lunedì 29 febbraio 2016

CREW Republic: Munich Easy & Detox Session IPA

Di Crew Republic (Monaco di Baviera) ne avevo già parlato un paio di anni fa; fu lanciata come beerfirm nel 2012 dagli ex-homebrewer Mario Hanel e Timm Schingula, contagiati dalla craft beer revolution americana nel corso di una vacanza invernale sull'altro lato dell'oceano Atlantico. Alla birra di debutto Foundation Pale Ale se ne sono aggiunte altre che hanno sempre visto i luppoli americani come protagonisti senza disdegnare uno sguardo ad altri stili richiesti dal mercato come Imperial Stout o Barley Wine. Nell'avventura si sono imbarcati anche Jan Hrdlicka (marketing e design), Manuel Schulz (commerciale, e l'unico nato a Monaco) e soprattutto il birraio statunitense Richard Hodges, che ha rivisitato e poi messo in pratica le idee e le ricette casalinghe di Hanel e Schingula. Per un paio di anni le birre sono state realizzate presso la Hohenthanner Schlossbrauerei di Hohenthann ma, grazie all'ingresso di un nuovo socio che ha portato i mezzi finanziari necessari, a marzo 2015 sono finalmente divenuti operativi gli impianti di propri nella periferia a nord di Monaco, in Andreas-Danzer-Weg 30. Il birrificio non è ancora visitabile ma, da quanto mi dicono, è in programma l'apertura nel 2016 di un brewpub probabilmente in una zona meno periferica della città.  Non sono tuttavia riuscito a capire chi si occupi ora della produzione della birra, che nel 2015 ha toccato i 5000 ettolitri: Richard Hodges ha infatti lasciato a gennaio 2015 Crew Republic per andare ad aprire a Berlino il microbirrificio Berliner Berg. Questo sito cita un tale Erik come attuale responsabile produzione di Crew. 
Oggi appuntamento con due birre "leggere" e particolarmente adatte ai mesi più caldi dell'anno ma anche, secondo me, a chi ha sempre bevuto industriale e non ha grossa familiarità con gli stili "amari"  che la craft beer revolution ha cavalcato; o, se guardiamo alla tradizione bavarese, a chi ha sempre bevuto Helles o Weißbier. 
Partiamo con la Munich Easy (4.7%), nomen omen di una Golden Ale effettivamente facile da bere e di facile accessibilità anche ai profani del luppolo; l'etichetta segnala la presenza di malti Pilsener, Monaco, Caramello e un parterre di luppoli che include Tradition, Citra, Cascade, Comet ed Amarillo. Non c'è tuttavia nessuna ostentazione o voglia di mostrare i muscoli; la bottiglia in questione non è purtroppo fresca e la birra ha senz'altro perso un po' di smalto, ma s'intravede una bella ricetta improntata alla delicatezza e all'equilibrio, per condurre il bevitore industriale in un territorio migliore ma non in forte contrasto con quello a lui familiare. L'aroma, avaro di freschezza e fragranza, regala comunque un pulito e gradevole bouquet di agrumi (cedro, pompelmo, arancia) che va ad affiancare le note maltata di crosta di pane e cereali. Il gusto ricalca fedelmente quanto già annunciato al naso con il dolce familiare (pensate alle Helles di Monaco) della mollica di pane e del miele al quale s'affianca quello, delicatissimo, della polpa d'arancio e del mandarino: scorre veloce e facile come l'acqua senza tuttavia risultare sfuggente, chiudendo con una lieve ed elegante nota amarivante erbacea e leggermente agrumata. Discretamente secca e molto pulita, dorata e leggermente velata, è una birra che probabilmente non coglierà l'attenzione di chi cerca le spremute di luppolo ma è senz'altro una godibilissima alternativa dissetante e rinfrescante, da bere senza pensieri, ad una Helles.  
Lo step successivo è rappresentato dalla Session IPA chiamata Detox: bassa gradazione alcolica (3.4%) e quindi una shankbier da bere ad oltranza o per riprendersi dagli eccessi della serata appena conclusa. I malti sono gli stessi della Munich Easy, i luppoli sono Comet, Galaxy e Chinook. Il suo aspetto oscilla tra il dorato e l'arancio con un discreto cappello di schiuma bianca, cremosa e dalla buona persistenza. 
Anche questa bottiglia ha purtroppo qualche mese di troppo alle spalle e la freschezza dell'aroma (ipotizzo un'inevitabile dry-hopping) ne risente: la frutta fresca vira in direzione della marmellata d'arancia amara, mandarino, pompelmo. Il naso è gradevole ma è senz'altro meglio berla: la base maltata (crackers e miele) è piuttosto leggera, con il dolce della frutta tropicale ad affiancarla per sostenere la luppolatura. In verità l'amaro si fa un po' attendere, la bevuta è molto facile ed accessibile per 3/4, riproponendo quel concetto di "fruibilità" già espresso nella Munich Easy, E' solo in chiusura, e nel retrogusto, che l'amaro "zesty" ed erbaceo diventa protagonista della scena, senza voler strafare: delicato, gentile, ripulisce bene il palato rinfrescandolo e facendo subito venire voglia di bere un altro sorso.  Il compito di una session beer è quello d'accompagnarti per tutta la serata bicchiere dopo bicchiere, senza stancarti mai: per fare questo è ovviamente necessario che il livello d'amaro sia quello giusto, senza arrivare ad asfaltare o anestetizzare il palato. Caratteristiche che si ritrovano in questa Detox, capace di "disintossicare" anche i malati di luppolo pur alimentandone a piccole dosi la dipendenza: bottiglia un po' penalizzata dalla poca freschezza, mi piacerebbe riprovarla con poche settimane di vita alle spalle per apprezzarla al meglio. 
Due "gateway beers" interessanti - ripeto - soprattutto per chi non cerca estremismi o spremute di luppolo: facilità di bevuta ed equilibrio, nel rispetto del DNA tedesco, sono l'elemento prioritario sia che si preferisca il dolce (Munich Easy) sia che si abbia voglia di qualcosa di più amaro (Detox). In entrambi i casi, se avete un amico al quale volete far provare una cosiddetta "birra artigianale" queste due bottiglie potrebbero essere il chiavistello in grado di aprire la porta ad un mondo di sapori e di emozioni che la birra industriale raramente sa offrire. 
Nel dettaglio:
Munich Easy, formato 33 cl., alc. 4.7%, IBU 22, scad. 25/03/2016.
Detox, formato 33 cl., alc. 3.4%, IBU 32, scad. 26/05/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 28 febbraio 2016

De Molen Tsarina Esra Imperial Porter

Mi appresto con sollievo a stappare l'ultima birra di De Molen rimasta in cantina, birrificio olandese che negli ultimi anni mi ha dato più problemi che soddisfazioni. Riassumo giusto per la cronaca; Rasputin 2012, imperial stout trasformatasi in una versione acida, con la sorella - strana ma bevibile - invecchiata in botti di Bourbon. Preciso che l'aggettivo "bevibile" ad una birra che costa 20 Euro al litro è tutt'altro che  un complimento. C'è poi stato il minestrone di verdure della Heen & Weer 2014  e la noia mortale della Hemel & Aarde, questa per lo meno - diamogliene atto - esente da difetti.
Il perché mi risulti ormai impossibile trovare una De Molen decente rimane a me poco chiaro; il cambio d'impianto è avvenuto nel 2011, c'è stato tutto il tempo necessario per fare i dovuti assestamenti. Procede tutto bene nella linea d'imbottigliamento? La costanza qualitativa è purtroppo una chimera per questo  birrificio, con il risultato che acquistare una bottiglia equivale a giocare dei numeri al lotto: quante probabilità avrò di bere un'ottima birra? 
Eppure, su Ratebeer e gli altri siti di beer-rating continuano a fioccare le cinque stellette ed i punteggi centenari anche se, lo so, questi siti hanno la stessa affidabilità delle previsioni meteorologiche. Allora sarò soltanto sfortunato io, e la riprova è questa bottiglia dell'imperial porter Tsarina Esra, "nata" il 17 novembre 2014 e che ottiene (stesso lotto) recensioni molto positive sui siti sopra citati. La sua ricetta indica malti Pils, Monaco, Chocolate e Caramello, frumento maltato ed una luppolatura di Sladek e Premiant. 
L'inizio non è molto incoraggiante, a partire dalla silente apertura del tappo cui fa seguito un aspetto piuttosto bruttino: quasi nera, invece della schiuma si forma un ammasso di grossolane bolle biancastre. L'aroma è tuttavia ancora peggio: carne e salsa di soia dominano, lasciando solo scorgere un sottofondo piuttosto etilico di frutta sotto spirito (uvetta?).  Al palato risulta quasi piatta, con un corpo medio ma totalmente priva di quella pienezza e morbidezza che una imperial porter/stout da 11 gradi dovrebbe avere. Il gusto è piuttosto confuso e difficile da comprendere: in uno scenario piuttosto etilico, ricco di carne e salsa di soia, s'intravede qualche remota traccia di caffè, di orzo tostato, forse caramello bruciato. L'amaro di luppolo e  tostature e viene affiancato anche da quello della plastica/gomma bruciata, per una lieve astinenza finale nella quale emerge anche una leggera nota torbata. A dire il vero migliore un pochino dopo diversi minuti nel bicchiere, ma finirla rimane un'impresa disperata e la maggior parte del liquido trova la sua collocazione ideale nel lavandino: l'unico conforto, nel mio caso, è di non aver altre De Molen in cantina.
Formato: 33 cl., alc. 11%, IBU 93, lotto 17/11/2014, scad. 17/11/2039, 6.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 27 febbraio 2016

