sabato 28 febbraio 2015

To Øl Fall of Man

Nuovo appuntamento con la beerfirm danese To Øl, ovvero Tobias Emil Jensen e Tore Gynther, allievi al liceo di Mikkel Borg Bjergsø, alias Mikkeller, che a quel tempo lavorava ancora come insegnante. Nel 2010 i due ragazzi danesi hanno deciso di seguire le orme del loro maestro, mettendo in piedi la loro beerfirm ed una partnership commerciale - con Mikkeller - dalle molteplici implicazioni.
Difficile pensare a dei nomi interessanti per le proprie birre, quando se ne producono a centinaia ed ogni anno si sfornano diverse novità; Fall of Man, "la caduta dell'uomo" è quello scelto per una massiccia Imperial Porter prodotta con caffè, cacao e vaniglia. Se qualcuno ancora fosse convinto che ci sia differenza tra Imperial Porter ed Imperial Stout, provi a bere questa birra e si toglierà anche l'ultimo dubbio.
L'etichetta a pelle di serpente disegnata dal fido Kasper Ledet dà un'indicazione abbastanza chiara su cosa ci sia dietro dal nome di questa birra: il riferimento alla biblica "caduta dell'uomo",  al serpente tentatore, che convince Eva a cibarsi del frutto proibito insinuando che lei ed Adamo meritavano di più del giardino dell'Eden: dovevano aspirare ad essere degli dei.
Facciamo piuttosto "cadere" la birra nel bicchiere: splendida, assolutamente nera, con una bella testa di schiuma beige, compatta e cremosa, molto persistente. 
Al naso troviamo caffè, cioccolato amaro, fruit cake e caffè in grani; in secondo piano sentori di cenere, liquirizia e vaniglia, alcool. Bene la pulizia, buona l'intensità, ottima la sensazione palatale, quella che vorrei sempre trovare in una Imperial Stout/porter: corpo pieno, poche bollicine, birra cremosa, vellutata e morbida, avvolgente. Il gusto è dominato dal caffè e dal torrefatto, con qualche "interferenza" di liquirizia, cioccolato e, in tono ancora minore, di vaniglia; c'è anche una leggera nota salmastra. Il finale è lunghissimo ed amaro di caffè, tostature e liquirizia, ma la pulizia non è tuttavia impeccabile. L'alcool (11.4%) si sente adeguatamente, dispensando un discreto calore - soprattutto nel retrogusto -  che non va mai sopra le righe; Fall Of Man è una Imperial Porter/Stout da sorseggiare lentamente in tutta tranquillità, per concludere la giornata con buona soddisfazione. La sua qualità migliore rimane senza dubbio il mouthfeel, quasi lussurioso; per il resto soffre un po' del "marchio di fabbrica" De Proef: birre ben fatte, (quasi) senza difetti, piacevoli da bere ma un po' carenti di anima. 
Formato: 33 cl., alc. 11.4%, lotto L1, scad. 15/04/2024, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 27 febbraio 2015

Black Barrels Nut The Irish Jinn

La “storia” di oggi inizia dove ne finisce un’altra, ovvero quel maggio del 2012 in cui Renzo Losi annuncia la sua dipartita da Torrechiara/Panil, il birrificio dell’azienda agricola di famiglia da lui fondato nel 2001.  Affascinato dalle birre belga ed ex-homebrewer, Losi fu tra i primi (o forse il primo, credo)  in Italia a sperimentare la maturazione in botte e le fermentazioni spontanee controllate; ricorda per la cronaca la Panil Divina, prima birra italiana a fermentazione spontanea e Panil Barriqueè,  prima birra italiana  fermentata in barriques. 
Dopo circa sei mesi, Renzo Losi, spostatosi in quel di Torino, inaugura il 15 Dicembre 2012  il suo nuovo progetto chiamato Black Barrels; ancora privo di impianti produttivi, nei locali di via  Principessa Clotilde trovano posto un beershop al piano terra (con particolare attenzione su birre maturate in legno e fermentazioni spontanee e uno spazio dedicato ad articoli per homebrewers) ed una “cantina” al piano inferiore dove riposano le barriques nelle quali le birre si stanno affinando, la produzione delle quali avviene, attualmente, presso gli impianti del Birrificio Torino. 
L’ex-birraio di Torrechiara mostra la sua indole estrose anche nei fantasiosi nomi scelti per le birre: Kriek dei Puffi , Yellow Doctor , Oca Elettrica, Pterodattila, Nut Cannella Leone, Biscia. Un po’ meno strano, almeno a pronunciarlo, il nome della birra di oggi: Nut The Irish Jinn. Ma se qualcuno ha una mezza idea di che cosa sia un Irish Jinn, me lo faccia sapere. Forse un pazzo irlandese di nome Jinn ? Tecnicamente si tratta di un’American Pale Ale generosamente luppolata (anche con fiori freschi in botte, leggo) che viene poi affinata alcuni mesi in botte di rovere: la scritta a penna sul cartellino che sostituisce l’etichetta riporta il numero tre. 
La foto inganna un po', ma all’aspetto è di colore dorato carico (anziché ambrato come descritto del produttore), leggermente velato; il cappello di schiuma che si forma è perfetto: cremoso, a trama fine, molto persistente.   Intenso e gradevole il benvenuto dato dall’aroma: accanto a note lattiche ci sono frutti tropicali (ananas e mango), fiori bianchi, note di legno, uva bianca e, quando la birra si scalda, sentori di sudore e di “cantina”. Molto buona la pulizia, con un bell’equilibrio tra il dolce e l’aspro. La bevuta è meno bilanciata, prendendo subito la strada del “sour” e dell’aspro con marcate note lattiche, di uva bianca, di scorza di agrumi (lime, limone); la controparte (leggermente) dolce è reminiscente dell’American Pale Ale all’origine, con frutta tropicale, albicocca sciroppata, arancia. La chiusura è molto secca, con finale amaro ricco di scorza d'agrumi, chinotto, erba appena tagliata, yogurt ed un delicato tepore etilico. 
Una creazione di Renzo Losi piuttosto interessante, rinfrescante e dissetante se bevuta a temperatura fresca, mentre lasciata scaldare rivela un discreto carattere vinoso che ben si può prestare ad abbinamenti gastronomici.
Formato: 50 cl., alc. 7%, lotto 11, imbott. 01/07/2013, scad. 01/07/2015, pagata 6.70 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 26 febbraio 2015

Lost Abbey Carnevale

Carnevale Ale è la birra con la quale Lost Abbey di Tomme Arthur  vuole celebrare l’arrivo della Quaresima e della Pasqua; viene solitamente presentata verso la fine di febbraio  con un party (Carnevale di Lost Abbey Masquerade) al quale dovrete ovviamente presentarvi mascherati, se volete entrare senza pagare. Per tutti gli altri, il biglietto costava 15 dollari, comprensivo di un buffet e di musica dal vivo.   
L’edizione 2015, che si è tenuto lo scorso sabato scorso 21 febbraio, dalle 19 alle 23,  è invece stata la prima completamente a pagamento; per 30 dollari  (massima capienza 200 persone) vi veniva dato un bicchiere serigrafato, una bottiglia di Carnevale Ale, il buffet preparato da Grill Fella’s  e due assaggi da 30 cl. di alcune delle birre presenti alla serata:  Track 8, Track 10,  Brandy Angel’s Share e Bourbon Barrel-Aged Santa’s Little Helper. La Cuvee de Tomme e la Framboise de Amorosa erano invece da pagare separatamente.   
Carnevale Ale arriva sul blog proprio quando il carnevale 2015 si è da poco concluso: si tratta di una Saison / Farmhouse Ale che viene abbastanza generosamente luppolata con Amarillo e Simcoe; prodotta per la prima volta nel 2008, a partire dall’anno successivo vede anche l’utilizzo di brettanomiceti.  
L’etichetta mette per un attimo da parte il classico “misticismo” del birrificio di San Marcos (California) per rifarsi un po’ al tipico cliché carnevalesco: maschere e, sullo sfondo, un canale ed una gondola che ci riporta a Venezia. Se volete il video esplicativo di Tomme Arthur, andate qui. 
La bottiglia in questione è chiaramente l’edizione 2014, con un anno di cantina che ha dato tempo ai brettanomiceti di svilupparsi e di far sentire maggiormente la propria presenza. 
Classico aspetto nel bicchiere, colore oro velato con riflessi arancio ed una generosa testa di schiuma bianca e pannosa, molto persistente. L’aroma, pulito ed abbastanza intenso, dà il benvenuto con la delicata speziatura del lievito, che regala una leggera nota pepata, seguita da sentori di arancio e mandarino; in sottofondo leggera presenza di frutta tropicale, banana e brettanomiceti (lattico). Al palato, come sensazione tattile,  la trovo un po’ meno scorrevole del previsto: il corpo è medio, con una vivace carbonatazione che le dona una bella vivacità. Molto gradevole la bevuta, pulitissima, che si compone di pane e biscotto, arancio, pesca e albicocca, qualche nota di miele, zucchero candito ed una  lieve speziatura. La marcata dolcezza iniziale è tuttavia ben bilanciata da una leggera acidità e da un finale amaro, tra l’erbaceo ed il terroso, preludio ad un retrogusto di frutta gialla dove c'è anche un timido warming etilico.  
Una Saison solida e molto ben fatta, intensa e facile da bere, che rispetta piuttosto fedelmente la tradizione belga senza eccedere con i luppoli americani; brettanomiceti molto più evidenti al naso che in bocca, dove tuttavia contribuiscono dando quella necessaria acidità a snellire una birra che altrimenti sarebbe risultata un po' troppo dolce.
Un paio di appunti devo però ugualmente farli: innanzitutto, quel "Lo Carnevale" (sic) sul retroetichetta non si può proprio sopportare. E, tra gli abbinamenti gastronomici consigliati sul sito di Lost Abbey c'è l'abominevole formaggio Cambozola: possibile che non era possibile sceglierne uno meno "tarocco" ?
Formato: 75 cl., alc. 6.5%, lotto 2014, pagata 10,07 Euro (beershop, Belgio).

