre diverse senza ritornare su quelle già ospitate e il motivo è abbastanza semplice: non credo che a chi legge interessi ritrovare  la stessa birra a breve distanza di tempo.  
Penso che sia però interessante confrontare gli appunti di bevuta a distanza temporale: non solo a volte cambiano le birre ma, soprattutto, cambia il palato di chi beve sotto l’influenza dell’esperienza e di quello che il mercato propone. E cambiano anche i birrifici: s'ingrandiscono, vengono acquistati, evolvono! 
Mi ritrovo quindi a bere una  Saison d'Erpe-Mere di De Glazen Toren per metterla a confronto con quanto da me annotato quattro anni fa. Una saison prodotta dal 2004, anno in cui il piccolo birrificio venne fondato da Jef Van De Steen e Dirk de Pauw assieme al socio Mark De Neef; Van De Steen è un personaggio che non credo abbia bisogno di presentazioni agli appassionati di birra belga, e non solo. Ai neofiti consiglio la lettura di qualcuno dei sui libri, purtroppo non disponibili in italiano, come ad esempio  Geuze & Kriek, The Secret of Lambic, Belgian Abbey Beers e Trappist: The Seven Magnificent Beers. 
La Saison d'Erpe-Mere dovrebbe utilizzare malto Pils (87.5%) e frumento maltato (12.5%), luppoli Hallertau (belga), Saaz (ceco) e Target (inglese):  una saison abbastanza giovane, nata nel 2004, che tuttavia ritengo personalmente già un “classico”. Una saison prodotta da un birrificio fiammingo che riesce tuttavia a catturare perfettamente lo spirito (francofono) della Vallonia e dell’Hainaut, la culla natale di questo stile-non-stile brassicolo: “è una vera Saison, molto più vera di molte di quelle prodotte nell’Hainau” disse Marc Rosier della Brasserie Dupont dopo averla assaggiata per la prima volta. “Non potevo ricevere un complimento migliore da Dupont”, ammette Van De Steen.

La birra.
Il suo colore è quello dell’estate, anche se non è il dorato del sole: arancio pallido e opaco, a ricordare il colore dei campi estivi sui quali si adagia la paglia “baciata” dal tramonto. Sopra di lei un’esuberante testa di candida schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Il naso apre con la delicata speziatura del lievito che ricorda il pepe e il coriandolo: si susseguono la scorza d’arancia, accenni di banana e cereali, fiori, una imprescindibile nota rustica che richiama la paglia, la terra, la campagna. Agile, vivacemente carbonata, piena di vita; in bocca scorre a grande velocità come una saison dovrebbe sempre fare, rinfrescando il palato con la sua delicata acidità. Pane e crackers, un tocco di miele, arancia e banana danno forma ad una bevuta ruspante e un po’ ruvida, che pungola il palato ad ogni sorso:  splendida la chiusura, molto secca e rustica, con un amaro di moderata intensità nel quale le note terrose incontrano quelle della scorza d’agrumi. Grande intensità, gran lavoro del lievito e grande saison, perché una saison si fa con i lievito. Pulita e rustica al tempo stesso, facilissima da bere, ideale compagna dei giorni d’estate: nella mia personale classifica di gradimento rimane ancora un mezzo gradino sotto la Dupont, anche se quest’ultima in Italia è spesso un po’ maltrattata da chi la importa e/o distribuisce. 
E il non trovare quasi nessuna differenza rispetto agli appunti di bevuta di quattro anni fa è ovviamente un grande merito: una birra coerente con se stessa e costante, una certezza da ritrovare in ogni momento.
Formato: 75 cl., alc. 6.5%, imbott. 21/01/2017, scad. 21/01/2019, prezzo indicativo 7.00-9.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 26 giugno 2017

