venerdì 30 dicembre 2016

Lagunitas Brewing Company: IPA, A Little Sumpin’ Sumpin’ Ale & Lagunitas Sucks

"Vendere significa vendere il cuore dei tuoi migliori amici e quella parte della vita che i tuoi collaboratori hanno passato a lavorare per te": questo un tweet di Tony Magee datato 2013 con il quale criticava una delle tante acquisizioni di birrifici "craft" da parte di grandi multinazionali, dichiarando che lui mai lo avrebbe fatto.  
Come commentare allora l'annuncio di settembre 2015 con il quale Lagunitas Brewing Company annunciava di aver stretto una partnership 50/50 con il colosso mondiale Heineken? E' Magee stesso, fondatore nel 1993 del birrificio a Petaluma (California), a spiegarne le motivazioni direttamente sul forum di BeerAdvocate, anticipando tutte le critiche. E mentre dall'altra parte dell'oceano Heineken non parlava di partnership ma di aver  acquistato il 50% di Lagunitas, Magee chiariva di avere ormai 55 anni e la necessità di guardare al futuro assicurandolo a se stesso, ai suoi dipendenti e ai suoi partner aziendali: "abbiamo ricevuto e rifiutato proposte da AB InBev e SABMiller, siamo stati noi a bussare alla porta di Heineken che inizialmente non aveva nessun interesse nei birrifici craft".  La partnership con Heineken gli consente infatti di accedere ad una catena distributiva mondiale e di guardare al di là dei confini nazionali: "questa non è la fine di Lagunitas, è forse solo la fine del suo percorso iniziale. Ora abbiamo davanti un'opportunità storica per esportare la passione che caratterizza la Craft Beer americana in tutto il mondo; anzi questo forse potrebbe diventare il giorno della vittoria della Craft Beer americana".  
I dettagli economici della partnership operativa da fine 2015  non sono stati resi noti ma si dice che il birrificio di Petaluma, che nel biennio 2012-2014 è cresciuto del 58% con una produzione di un milione di ettolitri, sia stato valutato all'incirca un miliardo (!) di dollari. Oltre alla sede di Petaluma e a quella di Chicago sarà a breve operativa anche quella di Azusa, a quaranta chilometri da Los Angeles, città dove finalmente la craft beer sta prendendo piede e, soprattutto, luogo strategicamente conveniente per  l'esportazione verso i mercati del Sud America, Messico in primis. Una capacità iniziale di 400.000 barili/anno che, assieme a quelli prodotti a Petaluma e Chicago, porteranno Lagunitas alla pari di Sierra Nevada.
Per il momento la partnership con Heineken sta iniziando a dare i suoi frutti in Europa, con le Lagunitas che, attraverso i partner distributivi del colosso olandese, sono arrivate sugli scaffali di qualche supermercato; se qualcuno me lo avesse predetto quattro anni fa, gli avrei sicuramente riso in faccia.

Le birre.
Tre le etichette che sono arrivate dalla California; non manca ovviamente la flagship IPA (6.2%), la IPA più venduta in tutta la California. Nel febbraio 2015 il 12 pack di Lagunitas IPA divenne addirittura il "pack" più venduto in tutta la Bay Area (San Francisco), capace di superare i grandi marchi industriali. Disponibile quasi ovunque, la IPA di Lagunitas è in molti locali l'unica alternativa alle multinazionali, capace di "salvarvi" la vita quando non trovate niente di decente da bere.
La bottiglia in questione è "nata" lo scorso settembre 2016 e si presenta quasi limpida e di color oro antico, con qualche venatura ramata; la schiuma leggermente biancastra è compatta e cremosa ed ha un'ottima persistenza. Il naso non è di certo un elogio alla freschezza ed alla intensità ma è tutto sommato ancora accettabile: pompelmo e pino la fanno da padrone, accompagnati da profumi floreali e di biscotto; il fruttato più che di fresco ricorda però la marmellata. Il percorso continua in linea retta al palato senza grosse divagazioni; la base maltata, seppur non invadente, richiama biscotto e caramello e introduce il dolce della marmellata d'agrumi al quale risponde subito l'amaro, resinoso e vegetale, al quale spetta poi il compito di chiudere la bevuta. La secchezza potrebbe essere migliore, il finale amaro è lungo ed intenso ma ha perso un po' di vigore e non punge quanto potrebbe. Non c'è da fare salti di gioia ma se ci si accontenta si ha nel bicchiere una delle tante IPA americane che arrivano dopo tre mesi di viaggio e il fiato un po' corto ma ad un prezzo vantaggioso.  Se cercate la fragranza e la freschezza dei luppoli guardate altrove, se invece vi accontentate di una discreta IPA, bilanciata e facile da bere ma lontana parente di quella che era in origine, non sarebbe affatto male trovare sempre questa Lagunitas sugli scaffali della grande distribuzione. Il prezzo è un po' più elevato delle IPA crafty (Poretti, Ceres, Tennents) ma è più contenuto di molte altre IPA "artigianali" (italiane e non) che occupano gli stessi scaffali dei supermercati con alterne fortune (per chi le compra).