mercoledì 25 febbraio 2015

De la Senne Crushable de Table

A settembre 2013 Jean Broillet, Julie Foster e Colin (alias Magic Man) del birrificio americano Tire Hands Brewing Company (Pennsylvania) volano a Bruxelles per realizzare una birra collaborative assieme a Yvan De Baets della Brasserie de la Senne.  Il risultato è una Saison prodotta con farro e avena  ed una generosa luppolatura di Simcoe ed  Hallertau (Mittelfrüh, credo), che viene chiamata Crushable Saison. 
Ad Agosto del 2014 i due birrifici si ritrovano per produrre una nuova birra: la base di partenza è (presumo) sempre quella  della Crushable, ma questa volta invece che una Saison viene realizzata una Bière de Table, con il contenuto alcolico che scene dal 5% al 3.2%.   
Per chi è poco familiare con il  termine Biére de Table (Table Beer, Tafelbier), il significato letterale è “birre da tavola”, ovvero birre dalla bassissima gradazione alcolica che venivano consumate durante i pasti, da non confondere con le "session beer", birre che hanno ugualmente una bassa gradazione alcolica ma che - almeno secondo quanto sostiene Martyn Cornell - sono un termine piuttosto recente. Per le Biére de Table bisogna tornare indietro di secoli, quando queste birre venivano bevute in sostituzione dell’acqua, a quel tempo spesso portatrice di pericolose infezioni. 
E riguardo alla "bassa gradazione alcolica", è proprio Yvan De Baets di De la Senne a spiegare, in un suo saggio contenuto all'interno del libri Farmhouse Ales - Culture and Craftsmanship in the Belgian Tradition, come ad esempio nel diciannovesimo secolo la maggior parte delle birre in Belgio avevano un contenuto alcolico intorno al 3%. Una birra che si posizionava al 5% era considerata una birra "forte", ed era quella ad esempio la gradazione alcolica tipica di birre prodotte per durare nel tempo (ovvero qualche mese), come ad esempio le Saison, che venivano bevute nel periodo estivo. Una "birra da tavolo" aveva generalmente un ABV di poco superiore all'1%, ed era prassi farla bere anche ai bambini: un'alternativa sicuramente più salubre delle moderne bibite ricche di conservanti, dolcificanti e coloranti ! 
Ma torniamo alla Biére de Table nata da questa collaborazione belgi-americana: molto bella l'etichetta, come tutte quelle della Brasserie De la Senne, realizzata da Jean Goovaerts.  
Viene chiamata Crushable De Table, una versione “ridotta” della sorella maggiore Crushable Saison, ed è anch’essa prodotta con avena e farro;  arriva nel bicchiere di color giallo paglierino, opalescente; la schiuma è bianchissima, quasi pannosa, le trama non è molto fine, un po’ saponosa, ma la persistenza è buona.  E’ classificata un po’ ovunque come Belgian Ale, ma credo di non sbagliare ipotizzando anche per questa “versione da tavolo” un lievito saison: al naso c’è una piacevole nota rustica, una leggerissima speziatura che riporta alla mente il pepe ed il coriandolo, ci sono sentori di fiori bianchi e soprattutto di agrumi (limone e polpa d’arancio). Ottima la pulizia, buona l’intensità. Ovviamente leggerissima e scattante in bocca, vivacemente carbonata ed acquosa, presenta un gusto spiccatamente aspro ricco di limone e scorza di  mandarino, con qualche nota dolce di polpa d’arancio e di pesca,  ed una leggera base maltata di crackers e cereali. Molto secca, rinfrescante e dissetante, chiude con un generoso finale “zesty” di scorza di agrumi gialli, ed una gradevole nota erbacea di luppolo “nobile” (Hallertauer Mittelfrüh ?). Con un ottima pulizia, un’intensità davvero notevole per il basso ABV (3.2%) ed un carattere ruffiano quanto basta, questa Crushable De Table è un’ottima birra da bere ad oltranza, soprattutto nei giorni più caldi dell’anno. 
Tra le varie birre di De la Senne che arrivano regolarmente in Italia non so se ci sia anche questa, ma nel caso la troviate non esitate a prenderne qualche bottiglia soprattutto se (giusto per darvi un vago paragone di riferimento italiano) amate birre come  Hopbloem e Wallonië di Extraomnes. 
Formato: 33 cl., alc. 3.2%, imbott. 10/09/2014, scad. 10/09/2015, pagata 2.70 Euro (beershop, Belgio)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 24 febbraio 2015

Mikkeller Beer Geek Vanilla Shake

Beer Geek Breakfast, una delle birre meglio riuscite ed apprezzate di Mikkeller  che ha inevitabilmente generato numerosi variazioni. Oltre alle prevedibili edizioni barricate sono nate la lussuriosa Beer Geek Brunch Weasel  (con pregiato caffè vietnamita cà phê Chồn, poi barricata ) e le più recenti “Shake”, a trasformare un’ipotetica tazza di caffè con la quale fare colazione in un più sfizioso frappè. Ecco la Beer Geek Vanilla Shake  (caffè, lattosio e vaniglia) e la Beer Geek Cocoa Shake  (caffè, lattosio e fave di cacao). In sostanza,  niente di diverso delle tipiche variazioni di imperial stout che moltissimi birrifici fanno uscire di tanto in tanto.   
La base di partenza è sempre la Beer Geek Breakfast base, una oatmeal stout la cui ricetta dovrebbe prevedere il 25% di ingredienti derivati dall'avena, una bella batteria di malti (pils, smoked, caramunich, brown, pale chocolate e chocolate), luppoli centennial e cascade. Una birra nata tra le mura di casa nel 2005, ancora prima del debutto "ufficiale" della beer firm al Danish Beer Festival del 2006. E' stata prodotta per molti anni alla Nøgne Ø, ma dal 2013 la scarsa capacità del birrificio norvegese, incapace di soddisfare prima di tutto la domanda dei clienti per le proprie birre, ha costretto Mikkel a spostarsi un po' più ad nord-ovest, sempre in Norvegia, presso la Lervig, dove lavora il birraio americano Mike Murphy. L'idea iniziale di Mikkel Borg Bjergsø e del suo ex-socio Kristian Klarup Keller era di creare una birra cremosa, vellutata, utilizzando appunto una grande percentuale di avena; le prime cotte sono però poco soddisfacenti, soprattutto nell'intensità della componente "caffè". I due danesi pensano allora di utilizzare direttamente del caffè nella ricetta e chiedono consiglio ai californiani della Alesmith che dal 2012 producono la Speedway Stout:  a proposito, lo scorso gennaio è uscita proprio la Beer Geek Speedway, una collaborazione tra i due birrifici. E, ancora a proposito, Mikkeller ha da poco annunciato che acquisterà una parte (o in toto, non l’ho ancora capito) dell’attuale stabilimento di Alesmith a San Diego, una volta che questi avranno terminato il trasloco in una vicina location più grande.  “L’infuso” di caffè in grani e baccelli di vaniglia viene preparato con il metodo “french press”, e poi aggiunto alla birra direttamente nel fermentatore.    
La Beer Geek Vanilla Shake debutta alla fine dell’estate 2013. Assolutamente nera, impenetrabile alla luce, forma una piccola schium di color marrone un po’ grossolana che però svanisce quasi subito. Appropriato il nome scelto per la birra (Vanilla Shake), visto che al naso si ha quasi l’impressione di annusare un dolce frappè alla vaniglia: oltre a latte (in polvere) e vaniglia, ci sono caramella mou, gianduia, cioccolato bianco, zucchero e pochissimo caffè. C’è opulenza e intensità, ma non molta eleganza. Al palato è densa, dal corpo pieno, praticamente masticabile: pochissime le bollicine, con una notevole cremosità e morbidezza che – ovviamente – impongono il lento sorseggiare. Da una parte troviamo il caffè, l’orzo e le tostature, amare, mentre dall’altra la dolcezza del frappè alla vaniglia, del cioccolato bianco, del mou. Il gusto è molto intenso e pulito, ma la sensazione che avverto è che i due estremi (dolce/amaro) non riescono mai ad incontrarsi, procedendo in parallelo, senza amalgamarsi e fondersi in un gusto armonico. C’è una discreta acidità (caffè) a contrastare il dolce, ma anche il passaggio finale, dal dolce all’intenso amaro delle tostature è molto brusco e poco elegante; l’alcool è invece molto ben nascosto, i gradi dichiarati sono 13 ma la facilità con la quale si sorseggia è davvero pericolosa. Chiude con un lungo retrogusto amaro – di nuovo non particolarmente raffinato – di caffè e di tostature accompagnato da un morbido tepore etilico. 
Praticamente una birra sostitutiva del dessert, con parecchi elementi in gioco che però non brillano né per eleganza né per amalgama: il risultato è una sorta di birra disneyland (cit. Kuaska) riuscita solo a metà.
Formato: 33 cl., alc. 13%, scad. 30/01/2023, pagata 6.50 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Rurale Saison Quarante