BioNoc' Lipa

Ritorna sul blog un birrificio che avevo “ospitato” qualche anno fa a pochi mesi dal debutto: si tratta di Bionoc, sede a a Mezzano di Primiero, estremità orientale del Trentino, a pochi chilometri dal confine con il Veneto. Il nome scelto identifica semplicemente i due fondatori: Fabio (Bio) Simoni e Nicola (Noc) Simion. Un percorso iniziato nel 2003 quando Fabio frequenta alcuni corsi alla Università della Birra di Azzate e decide di convertire il ristorante di famiglia nella Birroteca Sangrillà, un locale a vocazione birraria che arriva a far ruotare anche un migliaio di diverse etichette l’anno.  Nicola è uno dei clienti abituali, un homebrewer con il sogno di aprire un microbirrificio che lentamente contagia anche Fabio: l’homebrewing viene affiancato da viaggi birrari in Inghilterra e America e da un’esperienza presso il birrificio Fravort, in Valsugana. Nel 2012 i due soci sarebbero pronti a partire ma la burocrazia rallenta di qualche mese l’esordio di Bionoc che avviene solamente nel 2013: in quattro anni il birrificio è comunque riuscito ad aumentare la propria produzione da 200 a 1200 ettolitri.  
Le etichette sono sostanzialmente suddivise in due grandi categorie: le birre “di sempre”, disponibili tutto l’anno, ovvero Goldon Ale, Alta Vienna, Staion (Saison), Lipa (IPA) e Nociva (Scotch Ale). Le birre stagionali: La Guana (una Strong Dark Ale natalizia) Napa (American Pale Ale), Meingose e Raucha (una Maerzen affumicata). 
D’interesse è anche il progetto “Asso di Coppe” interamente dedicato alla produzione di birre acide e agli affinamenti in legno: si avvale della collaborazione dell’homebrewer Nicola Coppe, appassionato di batteri e lieviti selvaggi.  Per evitare qualsiasi  contaminazione il locale dedicato agli invecchiamenti in legno è stato posizionato a circa tre chilometri dal birrificio, in località Transacqua: è qui che si trova La Boutique de la Bot, in centro storico, di fronte alla più antica chiesa della valle. I risultati sembrano essere davvero incoraggianti:  all’ultima edizioni di Birra dell’Anno è arrivata una medaglia d’oro nella categoria riservata alla birre acide.

La birra.
Non sono molte le interpretazioni classiche (ovvero inglesi) dello stile India Pale Ale che abbiamo in Italia, e non solo: sono quasi sempre i luppoli americani o di altri continenti extra-europei ad essere utilizzati dai birrai. Molto apprezzabile quindi la scelta di Bionoc di cimentarsi con luppoli inglesi e malti Pale e Crystal.  Bottiglia nata lo scorso marzo e birra che si presenta nel bicchiere di un color ambrato piuttosto carico sormontato da una generosa testa di schiuma, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso le note di terriccio umido s’accompagnano a quelle del caramello, della marmellata d’arancia, della frutta secca, soprattutto mandorla.  Il gusto prosegue un percorso alquanto “british” nel quale i malti la fanno da padrone con note caramellate, biscottate e “nutty”; marmellata d’arancia e accenni d’uvetta contribuiscono nel dare forma ad una bevuta piuttosto dolce alla quale si contrappongono una buona attenuazione e un finale amaricante terroso che tuttavia non incide quanto dovrebbe. C’è anche un leggerissimo diacetile, comunque perdonabile.  
Una English-IPA abbastanza accomodante che indulge sul dolce rendendosi facilmente accessibile: pulita e profumata, mette in evidenza una buona facilità di bevuta nascondendo i suoi gradi alcolici (6%). Pur senza tirare in ballo confronti con interpretazioni più spinte dello stile (spesso americane) a questa birra manca oggettivamente un po' d'amaro: alzandone un po' l'asticella la birra otterrebbe maggior equilibrio e carattere.
Formato: 33 cl., alc. 6%, lotto 27, scad. 08/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 22 giugno 2017