La seconda Lagunitas arrivata in Italia è la A Little Sumpin’ Sumpin’ Ale (7.5%): realizzata per la prima volta nel 2009 come birra stagionale estiva è poi entrata di diritto in produzione regolare. Il mash prevede il 50% di frumento ed un generoso utilizzo di luppoli in dry-hopping: India Pale Ale o  American Wheat Ale? A voi la preferenza. Il bicchiere diventa dorato, leggermente velato e anche in questo caso la schiuma che si forma è impeccabile: cremosa, fine e compatta, ottima persistenza. Buona parte del (dichiarato) abbondante dry-hopping si è evidentemente perso nel viaggio attraverso l'oceano: l'aroma è pulito ma poco intenso e, anche in questo caso, poco fresco/fragrante. Ci si muove in territorio tropicale; mango e melone, con pompelmo e frutti di bosco ad agire in sottofondo. Molto più secca della sorella IPA, riaccompagna subito il bevitore in territorio  tropicale con il dolce del mango, del melone e della papaia. Anche questa birra è stata imbottigliata lo scorso settembre e la freschezza della frutta ne risente, virando di nuovo verso la marmellata ed il candito. I malti, leggermente caramellati, supportano la generosa luppolatura che sfocia in un finale amaro, lungo e intenso, nel quale la resina punge ancora un po'. Alcool ben nascosto, corpo medio ed una carbonazione contenuta le consentono di scorrere piuttosto pericolosamente: il rapporto qualità prezzo (2.65 € per 35 cl.) è buono, ma anche qui dovete accontentarvi e non essere alla ricerca della freschezza, che purtroppo è la caratteristica principale delle birre molto luppolate.

Terminiamo questa rassegna con Sucks, una sorta di Double IPA prodotta con malto d'orzo, frumento, segale, avena ed un parterre di luppoli composto da Chinook, Simcoe, Apollo, Summit, HBC342 e Nugget.  L'avevo già incontrata un paio di anni fa in California nel formato criminale (per un ABV dell'8%) da 35 once, ovvero quasi un litro che viene venduto a cinque dollari. Quella bevuta non era purtroppo andata nel migliore dei modi e cerco di rimediare ora con una bottiglia nata - quasi come quella di allora - circa tre mesi fa. Il nome abbastanza curioso di questa birra significa “Lagunitas fa schifo” ed il perché ve lo avevo raccontato in quella occasione. 
Il suo colore è tipicamente West Coast, tra il dorato e l'arancio, appena velato; la schiuma biancastra è anche in questo caso perfettamente fine, cremosa, compatta e mostra una lunghissima persistenza. Nell'aroma convivono i profumi degli aghi di pino con quelli del pompelmo e della frutta tropicale (mango, melone, ananas): l'aroma non è esplosivo ma molto pulito, con un livello di freschezza tutto sommato ancora accettabile, se ci si accontenta. La sensazione palatale è ottima: birra morbida, corpo medio, bollicine contenute e ottima scorrevolezza. Il gusto ricalca l'aroma riproponendo la frutta tropicale che viene supportata dall'impalcatura per nulla invadente dei malti (biscotto, miele, caramello). Il fruttato ha perso un po' del suo splendore (canditi e marmellata) ma è ancora predominante e caratterizza una bevuta facile e gradevole. Il pompelmo chiude il percorso della frutta e introduce il finale amaro e resinoso, purtroppo non molto pungente, con il quale si conclude questa Double IPA. Alcool ben nascosto che riscalda con garbo solo a fine corsa, buona attenuazione, pulizia ed equilibrio: delle tre Lagunitas la Sucks è quella che è meglio sopravvissuta al viaggio oceanico. Una bevuta ancora godibile e dal buon rapporto qualità prezzo, soprattutto se dovete acquistarne più di una bottiglia per una cena tra amici o per una grigliata.

Se volete provarle, fate in fretta: sono tutte e tre state imbottigliate lo scorso settembre e il tempo non è amico di questo tipo di birra. Tra qualche mese il loro decadimento sarà ancora più evidente: ed è forse questo il maggior problema che riguarda le birre "artigianali" (anche se Lagunitas non può più essere definita tale) nella grande distribuzione. Acquisti di grossi quantitativi che poi rimangono in giro per moltissimi mesi, sino ad esaurimento scorte, quando invece sarebbe assolutamente indispensabile far arrivare regolarmente sugli scaffali lotti produttivi sempre freschi. Per ora dalla California sono arrivate queste tre birre, della tipologia meno adatta a viaggiare: speriamo che prima o poi arrivino anche altre birre meno luppolate e quindi meno suscettibili al trascorrere del tempo. Con il buon livello di prezzi di Lagunitas (negli Stati Uniti era tra i produttori craft più a buon mercato) sarebbero davvero un'ottima risorsa sugli scaffali del supermercato.

Nel dettaglio:
IPA: 35.5 cl., alc. 6.2%, IBU 51.5, scad. 07/09/2017, prezzo indicativo 2.49 Euro (supermercato)
A Little Sumpin’ Sumpin’ Ale: 35.5. cl., alc. 7.5%, scad. 07/09/2017, prezzo indicativo 2.65 Euro (supermercato)
Sucks: 35.5 cl., alc. 8%, IBU 63, lotto 1438 0424, scad. 09/09/2017, prezzo indicativo 2.65 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

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