Un traguardo importante, quello dei quarant’anni, che al Birrificio Rurale di Desio si è deciso di festeggiare con una birra celebrativa; non, non è il compleanno del birrificio, nato “solamente” nel 2009, ma quello di uno dei soci co-fondatori, Stefano Carnelli. Per l’occasione nasce una “hoppy saison” chiamata Saison Quarante, che accanto al lievito belga presenta una generosa luppolatura di stampo americano: il suo debutto avviene nel corso dell’evento “Birre in Festa” che si è tenuto l’8 dicembre proprio al birrificio. 
Dopo la rapida introduzione, è il momento di stappare la bottiglia: la Saison Quarante si presenta di color oro antico carico, velato: la schiuma è generosa, bianca e pannosa, molto persistente. Ottimo il benvenuto aromatico, con un naso pulito, fresco ed intenso: la fanno da padrone i luppoli americani con tanti agrumi (pompelmo, limone e  lime, mandarino), fiori bianchi. In sottofondo sentori erbacei e la leggera speziatura donata dal lievito che regala qualche suggestione di pepe e di coriandolo. Le elevate aspettative che l'aroma crea vengono però parzialmente deluse in bocca: al palato le manca un po' di vivacità, il corpo è medio ma le carbonatazione non è particolarmente sostenuta. Troviamo crosta di pane, qualche nota di biscotto e di miele,  quasi di caramello, ed un gusto abbastanza sciropposo e dolce di agrumi, quasi canditi.
L'intensità e la pulizia ci sono, quello di cui ho sentito principalmente la mancanza è una maggiore acidità, a contrastare il dolce e a snellire e rinfrescare la bevuta; chiude con un finale amaro ricco di scorza d'agrumi e qualche nota terrosa, ma le manca un po' di secchezza.  Nonostante la bevibiliità non sia da record, l'alcool (7.7%) è comunque ben nascosto, c'è un leggero profilo rustico (quasi assente nell'aroma) ma anche una componente zuccherina un po' troppo pronunciata, che viene fuori anche nel retrogusto, con una carezza etilica quasi dolce, di agrumi canditi. 
Una discreta saison, che promette tanto al naso senza però mantenerlo completamente in bocca e che - personalmente - mi ha lasciato un po' insoddisfatto. 
Formato: 33 cl., alc. 7.7%, lotto 187, scad. 03/09/2015, pagata 3.80 Euro (food store, Italia).

domenica 22 febbraio 2015

Fuller's London Porter

Fu Reg Drury, mastro birraio alla Fuller's fino alla fine degli anni 90, a creare, tra altre, anche la London Porter; era esattamente il 1996 e a quel tempo, se non erro, la Griffin Brewery (ovvero Fuller's) era l'unico birrificio rimasto in vita a Londra. Oggi sono passati quasi vent'anni e in quello che era ormai diventato un deserto brassicolo, dominato dalle multinazionali, è tornata la vita; la capitale del Regno Unito ha saputo reinventarsi come solo lei sa fare, dando vita all'ennesima new wave, fedele al motto di Samuel Johnson: "when a man is tired of London, he is tired of life".
Londra è attualmente una delle migliori destinazioni brassicole al mondo dove possiate sognare di andare, e anche se la maggior parte dei birrofili arriva nella capitale attirata da The Kernel, Camden Town, Partizan o per passeggiare per le strade di Hackney (nel giro di pochi chilometri ci sono Pressure Drop, Redchurch, London Fields, Five Points, Howling Hops e Beavertown), la Fuller's è ancora lì, con le sue birre quasi impermeabili alle derive modaiole, capace anche lei di reinventarsi andando a ripescare dal suo immenso archivio storico (la serie The Past Masters) delle magnifiche birre.
Dopo la bitter London Pride, che rappresentava quasi un grido di orgoglio per essere ancora in piedi, in una Londra che stava sterminando tutte le fabbriche di birra, nel 1996 viene alla luce questa London Porter, per la quale Reg Drury trova l'ispirazione andando a rovistare in archivio e adattando in questo caso una ricetta che risale all'inizio del ventesimo secolo. 
Meno fortunata, secondo me, la scelta fatta da Fuller's nel 2013 di cambiare la forma delle bottiglie che ormai venivano utilizzate da diciannove anni: quelle nuove, più strette e leggermente più alte, con l'etichetta posizionata in alto anziché al centro, continuano a non piacermi.
Molto più convincente il suo contenuto, marrone scurissimo, ai margini del nero, e schiuma beige chiaro a trama fine, cremosa e dalla buona persistenza. Al naso c'è l'essenziale, quanto basta, ovvero pulizia ed eleganza: caffè, cioccolato al latte e amaro, orzo tostato, cenere; a temperature ambiente emergono anche leggere suggestioni di caramello, vaniglia, cuoio. Ottimo l'arrivo al palato: poche bollicine, corpo tra il medio ed il leggero, perfettamente in equilibrio tra la volontà di essere scorrevole e quella di non risultare troppo acquosa, lasciando una sensazione morbida che avvolge il palato. C'è grande intensità, nonostante la modesta gradazione alcolica (5.4%), fatta di caffè, tostature eleganti, cioccolato amaro: l'acidità del caffè è la sfumatura conclusiva che dà un po' di riposo al palato, permettendogli poi di assaporare il retrogusto, ugualmente intenso, fatto di raffinate tostature, cenere e caffè. Pulitissima e ben fatta, con un gusto ancora più "nudo" e semplice dell'aroma, all'insegna del "less is more"
Grazie alla cosiddetta "rivoluzione della birra artigianale" ci troviamo nel bicchiere dei prodotti che ci sorprendono, che sono complessi e difficili da descrivere, per i quali è a volte necessario utilizzare una dozzina di descrittori. Non si deve però mai commettere l'errore di "snobbare" la semplicità, perché un'ottima birra può essere anche (e soprattutto) una birra semplicissima da descrivere e da bere: e questa London Porter di Fuller's ne è un ottimo esempio.
Formato. 50 cl., alc. 5.4%, lotto 197 17:03, scad. 16/08/2015, pagata 3.07 Euro (foodstore, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Schlossbrauerei Herrngiersdorf Sündenbock

Se a Weihenstephan (birrificio "statale") reclamano il titolo di "birrificio più antico del mondo", fondato nel 1040, venticinque chilometri più a nord, a Herrngiersdorf, sbandierano orgogliosi quello de "il più antico birrificio privato del mondo", 1131. Fu in quell'anno che i monaci benedettini del monastero di Geisenfeld iniziarono a produrre birra utilizzando il birrificio che si trovava all'interno del castello. La guerra dei trent'anni, che nel diciassettesimo secolo provocò enormi distruzioni in tutta la Baviera, non risparmiò il castello di Herrngiersdorf ma lasciò intatto il birrificio, in quanto agli invasori provenienti dalla Svezia non dispiaceva bere la birra.
Il castello rimase in uno stato di abbandono per molti anni, mentre il birrificio fu subito ristrutturato nel 1709 del conte di Guggemos, che nel 1874 lo cede al notaio Mühlbauer: per alcuni lavori di consolidamento si affida a Paul Pausinger, capostipite di una nota famiglia di costruttori di Landshut. Nel 1899 il notaio decide di mettere all'asta il castello ed il birrificio annesso, che viene acquistato proprio da Paul Pausinger, i cui discendenti ne detengono ancora la proprietà.
Appena una decina le birre prodotte, tutte rigorosamente rispettose della tradizioni tedesca, alle quali nel 2000 s'aggiunge la stagionale Sündenbock ("il capro espiatorio", dovrebbe essere la traduzione letterale del nome), una doppelbock stagionale disponibile ogni anno a partire dal mercoledì delle ceneri.
Nel bicchiere è di un bel color ambrato carico, limpido, con riflessi ramati, e forma una testa "croccante" di schiuma beige chiaro, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Al naso troviamo pane nero e ciliegia sciroppata, prugna, caramello, mela al forno, qualche lieve sentore di fragola: buone sia l'intensità che la pulizia. Compromesso ottimamente raggiunto al palato tra scorrevolezza e facilità di bevuta, tipicamente tedesche, ed una sensazione tattile comunque morbida, senza eccessivi sconfinamenti nel "watery": il corpo è medio e le bollcine sono poche. Ci sono toffee  e pane nero, ciliegia sciroppata e prugna, uvetta e caramello, a dare forma ad un gusto molto (forse un po' troppo) dolce e zuccherino: a contrasto c'è una chiusura leggermente amaricante, con note terrose e di mandorla amara che non si esprimono però al massimo dell'eleganza. L'alcool (7.3%) è molto ben nascosto, con un leggerissimo tepore di frutta sciroppata che si manifesta solamente nel retrogusto. E' una doppelbock pulita e dalla buona intensità, molto facile da bere, pericolosamente sul ciglio del burrone della stucchevolezza dal quale però riesce a salvarsi proprio all'ultimo secondo, regalando una bevuta comunque soddisfacente con un ottimo rapporto qualità prezzo.
Formato: 50 cl., alc. 7.3%, scad. 03/09/2015, pagata 0.96 Euro (beershop, Germania)