Cantillon Kriek 2015

Il breve viaggio tra birre e ciliegie si conclude con la kriek di Cantillon, birrificio attivo dal 1900 a Brussels che credo non abbia bisogno di presentazioni. L’unica raccomandazione è quella di non mancare una visita al birrificio (nonchè Musée Bruxellois de la Gueuze) se vi trovate nella capitale belga: un’esperienza al di fuori dal tempo tra impianti, legno, polvere, ragnatele e bottiglie accatastate che vi ripagherà della passeggiata per un quartiere non proprio bello, per dirla in modo gentile.
Negli anni 70 il testimone passò nelle mani di Jean-Pierre Van Roy (sposo di Claude Cantillon) che rilanciò l’azienda riuscendo pian piano a rilevare le quote societarie dagli altri membri della famiglia Cantillon, poco propensi a continuare un'attività (produttore di lambic) che secondo loro non aveva nessun futuro. La domanda di gueuze e lambic era in forte e calo e Jean-Pierre, per restare a galla, iniziò ad ingentilire i propri prodotti con dolcificanti artificiali per renderli più simili ai gusti dei bevitori di allora. Il cambiamento non ottenne l’effetto (economico) sperato e nel 1978 Cantillon ritornò fortunatamente su suoi passi eliminando i dolcificanti e ritornando ad una produzione tradizionale di gueuze e lambic alla frutta. A metà degli anni ’80 l’export verso gli Stati Uniti iniziò a dare un po’ di ossigeno ad un birrificio che aveva operato in perdita per molti anni; a partire dal 1989 il figlio di Jean-Pierre e Claude, Jean, affiancò i genitori apprendendo sul campo il mestiere. Negli anni ’90 Cantillon abbandonò infine i grandi foeders di legno ed iniziò ad effettuare i blend delle annate di lambic e le aggiunte di frutta in tini di acciaio.

La birra.
La kriek di Cantillon viene prodotta aggiungendo le ciliegie Morello intere (200 grammi per litro) ad un blend di lambic; per ovvie esigenze produttiva la frutta fresca viene subito surgelata ed essere utilizzata nel corso dell’anno per produrre diversi lotti di kriek. Le ciliegie vengono messe a macerare per un paio di mesi con lambic di due anni d’età; al momento dell’imbottigliamento viene anche aggiunta una piccola quantità di lambic giovane. Le etichette delle bottiglie destinate al mercato europeo riportano la scritta "100% lambic Bio" assente invece su quelle che vengono esportati negli Stati Uniti: Jean Van Roy dichiara di utilizzare dal 1999 solo materie prime, ciliegie incluse, provenienti da agricoltura biologica ma questi ingredienti non sono stati ancora classificati come biologici dalla USDA, il dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti.
Il bicchiere si tinge di un intenso colore rosso cremisi sormontato da una cremosa schiuma biancastra, abbastanza compatta ma non molto persistente. Il naso non offre molto e odora un pochino di "tappo":  dimessi profumi funky, di cantina e di polvere, legno, amarena cotta e ribes rosso, il dolce della ciliegia che cerca di emergere quando la kriek si scalda. 
La bevuta è vivacemente carbonata e perfettamente agile, scattante: anche qui la ciliegia è rilegata in secondo piano dalle note lattiche e da quelle aspre del limone. Una kriek spigolosa e ruvida, a tratti tagliente, che necessita di una temperatura piuttosto elevata per far emergere un sottofondo dolce di ciliegia e di fragola.  Qualche spunto acetico e una lieve astringenza legnosa finale limitano ulteriormente la facilità di bevuta di una birra che mantiene comunque un elevato potere rinfrescante e dissetante. Bottiglia che delude un po' per la pochezza di profondità e complessità, sopratutto se penso al ricordo dello stesso millesimo (2015) bevuto a Brussels oltre un anno fa: pieno e ricco di ciliegia, elegante, piacevolmente in equilibrio tra dolce ed aspro, tra frutta e "funky" (che dopo quasi due anni di bottiglia la ciliegia fosse meno in evidenza non è ovviamente una sorpresa). Tappo di sughero bagnato all'esterno e tappo a corona con qualche lieve muffa: l'imputato numero uno per una bottiglia poco in forma potrebbe essere in questo caso il signor sughero?
Formato 37.5 cl., alc. 5%, imbottigliata 18/06/2015, scad. 18/06/2025, pagata 4.80 Euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 21 giugno 2017