Mashsee Brauerei: Hafensänger & Mashsee-Buddelship: Moonshine Imperial Pils

Dopo BRLO di qualche giorno fa, ecco un altro episodio di “beer-hunting” tedesco: ammetto la mia passione nell’andare a scovare birrifici ancora poco conosciuti, con tutti i rischi del caso. 
Tocca alla Mashsee Brauerei di Hannover, un progetto inaugurato nell’aprile del 2014 da Alexander Herold e Kolja Gigla: i due si sono conosciuti alla manifestazione  “Craft Beer Days” che si tiene nella suggestiva Malzfabrik di Berlino.  Alexander è un diplomato Beer Sommelier desideroso di aprire un beershop, mentre Kolja Gigla è diplomato birraio al VLB di Berlino che vorrebbe lanciare la propria beer firm dopo aver lavorato per qualche anno sull’impianto pilota della (commerciale) Hofbrauhaus Wolters di Braunschweig. 
Entrambi sono interessati alla “craft bier” che sta lentamente guadagnando consenso in Germania: dal loro business plan nasce ad Hannover il Mashsee Brauerei & Craft Beer Kontor, un beershop nel cui retro viene posizionato un piccolo impianto da 150 litri sul quale Kolja sperimenta le ricetta che vengono poi attualmente prodotte presso la  Brauhaus Felsenkeller Rupp-Bräu di Lauenau. Il nome scelto Mashsee viene dall’unione delle parole “Mash” (ammostamento, in inglese) e “See”, ovvero “lago, mare”: e Mashsee allude ovviamente allo Maschsee, il grande lago artificiale di Hannover: molto ben riuscito il logo, con le lettere “S” ed “H” combinate in modo da formare l’immagine di un bollitore.  Il debutto avviene con la Trainingslager, seguita da una Read Ale, da una IPA al cioccolato (XOCO IPA), due Baltic Porter ed un paio di collaborazioni con birrifici tedeschi. Passiamo ora alla sostanza. 
Hafensänger è  una Baltic Porter con ABV 6.1%, che si presente quasi nera con un elegante “testa” di schiuma beige cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza.  Al naso inizialmente è il caffè in chicchi a dominare, affiancato da  orzo tostato, una lieve nota affumicata e terrosa; purtroppo dopo qualche minuto arrivano anche un po’ di salamoia/salmastro e di plastica a rovinare la festa. Le stesse caratteristiche si ripresentano al gusto, dove la parte “buona” di caffè, tostature, cioccolato, mollica di pane nero e caramello è messa un po' in ombra da una leggera presenza di salamoia. La birra si riesce comunque a bere, con una buona intensità ed un finale di caffè e tostature leggermente riscaldato da una nota etilica; al palato scorre bene, con un corpo medio ed una consistenza che si colloca tra l’acquoso e l’oleoso. All’acidità “naturale” dei malti scuri s’affianca anche una leggerissima nota lattica:  i difetti sono sopportabili ma chiaramente rovinano un po’ quella che sembra sarebbe una porter di carattere, molto tostata e ricca di caffè. 
La seconda Mashsee che ho assaggiato è in realtà una collaborazione con il microbirrificio di Amburgo Buddelship del quale vi avevo parlato piuttosto positivamente in queste occasioni; i due realizzano una Imperial Pils con una luppolatura a base di Chinook (USA), Aramis (Francia) e Sylva (Australia). Il tutto è completato da una splendida etichetta della quale non sono riuscito a scoprire l'autore. 
Dorata, leggermente velata, forma un discreto cappello di schiuma biancastro compatto e cremoso, dalla buona persistenza. L'aroma non è molto intenso ma si riesce ugualmente ad avvertire una delicata speziatura, sentori floreali e di miele, un lontano ricordo di frutta tropicale, forse agrumi; pulizia ed eleganza sono tuttavia ampiamente migliorabili. Al palato risulta un po' ingombrante: va bene "l'imperializzazione", ma la birra dovrebbe comunque mantenere una leggerezza ed una scorrevolezza simile a quella di una pils. Il gusto passa in rassegna il pane e il miele, un lieve fruttato dolce tropicale ed un finale amaro erbaceo con qualche tocco resinoso/vegetale ed un lieve tepore etilico; l'intensità c'è, latitano invece pulizia e fragranza. Nonostante una buona secchezza, la birra non riesce ad essere completamente rinfrescante e soprattutto raffinata come ci si aspetterebbe da una pils; la bevuta scivola via nell'anonimato, senza difetti, forse penalizzata da una freschezza ormai perduta, con un risultato confuso e nei dintorni della sufficienza. 
Nel dettaglio:
Hafensänger Baltic Porter; formato 33 cl., alc. 6.1%, IBU 20, scad. 24/03/2016, 3.30 Euro (beershop, Germania)
Moonshine Imperial Pils; formaro 33 cl., alc. 7%, scad. 07/2016, 3.28 Euro (beershop, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 25 febbraio 2016

Wolf Carte Blanche

Non sono onestamente riuscito a chiudere completamente il cerchio dell’informazione attorno alla  Brouwerij Wolf: produce o è una solo una beerfirm? Il progetto parte da Peter Van der Borght che nel 2003 rimane entusiasmato dalla visita ad un birrificio ed inizia ad appassionarsi all’homebrewing, frequentando anche qualche corso. Assieme a tre amici (Luc Sempels, Paul Van der Borght e Jo Discart) decide nel 2008 di fare il “salto” nel mondo dei professionisti fondando la beerfirm Brouwerij Lupus; la motivazione per il nome è la stessa che abbiamo incontrato con il birrificio Les 3 Fourquets, produttore delle birre Lupulus: dedica all’animale che un tempo abitava le foreste del Belgio ma anche al nome botanico del luppolo, Humulus Lupulus. La produzione viene inizialmente appaltata alla Brouwerij Achilles / Serafijn di Itegem, sino all’inaugurazione degli impianti propri che avviene a fine 2010 a Begijnendijk. 
Nel 2014, forse anche a causa dell’abbandono di alcuni soci, il birrificio viene rinominato Wolf; gli impianti produttivi si spostano a Aarschot, mentre Luc Sempels, Paul Van der Borgh  vengono rimpiazzati da Bart Maryssael e Wouter Cuppens. Da quanto ho capito attualmente la produzione avviene in  proprio (forse) solo per un  paio di birre, mentre la maggior parte vengono realizzate dal birrificio Het Anker di Mechelen. E’ da qui che escono le storiche Wolf 7, 8 e 9, affiancate dalle più recenti Black Wolf (una lager venduta in lattina da mezzo litro che debutta a maggio 2014) e la strong ale Carte Blanche.
Il birrificio esporta circa il 10% della produzione  e in Belgio ha in essere contratti commerciali con la grande distribuzione (Carrefour, Aldi); il sito internet – per gli standard belgi – è sorprendentemente ben curato anche se si sofferma più sul merchandising e su tutto quello che è complementare alla produzione. Wolf ha anche da poco (maggio 2015) inaugurato il Wolf Cafè ad Aarschot  (Betekomsesteenweg 76) con 78 posti a sedere dove oltre alle birre potete assaggiare i vini Wolf che sono prodotti nel sud della Francia (Languedoc) e in arrivo c’è il caffè a marchio Wolf. 
Ritorniamo in carreggiata e concentriamoci sulla birra, nello specifico la strong ale Carte Blanche, che viene venduta in un’elegante bottiglia nera, satinata con serigrafia dorata che sicuramente contribuisce ad elevare il prezzo rispetto agli standard belgi. 
Di color oro antico, leggermente velata, forma un perfetto cappello di schiuma biancastra, molto fine e cremosa, dalla lunghissima persistenza. Il profilo aromatico è impeccabilmente pulito, con un’elegantissima espressione del lievito: gli esteri fruttati (arancia candita, albicocca, una suggestione di tropicale ed una leggerissima banana) vengono affiancati da profumi floreali, di vaniglia e zucchero a velo, da una delicata speziatura che richiama il pepe e forse il coriandolo. L’eccellente inizio trova piene conferme al palato in una birra vivacemente carbonata, dal corpo medio e con l’alcool superbamente nascosto come (quasi) solo i belgi sanno fare. La bevuta è dolce e ricca di frutta candita e sciroppata (albicocca, pesca, arancia), biscotto al miele, bilanciati da una gradevole acidità finale e da una lieve nota amaricante terrosa. Le bollicine ben interagiscono con la leggera speziatura, amplificandola e contribuendo a stemperare la dolcezza iniziale: è solo nel retrogusto che l’alcool dà segni di vita, distribuendo un morbido calore di dolce frutta sotto spirito. Strong Ale belga davvero molto ben fatta e bilanciata nella sua dolcezza, senza inutili concessioni alle mode, caratterizzata da un’estrema pulizia, da una grande espressività del lievito e sorprendentemente facile da bere. Ottima.
Formato: 33 cl., alc. 8.5%, scad. 01/09/2016, 2.90 Euro (drink store, Belgio)