venerdì 20 febbraio 2015

De Dochter van de Korenaar Crime Passionnel

De Dochter van de Korenaar, ovvero “la figlia della spiga”, uno dei birrifici dal nome più bizzarro, viene fondato nel 2007 da Ronald Mengerink con la moglie Monique de Baat a Baarle-Hertog, exclave  belga  (ma che comprende a sua volta alcuni mini-exclavi olandesi)  in territorio olandese del quale potete leggere qui le divertenti caratteristiche.  Ronald, olandese di nascita (Twente) ma residente in Belgio da quasi vent’anni, ricorda d’aver iniziato a produrre birra dall’età di sedici anni (oggi ne ha quarantacinque) “usando farina d'avena, luppolo selvatico e i lieviti del fornaio”, restando molto contento dei risultati ottenuti; a vent’anni risiede a Groningen (siamo alla metà degli anni ’80)  e  decide di abbandonare l’università per iniziare a vendere la sua birra, a nome Brouwerij De Noorderzon: non sono riuscito a capire se fosse solo un marchio o un vero e proprio microbirrificio casalingo. Un lotto sbagliato di cinquemila litri di birra ed il conseguente dissesto finanziario mettono fine alla sua avventura, costringendolo a ritirarsi per molti anni dalle  “scene”, come riporta il blog Dutch Beer Pages.
La passione mai sopita di fare birra si manifesta dopo qualche decennio, complice un viaggio negli Stati Uniti e l’assaggio della Flying Dog Snake Dog IPA; Ronald decide di vendere la propria casa (di vacanza?) in Bretagna e di tornare in pista, ristrutturandone una a Baarle-Hertog, che come detto è geograficamente in Olanda ma è Belgio;  una scelta strategica dovuta alla più favorevole legislazione belga nei confronti di un birrificio artigianale, ma non solo: la bandiera belga su un’etichetta di birra ha senz’altro maggior appeal commerciale di una olandese. 
Non è tuttavia il Belgio “classico” quello che Roland intende proporre: le sue birre guardano maggiormente nella direzione di birrifici più “moderni” e sperimentali come De Struise ed Alvinne, inclusi gli invecchiamenti in botte. Il nuovo birrificio prende piede nel 2007 nei piccoli locali di una casa di Baarle-Hertog (che ospita anche la tasting room ed il beershop), con il nome che s’ispira ad una frase pronunciata nel 1550 da Carlo V (sì, il Gouden Carolus della Het Anker) che dichiarò di preferire “il succo della figlia della spiga di grano a quello del sangue dei grappoli dell’uva”.  
I riconoscimenti non tardano ad arrivare, a partire dal quarto posto ottenuto dalla Embrasse nella classifica di gradimento popolare allo Zythos 2009; ben presto la capacità produttiva è insufficiente a tenere testa a tutta la domanda, attualmente suddivisa tra un 70% destinato al mercato locale ed un 30% che viene esportato nella maggior parte dell’Europa e negli Stati Uniti.   
Il debutto sul blog di De Dochter van de Korenaar avviene con la Crime Passionelle, definita come una “internatioanlly styled wheat IPA”: si tratta di una IPA prodotta con una percetuale di frumento e luppoli (suppongo) americani.   
Nel bicchiere è di colore ambra velato, con riflessi ramati: la schiuma avorio è compatta, cremosa ed ha un’ottima persistenza. In presenza di una IPA non posso esimermi dal raccontare la solita nenia: sono birre che vanno bevute fresche, freschissime, e questa Crime Passionnel non sembra esserlo. Scadenza 09/2015, nella migliore delle ipotesi (un anno di shelf life) si potrebbe pensare ad un lotto dello scorso settembre, ovvero sei mesi fa: saremmo al limite della (mia) soglia di tolleranza, ma i profumi sono quelli  di una birra un po’ più stagionata. Aroma dolce di caramello e marmellata d’agrumi, polpa di pompelmo, qualche sentore floreale e di frutta tropicale (mango e passion fruit); la pulizia e l’intensità ci sono, peccato per la scarsa fragranza. La bevuta, di conseguenza, risulta un po’ troppo spostata sul dolce del caramello e del biscotto, di mango e pesca, della marmellata d’agrumi. Non so quale percentuale di frumento sia stata utilizzata, ma sinceramente non ne ho avvertito la presenza; l'alcool (7.5%) porta un leggero tepore che accompagna tutta la bevuta, il cui dolce è contrastato dall’amaro vegetale ed un po’ resinoso. Il corpo è medio, le bollicine sono poche, con un mouthfeel morbido che tuttavia pregiudica un po’ la scorrevolezza; la birra (complice la poca freschezza e il molto dolce) risulta un po’ pesante, sebbene pulita ed intensa, e la bevuta potrebbe essere soddisfacente solo a chi ama IPA dolci e poco secche. Sarebbe senz’altro da riprovare in condizioni migliori, per meglio comprenderla ed apprezzarla. 
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, scad. 09/2015, pagata 3.90 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 19 febbraio 2015

Toccalmatto / Nøgne Ø Tohki-shu

Nuova collaborazione Toccalmatto, birrificio attivissimo, negli ultimi diciotto mesi, su questo fronte: sulle pagine del blog sono già transitate Mamma Santissima,  Hops Tripper, Delta Red Disorder, Okie Matilde,  M.I.L.D.  Una delle ultime collaborazioni datate 2014 è quella con il birrificio norvegese Nøgne Ø; ma se dall’incontro vi aspettate qualcosa che abbia a che fare con la Scandinavia resterete delusi. Kjetil Jikiun, fondatore di Nøgne, ex pilota di aerei e appassionato di Giappone, è al momento ancora l’unico produttore europeo di Sake; alle sue spalle c’è anche un periodo come apprendista alla Daimon Shuzo di Osaka, un famoso produttore giapponese.  
Scartata l’ipotesi di realizzare una birra fermentata con lievito da Saké (esiste già la Red Horizon), Kjetil propone di utilizzare ugualmente ingredienti della tradizione nipponica, in particolare lo yuzu selvatico (mishoyuzu),  un agrume giapponese la cui pianta, da quanto leggo produce i primi frutti solo dopo diciotto anni di vita. 
L’idea non è però originalissima, bisogna ametterlo; in commercio esistono già numerose birre “allo yuzu”; se la più nota commercialmente è senz’altro la Iki Beer Yuzu, prodotta da De Proef e che potete trovare anche in alcuni supermercati italiani,  quella che è invece più conosciuta ai birrofili è la nuova Double IPA di BrewDog chiamata Konnichiwa Kitsune.  Giusto per citarne qualcun’altra, ecco la  Lips of Faith  Yuzu, una berliner weisse di New England (USA), la Orange Yuzu Glad I said Porter di Mikkeller, la Femme Fatale Yuzu IPA di Evil Twin, lo OWA Yuzu Lambic,  la Golden Yuzu di Samuel Adams e, per finire nella stessa categoria della birra di oggi, ecco la Yuzu's Saison di Elysian (USA), la Nest Yuzu Saison di Hitachino (Giappone), la Yuzu Saison di Pipeworks (USA). 
Bruno Carilli e Kjetil Jikiun partono dalla base si una Saison di Toccalmatto aggiungendo quindi yuzu selvatico e scorze di bergamotto; il risultato è una saison “invernale”, dal deciso contenuto alcolico (10.5%) e chiamata Tohki-shu, che in giapponese significa “bevanda alcolica per la stagione invernale”.   
Si presenta di un colore tra l’arancio carico e il dorato antico, abbastanza velato, e forma un piccolo cappello di schiuma avorio, cremosa e dalla buona persistenza.  Naso fresco,  molto intenso pulito che affianca agli agrumi (non ho ancora avuto l'occasione di annusare o assaggiare uno yuzu, qui è più simile a un limone che a un mandarino) dei sentori vegetali, quasi di erbe officinali: in sottofondo caramello, frutta gialla, qualche accenno di canditi. Il percorso continua in linea retta anche al palato, dove la Tohki-shu arriva con un ottimo mouthfeel, quasi cremoso, corpo medio-pieno e una discreta carbonatazione; biscotto e caramello,  sciroppo di agrumi (yuzu o limone, soprattutto), zucchero e canditi, con un bell’equilibrio tra dolce ed aspro. C’è un buon livello di secchezza se si considera l’elevato tenore alcolico, un leggero carattere rustico donato dal lievito ed un finale amaro di erbe officinali (ci sento quasi il rosmarino). Il gusto è in prevalenza sciropposo, con l’alcool molto ben nascosto a regalare un lieve calore di canditi e frutta sotto spirito solo nel retrogusto. 
Una birra-ossimoro (Saison invernale), la cui bevibilità non è ovviamente quella di una saison “estiva”  senza però richiedere molto impegno, nonostante l’importante contenuto alcolico. Il risultato è convincente, pulito e bilanciato, con un profilo aromatico e gustativo abbastanza particolare ma molto interessante e capace di regalare soddisfazione: un po’ troppo generoso il formato da 75 cl., ma per fortuna a casa Toccalmatto (che ha di recente inaugurato la nuova sede produttiva) stanno per nascere anche le “piccole”. 
Formato: 75 cl., alc. 10.5%, lotto 14074, scad. 23/09/2019, pagata 12.00 Euro (birrificio)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 18 febbraio 2015