Oud Beersel Oude Kriek Vieille 2014

Dopo quelle di Lindemans e 3 Fonteinen è il momento di assaggiare la Oude Kriek di Oud Beersel e continuare questo breve viaggio tra birra e ciliegie. "Anno 1882” è la scritta che compare sul logo di Oud Beersel: la sua storia inizia quando Henri Vandervelden apre un birrificio nel paese di Beersel, alle porte di Brussels, e finisce nel 2002 quando Danny Draps, pronipote del fondatore, decide di sospendere un'attività ormai poco redditizia e che necessitava di grossi investimenti per poter continuare.  Mentre il mondo del lambic non si capacita per la scomparsa di un altro dei suoi storici produttori, un appassionato decide di darsi da fare. Gert Christians non può credere che presto dovrà rinunciare alla sua abitudine quasi quotidiana di bere una Beersel Oude Geuze ai tavoli del Le Zageman di Brussels e, assieme all'amico Roland De Bus, decide di acquistare il marchio nel 2003 lanciando contemporaneamente la Bersalis Tripel prodotta da Huyge per raccogliere i finanziamenti necessari a rimettere in piedi il birrificio. Nel frattempo il lambic secondo la ricetta di Vandervelden viene prodotto da Frank Boon e portato poi a maturare nelle botti di legno a Beersel, per poi essere riportato da Boon per il blend finale e l'imbottigliamento. Il 16 marzo del 2007 vengono ufficialmente commercializzate le prime Oude Geuze e Oude Kriek di Beersel, mentre pochi mesi dopo Roland De Bus rassegna le dimissioni ma viene prontamente sostituito dal padre di Gert, Jos Christiaens, da poco in pensione. 
Tornando alle kriek, sono attualmente tre quelle prodotte da Oud Beersel se escludiamo le più care commercializzate con il marchio Bzart. Per scegliere cosa versare nel bicchiere è fondamentale prestare attenzione alla presenza dell’aggettivo Oude, ovvero vecchio.  Acquistando la semplice kriek (3.5% ABV), come nel caso di Lindemans, vi troverete nel bicchiere un lambic addolcito con fruttosio ed edulcorante artificiale (Acesulfame K) per il quale vengono utilizzati 200 grammi di ciliegie Morello per litro. Più raro (e pregiato) è invece la solita variante Schaarbeekse Oude Kriek prodotta con le omonime ciliegie raccolte a nord di Brussels, sempre difficili da reperire: il primo lotto di circa 1500 bottiglie  (7.2% ABV) è stato prodotto nel 2016 aggiungendo le ciliegie ad un blend di lambic di 1 e 2 anni e facendolo poi maturare in botti di legno. Di più facile reperibilità anche in numerosi supermercati è invece il classico Beersel Oude Kriek Vieille (6.% ABV) prodotto con 400 grammi di ciliegie Morello per litro che vengono aggiunte al lambic: assaggiamolo.

La birra.
Si presenta all’aspetto di un intenso rosso che oscilla tra il rubino ed il porpora: la schiuma, leggermente macchiata di rosa, è cremosa e compatta e mostra una persistenza davvero notevole, se confrontata a quella delle altre kriek assaggiate nei giorni scorsi. Anche se viene utilizzata una varietà di ciliegia aspra, al naso domina il dolce con una sensazione che ricorda più lo sciroppo che la “pienezza” del frutto maturo: ad affiancarlo ci sono profumi di lampone e mirtilli. La componente funky/rustica è quasi assente ed anche l’asprezza (amarena, ribes rosso) rimane molto in secondo piano: bene la pulizia e intensità degna di nota in una bottiglia che ha oltre due anni di vita. La bevuta inizia dallo stesso dolce di ciliegia per prendere poi rapidamente la strada dell’asprezza delle amarene, del limone e del ribes rosso: anche al palato la componente rustica è quasi assente, privilegiando la frutta. La sensazione palatale è perfetta, con grande scorrevolezza e vivaci bollicine a rendere la bevuta scattante: chiude molto secca con una punta amara di mandorla e scorza di limone. Alcool fantasma, bene la pulizia ma l’eleganza non è al livello della 3 Fonteinen a causa di una ciliegia che ricorda un po’ troppo lo sciroppo. Una kriek accessibile che nella sua asprezza non è mai tagliente e riesce a farsi accettare anche da palati poco avvezzi allo stile: il prezzo e la facile reperibilità in Belgio costituiscono un ulteriore bonus che contribuisce a definire un soddisfacente rapporto qualità-prezzo. Non è l'olimpo ma il livello è comunque alto.
Formato: 37.5 cl., alc-. 6%, lotto 43181, scad. 14/11/2034, pagata 3.35 Euro (supermercato, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 20 giugno 2017