mercoledì 24 febbraio 2016

BRLO Porter

Berlino è stata indubbiamente una delle capitali europee più vivaci ed interessanti dell’ultimo ventennio, capace di profonde trasformazioni architettoniche che hanno seguito la caduta del muro. Dal punto di vista brassicolo non si può certo dire lo stesso: la città dell’orso non è mai stata una meta per beer-hunters e, nonostante possa vantare uno stile “autoctono” (le Berliner Weisse), a Berlino si è sempre bevuto piuttosto male. Qualcuno direbbe che è ancora così, ma negli ultimi 20 mesi il  “vento del cambiamento” della craft bier revolution tedesca ha iniziato a soffiare anche nei dintorni di Alexanderplatz, con l’apertura di nuovi brewpubs, bar e beershop. Gli americani di Stone hanno scelto di costruire nella multietnica Berlino la loro succursale europea, BrewDog inaugurerà quest’anno un bar in pieno quartiere Mitte e anche due protagonisti della scena italica (Manuele Colonna/Ma Che Siete Venuti A Fa e Birrificio Lambrate) hanno annunciato la prossima apertura  di un locale (in Prenzlauer Allee 198) completamente dedicato alla “craft bier”. 
In questo  “fermentare” non potevano certamente mancare le beerfirm ed ecco che oggi ve ne presento una; parliamo di BRLO,  fondata nel novembre 2014 da Katharina Kurz, Christian Laase e Michael Lembke. Il nome del marchio (che si pronuncerebbe “Berlo”) fa riferimento all’origine slava della parola Berlino, che significherebbe “luogo asciutto in una terra bagnata”. Da quanto ho capito, l’unica dei tre soci che lavora a tempo pieno sul progetto BRLO è Katharina Kurz, diplomata all’European Business School e passata poi a lavorare nel settore dell’E-Commerce  e del Digital  Marketing prima di venire a conoscenza della “Craft Beer”  nel corso di una vacanza in Australia nel 2013:  “c’erano così tante birre diverse che non riuscivo a decidere quale comprare; lo stesso mi accade anche nei supermercati tedeschi, ma solo perché qui le birre sono tutte uguali e noiose“. Assieme al suo compagno di studi universitari Christian Laase, appassionato birrofilo ma soprattutto fondatore di alcune start-up di successo nel settore dell’IT e della comunicazione, decide di fondare la Braukunst Berlin GmbH  alla quale fa riferimento il marchio BRLO; nel progetto manca ancora quella che dovrebbe essere  il ruolo più importante, ovvero un birraio o qualcuno in grado di elaborare le ricette: viene assoldato Michael Lembke  trentenne con alle spalle diverse esperienze in birrifici e malterie e attualmente diplomando birraio alla  Technische Universität di Berlino. 
L’avventura di BRLO parte con una Helles ed una Pale Ale prodotte presso la Brauerei Landsberg  che si trova nei dintorni di Lipsia, a 150 chilometri da Berlino; a febbraio 2015 arriva una Baltic Porter che viene poi seguita da una Berliner Weisse.  I malti provengono dalla ditta Rhön Malz, nella Bassa Franconia, mentre i luppoli sono forniti dalla Joh. Barth & Sohn di Norinberga.  Le birre non sono quindi prodotte a Berlino anche se le etichette sfoggiano l’orso, simbolo della capitale tedesca e la scritta “handcrafted with Berlin love”. 
Passiano alla BRLO Porter, che il birrificio descrive come un incrocio tra una “Porter inglese ed una Russian Imperial Stout”: la ricetta prevede malti Pilsener, Caramel e Roasted, una luppolatura di Herkules e Tettnanger. Il suo colore è un bel tonaca di frate con intense venature rossastre, sormontato da un compatto cappello di schiuma beige fine e cremosa, dalla buona persistenza. Il naso si compone di caramello, pane nero, ciliegia e prugna sciroppata, zucchero caramellato: pulizia e intensità sono apprezzabili, anche se nel complesso l’aroma risulta molto dolce, quasi stucchevole. Un’impressione che si conferma anche al palato, dove gli stessi elementi danno origine ad una bevuta molto dolce e ricca di “dark fruits” che le lievi note di pane tostato ed il finale leggermente amaro (terroso) non riescono a bilanciare completamente, con il palato che rimane sempre avvolto da una patina appiccicosa.  L’alcool (7%) è un po’ assente facilitando molto la bevuta ma portando quell’atteso tepore piuttosto in ritardo, solo nel retrogusto, dolce e fruttato: c’è invero una gradevole sensazione morbida al palato, agevolata dalla bassa carbonazione. Non è presene una grande complessità, le tostature sono praticamente assenti e il DNA tedesco dà quasi l’impressione di avere nel bicchiere una Dunkler Bock o una Doppelbock: birra intensa e pulita che però lascia leggermente insoddisfatti se si desiderava bere una Baltic Porter.
Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 35, scad. 02/03/2016, 3.28 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 23 febbraio 2016

Birrificio Italiano Sparrow Pit 2013

Oggi è normale sentir parlare di collaborazioni tra i birrai italiani e quelli che si trovano magari in un altro continente;  pensate però che la prima collaborazione italiana con l’estero risale soltanto al 2008,  quando il Birrificio Italiano e gli inglesi di Thornbridge realizzarono assieme la birra al ginepro SuJu, sfruttando anche il fatto che in quel periodo al birrificio inglese lavorava l’italiano Stefano Cossi. Agostino Arioli e Cossi replicano l’esperienza l’anno successivo con un barley wine chiamato Sparrow Pit dedicato all’omonimo paesino del Peak Distrisct sulla strada per Thronbridge nel quale gli italiani si sono persi più volte; il progetto originale prevedeva poi che la birra venisse affinata per dodici mesi in due botti diverse: in Italia ex-Ramandolo, in Inghilterra ex-Nyetimber. 
Nel 2013 la Sparrow Pit viene replicata con una ricetta modificata assieme al birraio americano  Rich Tucciarone, esperienza decennale all’hawaiana Kona Brewing Company e attualmente in procinto di aprire il proprio brewpub Mountain Tap Brewery in Colorado. Secondo quanto riportano le logorroiche note dell’etichetta, che fanno ancora riferimento alla una ricetta originale “realizzata assieme ad un amico birraio” (Cossi, ndr)  si tratta sempre di un “classico” barley wine d’ispirazione inglese al quale sono state aggiunte “importanti” quantità di luppolo tedesco Polaris.  Se non erro è stato eliminato l'invecchiamento in legno; ratebeer la classifica direttamente (e un po’ assurdamente, devo dire) tra le Double/Imperial IPA. 
Nel bicchiere oggi proprio la Sparrow Pit edizione 2013, di colore ambrato un po’ torbido con velatura arancio; la schiuma ocra è un po’ grossolana, scomposta  e poco persistente. L’aroma presenta una buona intensità che permette d'apprezzare le note di caramello/toffee, frutta secca (mandorla, albicocca), uvetta e datteri, miele; la componente etilica non si nasconde, e benché ci sia grande pulizia il bouquet non (mi) regala particolari emozioni.
Nonostante l'importante gradazione alcolica (10%) il corpo è medio e, grazie ad una consistenza oleosa e a poche bollicine, è un barley wine che scorre piuttosto bene. Il gusto ricalca in fotocopia l'aroma, districandosi tra caramello, biscotto, uvetta e frutta secca per una bevuta dolce ma molto ben attenuata e bilanciata da una leggero amaro finale terroso ed erbaceo. Ogni tanto fa capolino qualche lieve ossidazione, mentre al palato l'alcool è piuttosto evidente, scaldando senza lesinare qualche leggera bruciatura che rende alla fine la birra meno morbida di quello che potrebbe essere; il retrogusto è dolce e caldo, con frutta sotto spirito e caramello.  A poco più di due anni dalla messa in bottiglia questa Sparrow Pit non sembra essere invecchiata benissimo e mostra già segni di cedimento; la presenza etilica è importante ma non è supportata da un'adeguata profondità e complessità. Pochi elementi in gioco, sebbene disposti con cura, non sono bastano ad allontanare una leggera sensazione di noia che accompagna il lento sorseggiare. 
Formato: 75 cl., alc. 10%, lotto 2013, scad. 10/01/2016, 11.00 Euro (foodstore, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 22 febbraio 2016

Cinque sorelle e un’intrusa: Augustiner Weissbier, Hacker-Pschorr Hefe Weisse, Paulaner Hefe-Weissbier, Hofbräu Münchner Weisse, Franziskaner Weissbier Naturtrub, Giesinger Weissbier

Monaco di Baviera è il regno delle “sei sorelle”, unici produttori di birra ai quali è permesso partecipare all’Oktoberfest: Augustiner, Hacker Pschorr, Hofbräu, Lowenbräu, Paulaner e Spaten-Franziskaner non sono monopolizzano la  manifestazione monacense ma controllano anche la maggior parte delle spine nei bar, nei Biergarten e nei ristoranti. Uno scenario che  è rimasto immutato per oltre un secolo: dal 1889 in città non sono più stati aperti birrifici sino all’arrivo nel 2007 del micro Giesinger, inaugurato in un garage da  Steffen Marx, al quale hanno poi fatto seguito solo alcune beerfirm come Tilmans Biere e Crew Republic
Mi sono divertito a mettere a confronto le grandi produzioni industriali con quelle del minuscolo microbirrificio di Monaco: lo stile scelto è quello delle Weissbier/Hefeweizen da sempre in competizione con le Helles per lo scettro di birra più venduta in Baviera; al momento entrambe si dividono equamente il 50% del mercato.  Purtroppo non sono riuscito a reperire la Hefeweizen prodotta da Löwenbräu, e così il numero delle sorelle partecipanti alla "sfida" si è ridotto a cinque. 
Il microbirrificio Giesinger è una minuscola realtà che con i suoi 5.000 hl prodotti all’anno non può chiaramente impensierire i 300.000 hl di Hofbräuhaus  (dato del 2014), i 1.230.000 hl di  Spaten-Franziskaner-Bräu (2015, gruppo InBev), i 1.590.000 hl di Augustiner (2015) e i 2.420.000 hl di Paulaner e  Hacker-Pschorr (2015, gruppo Schörghuber); ma al di là dei freddi numeri,  in una birra “craft/artigianale” mi aspetterei di trovare una qualità ed un “carattere” che dovrebbe permetterla di riconoscerla immediatamente da quelle industriali.   E’ davvero così? Per evitare di farmi influenzare ho assaggiato queste sei birre alla cieca, senza sapere quello che c’era nel bicchiere. Premetto di non essere un gran appassionato di Hefeweizen o Weissbier, come vengono abitualmente chiamate a Monaco; non le vado volontariamente a cercare, le bevo quasi solo quando mi trovo in Germania, magari in un Biergarten all’aperto nei mesi estivi, sfruttando al massimo le loro caratteristiche di birre leggere, rinfrescanti e dissetanti. 
Una volta versate nel bicchiere cinque birre su sei appaiono abbastanza simili tra di loro per quel che riguarda il colore, con minime differenze che riguardano soprattutto la limpidezza: solo una appare completamente fuori dal coro,  spostandosi dal dorato ad un sorprendente ambrato che esce palesemente dai confini stilistici. Terminati gli assaggi e svelato il legame tra birra e bicchiere, ecco le conclusioni nella sequenza con cui sono state bevute. 

A - Augustiner Weissbier (5.4%) 
Dorata e leggermente velata, al naso presenta i classici profumi di banana matura e di chiodi di garofano, cereali; tra esteri fruttati e fenoli c’è un buon equilibrio, senza che né uno né l’altro risultino troppo invadenti. La sensazione palatale è quella classica di una Weizen: leggera, bollicine vivaci, consistenza acquosa senza risultare sfuggente. Il gusto ripropone il buon equilibrio banana/chiodi di garofano/cereali dell’aroma, aggiungendo qualche suggestione d’agrume; il dolce è ben bilanciato dall’acidità del frumento. L’intensità è discreta, non c’è traccia d’amaro e la bevuta risulta gradevolmente rinfrescante e dissetante.

B - Hacker-Pschorr Hefe Weisse (5.5%)
Il nome “Hefe” fa riferimento alla presenza in bottiglia di lievito; il colore è effettivamente opalescente, tra l’arancio ed il dorato. L’aroma offre una buona intensità, maggiore dell’Augustiner, anch’essa rispettoso del canovaccio banana, chiodi di garofano, cereale; la banana  è abbastanza in secondo piano da risultare tollerabile anche a chi non la ama. Avverto anche una leggerissima presenza d’arancia.  Leggera, ben carbonata e scorrevole, evidenzia al palato un’intensità minore della Weizen appena bevuta: stessi elementi in gioco (banana, cereali, arancia e garofano) ma questa volta la componente acidula non riesce a bilanciare del tutto il dolce. Il palato rimane un po’ troppo appiccicoso alla fine di ogni sorso, perdendo un po’ il potere rinfrescante. Amaro assente. 

C - Franziskaner  Weissbier Naturtrub (5%)
La meno alcolica delle cinque sorelle è all’aspetto identica all’Hacker-Pschorr; arancio-dorato opalescente. L’aroma è pulito ma non regala molta intensità: si dividono quasi equamente la scena banana, chiodi di garofano, cereale con l’arancia in sottofondo. In bocca risulta meno carbonata delle altre due birre, perdendo un po’ di vitalità nonostante il suo corpo leggero; al gusto la Franziskaner finirà per risultare la più “bananosa” di tutte le sei birre, portandosi dietro anche una nota acidula del frumento più marcata. L’intensità è buona, ma nonostante nel finale si percepisca anche un accenno d’amaro le manca un po’ di secchezza per risultare davvero rinfrescante. Per il mio gusto personale, troppa banana.

D - Giesinger Weissbier (5.5%)
L’assaggio numero quattro è quello che m’incuriosisce di più, con un colore ambrato fuori stile che la fa somigliare ad una Weizenbock o ad una Dunkelweizen; la schiuma fa un po’ di fatica a formarsi e, al di là del colore, l’aspetto non preannuncia quel nulla di buono che viene poi confermato al naso: l’odore è di cereali/muesli andati a male (se mi passate il descrittore), trebbie, cartone bagnato. Al palato risulta quasi piatta, con un gusto equamente diviso tra banana, acido lattico e plastica/gomma; la birra è imbevibile, e considerando la perfezione della macchina industriale tedesca non mi resta che puntare sicuro (vincendo!) sul fatto che si tratti della birra del microbirrificio Giesinger.

E - Paulaner Hefe-Weissbier (5.5%)
Opalescente e dorata con riflessi arancio, la Weiss non filtrata (naturtrübe) di Paulaner sarà quella con l'aroma più interessante; la speziatura è delicata (chiodo di garofano ma anche tracce di pepe e coriandolo) e affianca le note di cereali, banana e la suggestione d'arancia in un bouquet abbastanza intenso. Gli stessi elementi ritornano in bocca con un percorso pulito e dolce ma bilanciato dalla nota acidula del frumento; non c'è amaro, la birra rimane forse un pelino troppo dolce e le bollicine non sono particolarmente vivaci. L'intensità non è al massimo ma banana, chiodi di garofano e cereali si controllano a vicenda per una bevuta d'una precisione quasi chirurgica che non presenta né imprevisti né emozioni.

F - Hofbräu Münchner Weisse (5.1%)
Il birrificio più rumoroso di Monaco e più amato/frequentato dagli italiani realizza una Hefeweissbier dal colore dorato più pallido delle concorrenti  e solo leggermente velato. La presenza di banana al naso è molto leggera, quasi si nasconde dietro ai sentori di cereali, chiodi di garofano, arancia, pepe e forse coriandolo. Al palato è predominante la frutta (banana e arancia) con fragranti note di cereali e crackers; la speziatura (chiodo di garofano) fa da collante e la chiusura è abbastanza secca e persino leggermente amara. Molto leggera, non lascia troppi residui dolci e svolge alla perfezione la sua funzione rinfrescante. L'intensità è delicata ma la birra non dà mai l'impressione di essere scarica o acquosa: banana molto ben nascosta, per la gioia di chi non la ama. Alla fine - mai avrei scommesso sulla HB - risulta essere quella che mi è piaciuta di più.

Sono un po' dispiaciuto per la pessima bottiglia di Giesinger, un microbirrificio che lavora di solito bene ma che in questo caso è risultato pessimo; il recente cambio d'impianto produttivo ha forse portato qualche problema nella costanza produttiva che va risolto subito. La costanza qualitativa è fondamentale: pensate ad un curioso che s'avvicina per la prima volta alla cosiddetta birra artigianale e si trova nel bicchiere una birra imbevibile: ritornerà subito verso il mondo industriale senza mai più voltarsi indietro. Le sorelle industriali giocano la loro partita sui dettagli: in uno stile piuttosto semplice si tratta di equilibrare esteri e fenoli cercando di realizzare una birra profumata, bilanciata e dolce che dev'essere anche facilissima da bere, rinfrescante e dissetante.  Più o meno banana, più o meno spezie, più o meno dolce: sono tutte birre pulite e sempre uguali a se stesse, al bevitore il compito di scegliere secondo il proprio gusto o di ordinare semplicemente una Weizen senza preoccuparsi di quello che gli verrà versato nel bicchiere.
Nel dettaglio, e per una volta metto anche il voto:
Augustiner Weissbier, formato 50 cl., alc. 5.4%, lotto L0614361 T, scad. 01/05/2016, 0.97 Euro (supermercato, Germania). Voto 34/50.
Hacker-Pschorr Hefe Weisse, formato 50 cl., alc. 5.5%, lotto L 35651 W, scad. 01/09/2016,  1.04 Euro (supermercato, Germania). Voto 33/50
Paulaner Hefe-Weissbier, formato 50 cl., alc. 5.5%, lotto L 34455, scad. 01/09/2016,  0.97 Euro (supermercato, Germania). Voto 35/50.
Hofbräu Münchner Weisse, formato 50 cl., alc. 5.1%, lotto 11:51, scad. 23/11/2016,  0.93 Euro (supermercato, Germania). Voto 36/50.
Franziskaner  Weissbier Naturtrub, formato 50 cl., alc. 5.0%, lotto L342526 04:45, scad. 01/12/2016,  0.97 Euro (supermercato, Germania). Voto 29/50.
Giesinger Weissbier, formato 50 cl., alc. 5.0%, lotto A, scad. 01/04/2016,  2.50 Euro (drinkstore, Germania). Voto 11/50.

domenica 21 febbraio 2016

Contreras Valeir Blond

Di Brouwerij Contreras vi avevo già parlato in occasione della Valeir Extra; fondato nel 1818, il birrificio ha sempre mantenuto una dimensione locale sino agli anni 2000, quando il timone passa nelle mani di Ann Contreras e di suo marito Frederik De Vrieze che decidono di puntare sull'export. 
E' lui, birraio con un occhio di riguardo verso quello che sta accadendo negli Stati Uniti, a prendere gradualmente il comando delle operazioni e ad introdurre nel 2004 la gamma Valeir,  che prende il nome da un leggendario  soldato al quale è anche dedicata una statua posta di fronte al municipio di Gavere, il paese dove il birrificio ha sede. 
Le Valeir debuttano in quell'anno proprio con la Blond che andiamo a bere oggi: Michael Jackson, appena scoperta, non esitò a definire "uno dei migliori segreti del Belgio" questa birra che era ancora poco conosciuta, includendola nella sesta edizione del suo libro Great Beers of Belgium. E' proprio Jackson a riportare che la Blond viene prodotta utilizzando malti Pilsener ed aromatici ed un solo luppolo il Saaz; oggi Contreras sul proprio sito dichiara di utilizzare il simile Sterling. 
Il suo colore è oro antico, appena velato, con piccole particelle di lievito in sospensione: la schiuma appare molto cremosa e "croccante", compatta, con un'ottima persistenza. L'aroma, di buona intensità, regala un ricco benvenuto floreale al quale fanno seguito la polpa  e la marmellata d'arancia, la pesca e l'albicocca sciroppata; il bouquet è semplice ma sostenuto da un'eccellente pulizia. 
Il gusto ricalca in buona parte l'aroma, con la marmellata d'arancia e la frutta sciroppata (e candita) che affiancano le note maltate di biscotto e leggero caramello; la bevuta si mantiene dolce (zucchero candito) ma è bilanciata da una leggera acidità finale e da una discreta attenuazione. Il corpo è medio, le bollicine sono abbastanza vivaci ma non precludono una sensazione morbida e "rotonda" in bocca: la birra scorre bene, l'alcool è molto ben nascosto, il finale apre un po' all'amaro con note terrose ed erbacee. 
Una gradevole interpretazione "moderna"di Blond si potrebbe dire, in quanto discretamente luppolata/amara per quelli che sono gli standard della tradizione belga; bene intensità e pulizia, ma per essere però davvero moderna a mio parere le manca un po' di ruffianeria per quel che riguarda la luppolatura, e questo non significa necessariamente utilizzare varietà americane o esotiche.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto CP2015/07, scad. 08/05/2017, 1.55 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 20 febbraio 2016

HOMEBREWED! Samuele Cesaroni: Summer Ale, American IPA, Imperial Stout

Ritorna prima del previsto la rubrica dedicata alle produzioni casalinghe, ma ricevo birre che vanno bevute fresche e non è il caso di farle aspettare: così a febbraio si raddoppia. 
Oggi tocca a Samuele Cesaroni, homebrewer  a Pienza  da “solo” due anni ma con un’elevata frequenza di produzione, ormai bi-settimanale; prima della passione per la produzione c’è ovviamente quella per il “bere bene”.  Responsabile è la craft beer revolution americana scoperta durante una vacanza in Alaska: al ritorno Samuele diventa “degustatore professionista ADB” affiancando alle produzioni casalinghe anche la frequentazione di corsi, incluso quello organizzato dal CERB di Perugia.  La cosa più interessante è che Samuele è in procinto di fare il suo debutto nel mondo dei “professionisti”: entro l’anno sarà infatti operativo il suo birrificio all’interno di un suggestivo casale della Val D’Orcia nel quale sono già avviati da anni un agriturismo e un ristorante. 
L’impianto sarà uno Spadoni da 6hl, con cantina di fermentazione da 22hl; il progetto prevede anche la realizzazione di una piccola taproom adiacente al birrificio dove sarà possibile assaggiare tutte le birre abbinandole a taglieri di formaggi e salumi. Non ultimo, nei campi circostanti sta nascendo un luppoleto nel quale saranno coltivate cinque varietà di luppolo americano, per un totale di circa quattrocento piante; da quanto mi dice Samuele i primi esperimenti con Cascade e Chinook hanno dato risultati piuttosto incoraggianti. Ma passiamo rapidamente alla sostanza, visto che Samuele mi ha spedito ben tre birre che ho deciso di raggruppare in un unico appuntamento. 
In ordine di “grandezza”, inizio da una Summer Ale (3.6%) realizzata con frumento, malti Pale, Carapils e Chocolate, luppolatura di Mosaic ed Amarillo con dry-hopping di quest’ultimo; il lievito è WLP090.  Nel bicchiere è velata con un colore a metà strada tra l’arancio ed il dorato; schiuma bianca, compatta e cremosa, ottima la persistenza. L’aroma è molto fresco e pulito, con buona intensità ed eleganza:  la macedonia di frutta ospita mandarino, pompelmo, cedro, polpa d’arancia, papaia e melone. La bevuta è ovviamente facile e molto veloce: il corpo è molto leggero, con i malti (crackers, cereali) ed un accenno di dolce tropicale a sorreggere la generosa luppolatura che porta rapidamente la birra in territorio agrumato. Pompelmo e limone protagonisti, con l’amaro che s’intensifica nel finale dove accanto alla componente “zesty” arriva quella erbacea; molto bene pulizia ed eleganza, anche quando la birra si scalda e l’amaro diventa più intenso lasciando un lungo retrogusto. Ben fatta, facilissima da bere, profumata e con un’ottima intensità, mi sembra una birra di buon livello già pronta per una produzione professionale; volendo essere proprio pignoli è forse un pochino slegata in bocca, il cereale a tratti è forse un po’ troppo invadente e personalmente abbasserei un pochino il livello d’amaro, che non dovrebbe mai saturare il palato in una birra dalla bassa gradazione alcolica de bere ad oltranza nel corso di una serata.  
Passiamo all’American IPA: 7% ABV, malti Pale, Carapils e fiocchi d’avena, luppoli Amarillo, Columbus, Simcoe e Mosaic, quest’ultimi tre usati anche in dry-hopping; il lievito è Atecrem. All’aspetto è arancio carico velato, qualche riflesso dorato: bene la schiuma, biancastra e cremosa, persistente. Il naso viaggia sui binari della frutta tropicale: soprattutto mango e ananas, con melone e pompelmo a contorno. La bottiglia ha un mese di vita ed i profumi sono freschi e discretamente intensi. Al palato noto subito una pesantezza “tattile” secondo me un po’ eccessiva; la birra ha corpo medio e potrebbe scorrere un meglio. Il gusto mantiene buona corrispondenza con l’aroma, la partenza è dolce tra caramello e tanta frutta tropicale, l’amaro fa inizialmente un po’ fatica ad emergere arrivando a ritagliarsi un ruolo da protagonista quasi all’ultimo secondo, in un finale resinoso nel quale avverto quasi una nota balsamica che mi ricorda la menta. Un lieve tepore etilico fa capolino nel lungo retrogusto. In assenza di evidenti difetti,  questo primo tentativo di Samuele di produrre un’American IPA è discreto: secondo me c’è da lavorare su pulizia ed eleganza, rendendo più armonici i vari passaggi della bevuta. Al “fruttatone” tropicale iniziale forse gioverebbero un po’ di agrumi, così come l’amaro conclusivo batte molto sul tasto della resina senza affiancarle compagni di viaggio: lo stesso passaggio tra dolce e amaro è secondo me un po’ brusco e si dovrebbe ammorbidire un po’.
Il trittico si conclude con una robusta (9.9%) imperial stout prodotta con malti Maris Otter, Brown, Chocolate, Roasted e Peated, luppoli Columbus e Cascade, lattosio e chips di quercia lasciate per un mese durante la maturazione della birra.  Si presenta quasi nera, formando solo un "dito" di schiuma cremosa e abbastanza compatta che svanisce abbastanza rapidamente. L'aroma offre cioccolato al latte, chicchi di caffè, lievi sentori di carne, accenni di torba e di cenere. L'approdo al palato è piuttosto gradevole, con un corpo medio-pieno, poche bollicine ed una morbida consistenza oleosa; ritornano caffè e tostature, cioccolato amaro e liquirizia, bilanciati dal sottofondo dolce di cioccolato al latte, gianduia (vaniglia?), caramello bruciato. La componente etilica non si nasconde, ma il sorseggiare non è troppo difficoltoso: il livello s'alza un po' nel retrogusto, con un leggero effetto "bruciante" che accompagna le note di caffè, tostature, cioccolato assieme ad una delicatissima torbatura.  Anche qui non ci sono difetti o off-flavors e il livello è abbastanza buono; come per l'American IPA c'è da lavorare per alzare il livello di pulizia e di eleganza complessiva, sia per l'aroma che per il gusto, e da tenere un po' più sotto controllo la componente etilica che a tratti alza un po' troppo la testa.
Ringrazio Samuele per avermi inviato le sue produzioni; di seguito i dettagli e la valutazione su scala BJCP:
Summer Ale - formato 33 cl., alc. 3.6%, IBU 27, OG 1035, imbott. 05/01/2016.
Totale 39/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 8/10)

American IPA Ale - formato 33 cl., alc. 7.0%,  IBU 71, OG 1065, imbott. 13/01/2016.
Totale 34/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)

Imperial Stout - formato 33 cl., alc. 9.9%, IBU 95, OG 1107, imbott. 09/08//2015.
Totale 35/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)

giovedì 18 febbraio 2016

Buskers Peacemaker

Nuovo appuntamento con Buskers, l’eclettico progetto “itinerante”  di Mirko Caretta (Bir&Fud, Roma) che dal 2011 realizza birre in giro per l’Italia; sul blog ne sono già transitate alcune. In questi cinque anni, secondo il database di Ratebeer, sono stati coinvolti gli impianti di Birra del Borgo (6 birre), Ducato (2), Bidu, Dada, Menaresta, Extraomnes, Birra Perugia, Foglie d’Erba, Free Lions, L’Olmaia, MC77, Opperbacco e La Casa di Cura con una birra a testa. 
Parliamo proprio di quest’ultima collaborazione realizzata a febbraio 2014 presso gli impianti a Senarica de “La Casa di Cura”, birrificio attivo dal 2013 e fondato dai soci  Luigi Recchiuti, Loreto Lamolinara, Alfredo Giugno e Tonino Ventilii: ve ne avevo parlato in questa occasione. Si tratta di una robusta Scotch Ale (Wee Heavy) prodotta con malto Maris Otter ed una piccola percentuale di torbato; impossibile non citare le solite splendide e fantasiose etichette di Buskers, realizzate al come di consueto dall’artista spagnolo Fidelius per l’occasione in collaborazione con Jezabel Nekranea. Nel bicchiere arriva con un colore che s’avvicina alla tonaca del frate, con venature ambrate e rossastre; da subito emerge il “problema” schiuma: non è gushing ma la schiuma è davvero difficile da controllare e riempie immediatamente il bicchiere obbligando ad una lunga attesa prima di poterlo completare correttamente. Al naso m’accoglie un inopportuno profumo di pera che ruba la scena a tutto il resto, almeno sino a quando la schiuma non collassa: in sottofondo frutta secca, biscotto, caramello. 
Molta schiuma è sovente sinonimo di elevata carbonazione e questa Peacemaker non fa eccezione, andando palesemente contro i dettami dello stile: il mouthfeel (corpo medio) anziché morbido risulta abbastanza ruvido e spigoloso, ostacolando inizialmente la percezione dei sapori. Ma anche dopo che le bollicine si sono calmate, la birra non splende di pulito e di eleganza; la base di biscotto e caramello/toffee è quella attesa, gli esteri al palato (prugna, datteri) sono più appropriati di quelli delll’aroma e la chiusura è amara quanto basta (frutta secca, lieve terroso) a rendere la bevuta complessivamente dolce ma bilanciata. C’è una buona secchezza ma anche una leggera astringenza finale, mentre quella sensazione di “relax” e di appagamento che vorresti provare con una robusta Scotch Ale tra le mani arriva molto (troppo) tardi, nel morbido retrogusto etilico di frutta sotto spirito. Bottiglia con qualche problemino irrisolto e  - onestamente – al di sotto degli standard delle altre Buskers bevute sino ad ora:  qui si beve discretamente, ma si deve pretendere di più.
Formato:  33 cl., alc. 7.2%, lotto 3415, scad. 07/2016, pagata 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 17 febbraio 2016

Jolly Pumpkin Bam Biere

Jolly Pumpkin Artisan Ales viene fondata nel luglio 2004 a Ann Arbor, Michigan, da Ron Jeffries e dalla moglie Laurie nei locali che un tempo ospitavano una banca. Appassionato homebrewer, Ron è poi diventato birraio nella metà degli anni ’90 lavorando all’interno dei brewpub di proprietà della famiglia Schelde; il suo vero “amore” brassicolo è però il Belgio, con le sue rustiche Farmhouse Ales, le Red Flanders, le Oud Bruin e le fermentazioni spontanee. E’ quello che lui vorrebbe bere, ma non è quello che i clienti si aspettano di trovare al brewpub. Il suo primo tentativo “professionale” è una Sour Ale alla frutta che realizza nel 1998 al  Bonfire Bistro and Brewery  di Northville, ora chiuso. 
Spostatosi alla Grizzly Peak di Ann Arbor, Jeffries produce il suo primo “lambic”  a fermentazione spontanea. Dopo una decina d’anni da dipendente, nel 2004 si mette in proprio e apre la Jolly Pumpkin; il debutto è col botto, con il primo lotto prodotto della Oro de Calabaza che prende l’oro nella categoria “Belgian and French Style Ale” al Great American Beer Festival. Nonostante il successo, i primi periodi sono tutt’altro che facili: le sour ales sono una nicchia nella nicchia della birra artigianale, e il birrificio si sente arrivare molte segnalazioni da clienti ineducati i quali lamentano di aver bevuto una birra acida, andata a male. 
Il perché dell’originale nome Jolly Pumpkin è presto svelato:  “tutti amano Halloween – spiega Ron – e la zucca sorridente che lo simboleggia; quel nome è come la birra, ci fa spuntare il sorriso”. E sul perché la maggior parte delle birre hanno nomi spagnoli, aggiunge: “amo i tropici, la loro vita rilassata e amo le leggende dei pirati (Jolly Roger). E questo mi riporta ad Halloween: ogni bambino vorrebbe travestirsi da pirata ed andare in giro a dire “dolcetto o scherzetto”?
Oggi Jolly Pumpkin fa parte della Northern United Brewing Company, una compagnia fondata da Jeffries assieme a Jon Carlson e Greg Lobdell, proprietari della Grizzly Peak, e a Mike Hall; sotto a questo ombrello ci sono le birre di Grizzly Peak e North Peak ed i distillati del marchio Civilized.  Potete bere le Jolly Pumpkin nel ristorante-brewpub di Traverse City, al Jolly Pumpkin Café & Brewery di Ann Arbor, al birrificio di Dexter, nuova location di 6500 metri quadrati inaugurata a settembre 2014 e all'ultimo nato brewpub di Detroit.
La produzione di tutte le Jolly Pumpkin inizia con il mosto che viene trasferito in foudres di legno dove riceve il lievito della casa, pazientemente elaborato in quattro anni partendo dal Belgian Ale (WLP550) di White Labs. I  batteri ed i lieviti selvaggi vengono introdotti attraverso il sistema di areazione che di notte fa circolare l’aria fresca proveniente dall’esterno sui fermentatori aperti; la birra viene poi trasferita in botte per la maturazione che può durare, a seconda dei casi,  da alcune settimane a diversi anni: è qui avviene – se previsto – il dry-hopping.
La Bam Biere arriva nel 2005 e diventa con il tempo una delle birre di maggior successo di Jolly Pumpkin: è dedicata al cane di Ron, un Jack Russell che venne investito da un automobile mentre attraversava la strada. Si tratta secondo Ron Jeffries di una Farmhouse Ale “autentica”, ossia dalla gradazione alcolica molto contenuta in modo che potesse assere plausibilmente utilizzata dai contadini per dissetarsi durante il duro lavoro nei campi. L'etichetta dovrebbe essere opera di Adam Forman, autore di quasi tutte le Jolly Pumpkin.
Nel bicchiere è di un colore molto brillante che si colloca tra l’arancio ed il dorato; la schiuma è un po’ grossolana ed “indisciplinata”, dalla breve persistenza. Sono passati due anni dalla messa in bottiglia, i lieviti selvaggi sono “cresciuti” e fanno sentire la loro presenza al naso: acido lattico, yogurt, sudore, legno, cantina o granaio. Il carattere “funky” è “ingentilito” dalle note aspre della mela verde e della scorza di limone ed è addolcito dal dolce dell’ananas e da un lieve ricordo di frutta tropicale. E’ una birra nata per dissetare e la sensazione palatale è perfettamente adeguata: leggera, vivacemente carbonata, scorrevolezza pari a quella dell’acqua. La bevuta procede sui binari dell’aspro (limone, lime, mela acerba, uvaspina) e del lattico, contrastato da un leggerissimo e raffinato sottofondo dolce di frutta (ananas, pesca gialla) che a birra calda sconfina quasi nel miele; in mezzo s’intromette il carattere funky e legnoso, una punta d’aceto di mela con il  risultato di una birra molto fruttata, secca e totalmente dissetante e rinfrescante, che chiude il suo percorso con l’amaro del lattico e della scorza di limone/lime.  L’intensità è davvero notevole, se si pensa ad una gradazione alcolica (4.5%) da session beer: ideale per l’estate e, ritornando al concetto di “farmhouse ale autentica”, appropriata per dissetare i braccianti durante le lunghe giornate di lavoro nei campi.
Pulitissima, rustica ma non priva di una certa eleganza, non l’ho mai bevuta fresca ma a due anni di vita in bottiglia l’acidità  e la componente "funky" è piuttosto evidente e marcata: sappiatelo (se non amate le “sour”) prima di pensare ad un acquisto.  Ah, per chi volesse provale a replicarla tra le mure domestiche, segnalo questa pagina.
Formato: 75 cl., alc. 4.5%, lotto 376, imbott. 14/01/2014, 11.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 15 febbraio 2016

Giesinger Dunkel

A Monaco ritorno sempre a bere con piacere le birre di Giesinger Bräu, del quale vi avevo già parlato in questa occasione. Validissima alternativa alle sei “sorelle” industriali che monopolizzano la capitale della Baviera, il microbirrificio fondato nel 2007 da Steffen Marx in un garage è stato una ventata di novità in una città dove era dal 1889 che non aprivano nuovi produttori.  Gli ettolitri prodotti sono cresciuti dai 750 del 2007 ai 1000 del 2011 e un’operazione di crowdfunding ha poi consentito a Giesinger di spostarsi nel 2014 dall’angusto garage al poco distante edificio di Martin-Luther-Stasse 2 del quartiere sud-orientale di Giesing. Cucina e immancabile Biergarten rappresentano il necessario completamento ai nuovi impianti produttivi, con un potenziale di 12.000 hl/anno che al momento ne sfrutta circa 5.000; oggi Giesinger  impiega circa 30 dipendenti, in sala cottura vi è il birraio Simon Rossmann e le loro birre, oltre che alle spine della “Bräustüberl” le potete trovare in sempre più numerosi locali e negozi di Monaco.  L’operazione di crowdfunding è ancora attiva: al vostro capitale verrà riconosciuto un tasso d’interesse dell’8% annuo che vi verrà pagato per i prossimi dieci anni non in contanti ma in “gettoni” spendibili per l’acquisto di birra, pasti e prodotti alimentari presso birrificio, ristorante ed annesso “spaccio agricolo”. Dopo Maibock, Zwickel, AltbierBaltic Porter e Weizenbock, è il turno di una classica Dunkel la cui ricetta indica malti Monaco e Cara Dark, luppoli Hallertauer Tradition e  Saphir per una densità iniziale 12,5 Plato, un contenuto alcolico del 5% e 15 IBU. 
All’aspetto risulta di colore mogano con riflessi ambrati, con un cappello di schiuma beige chiaro compatto e cremoso, dalla lunga persistenza. L’aroma nella sua scarsa intensità risulta comunque pulito con i profumi del pane nero e di cereali, qualche nota di ciliegia e caramello. Al palato è garantita la massima scorrevolezza con un corpo leggero e poche bollicine: non ci sono intoppi di nessun tipo, la sua velocità è pari a quella dell'acqua. Il gusto ospita il caramello, il biscotto e il pane nero, quest'ultimo lievemente tostato: i malti sono fragranti, ogni tanto fa capolino un accenno di prugna e di ciliegia. La bevuta risulta molto bilanciata, con una discreta intensità che regge quasi sino in fondo dove però la birra si spegne un pochino, dando l'impressione di scivolare un po' troppo nell'acquoso e risultando incapace di lasciare un memorabile ricordo di sé. Discreta Dunkel, ma per una birra che deve competere con la potenza di fuoco delle sei sorelle di Monaco mi sarei aspettato un po più di carattere. 
Formato: 50 cl., alc. 5.3%, IBU 15, lotto B, scad. 03/2016, 1.68 Euro (beershop, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 14 febbraio 2016

Thornbridge Hall Bracia

Arriva sul mercato a dicembre 2008 la nuova creazione dell'italiano Stefano Cossi, a quel tempo birraio alla Thornbridge: Bracia, una "rich dark ale" che prende il suo nome da un'antica bevanda celtica che veniva prodotta nell'età del ferro con cereali e - presumibilmente - miele. Ciò è quanto si potrebbe desumere da un'iscrizione trovata su una pietra d'altare romana ritrovata a Haddon Hall, vicino a Bakewell, che probabilmente risale al secondo o terzo secolo. L'iscrizione ("Deo Marti Braciacae") sarebbe la dedica del prefetto romano Quintus Sittius Caecilianus al dio Bracacia, l'equivalente per i Galli di quello che Bacco era per i Romani. 
L'idea di partenza è il miele: Cossi aveva portato in Inghilterra una grossa quantità di miele di castagno friulano, proveniente dall'Azienda Agricola Onelia Pin. Completano la ricetta malti Maris Otter, Brown, Munich, Dark Crystal, Black, Chocolate e Peated, luppoli Target, Pioneer, Hallertau Northern Brewer e Sorachi Ace: secondo quanto riportato dal libro "1001 Beers you should try before you die" la birra è poi rifermentata in bottiglia con lieviti da champagne.
Fatta la birra, "condiamola" con un po' di polemica: è lo storico  Martyn Cornell, dal suo blog Zythophile, ad accusare Thornbridge di pressappochismo. Bracia non sarebbe affatto il nome di un'antica birra celtica. Come riportato nel libro di Max Nelson  "The Barbarian’s Revenge, A History of Beer in Ancient Europe" (Routledge, 2005) Bracia, o meglio bracis, era il nome gaelico dato ad una varietà di grano; questo è anche quanto viene scritto da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. Le tavolette lignee di Vindolanda, risalenti al II secolo d.C. e ritrovate nei pressi del Vallo di Adriano, rappresentano la più antica testimonianza scritta a a mano mai ritrovata in Gran Bretagna: la loro traduzione ha permesso di svelare interessanti aspetti della vita dei soldati romani, incluso il fatto che bevevano una bevanda che era prodotta a partire dal bracis. Inoltre, il termine gallese moderno per il malto è brag, e per brassare è bracha, termini entrambi derivati da bracis. La stessa parola Braggot (un mix medievale di birra, spezie e idromele) sembra derivare dall'antico termine celtico bracata, una bevanda realizzata a partire da un mosto fermentato con il miele.
Alle accuse di Cornell risponde prontamente Cossi, dimostrando di aver svolto una lunga ricerca prima di aver scelto quel nome per la birra; come spesso accade, diversi studiosi hanno dato diversa interpretazione della radice "-brac". Nel libro "Del vino d'orzo: la storia della birra e del gusto sulla tavola a Pombia (atti dei convegni "Cervisia la birra nell'archeologia e nella storia del territorio")" si riporta ad esempio che il termine Bracia indicava una birra prodotta nell'età del ferro con - probabilmente - l'utilizzo del miele.
Dopo tutta questa teoria, passiamo alla sostanza: la Bracia di Thornbridge è praticamente nera, sormontata da una generosa e cremosa schiuma beige, abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il benvenuto aromatico è quello del miele di castagno, protagonista affiancato dai profumi del fruit cake, della frutta secca, dell'alcool: a dire il vero non c'è una gran intensità e, finezza del miele a parte, l'aroma non risulta molto eccitante. Fortunatamente le cose al gusto sono molto diverse, a partire dall'ottimo mouthfeel: corpo quasi pieno, poche bollicine, consistenza setosa in superficie, morbida, rotonda, davvero appagante. La bevuta parte con il dolce del miele, del fruit cake e del biscotto per poi proseguire con la liquirizia e con l'amaro delle tostature, del caffè e del cioccolato; l'alcool (10%) non si nega ma accompagna la bevuta senza mai andare sopra le righe. La bevuta è pulita e risulta alla fine non molto complessa nei passaggi che portano dall'imbocco mielato al retrogusto amaro ricco di caffè e cioccolato amaro, con un accenno di cenere. Bottiglia presumibilmente datata 2012 che mi sembra però aver già passato da un po' il suo picco: la birra è piuttosto soddisfacente - la sensazione palatale è grandiosa - ma l'impressione è che abbia perso un po' del suo splendore per strada. Ne ho un'altra bottiglia molto più giovane in cantina che mi propongo di stappare entro l'anno per confrontarla con questa.
Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 27/02/2017, 12.90 Euro (beershop, Italia) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 13 febbraio 2016

Ballast Point Black Marlin Porter

Nuovo appuntamento con il birrificio Ballast Point, San Diego, California: dopo la sontuosa e massiccia Victory At Sea di qualche settimana fa si naviga questa volta nelle acque più tranquille della Porter chiamata Black Marlin. Anche questa birra come tutte le Ballast Point ha un nome collegato in qualche modo al mare; il Black Marlin ritratto in etichetta è infatti un grosso pesce, simile al Vela, che si trova nelle regioni  tropicali e sub-tropicali dell'oceano Indiano e Pacifico. E' uno dei pesci più veloci al mondo, capace di raggiungere i 130 km/h: questa caratteristica lo rende un trofeo estremamente ambito nelle gare di pesca sportiva, è il sogno di ogni pescatore che deve battagliare a lungo prima di riuscire ad averla vinta su questo potente pesce che può arrivare a cinque metri di lunghezza e ad una tonnellata di peso. 
A questo imponente abitante dei mari Ballast Point dedica la sua Porter, la cui ricetta dovrebbe prevedere un mix di malti  Black, Crystal e Chocolate, luppoli Galena e Centennial. La birra ha ottenuto numerosi riconoscimenti in concorsi californiani (Los Angeles International Beer Competition, California State Fair), un bronzo al Great American Beer Festival del 2003 e un argento al US Beer Open Championship del 2015; il birrificio ne consiglia anche un eventuale blend con la Big Eye IPA per dare così forma alla Black Eye.
La bottiglia di questa "hop forward Porter" ha poco più di un anno di vita con il passare del tempo che non ha certo giovato alla componente luppolata: vediamo che cosa rimane di tutto il resto. E' splendida nel bicchiere, quasi nera con una compatta e cruentissima schiuma beige, dalla trama fine e molto persistente. 
L'aroma benché pulito non è certamente entusiasmante, con un'intensità molto bassa dalla quale emergono i leggeri profumi dell'orzo tostato, del fruit cake, del caramello e del cioccolato.  Un inizio un po' sottotono che fortunatamente trova un pronto riscatto al palato dove c'è innanzitutto un mouthfeel morbido e gradevolissimo, fatto da poche bollicine ed una consistenza leggermente oleosa. Passano in rassegna orzo tostato, liquirizia, caffè e cioccolato su una base dolce di caramello, fruit cake e prugna disidratata. La prima parte indugia proprio in questo dolce per poi scivolare progressivamente nell'amaro intenso ed elegante del caffè e  delle tostature, del terroso ed un ricordo resinoso di quella che immagino era un'abbondante luppolatura. La porter di Ballast Point è molto scorrevole e facile da bere nonostante un sottofondo etilico che riscalda delicatamente tutta la bevuta: il livello è piuttosto buono anche se non ci ho trovato molte emozioni ed anche se pulizia e finezza sono ancora migliorabili.
Formato: 65 cl., alc. 6%, lotto BM 199 / 15 002.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 12 febbraio 2016

Camba Bavaria: Coffee Porter & Smoked Porter

Di Camba Bavaria vi avevo parlato in già in più di una occasione; il birrificio è stato aperto nel 2008 a Truchtlaching, nella regione bavarese del Chiemgau ed in prossimità del Chiemsee, una delle mete estive preferite dagli abitanti di Monaco e non solo. Il birrificio, lo ricordo, è una “costola” della BrauKon GmbH fornitore d’impianti per birrifici e brewpub in tutto il mondo: nei locali sulla riva del fiume Alz potete ovviamente assaggiare tutte le birre e mangiare, nell’immancabile e panoramico “Biergarten”. A produrle un team di una decina di birrai, affiancati da un manipolo di biersommelier che organizzano anche eventi nei locali del birrificio; a Truchtlaching vi era un tempo un insediamento di celti e “Camba” è infatti una parola Celta che significherebbe “bollitore”. 
Camba Bavaria ha anche aperto da qualche anno  un beer-bar a Monaco, chiamato Munich Tap House, dove oltre alle proprie produzioni potrete assaggiare numerose birre importate dall’estero; a 200 chilometri di distanza, a Gundelfingen an der Donau, nei pressi di Ulm, si trova la Old Factory Brauerei  & Craft-Bierwelt:  qui è dove avvengono gli affinamenti in botte di Camba.
Il birrificio è uno dei precursori della cosiddetta “craft beer revolution” tedesca, e forse il primo in una regione (la Baviera) dalle tradizioni ben salde e difficili da scalfire; oltre agli affinamenti in botte, la produzione si suddivide tra gli stili tradizionali e la gamma delle “international beers”, ispirate alla tradizione anglosassone, belga e all’innovazione statunitense, anche se ciò a volte significa “violare” l’editto di purezza. E’ questo il caso della Coffee Porter, prodotta con aggiunta di caffè e una luppolatura di EK Goldings, Cluster e Fuggles. 
Molto bella nel bicchiere, “vestita” quasi di nero con un cremoso cappello di schiuma nocciola fine e compatta dall’ottima persistenza. Al naso ci sono i profumi del pane nero, del caffe liquido ed in chicchi, dell’orzo tostato, con in sottofondo lievi sfumature di mirtillo e di cenere.  Benino la pulizia e l’eleganza, solo discreta l’intensità. Il percorso prosegue in linea retta al palato, dove il dolce sottofondo di caramello (con un tocco di vaniglia) è la base sulla quale s’appoggiano l’orzo tostato, la crosta del pane nero, il cioccolato ed il caffè che diventa progressivamente il protagonista della bevuta. Poche le bollicine, corpo tra il medio ed il leggero con una sensazione palatale a mio parare un pelino troppo acquosa. Pur non brillando di pulito risulta ugualmente una discreta porter caratterizzata da un amaro intenso ma “educato”, ben stemperato dall’acidità dei malti scuri, e da un retrogusto che si snoda tra il tostato, il terroso ed il caffè. L’intensità è buona, gli ampi margini di miglioramento riguardano secondo me l’eleganza e la finezza del suo elemento principale, ovvero il caffè. 
Solo un breve accenno alla seconda Porter prodotta da Cambia, una smoked/affumicata che rappresenta anche una delle ultime novità. E' una produzione stagionale invernale, annunciata a gennaio 2015 e presentata ovviamente alla Tap House di Monaco, il locale di proprietà del birrificio. Non ho molto da dire a riguardo perché purtroppo questa bottiglia ha preso rapidamente la strada del lavandino. Si salva solo il gradevole aspetto, tra l’ebano scuro ed il rosso rubino: l’aroma annuncia il disastro con note salmastre mescolate ad un affumicato che richiama la gomma e la plastica. Al palato c’è una bella infezione in corso, con l’acido lattico che si mescola alla plastica affumicata per quello che risulta praticamente un bicchiere d’acqua sporca. Non dovrebbe, ma a volte capita.
Nel dettaglio:
Camba Coffee Porter, formato 33 cl., alc. 5.4%, IBU 34, lotto 181 17, scad. 30/03/2016, 3.00 Euro (beershop, Germania)
Camba Smoked Porter, formato 33 cl., alc. 6.3%, lotto 336 142, scad. 02/09/2016, 2.37 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 11 febbraio 2016

HOMEBREWED! Francesco Baldini: American Pale Ale & Black IPA

Rieccoci a parlare di produzioni casalinghe in un nuovo appuntamento di Homebrewed! Oggi tocca a  Francesco Baldini dal 2011 homebrewer in quel di Imola contagiato dal “morbo” durante una cotta pubblica; seguono le prime produzioni da kit assieme a colleghi di lavoro e, da circa due anni, il passaggio all’E+G (Estratto + Grani, per i profani). A causa del poco tempo libero a disposizione la frequenza produttiva non è elevata, con circa 6-8 otto cotte realizzate nei mesi invernali in una pentola da 17 litri e equamente destinate al consumo personale e quello di amici e colleghi. 
Ringrazio da subito Francesco che ha voluto farmi assaggiare tre due birre, due delle quali ve le presento oggi:  non ci sono nomi o etichette realizzate al computer ma – hey! – dopotutto è la sostanza quella che conta. 
Partiamo da un’American Pale Ale realizzata con una parte di estratto liquido ed una di estratto secco; i malti sono Crystal, Carapils e Irish Moss, i luppoli Simcoe, Amarillo e Centennial con un dry-hopping di Nelson Sauvin. Il lievito è l’immancabile US-05. Il suo colore è ambrato velato, con riflessi oro antico; fine, cremosa e compatta la schiuma, ottima persistenza e ottimo aspetto complessivo. 
La bottiglia ha circa un mese di vita e l'aroma presenta un fresco bouquet di frutta tropicale (mango, papaia), pompelmo e i tipici profumi di uva bianca e litchi del Nelson Sauvin; la gradevolezza del mix è un po' disturbata da qualche nota meno piacevole che ricorda la cipolla. Al palato arriva con un corpo tra il medio e il leggero, è piacevolmente scorrevole e leggera anche a livello tattile, cosa che non ho riscontrato in altre birre prodotte in casa che invece soffrivano un po' di pesantezza; l'unico "appunto" che mi sento di fare riguarda le bollicine, la cui scarsezza toglie un po' di vitalità alla bevuta, soprattutto quando di coinvolto c'è un profilo di frutta tropicale. Personalmente ne avrei gradita qualcuna in più. Su una base maltata che richiama il biscotto e un po' il caramello, il gusto ripropone il dolce del mango e della polpa d'arancio ed il pompelmo; la chiusura è amara, della giusta intensità, con le note resinose che si mescolano a quelle del pompelmo. La birra è complessivamente gradevole e facile da bere, caratterizzata da un discreto livello di pulizia, fragranza e di eleganza, entrambe tuttavia migliorabili; gettate le solide basi, ora la sfida "professionale" sarebbe quella di limare e rifinire, ed è quella più complicata. Ma per il consumo tra le mura di casa, è una birra senza evidenti difetti o puzzette e ci si può tranquillamente accontentare.
La seconda birra è una Black IPA realizzata anch'essa con estratto liquido e malti Crystal, Carafa, Black, Special B e Carapils; lievito US-05, Citra e Simcoe i luppoli utilizzati anche in dry-hopping. Non è nera ma poco ci manca, ed è sormontata da una cremosissima e compatta schiuma color beige chiaro, dalla lunghissima persistenza.
Ottimo l'aspetto e piuttosto bene anche l'aroma, fresco e intenso, con una macedonia di frutta (mango, papaia, ananas, melone, pompelmo) che s'affianca ai sentori resinosi e ad una suggestione di fragola/lampone. Il benvenuto al palato è dato dal leggerissimo sottofondo di pane nero appena tostato, ovvero la base che sostiene l'ossatura dolce centrale che richiama il mango, l'ananas ed il pompelmo dell'aroma. Il corpo è medio e le bollicine sono nella qualità giusta: la birra scorre bene, è facile da bere e volendo cercare il pelo nell'uovo è un pochino slegata nel rapporto "acqua-sapori". La chiusura è  intensa ed ovviamente amara, caratterizzata sopratutto dalle note di resina con sfumature "zesty", un lieve terroso e appena un accenno di tostato. Questa Black IPA mi convince e mi piace anche per la sua fedeltà a questo stile-ossimoro: è una IPA di colore nero, senza avvicinarsi ad una porter/stout molto luppolata. Certo, anche qui pulizia e finezza sarebbero migliorabili ma l'intensità e la freschezza abbinate all'assenza di difetti rendono la bevuta semplice ma piacevole e - lo devo ammettere - molto migliore di alcune birre "professionali" che ho bevuto dall'inizio dell'anno.
Ringrazio di nuovo Francesco per avermi inviato le sue produzioni e gli dò appuntamento a fra qualche mese con la sua Imperial Stout; a voi invece che vi divertite a fare la birra in casa, ricordo che la rubrica è sempre aperta a tutti.
Di seguito i dettagli e la valutazione su scala BJCP:
American Pale Ale - formato 50 cl., alc. 5.3%, IBU 44, OG 1050, FG 1010, imbott. 29/12/2015.
Totale 32/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 3/5, Impressione generale 6/10)

Black IPA - formato 50 cl., alc. 5.9%, IBU 72, OG 1060, FG 1015, imbott. 11/11/2015.
Totale 36/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)