Amager / Prairie Tulsa Twister

Invitati a partecipare alla Copenhagen Beer Celebration 2014, gli americani Chase e Colin Healey alias Prairie ne approfittano per realizzare anche qualche birra collaborativa in territorio danese: la scelta cade su Amager  il birrificio fondato nei pressi dell’aeroporto della capitale nel 2006 da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm. Viene realizzata una Saison/Farmhouse Ale, uno degli stili più di moda attualmente negli Stati Uniti ed uno di quelli in cui Prairie ha ottenuto numerosissimi consensi; viene chiamata Tulsa Twister, ovvero “l’uragano di Tulsa”, la città dove ha sede Prairie e dove, pare, un dipendente di Amager ha avuto una poco piacevole esperienza  passando una notte in un motel nel corso di un allerta meterologico. 
La ricetta è semplice: malto danese (100% Pilsner), luppolatura di Simcoe, lievito Belle Saison e Brettanomyces Bruxellensis; la birra viene presentata nel corso della manifestazione American Day che si tiene da Amager ogni anno, il quattro di luglio. Nel corso dell’evento, accompagnato dalla musica rockabilly di The Ragtops e da un’esibizione di Harley Davidson, sono state presentate anche altre quattro collaborazioni con birrifici americani, come annunciato da Henrik Papso, noto Beer-rater nonché responsabile della comunicazione per Amager: Orange Crush, una Session IPA realizzata con Cigar City, Todd - The Axe Man, un’American IPA con Surly Brewing, Shadow Pictures, una Double IPA assieme a Grassroots Brewing e Danish Metal, una sostanziosa Imperial Stout  con Jester King.
Vestita di un opaco arancio pallido, forma una generosa testa di schiuma bianchissima, quasi pannosa e molto persistente.  Il naso è ancora fresco, molto pulito e piacevolmente complesso: c’è tanta frutta (pesca e mango, ananas, albicocca, pompelmo, limone), fiori bianchi, pepe, scorza d’agrumi e una leggera nota lattica. Praticamente perfetta al palato, medio-leggera, scorrevolissima e vivacemente carbonata, con le bollicine che ben s’amalgamano alla speziatura del lievito donandole una leggera ruvidezza rustica: dopo l’imbocco di pane e crackers, il gusto vira sugli agrumi, soprattutto pompelmo e lime, con qualche nota più dolce (polpa d ‘arancia, albicocca) a bilanciare. Chiude con un amaro abbastanza intenso, ricco di scorza d’agrumi, note terrose ed erbacee. Volendo essere un po’ puntigliosi, la luppolatura è un po’ troppo prevaricante e tende a coprire il carattere rustico e “brettato” della Saison, ma è un peccatuccio d’esuberanza che le si perdona molto volentieri.  Ottima saison, ottima birra. Vivace, ben bilanciata e molto ben attenuata, si porta in dote un elevatissimo potere dissetante e, grazie alla sua leggera acidità, rinfrescante. Il contenuto d’alcool non è indifferente (7.5%) ma questa Tulsa Twister mantiene ugualmente una bevibilità altissima, quasi da session beer. 
Formato: 50 cl., alc. 7.5%, lotto 865, scad. 09/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 febbraio 2015

Evil Twin Ashtray Heart

Ritorna sul blog dopo un’assenza abbastanza lunga Evil Twin, il gemello “cattivo” (anche se lui non si considera tale), Jeppe Jarnit-Bjergsø.  La sua passione per la birra nasce ai tempi dell’Università, quando con un decina di amici si ritrovava per bere birre “strane”, ovvero diverse dai soliti prodotti Carlsberg: arrivano anche a creare una rivista amatoriale, per loro stessi, chiamandola “The Beer Nerd”, nella quale si divertono a dare i voti a quello che bevono.
Dal “nerdismo” avviene il passaggio all’homebrewing (siamo nella metà degli anni 90) e poi la scoperta di Ratebeer, del quale  Jeppe diventa un assiduo frequentatore; la scarsa disponibilità di birre in Danimarca lo spinge ad iniziare i primi “trade” con amici all’estero.  Vi riconoscete in questo “percorso formativo”?  
Il passo successivo è stato quello di aprire un piccolo beershop a Copenhagen, chiamato Ølbutikken: “inizialmente era una specie di hobby, un lavoro parallelo a quello d’insegnante che facevo, era aperto solo dodici ore alla settimana. Ma mi dava l’opportunità di bere gratis, grazie a quel poco che riuscivo a vendere”.  Assieme all’amico Henrik Boes Brølling fonda una piccola società d’importazione, la Drikkeriget,  che oggi distribuisce in tutta Europa una quarantina di birrifici, prevalentemente americani. 
Nel 2010, emulando il proprio fratello, Jeppe ha lanciato la propria beerfirm in Europa, appoggiandosi soprattutto ai birrifici Fano e Amager (Danimarca) e De Molen (Olanda); il progetto, partito quasi “per gioco” con la realizzazione della Soft Dookie LINK, diventa molto più serio dopo l’uscita del Blabaer Lambik, che Cantillon produce in esclusiva per l’Ølbutikken e che genera un grosso “hype” tra i beer geek e fa conoscere il nome Evil Twin anche oltreoceano: l’importatore americano 12 Percent Imports lo contatta e gli commissiona circa 20.000 litri di birra da vendere negli Stati Uniti. Da allora l’80% della produzione Evil Twin viene destinata all’America, e a Jeppe viene sempre frequentemente richiesto di partecipare a serata, eventi, collaborazioni dall'altra parte dell'oceano.
Nel 2011 prende allora la decisione di trasferirsi definitivamente a New York (dove ha sede la 12 Percent Imports) con moglie, figli e qualche valigia al seguito: ha un mese di tempo per trovare un appartamento, prima che arrivi il container con dentro l’arredamento e gli altri effetti personali che si è fatto spedire. 
A Brooklyn viene anche coinvolto come consulente per il bar Tørst  e l'adiacente ristorante Luksus, il primo con una grande selezione di spine ed il secondo con un'ottima carta delle birre. Nel frattempo Jeppe si appoggia anche ad alcuni birrifici americani far per produrre le sue birre in loco, aumentando i volumi e riducendo i costi d’importazione dall'Europa: vengono coinvolte Westbrook Brewing (South Carolina) and Two Roads Brewing (Connecticut).   
E dopo questo breve riassunto della carriera professionale del “fratello cattivo” di Mikkeller, è il momento di bere. 
Ashtray Heart, un “cuore-portacenere”, ovvero una robusta smoked porter di colore marrone scurissimo, quasi nero, che forma un dito di schiuma nocciola, cremosa ma molto poco persistente. Al naso netta l’affumicatura, con sentori di cenere e di pancetta che tendono a coprire quasi tutto e a lasciare pochissimo spazio, in sottofondo, a delle sfumature di caffè macinato e cacao amaro. Il benvenuto aromatico non è particolarmente entusiasmante o elegante, ma per fortuna c’è un netto miglioramento in bocca, con un’ottima intensità fatta soprattutto di caffè e liquirizia e una lieve presenza di carne affumicata e di salmastro. Le tostature sono intense ed eleganti, la chiusura è acidula di caffè con un lungo retrogusto di liquirizia, orzo tostato, affumicato ed un leggero tepore, unica avvisaglia della presenza di alcool, altrimenti molto ben nascosto. Il corpo è medio, la carbonatazione medio-bassa, con una consistenza oleosa ed una pulizia lontano dall’essere esemplare; una sostanziosa ma docile porter affumicata che si beve con discreta soddisfazione ma senza grosse emozioni, se non un pochino di noia. 
Formato: 35.5 cl., alc. 8.9%, imbott. 05/05/2014, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 febbraio 2015

Poretti 8 Luppoli Saison Chiara

Fa ancora discutere lo spot pubblicitario Budweiser trasmesso durante la finale del Superbowl USA 2015, nel quale la multinazionale si prendeva gioco (con un po’ di ragione, in verità) di alcuni atteggiamenti dei beergeeks, più interessati a dissezionare il contenuto del bicchiere piuttosto che a berlo.  Al di là della provocazione mediatica, è indubbio che nel corso degli anni la cosiddetta “birra artigianale” ha guadagnato fette di mercato a scapito dei prodotti industriali, negli USA più che altrove, costringendo le multinazionali e fare i conti con un “competitor” che fino a pochi anni era stato semplicemente ignorato. 
In Italia la situazione è alquanto diversa, con la fetta di mercato conquistata dalla “birra artigianale” che è ancora molto, molto piccola; contrariamente a quanto avvenuto negli Stati Uniti, i pesci grossi non hanno ancora iniziato a mangiare (acquistare) quelli “piccoli”,  accontentandosi per il momento di introdurre alcuni prodotti di fascia “premium” che emulano le birre artigianali (vedi le ultime specialità regionali di Birra Moretti) o destinati alla ristorazione. 
A luglio 2012 vi parlavo della Poretti 7 Luppoli  che con quella parola “Cascade” in etichetta, sconosciuta dalla maggior parte dei consumatori abituali di birra e nota solo ad una piccola cerchia di appassionati, rappresentava una piccola svolta. A qualche anno di distanza il marchio Poretti (di proprietà della multinazionale Carlsberg, lo ricordo) ci riprova, aumentando il numero: nasce la Poretti 8 Luppoli Saison Chiara. Di nuovo una parola (Saison) che ha significato solo per un bevitore un po’ “evoluto”,  seguita subito da un aggettivo (“chiara”) pleonastico ma rassicurante per chi la birra l’ha sempre acquistata sugli scaffali del supermercato in base al colore: definire una Saison chiara è  un’informazione assolutamente superflua per chi sa cosa è una Saison.
Tra pochi mesi a Milano sarà di scena l’Expo 2015: Birra Poretti (sic!) è stata scelta birra ufficiale di Padiglione Italia, in quanto assegnataria ufficiale della Piazzetta Tematica “Birra”.  In vista di questo evento, Alberto Frausin Amministratore Delegato di Carlsberg Italia ha già annunciato  che sono in preparazione una Poretti 9 e la 10 Luppoli, oltre ad una birra “champagne” creata appositamente per l’Expo che sarà presumibilmente chiamata “10 e lode” (a Notaresco saranno molto contenti per il nome originale). Se tutto questo non vi basta, sappiate che Birra Moretti  (gruppo Heineken)  è già stato nominato Official Beer Partner di Expo 2015,  all’insegna della valorizzazione della cultura alimentare italiana grazie a quei valori che dal 1859, fanno parte integrante del DNA di Birra Moretti: italianità, genuinità e qualità “sostenibili”.  Sapevatelo.   
E questa 8 Luppoli Saison Chiara ? Chiara lo è, leggermente velata, di colore dorato un po’ pallido: bene la schiuma, compatta e cremosa, bianca, molto persistente. L’aroma è abbastanza pulito ma non particolarmente intenso: sentori di arancia (scorza) e di cereali, lieve presenza di banana e di fiori secchi, una spolveratina di coriandolo tra le spezie. In bocca arriva molto leggera, ma per essere una saison ci sono troppo poche bollicine: la bevuta non è particolarmente vivace, sebbene facile, e la birra risulta un po’ slegata in alcuni passaggi. Il gusto è abbastanza coerente con i profumi: mollica di pane e tanto arancio, qualche lieve nota di banana, pesca, miele e coriandolo: il finale è corto e  leggermente amaro, non proprio elegantissimo, con note erbacee e di scorza d’arancio e con una leggerissima (ma perdonabile) impressione di gomma bruciata. 
E’ assolutamente priva di quel carattere rustico che sempre vorrei (dovrei!) trovare in una Saison, le birre che venivano prodotte dai contadini dell’Hainaut belga prima dell’arrivo dei mesi caldi, nei quali era impossibile birrificare, per essere bevute in estate durante il duro lavoro nei campi; erano una bevanda “corroborante” e senz’altro più salubre dell’acqua che a quel tempo era spesso era infetta e pericolosa da bere. 
Questa 8 Luppoli Saison Chiara è invece piuttosto simile ad una wit/blanche, una birra “docile”, rinfrescante e facile da bere, dolce e non molto secca, caratterizzata da tanta arancia e lieve coriandolo: non è particolarmente fragrante e neppure vivace, ma è pulita ed esibisce una discreta intensità, elemento da non dare per scontato quando si parla di birre industriali, che spesso risultano piuttosto annacquate e scialbe. La sufficienza la conquista, ma il suo prezzo (5.90 Eur per 75 cl.) non mi fa venire molta voglia di ricomprarla: a quel livello e dintorni, in molti supermercati, si trova con un po’ di fortuna il Belgio “originale”. 
Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto LJ14324L, scad. 11/2015, pagata 5.90 Euro (supermercato, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 15 febbraio 2015