LoverBeer Saison De L'Ouvrier Griotta 2015

Continuiamo il breve viaggio tra birra e ciliegia e rientriamo nei confini nazionali per far virtualmente visita a Loverbeer, creatura alla quale  Valter Loverier ha dato vita (sarebbe il caso di dirlo, visto l’utilizzo di lieviti spontanei) nel 2009 a Marentino (TO). Ritorniamo a parlare della Farmhouse Ale  della casa, quella Saison De L'Ouvrier,  ovvero “del lavoratore”, di quei contadini  (valloni) per i quali queste birre (saison) un tempo rappresentavano un’imprescindibile forma di sostentamento durante il duro lavoro estivo nei campi, molto più salubre dell’acqua spesso portatrice di malattie: ma “Louvrier” pare anche essere il cognome originale della famiglia di Valter, proveniente dalla regione del Calvados e poi mutato in Loverier una volta giunti in Piemonte.  
La birra viene prodotta con i lieviti selvaggi isolati dalla BeerBera, una sour ale prodotta con il 20% di mosto di uva Barbera che fermenta spontaneamente con i microrganismi  presenti sulla buccia dell’uva stessa. La ricetta prevede anche  una percentuale di frumento non maltato ed un dry-hopping di East Kent Goldings; la maturazione avviene poi in botte di legno. La Saison De L'Ouvrier rappresenta anche la base per sperimentare con quattro ingredienti: un frutto (la ciliegia), un vegetale (il cardo), un erba (timo serpillo) e un fiore (violetta). 
La Saison De L'Ouvrier Griotta viene prodotta con le omonime ciliegie acide (o visciole) di Pecetto e Trofarello; i frutti vengono aggiunti interi alla birra nel corso di una fermentazione e successiva maturazione in tini di rovere che dura per circa sei mesi. In un anno ne vengono mediamente prodotti duemila litri.

La birra.
Il suo colore riflette quello del frutto che le dà il nome: accesa di rosso opaco, forma un discreto cappello di schiuma macchiata di rosa che si dissolve molto rapidamente. Il naso di questo millesimo 2015 non brilla per intensità: accenni rustici e di acido lattico affiancano deboli profumi di amarena e ribes rosso senza tuttavia far venire l’acquolina in bocca a chi ha le narici sul bordo del bicchiere. Fortunatamente la bevuta si rivela di tutt’altro livello: sostenuta da un delicato tappeto dolce di ciliegia, la bevuta regala soprattutto l’asprezza dell’amarena, del ribes rosso, della mela acerba e del limone. Qualche bollicina in più la renderebbe senz’altro più rustica e vivace al palato, ma è un vezzo che le si perdona facilmente: chiude con un brevissimo accenno amaricante (mandorla, lattico) regalando una bevuta di grande secchezza, rinfrescante e dissetante. Alcool (6%) fantasma, retrogusto corto ed aspro di frutti rossi e palato già pronto ad accogliere un altro sorso; bottiglia penalizzata da un naso un po’ debole ma che subito si riscatta in bocca trasportando idealmente il bevitore sui campi popolati da ciliegi. Nel bicchiere c’è la frutta, c’è la campagna circostante e c’è il sole che splende alto nel cielo.
Formato: 37.5 cl., alc. 6%, lotto PGRI02-0715, scad. 12/2022, prezzo indicativo  8.00-10.00 Euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.