Buxton / To Øl Collateral Carnage

La prima collaborazione tra Buxton Brewery e la beerfirm danese To Øl risale a maggio 2013; Tobias Emil Jensen si reca una settimana in Inghilterra per alcune collaborazioni. Il punto di ritrovo è il pub Marble Arch di Manchester dove i birrai accettano l'ospitalità di Marble, birrificio inglese, per discutere davanti a qualche pinta di birra. Tobias è appena tornato da Magic Rock, dove ha realizzato una saison collaborativa chiamata The Juggler. 
Nel caso di Buxton, la collaborazione con To Øl porta un duplice risultato:  nascono la Collaboration Carnage (o Samarbejds Ødelæggelse, in danese) un'American IPA, e la Sky Mountain, una Berliner Weisse. 
Nel 2014 viene realizzata una nuova birra collaborativa o, per dirla con le parole dei birrai, un "effetto collaterale della Collaboration Carnage": nasce la muscolosa American Strong Ale chiamata Collateral Carnage.
All'aspetto è di un bell'ambrato carico, con riflessi ramati, leggermente velato; la schiuma color avorio è fine, cremosa e molto persistente. I tre mesi di vita della bottiglia si riflettono sull'aroma: ancora pungente e ben fresco, con una notevole intensità composta da aghi di pino ma soprattutto frutta: tropicale (mango, ananas, passion fruit), melone retato, pompelmo e pesca. In sottofondo ci sono anche lievi sentori di Big Babol, floreali e di marmellata d'agrumi.
Ottima la sensazione palatale: è una birra dal corpo pieno, con poche bollicine e molto morbida, forse un po' "ingombrante" in bocca ma stiamo comunque parlando di una birra muscolosa e parecchio alcolica (9.1%), che va sorseggiata. Gusto pulito e ben bilanciato, a partire dalla base maltata di biscotto e caramello molto ben integrata con il dolce della frutta  tropicale (mango e ananas) e, in maniera minore, dei canditi. La bevuta è però subito equilibrata da un amaro resinoso, "pizzichino", quasi balsamico, che morde subito ai lati della lingua; il livello di percezione dell'alcool è quello giusto: né troppo, né troppo poco, riscaldando quando serve, senza mai andare oltre le righe. Chiude discretamente secca, lasciando una lunga scia amara resinosa, intensa e elegante, ben spalleggiata da un discreto warming etilico di frutta sotto spirito.
Niente da eccepire su quanto c'è nel bicchiere: birra solida e pulita, molto ben fatta, che si sorseggia con buona soddisfazione e senza nessuna difficoltà. Non mi ha però trasmesso particolari emozioni, e non so che cosa aggiunga di nuovo al già ampio portfolio di Buxton e a quello, ancora più vasto, di To Øl: bevendola ho consapevolmente assecondato quella che sta diventano ormai la regola numero uno del marketing del mondo della "craft beer".  Far uscire sempre qualcosa di nuovo, one-shot, esperimenti, collaborazioni… perché sono ormai più quelli che corrono dietro alla novità di quelli che ritornano a bere regolarmente la stessa ottima birra. Io stesso mi rendo conto di essere dentro a questo circolo vizioso, in parte per via del blog: per lo meno questa è stata una buona bevuta.
Formato: 33 cl., alc. 9.1%, imbott. 18/11/2014, scad. 18/11/2015.

sabato 14 febbraio 2015

Shepherd Neame Double Stout

Si annuncia in etichetta come il più antico birrificio inglese, dal 1698: le sue origini sono quelle della Faversham Brewery, nell'omonima località del Kent, fondata dal capitano Richard Marsh. Alla sua morte, nel 1727, il birrificio passa nelle mani della moglie e poi della figlia, che nel 1741 lo vende a Samuel Shepherd, di professione maltatore.  A Samuel succedono i figli Julius ed Henry, che proseguono l'espansione aprendo ed acquistando numerosi pub. Henry, morto nel 1862, è l'ultimo membro della famiglia Shepherd ad essere coinvolto attivamente nel birrificio: alla sua scomparsa le operazioni vengono guidate dal socio John Mares, che però muore prematuramente, a soli quarantacinque anni, nel 1864. Al timone va allora un altro socio, Percy  Neame. La famiglia Neame, uno dei maggiori coltivatori di luppolo dell'East Kent inglese, mantiene ancora oggi la proprietà del birrificio  (che possiede oltre trecento pub, soprattutto nel Kent  e Londra) ed è guidato da Jonathan Neame.
Spitfire e Bishop's Finger sono forse le due birre più popolari del birrificio del Kent, ma oggi vi presento la Double Stout. Si tratta di un'antica ricetta che risale al 1868. E' stato solo grazie al paziente lavoro di John Owen, l'archivista di Shepherd Neame, che è stato possibile decifrare i codici "segreti" con i quali la ricetta era stata scritta; una pratica alquanto diffusa,  a quel tempo, per evitare che altri birrifici o birrai potessero copiare la ricetta, che prevede malti Pale, Crystal, Chocolate, oltre all'avena in fiocchi e orzo tostato. Il luppolo è proviene ovviamente dall'East Kent. E' disponibile in cask con un contenuto alcolico  inferiore (4%) ed una ricetta che dovrebbe essere leggermente differente rispetto a quella delle bottiglie.
Nel bicchiere arriva di color marrone, scurissimo, con un bel cappello di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente. Aroma pulito ed elegante, con chicchi di caffè, orzo tostato, brownie e fondi di caffè; c'è qualche lieve sentore di mirtillo, per un bouquet semplice ma abbastanza raffinato. Con un corpo tra il medio ed il leggero e poche bollcinie, scorre con grande facilità in bocca nella stessa direzione dell'aroma: orzo tostato, un po' di liquirizia e tanto, tanto caffè con una chiusura secca e acidula, ricca di eleganti tostature e dall'amaro abbastanza pronunciato; a bilanciare c'è una leggera presenza dolce di caramello. Una stout molto semplice, con pochi elementi in gioco e zero fronzoli; c'è pulizia, finezza ed intensità, ovvero tutto quel che basta per una bevuta facile e molto soddisfacente con una quantità di alcool abbastanza contenuta (5.2%).
Formato: 50 cl., alc. 5.2%, lotto 288 01:39K, scad. 10/2015, pagata 2.57 Euro (beershop, Germania).

venerdì 13 febbraio 2015

Grassroots Arctic Soirée

Shaun Hill inizia molto, molto presto con l’homebrewing; è solo quindicenne quando per un progetto scolastico su lieviti e fermentazione realizza una brown ale con mirtilli e la presenta al suo insegnante. Una volta terminati gli studi (filosofia), trova impiego alla vicina Shed Brewery (Stowe, Vermont) come lavafusti per poi passare al ruolo di assistente e poi di birraio. Nel 2006 si sposta alla Trout River Brewing, mentre cerca di reperire fondi per aprire il proprio birrificio, per il quale ha già scelto il nome: Grassroots, marchio da lui stesso registrato nel 2001. 
Le cose non vanno come previsto, i 25.000 dollari racimolati da un finanziatore non sono sufficienti e dopo un paio d’anni Shaun ha in mano la valigia: trova un impiego in Europa alla Norrebro Bryghus di Copenhagen, dove viene guidato da Anders Kissmayer  esperto consulente proveniente da sedici anni di lavoro alla Carlsberg. In Danimarca conosce anche Ryan Witter-Merithew, un altro birraio americano che lavora alla Fanø Bryghus, molto impegnata a quel tempo nel realizzare, oltre alle proprie birre, anche quelle anche di alcune famosi beer-firm come Mikkeller, Evil Twin e Stillwater. 
Perché non provarci?  Shaun Hill e Ryan Witter-Merithew (assieme a Claus Winther, manager di Fanø) nell’ottobre 2009 lanciano la loro beerfirm, chiamandola con il nome che Shaun aveva pensato per il suo primo birrificio: Grassroots Brewing. Un progetto che per Shaun ha fondamentalmente lo scopo di fargli guadagnare i soldi necessari all’imminente apertura del suo birrificio in Vermont, nei pressi della casa di famiglia.  
La credibilità conquistata con il lavoro alla Norrebro (alcune medaglie alla World Beer Cup) convince alcuni investitori a finanziarlo con 80.000 dollari; a inizio 2010 Hill lascia la Norrebro e ritorna negli Stati Uniti per terminare assieme al fratello Darren la costruzione del birrificio di famiglia: Hill Farmstead, a Greensboro, Vermont.   
Diciotto ore al giorno di lavoro assieme al fratello Darren per mettere in piedi un impianto da 9 ettolitri assemblato con componenti di seconda mano o presi a noleggio: ad aprile 2010 viene servita la prima pinta di Edward la IPA di debutto per Hill Farmstead.
E Grassroots? La beerfirm rimane in vita visto che il 50% del progetto (Ryan Witter-Merithew) è ancora in Danimarca alla Fanø  ma nel 2012 il birraio si trasferisce in Inghilterra alla Siren Craft Brew e Grassroots rimane senza braccia. Shaun Hill decide allora di portare il marchio in America: lo utilizzerà per realizzare delle birre collaborative presso impianti di altri birrifici, visto che la capacità produttiva del suo  è già al massimo.   
La prima (ed anche l’unica, ancora attiva) collaborazione del nuovo corso Grassroots è con la Anchorage Brewing Company di Gabe Fletcher (nata dal 2011); Shaun e Gabe condividono lo stesso amore per il Belgio, per le Saison e per le birre acide. Il motto ambizioso del birrificio che si trova in Alaska è “Where brewing is an art, and Brettanomyces is king“ (dove fare la birra è un arte e i brettanomiceti sono il re).  E’ la presenza di Shaun Hill ad un festival in Alaska nel 2013 a gettare la basi della collaborazione tra due birrifici che si trovano a 7000 chilometri di distanza; una birra ispirata proprio da quel viaggio e dal desiderio di portare un pezzo di Vermont in Alaska. 
Il risultato viene chiamato Arctic Saison, una birra che viene fermentata e invecchiata in botti di rovere, con aggiunta di brettanomiceti. Qualche mese dopo ne viene realizzata una versione differente, che prevede (oltre alla maturazione in legno ed ai brettanomiceti), l’utilizzo di ibisco e di succo di lime. Il suo nome è Arctic Soirée, ovvero la "serata artica".  Devo dire che non avevo nessuna aspettativa su quello che mi sarei trovato nel bicchiere, ma il risultato è stato incredibilmente sorprendente, a partire dal colore. 
Si presenta di un colore che oscilla tra l’arancio ed il rosa, velato, con qualche riflesso dorato: la cremosa schiuma che si forma è di un rosa molto chiaro, ma è di dimensioni molto modeste e si dissolve alquanto rapidamente. Il naso è estremamente pulito e complesso, un vortice di profumi fruttati (melone, ananas, uva e ribes bianco, pompelmo rosa, lime) e fruttati (rosa, ibisco); i brettanomiceti le donano un carattere lattico molto mansueto, assieme e dei sentori “funky” di paglia, di cantina: c’è anche un leggero carattere legnoso. 
In bocca arriva con una carbonazione modesta, e con una leggerezza di corpo che ben si sposa con suoi delicati e quasi estivi profumi. Veloce imbocco di pane e crackers, seguito da un’asprezza di uvaspina, ribes, mela verde e lime. Il suo carattere “sour” è assolutamente mansueto, ed il risultato è una birra quasi ruffiana, con una leggerissima presenza di lattico e di legno, ed una leggera vinosità. A bilanciare le asprezze c’è il dolce del melone retato e dell'ananas. Chiude leggermente amara (yogurt, lattico) con una nota di rabarbaro e di scorza di agrumi. 
Una birra quasi ai confini del cocktail di frutta, che rischia molto ma che mi ha letteralmente conquistato: impeccabile la sua pulizia, incredibili la sua velocità di bevuta ed il suo potere rinfrescante e dissetante; sarebbe una perfetta compagna per i giorni più caldi dell’anno (nonostante sia stata prodotta in Alaska!) e sarebbe da bere in formato “tanica”, se solo la sua reperibilità ed il suo prezzo non fossero un problema. Siamo solo a febbraio ma questa Arctic Soirée si candida già ad essere tra le migliori bevute del 2015.   
Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto 1, imbott. Novembre 2013, pagata 16.19 Euro (beershop, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 12 febbraio 2015

Malarazza Nanai

Potrei iniziare il post di oggi con il classico e banale “c’è fermento in Sicilia”, una frase scontata che tuttavia rispecchia la realtà. Lentamente, con qualche anno di ritardo anche in questa regione, come nel resto del sud Italia, la cosiddetta "birra artigianale" ha finalmente iniziato a diffondersi.
Nel 2012 andai nella splendida Siracusa per una breve vacanza e fui tristemente costretto a cenare con un’indecente birra industriale che non voglio nemmeno ricordare: una sorta di deserto birrario nel quale di recente è finalmente spuntato qualche fiore. Ha aperto un beershop, nei dintorni di Siracusa c’è un brewbpub e, da luglio 2014, anche una beerfirm;  Birra Malarazza
Nasce dall’idea di Andrea Camuto e Noemi Bianca: è stata Roma, dove i due hanno lavorato per diversi anni (Andrea era responsabile marketing per un'azienda digitale), a contagiarli con l’amore e la passione per la birra artigianale: principale "colpevole" Mirko Caretta e svariati pomeriggi dopo il lavoro passati al Bir&Fud.
Decidono allora di ritornare in Sicilia, a Siracusa, per buttarsi in questa nuova avventura, scegliendo il nome di una canzone che Domenico Modugno scrisse nel 1976, partendo dalla poesia di un anonimo siciliano, pubblicata nel 1857 da Lionardo Vigo Calanna, marchese di Gallodoro. Il testo racconta di un servo che, picchiato e maltrattato da un prepotente, chiede giustizia a Gesù il quale gli risponde: “Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!”. L’invito è quindi all’azione, al rimboccarsi le maniche per realizzare i propri progetti e lottare affinché le cose succedano. 
La beerfirm attualmente produce presso i distanti impianti del birrificio Arribal di Poggibonsi (SI), ma l’idea è di portare nel 2015 almeno una parte della produzione in Sicilia per realizzare alcune birre stagionali. Le ricette sono frutto di continui esperimenti casalinghi e, in un futuro forse non così lontano, c'è la voglia di avere un impianto  di proprietà. 
Due al momento le birre prodotte, entrambe caratterizzate da un ingrediente “speciale” che vuole sottolineare il legame con il territorio siciliano. Nanai, una double IPA con fiori d’arancio,  e Nura, una golden ale con scorza di Limone di Siracusa IGP. Per il locale Queen Makeda di Roma viene invece realizzata la Makeda, birra aromatizzata con scorza di bergamotto. 
Molto curata e bella la parte grafica, a partire dal logo stesso della beerfirm per arrivare alle etichette illustrate realizzate da Federico Tramonte.
Ecco dunque la Nanai (ovvero Leonardo, in palermitano) una Double IPA “mansueta” dal tenore alcolico non eccessivamente elevato (7%); oltre ai già citati fiori d’arancio, prevede una luppolatura di Centennial e Simcoe. 
E’ ambrata e velata, con qualche riflesso ramato e una bella testa di schiuma ocra, cremosa, fine e dalla buona persistenza. Non mi stancherò mai di ripeterlo, ma il fattore chiave che determina la gradevolezza di una IPA (o DIPA) è la freschezza, e in questa bottiglia di Nanai c’è: aroma pungente e pulito, un elegante bouquet di pompelmo, mango, passion fruit, melone retato, arancia rossa. In secondo piano lievi sentori di aghi di pino, di fiori e di frutti di bosco rossi (lampone, fragola). Al palato c’è una robusta  base di malto, con caramello, biscotto e un lievissimo carattere “nutty”,  oltre che di pane tostato; ritornano la frutta tropicale dell’aroma e l’arancia rossa, con il dolce che è però ben bilanciato dall’amaro amaro resinoso, vegetale, leggermente terroso. Gli IBU dichiarati sono 65, ma la generosa struttura maltata fa sì che non sia affatto una birra troppo amara, anzi; il gusto è fresco e pulito, con una predominanza dolce che è ben bilanciata, oltre che dall’amaro, da un finale discretamente secco. La sensazione palatale non è delle più scorrevoli, ma dopotutto non si tratta di una session beer da bere ad oltranza: il corpo è medio, con una carbonatazione contenuta. E’ una Double IPA ben fatta, godibile, ruffiana quanto basta e molto bilanciata, sebbene lontana da quelle della West Coast nell’impalcatura della ricetta:  superfluo dirvi di cercarla in fretta, se la volete provare, finché è ancora fresca.   
Ringrazio Birra Malarazza per avermi inviato la bottiglia da assaggiare. 
Formato 33 cl., alc. 7%, IBU 65, lotto 42/14, scad. 10/2015.     

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 febbraio 2015

Gaffel Kölsch

Nel 1908 i fratelli Becker rilevano il brewpub che si trova in Eigelstein 41 in centro a Colonia; è dal 1302 che in quel luogo si produce birra. L’edificio viene ristrutturato e rinominato “In der Gaffel”.  La prima Gaffel Kölsch viene servita il 24 maggio di quell’anno, mentre la produzione, alle soglie della seconda guerra mondiale, raggiunge 10.000 ettolitri; il piccolo birrificio viene rinominato Privatbrauerei Gaffel Becker & Co., ed oggi è ancora nelle mani della famiglia Becker, con  Heinrich e Heinrich Philipp.
La produzione, aumentata esponenzialmente, avviene oggi in periferia di Colonia, in Robert-Perthel-Straße 18, ma un bicchiere di Gaffel Kölsch lo potrete trovare in moltissimi locali, come la sede originale (Eigelstein 41), la Gaffel am Dom, nei pressi della stazione ferroviaria e soprattutto la centralissima Gaffel Haus (Alter Markt 20). Per chi volesse girare a piedi Colonia ed esplorare il mondo delle Kölsch, segnalo questo bel report del blog Berebirra. 
La Kölsch è la birra di Colonia, servita rigorosamente nei bicchieri a cilindro da 20 cl,; ricordate che il vostro bicchiere vuoto sarà automaticamente cambiato con uno pieno dai camerieri, a meno che non lo copriate con il sottobicchiere. Prima di bere ricordate anche che avete nel bicchiere una birra la cui produzione è regolata dal disciplinare “Kölsch Konvention,” datato 6 Marzo 1986 e firmato da 24 produttori: Kölsch è oggi una denominazione d’origine protetta, e può essere prodotta solo nell’area di Colonia, con un raggio di tolleranza di cinquanta chilometri, se non erro. 
La Gaffel ne è oggi uno dei principali produttori, non uno dei migliori o più interessanti, ma probabilmente quello che incontrerete più di frequente a Colonia; a volte (spesso) c’è un prezzo da pagare per diventare sempre più grandi. Interessante come sul proprio sito il birrificio faccia giustamente appello alla freschezza della birra. Cito testualmente: “bevetela fresca. Fate attenzione alla data di scadenza sulle bottiglie o sul fondo delle lattine. Non conservatela per più di sei mesi, perché dopo questo periodo avrà sempre meno gusto”.  E non credo che ciò voglia dire “bevetela al massimo entro sei mesi dopo che è scaduta”. Se la sua shelf life è di sei mesi, mi chiedo allora perché la mia lattina, acquistata in gennaio, avesse come scadenza novembre.
Dalle parole ai fatti. Oro limpido nel bicchiere, con la schiuma bianca, fine e cremosa che ha un’ottima persistenza. Devo ammettere  che l’aroma mi sorprende in positivo. Pulito, discretamente fine, con una buona intensità: crosta di pane, paglia, camomilla, qualche accenno di miele e di fiori secchi, una quasi impercettibile presenza di limone e di spezie, quasi da luppolo “nobile”. Anche in bocca questa Kölsch ha ancora una buona freschezza, che parte da un ingresso di mollica di pane e cereali per poi arrivare ad un finale erbaceo di media intensità, peraltro abbastanza elegante; la componente fruttata degli esteri è quasi impercettibile e c’è una discreta secchezza. Il risultato è una birra godibile e molto rinfrescante, leggera, mediamente carbonata, nessun off-flavor. Non mi ero fatto grosse aspettative su uno dei produttori più grandi e meno interessanti di Colonia, ma questa lattina si è rivelata una piacevole sorpresa da bere, profumata e pulita, discretamente fragrante.   
Formato: 50 cl., alc. 4.8%, IBU 24,  lotto 11:42, scad. 21/11/2015, pagata 1.34 Euro (foodstore, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 10 febbraio 2015

Extraomnes Dram

Dramma, o dragma, parola che deriva dal greco “drachme”  ovvero “quanto si può stringere colla mano”: era una moneta d’argento che valeva tanti spiccioli quanti se ne potevano tenere in mano. Da questa ne è derivata un’antica unità di misura del peso, rimasta in uso nelle nostre farmacie fino a non molto tempo fa: non è così facile stabilirne l’equivalente in grammi, visto che la dramma ebbe diverse masse a seconda dei luoghi e dei periodi storici. La più nota è forse la dramma attica, corrispondente a 4,36 grammi  (o 4,36 ml.)  o, per avvicinarci alla birra di oggi, 1/13 di una pinta. Se volete divertirvi con i diversi corrispettivi nel luogo e nello spazio, vi lascio questo link.  
Per semplificarci la vita, citiamo un detto scozzese che dice che “un dram è una qualsiasi misura concordata tra l'oste che serve e l'avventore che paga”.  Proprio in Scozia la parola “dram” si usa per indicare la tradizionale misura di servizio del whisky:  il nostro “bicchierino”, insomma, la cui misura è variata nel corso degli anni e che si basa anche sul rapporto che si crea tra oste/barman e cliente. Un habitué (o un regular, per dirla all’anglosassone) sarà senz’altro servito con un “dram” un po’ più generoso di quello di un cliente occasionale. 
Dalla Grecia siamo arrivati in Scozia, e adesso ci spostiamo in Italia, dove a novembre 2014 nasce il WhiskyClub Italia, che si propone di “divulgare cultura e conoscenza per i distillati di qualità attraverso eventi, corsi, festival, attività editoriale tutto vissuto con massima convivialità e condivisione.   Il club nasce dalla spinta propulsiva di Claudio Riva, instancabile divulgatore e conoscitore profondo della Scozia, già noto per diverse iniziative tra cui il fan club “I Love Laphroaig” e per essere uno dei motori della web community SingleMaltWhisky.it. Ad affiancare Claudio ci sarà un’altra conoscenza del web e di diversi festival e degustazioni, Davide Terziotti, autore del blog “Angel’s Share”. Ultimo fondamentale tassello è Andrea di Castri (cOOkies Adv di Milano), che  cura grafica e immagine
Nel corso della serata di presentazione del club, avvenuta Sabato 8 Novembre 2014 al Golf Villa D’Este di Montorfano (Como),  viene fatta assaggiare una selezione di  whisky, ma nella cena che segue si beve birra. Qualche mese prima, infatti, il neonato club era riuscito ad avere alcuni botti Quarter Casks ex-Laphroaig, botticelle di circa 125 litri; tre birrifici lombardi furono invitati a sperimentare con tre differenti stili la maturazione in botte di whisky. Per chi volesse ulteriormente approfondire l’uso delle Quarter Casks nella produzione del Laphroaig, segnalo quest'ottimo articolo scritto proprio da Claudio Riva.  
Nascono così la Dram  (Extraomnes),  l’imperial stout Dannata (Birrificio Menaresta) e la Belgian Dark Strong Ale  Jåmidit (Birrificio Pavese): purtroppo (o per fortuna, visto il loro elevato tenore alcolico) non sono riuscito a reperirle tutte e tre per fare quello che poteva essere un’interessante confronto. 
Non mi resta quindi che parlare della Dram, quella che ad uno sguardo superficiale potrebbe considerarsi la prima birra di Extraomnes che varca i confini della tradizione belga.  In etichetta reca infatti la scritta “Old Ale”, facendo subito pensare all’Inghilterra: la sua base di partenza è la Plain, che ancora non sono riuscito ad assaggiare, una sostanziosa  “eretica”  Old Ale (12%) che viene infatti fermentata con lievito trappista belga. La Plain finisce dunque per sei mesi nei Quarter Casks di Laphroaig ed il risultato, leggermente più alcolico (13.5%) viene presentato in bottiglia formato 25 cl., ovvero il “Dram” stabilito dall’oste Extraomnes. Un formato decisamente indicato, perché la birra è piuttosto impegnativa. 
Non si forma nessuna schiuma nel bicchiere, ma del resto era difficile attendersi qualcosa da una birra dall’alto contenuto alcolico che ha anche passato sei mesi in botte; la livrea è torbida e di color tonaca di frate, con qualche riflesso ambrato. L’aroma è decisamente affascinante: nettissima la presenza del legno e (soprattutto) della torba, ci sono anche le note salmastre e iodate tipiche dello Laphroaig;  più in sottofondo compaiono sentori di tabacco, di carne/pancetta affumicata, uvetta e  - mi sembra - un timido accenno di vino ossidato (Madeira?). Completamente piatta, ha consistenza oleosa, un corpo medio ed un gusto che è continuazione del percorso aromatico: lieve caramello e uvetta, note legnose e torbate, qualche accenno di miele. L’alcool ha un inizio morbido per poi iniziare una bella progressione che aumenta d’intensità sfociando in un finale (leggermente tannico) di whisky.  Lungo, lunghissimo il retrogusto,  etilico, caldo e morbido che ci riporta all’inizio del viaggio: torba e lieve salmastro, Laphroaig.   
Un bel percorso, molto affascinante  anche per chi – come me – non beve superalcolici e non ama il whisky; al momento la birra è molto caratterizzata dalle botti che l’hanno ospitata, torba su tutto;  una creatura ancora giovane che fa nascere subito in me la curiosità di scoprire come potrà evolvere nel corso del tempo quando (prevedo) alcune delle sue caratteristiche attualmente predominanti si saranno un po’ affievolite lasciando emergere maggiormente le altre. Una birra credo unica nel panorama italiano e una birra  “non per tutti”:  torba e salmastro possono mettere in difficoltà un palato abituato a birre “normali”, ma il piccolo (e appropriato) formato nella quale viene venduta la Dram vi consente di avvicinarvici a piccoli passi, senza impegnarvi nell’acquisto di bottiglie più capienti che andrebbero necessariamente condivise. 
Mettevi comodi in poltrona e sorseggiatela con calma: nel frattempo io ne metto qualche bottiglietta in cantina e le dò appuntamento a tra qualche anno. 
Formato:  25 cl., al. 13.5%, lotto 294 14, scad. 31/10/2019, pagata 5.80 Euro (foodstore, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio