lunedì 30 giugno 2014

Birrone SS46

Secondo appuntamento con il birrificio Birrone di Isola Vicentina, fondato e guidato dal 2008 da  Simone Dal Cortivo; ed anche in questo caso si tratta di una birra che proviene da quella ispirazione tedesca che influenza la maggior parte dei prodotto del Birrone. Niente di più classico di una Helles bavarese, di quelle che vengono spillate (e bevute!) in grandi quantità nelle birrerie e  negli affollati  biergarten di tutta la Baviera, non appena fa capolino un tiepido raggio di sole.
Il German Beer Institute segnala come le Helles sarebbero uno dei pochi stili brassicoli con una precisa data di nascita: "il 21 marzo 1894 il birraio della Spaten di Monaco, spedì il primo fusto al porto di Amburgo. Alla Spaten non erano ancora consapevoli di aver appena realizzato quello che poi si rivelò essere il più agguerrito concorrente delle Pilsner che arrivavano dalla vicina Boemia. Le prove qualitative realizzate ad Amburgo furono superate ed il 20 giugno 1895 gli abitanti di Monaco furono in grado di assaggiare il loro primo fusto di Helles".
La popolarità dello stile - in Baviera - è stata col tempo un po' oscurata dalle Hefeweizen, che risultano essere a tutt'oggi la tipologia di birra più bevuta, soprattutto nei mesi estivi; ma se capitate dalle parti di Monaco, non fatevi comunque mancare un buon litro di Helles, servita nel tradizionale "Maß", limpida e dorata come il sole.
La Helles del Birrone è un omaggio alla Strada Statale 46, ovvero "Del Pasubio", che da Vicenza attraversa anche Isola Vicentina per arrivare, dopo circa 75 chilometri, a Rovereto e confluire sulla SS 12 dell'Abetone e del Brennero. 
Perfettamente dorata e limpida, come vuole la tradizione, con un bel cappello di cremosa schiuma bianca, compatta, dalla buona persistenza. Il naso è semplice, pulito e fragrante, con i tipici sentori di crosta di pane, di crackers e di miele. Tutto ordinato anche in bocca con, verrebbe da dire, una precisione e rigore tipicamente tedeschi: ancora pane e crackers, miele, cereali, una lievissima nota di burro. Le note di malto sono eleganti, pulite  e fragranti, con quella moderata dolcezza - bilanciata da una lievissima nota amaricante erbacea finale - che la rende poco impegnativa e facilissima da bere in grandi quantità. Leggera, mediamente carbonata, bilanciata, scorrevolissima ma non annacquata; ottima interpretazione dello stile, tutta giocata sulla fragranza e sulla freschezza, caratteristica che non si trova molto spesso neppure nelle Helles imbottigliate che arrivano dalla Germania.
Una birra facile da bere ma non necessariamente facile da fare: con pochi elementi in gioco, gli errori sono facilmente individuabili. Qui non si tratta di dare sfogo al proprio estro o alla propria fantasia, ma di applicare la tecnica nella maniera più rigorosa ed efficace possibile. Esercizio perfettamente riuscito per il Birrone.
Formato: 50 cl., alc. 4.9%,  scad. 10/10/2014, pagata 5,00 Euro (stand birrificio)

domenica 29 giugno 2014

Fantôme de Tous les D'iâpes

"Diavoli rossi" è il soprannome che viene dato alla nazionale di calcio belga;  dopo l'ultima apparizione nei mondiali di Corea del 2002, dove vennero eliminati dal Brasile, i diavoletti hanno passato un decennio davvero… all'inferno, mancando la qualificazione alla fase finale dei mondiali del 2006 e del 2010. Guidati dall'attuale allenatore Marc Wilmots, il Belgio è riuscito a staccare il biglietto per i mondiali che si stanno disputando in questi giorni in Brasile ed è risalito all'undicesima posizione del ranking Fifa. E mentre l'Italia ha già fatto le valige ed è tornata a casa mesta e mogia, i belgi hanno fatto il pieno di vittorie nelle prime tre gare del girone eliminatorio, anche se sconfiggendo avversari dai nomi poco altisonanti come Corea del Sud, Russia e Algeria. Altro che il temibile Costarica!
Eliminata l'Italia, ogni appassionato birrofilo dovrebbe per lo meno simpatizzare con i Belgio..  ma anche con la Germania e con l'Inghilterra, e con gli Stati Uniti e… ?
Per festeggiare il ritorno dei Diavoli Rossi alla fase finale dei Mondiali, il fantasioso Dany Prignon della Brasserie Fantôme ha realizzato una birra celebrativa chiamata "De Tous les D'iâpes" (qualcuno ha idea di che cosa voglia dire?).
Da Dany sarebbe anche stato lecito aspettarsi una birra completamente rossa (visto che già ne produce una verde), ma invece il bicchiere si riempie di un normale colo arancio, opalescente; la schiuma, bianca, è cremosa e abbastanza fine, ma non molto persistente. Il naso apre con un bouquet difficilmente identificabile (almeno per me) di erbe aromatiche, sentori floreali, e delle note dolci di frutta gialla che si mescolano - man mano che la birra si scalda - a quelle più aspre del limone dell'acido lattico. L'aroma è piacevolmente rustico, anche se non c'è molta armonia tra le varie componenti. In bocca è gradevole, il corpo è medio, con una presenza molto bassa di bollicine. In bocca è predominante l'aspro del limone e della mela verde, con qualche note di frutta gialla a bilanciare; trovano spazio anche il mandarino, qualche nota erbacea ed un'evidente acidità lattica. Il risultato è una birra molto rinfrescante e dissetante, con l'alcool (8%) nascosto in una maniera impressionante. Chiude secca, con una lieve nota acetica ed un po' di amaro che ricorda lo yogurt rancido. 
Se le birre di Fantôme si rivelano di solito un viaggio in paradiso o all'inferno, in questo caso la fermata è stata il purgatorio. Bottiglia che ha molte caratteristiche di una classica Fantôme, ma che non convince completamente nel suo insieme e che non fa gridare "al piccolo miracolo" come avviene per alcune bottiglie di Dany; forse ancora troppo giovane (ma era difficile non aprirla durante i Mondiali), forse semplicemente riuscita meno bene, al momento è un assieme di elementi che si prendono un po' a spintoni l'uno con l'altro, nell'attesa di trovare (se mai accadrà), un loro equilibrio.
Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto BCF14, scad. 12/2018, pagata 8,90 Euro (beershop, Belgio).

sabato 28 giugno 2014

L'Artigianale del discount: Arcana Golden Ale, Italian Amber Ale, IPA Italian Pale Ale

Oggi sarò un po' più lungo del solito, e non sarà una semplice "bevuta", ma tre.
La cosiddetta “birra artigianale”  è cara ? Se al bancone di un bar o al tavolo di una birreria il prezzo di una “pinta d’artigianale” e di una “industriale” sono abbastanza simili,  la differenza del prezzo in bottiglia, che sia negozio o supermercato, è davvero evidente. La “fantozziana”  Peroni ghiacciata da 66 cl. viaggia alla media (grande distribuzione) di 2 euro al litro e dintorni;  i supermercati offrono sempre più spesso anche una piccola selezione di “artigianali", e nella migliore delle ipotesi ve la caverete con 7-8  Euro al litro. Ma il prezzo col quale dovrete normalmente fare i conti per l’acquisto di “birra artigianale”, tra beershop, enoteche e rivenditori vari, nella maggioranza delle ipotesi, è tra i 10 ed i 15 Euro al litro, con qualche escursione verso i 20 Euro ed oltre per alcune birre “speciali” o particolarmente elaborate. 
Nessuno si sogna di paragonare il gusto di un’artigianale ben fatta (perché può capitarvi di pagare 7-10 Euro anche per una bottiglia di “porcheria artigianale”, sia chiaro) con quello di un’industriale filtrata, pastorizzata e sempre uguale a se stessa.  E credo che tutti siano disposti a pagare “di più” per bere un prodotto di qualità. Resta da capire se la differenza (x4, x5, x6 etc etc)  sia giustificata o no.  C’è chi sostiene di si  e c’è chi sostiene di no: del resto, se negli ultimi anni sono spuntati birrifici e beerfirm come funghi (oltre 700, al momento) e se anche diverse aziende vinicole o distributrici di bevande hanno commissionato a qualche birrificio una birra artigianale da vendere poi con il proprio nome, evidentemente è una fetta di mercato che  “tira” e nella quale ci sono buoni margini di profitto e buone prospettive di ulteriore crescita, tanto che alcuni microbirrifici  si sono già ingranditi ed altri si stanno ingrandendo. Chiariamo subito che io sto parlando del prezzo che paga il consumatore finale; può darsi che gran parte della fetta di margine se la mangino distributori e rivenditori, ed i produttori debbano accontentarsi delle briciole: non ho dati in mano per lanciare "accuse" o proclami. Al tempo stesso si parla da tempo di "birra artigianale" come di una "bolla" destinata presto ad esplodere e a portarsi via i meno meritevoli o i meno bravi a vendersi: può darsi, ma ciò non è ancora successo.
E’ da quando m’interesso di  “birra artigianale” che sento dire che i prezzi sono destinati a scendere, grazie all’aumento dei volumi di produzione, ai gruppi di acquisto che i microbirrifici avrebbero formato, all’ammortamento degli investimenti iniziali. Non mi pare che ciò sia ancora accaduto; anzi, sono arrivate le birre “one shot”, le collaborative e le barricate, che hanno spesso fatto alzare l’asticella del prezzo - e dei margini ? - ancora un po’. E lo Stato Italiano ha fatto la sua parte, con IVA  ed accise: ma questa è un'altra storia.
Siamo in estate, e immaginate di dover fare una grigliata all’aperto con alcuni amici, magari guardando assieme una partita dei mondiali di calcio, anche se la  Nazionale ha già fatto le valigie. Immaginate di voler accompagnare il tutto con della buona birra, dissetante e facile da bere. Diciamo che per l’occasione vi servirebbero una dozzina di “trentatrè centilitri”.  Al costo medio di 4,00 Euro a bottiglia, vi servono praticamente 50 Euro per dodici “artigianali”, gustose, profumate, dissetanti: l’esborso economico è notevole, direi quasi insostenibile.  Orientatevi su 12 bottiglie o lattine industriali, o da “discount”, e ve la cavate con meno di una decina di euro. Possibile quindi che non ci siano alternative all'industriale ghiacciata et similia   per queste occasioni, o da mettere nel frigo portatile per una giornata al mare o in montagna? La “birra artigianale” a causa del suo costo rimane rilegata ad una forma di bevuta "molto" responsabile, che consiste nel potersi concedere al massimo un paio di bottigliette nel corso di una serata?
Da qualche tempo sono apparse in un noto discount (tedesco), alcune bottiglie di "birra artigianale", commissionate dalla Target 2000 di Riccione (rappresentante e distributore di birre per la GDO) e prodotte dal birrificio Amarcord di Apecchio (PU). Non è una novità: da diversi anni Target 2000 distribuisce in altri discount la gamma Lucilla (La Bionda e La Rossa), anche questa etichettata come "birra artigianale". Ma c'è un'importante differenza: mentre le Lucilla sono una generica "bionda" ed una "rossa", stavolta si fa chiaramente riferimento a degli stili, a delle conoscenze che solo chi ha un certo livello di conoscenza/cultura birraria può cogliere. In etichetta non si fa solo riferimento al colore dei capelli di una ragazza chiamata Lucilla, ma si parla di "Golden Ale",  "Amber Ale, "Pale Ale"; ammetto serenamente che non sarei stato in grado di capire queste etichette una decina di anni fa, e mi sarei sicuramente orientato all'acquisto di una semplice "bionda".  Ciò non toglie che anche chi di birra non sa nulla arrivi ad acquistarle casualmente, magari perché gli piace l'etichetta (mai sottovalutare l'influenza dell'aspetto estetico); ma chi l'ha commercializzata ha chiaramente voluto indirizzarsi per lo meno ad un "bevitore erectus", che abbia una minima cultura birraria.
Ma la cosa più interessante, di queste tre birre, è senza dubbio il prezzo: siamo intorno ai 4.50 Euro al litro.. non alla bottiglia da 33 cl. ! Prezzo basso e birra artigianale buona, servirebbero 18 Euro per comprare la dozzina di bottiglie di cui sopra. E' finalmente possibile sdoganare la "birra buona" (artigianale) e renderla un prodotto anche "popolare" da bere in grandi quantità senza doversi prosciugare il portafoglio e senza doverla far ruotare nei Teku? Vediamo allora come sono queste tre birre "artigianali" del discount.
La Golden Ale (5.8%) si chiama Arcana ed è dorata e limpida; bella la "testa" di schiuma che forma, bianca e cremosa, anche se poco persistente. L'aroma è abbastanza dimesso: qualche lieve sentore di miele, pane e di agrumi, diacetile. Lo stesso scenario viene riproposto anche in bocca: poca intensità, note di pane e di crackers, miele, qualche ricordo di agrumi, una lievissima nota metallica ma soprattutto una netta presenza di diacetile che "imburra" tutto il palato lasciandolo abbastanza appiccicoso. Finisce abboccato, con una presenza amaricante quasi impercettibile; è leggera e dalla carbonazione medio-bassa, ma purtroppo delude in quella che dovrebbe essere una delle sue caratteristiche principali, citando le linee guida del BJCP  ("drinkability is a critical component of the style") o del Camra. Non riesce né a  dissetare, né a rinfrescare, lasciando la bocca impastata dopo ogni sorso. Meglio berla abbastanza fredda (5-6°) per limitare un po' l'effetto diacetile. Peccato.
Passiamo alla Italian Amber Ale (5.2%), che fa un ulteriore passo in avanti verso chi "conosce" la birra; nel retro etichetta sono infatti riportati gli ingredienti. Malti Pilsner, Caramel Dark, Aromatic e Chocolate; luppoli Magnum, Willamette e Centennial, con dry-hopping di Galaxy e Cascade. Il colore è ambrato, anch'esso limpido, e la schiuma biancastra, abbastanza fine e cremosa, ha una discreta persistenza. Il naso evidenzia una notevole sstanchezza, con profumi molto poco freschi: caramello, marmellata d'agrumi, qualche nota metallica. Ovviamente anche in bocca questa Amber Ale è tutt'altro che fragrante, ma c'è invece una buona intensità; caramello, marmellata d'agrumi, un po' di metallo, qualche nota di biscotto e terrosa. Anche qui diacetile, ma abbastanza lieve e tutto sommato sopportabile, con un finale poco secco ma un retrogusto amaro abbastanza intenso (anche se non particolarmente elegante) tra il vegetale ed il terroso. Il corpo è tra il medio ed il leggero, poche bollicine, consistenza acquosa ma la bevuta risulta un po' pesante. Gli elementi giusti ci sarebbero, la birra ti fa persino fare il ruttino al "Cascade", ma la poca fragranza ne penalizza la bevuta.
Chiudo con la IPA, volutamente ambigua: si tratta di una IPA italiana, o di una Pale Ale Italiana?  Pilsner, Vienna e Caramel Dark i malti; Magnum, Chinook, Centennial ed Ahtanum i luppoli, con lo stesso dry-hopping (Cascade e Galaxy) della "Amber". Dorata e limpida, bene la schiuma: fine e cremosa, dalla buona persistenza. Discreta intensità al naso (marmellata di agrumi, pompelmo, frutti di bosco rossi, resina) ma molta poca freschezza. L'ingresso in bocca non è molto pulito; il gusto parla di marmellata d'agrumi, lieve caramello, biscotto al burro, con un'accelerazione amara che a metà bevuta porta resina e pompelmo.  L'intensità è buona, latita invece l'eleganza ed il lungo finale amaro risulta alla fine abbastanza sgraziato e poco gradevole. Poco secca, lieve presenza di metallico e di diacetile, ha corpo e carbonazione media, ma risulta anche lei un po' "pesante" in bocca come la sorella ambrata.
Sono tre birre abbastanza stanche, bel lontane dall'essere fragranti e profumate; non è impressa la data d'imbottigliamento, quindi non conosco la loro "età".  E può anche darsi che ci sia la colpa di uno stoccaggio non proprio ottimale, magari a temperature elevate, che ha dato il colpo di grazia a delle birre molto più luppolate (e quindi più delicate) di quelle che normalmente i discount tengono in magazzino. Bisognerebbe aver l'occasione di provarle appena imbottigliata, per fare la controprova. Dopo tutto, trovo la loro (non) freschezza non molto diversa da molte birre luppolate che vengono importate dagli Stati Uniti, arrivano sugli scaffali italiani spesso bollite e stanche, e vengono vendute a tutt'altro prezzo. Il confronto con una birra "artigianale/di qualità", fresca ed in forma, è invece ancora improponibile.
Il prezzo (discount) rimane la loro vera attrattiva, che potrebbe far passare sopra anche ai loro difetti; se le trovassi per lo meno "fresche", credo che non avrei alcun dubbio nel ripetere l'acquisto per le occasioni in cui ho bisogno di acquistare 6-7 birre da bere senza fronzoli e senza svuotare il portafoglio.
Personalmente "voglio già bene" a queste birre, e spero che col tempo si riescano a migliorare dal punto di vista qualitativo per poter dare ai birrofili italiani quello che ancora manca e che è invece possibile in moltissimi altri paesi. Riuscissero poi anche a  portarle dentro ad una lattina, sarebbe perfetto.
C'è bisogno della "confezione da sei" a 10-12 Euro, da portare in spiaggia o alle grigliate senza dover spendere 25-20 Euro; vanno bene tutte le altre "artigianali", vanno bene le birra al mosto d'uva e le barricate, ma c'è (soprattutto) bisogno di qualche birra "da battaglia" che non deve necessariamente essere un blanda lattina di birra industriale. E se a Bolzano ci riescono già, possibile che in tutto il resto d'Italia rimanga ancora un'utopia?
Arcana: formato 50 cl., alc. 5.8%, lotto 1071402, scad. 17/07/2015, pagata 1,79 Euro
Italian Amber Ale: formato 33 cl., alc. 5.2%, IBU 30, lotto 1191401, scad. 29/05/2015, pagata 1.49 Euro
Italian Pale Ale: formato 33 cl., alc. 6.1%, IBU 40, lotto 1201401, scad. 01/08/2015, pagata 1,49 Euro
Tutte al discount, Italia.

giovedì 26 giugno 2014

Birrificio del Golfo Golden Ale

A La Spezia ha sede il Birrificio del Golfo, guidato dl 2005 dal birraio  Stefano Tonarelli. Dapprima appassionato bevitore, poi homebrewer dal 1994 con i primi kit da estratti;  Internet ancora non c’era,  e l’unica fonte d’informazione disponibile erano i libri; racconta Stefano di aver trovato “in biblioteca un bel libro sull'industria birraria italiana di Anthon Dreher e dei manuali di agronomia, biologia e di chimica industriale”;  quasi da autodidatta si costruisce i primi impiantini casalinghi sui quali effettuare le cotte. Nel 1997 apre a Pian di Follo un brewpub chiamato Caravanserraglio, che però chiude nel 2003. Giusto un paio d’anni per ordinare le idee ed espletare le formalità burocratiche ed ecco che nell’estate del 2005 parte l’avventura del Birrificio Del Golfo. L’ispirazione che guida la mano del birraio è quella anglosassone (Stefano Tonarelli è membro del Camra) ed anche l’impianto produttivo (9 ettolitri) è di tipo tradizionale inglese, completamente manuale, composto da sala di cottura a quattro vasche, tre fermentatori (di cui uno “aperto”) e tre conditioning tanks; la produzione parte con tre birre prodotte tutto l’anno, una Golden Ale, una Scotch Ale ed una India Pale Ale, ancora prodotte oggi. Nel tempo si aggiungono una Chocolate Stout ed alcune birre stagionali come una una “Golden Weizen”, una  “Summer Ale” ed una birra alle castagne (Castagnassa); tutte disponibili in fusto, o nel tipico formato inglese della bottiglia da mezzo litro, rifermentata.  Mi era capitato di assaggiare alcune produzioni del Birrificio Del Golfo tre-quattro anni fa, con una (English) IPA discreta ma un po’ timida ed un poco memorabile Chocolate Stout.  
Evidentemente in questi anni il birrificio ha trovato il suo giusto equilibrio e le ricette sono state giustamente migliorate, perché la Golden Ale di oggi si è rilevata essere una bella bevuta. Materie prime inglesi (tranne l’acqua, ovviamente) come malto Maris Otter e luppolatura di East Kent Goldings, anche in dry hopping. Il colore è dorato, abbastanza carico, quasi limpido; cremosa e fine la schiuma, bianca, dalla buona persistenza. Profumi delicati, non particolarmente intensi, ma puliti: crosta di pane, qualche sentore di miele, agrumi e una lievissima presenza floreale e (mi sembra) di lampone/fragola. Pulita ed ancora abbastanza fragrante in bocca (bottiglia del 2014), con un bell’equilibrio tra il pane, il dolce del miele e della polpa d’arancio e l’amaro che progressivamente va a caratterizzare la seconda parte della bevuta. C’è buona intensità ed alternanza tra note erbacee e di scorza di agrumi (pompelmo e lime), per un’interpretazione abbastanza azzeccata di una classica Golden Ale inglese. Corpo leggero, carbonazione media, morbida in bocca: Golden Ale pulita ed onesta, ben esente da luppolature ruffiane, forse ancora un pelino timida,  che deve secondo me soprattutto migliorare in “scorrevolezza”, in quanto risulta ancora un po’ “pesante” in bocca e la pinta ci mette un po’ più del dovuto a svuotarsi. Nei dintorni di La Spezia la trovate anche in qualche supermercato, ad un buon prezzo rispetto alla media nazionale. 
Il birrificio la consiglia in abbinamento a piatti a base di pesce, formaggi mediamente stagionati, pizze bianche. 
Formato: 50 cl.,  alc. 5%, lotto 154/14, scad. 03/2015, pagata 4.00 Euro (supermercato, Italia)  

mercoledì 25 giugno 2014

Marble Chocolate Marble

Arrivo abbastanza recente in Italia di alcune produzioni Marble, l’interessante birrificio di Manchester fondato nel 1997 e presentato in questa occasione. Questa volta sono disponibili le birre che compongono la gamma “Premium” di Marble: ci sono la collaborazione con Emelisse chiamata Earl Grey IPA, la Lagonda IPA, la Dobber IPA (luppoli neozelandesi) e, per chi non è affamato di luppolo, anche una Chocolate Stout. 
Il nome scelto (Chocolate Marble) sfrutta volutamente l’ambiguità con l’analogo termine gastronomico (Chocolate Marble = Tortino Marmorizzato), ma non si tratta affatto di una birra alcolica, corposa e “masticabile” al punto da poter sostituire un dessert. E non fatevi ingannare dal nome, se non erro non dovrebbe trattarsi di una Stout prodotta con una piccola percentuale di cacao o cioccolato, ma il nome fa solamente riferimento all’abbondante uso di malto Chocolate. 
Si presenta davvero molto bene, quasi nera, con una testa di schiuma cremosa e compatta, beige chiaro, dalla buona persistenza. Il naso è elegante e pulito, con una buona intensità di caffè in grani e caffè macinato, orzo tostato, liquirizia.  Leggera e poco carbonata, scorre benissimo in bocca lasciando una presenza abbastanza gradevole, seppur “watery”.  
Per trovare qualche traccia di cioccolato bisogna berla, ma è solo una lieve sfumatura che fa da contorno a note dominanti di liquirizia, caffè ed orzo tostato; il gusto ha buona intensità e pulizia, con un finale secco ed amaro di caffè e di tostature, alleggerito dalla tipica acidità donata dai malti scuri. Non è la migliore Marble che ho bevuto, ma è una birra piacevole, semplice e facile da bere, anche se chiamandosi "chocolate" avrei personalmente preferito trovarci una maggiore presenza di cioccolato. Il birrificio è evidentemente tra i sostenitori della differenza tra Stout e Porter, visto che la definisce in etichetta "a metà strada tra una Stout ed un Porter"; che cosa voglia dire non lo so, o forse è solamente un modo per confermare che non c'è nessuna differenza tra le due?
Formato: 50 cl., alc. 5.5%, lotto 686, scad. 10/01/2015, pagata 6.00 Euro (beershop, Italia).

martedì 24 giugno 2014

Birrificio Settimo Quis Hoc

Nuovo appuntamento con il Birrificio Settimo di Carnago, Varese. L'estate ed i trenta gradi di queste serate non sono forse nel vostro immaginario lo scenario più adatto nel quale tirare fuori dal frigo una Tripel, ma basta una serata piovosa ed un lieve abbassamento della temperatura per poter azzardare la bevuta ed avere delle belle sorprese.
Giugno è periodo di esami scolastici, e a chi è alle prese con il latino il nome scelto per questa birra non susciterà forse particolari simpatie. L'ispirazione è infatti il Carmina di Catullo: "Quis hoc potest videre, quis potest pati, nisi impudicus et vorax et aleo, Mamurram habere quod Comata Gallia habebat uncti et ultima Britannia?", ovvero "Chi mai può vedere, chi può tollerare, se non uno spudorato, un ghiottone, un baro, che Mamurra abbia quanto la Gallia chiomata aveva prima e l'estrema Britannia?"
In parole più povere, Quis Hoc è  - se non erro - la seconda birra, dopo la Prius, che il birraio Nicola "Nix" Grande realizza dopo essere stato chiamato a guidare il Birrificio Settimo; le prime generose bottiglie da 75 cl. dell'esordio sono ora state sostituite dal più pratico formato da trentatré centilitri. La ricetta prevede malti Pils, caramello e di frumento, luppoli cechi, inglesi e sloveni e lievito derivante dal ceppo trappist. 
Il colore è il classico arancio, leggermente velato: basta un attimo di disattenzione nel versarla che l'esuberante schiuma pannosa ricolma tutto il bicchiere, senza mostrare l'intenzione di dissiparsi in tempi rapidi. Ci vogliono pazienza ed un paio di rabbocchi per completare il bicchiere. Al naso c'è una piccola pasticceria, con sentori di zucchero candito, frutta sciroppata (pesca, albicocca) e frutti canditi (arancio); il lievito belga le dona una delicata speziatura, di pepe e, mi sembra, di zenzero. In bocca è vivacemente carbonata, pungente, con un corpo medio: la prima parte della bevuta è  decisamente dolce, zuccherina, ricca di pesca sciroppata, albicocca disidratata ed arancia candita. A riportare l'asticella nei limiti dell'equilibrio ci pensano le vivaci bollicine, il tepore alcolico ed il bel finale secco, che lascia il palato pulito permettendogli di assaporare il morbido retrogusto caldo ed etilico e lievemente amaro (erbaceo, curaçao?). Pulita e solida, molto ben eseguita, riscalda senza mai andare oltre le righe mantenendo sempre una buona facilità di bevuta: stapparla in estate non è quindi un delitto. Batte bandiera italiana, ma in una "cieca" di Tripel sarebbe davvero difficile non pensare a lei come ad un'ottima Tripel belga.
Il birrificio la consiglia in abbinamento a carni al forno di ogni genere, ottima con formaggi stagionati.
Formato: 33 cl., alc. 8.5%, IBU 41, lotto 02813, scad. 07/2015, pagata 4.20 Euro (beershop, Italia)

lunedì 23 giugno 2014

Buxton Imperial Black

Ampia disponibilità di Buxton Brewery in Italia, in questi ultimi mesi, ed occasione da non farsi scappare per assaggiare le birre di un birrificio inglese che - almeno per quel che riguarda la mia esperienza - sta lavorando davvero molto bene. Impressioni molto positive sia per le "session beers", come l'ottima Rednik Stout, che per la freschissima Wyoming Sheep Ranch, giusto per citare le ultime due bevute. Per restare nella categoria "pesi massimi", ecco invece la Imperial Black, una sostanziosa Double Black IPA  (o American Black Ale, come sarebbe più appropriato chiamarla) rappresentante di uno stile che, superata la fase della novità e della "corsa a farla" da parte dei birrifici, sta cercando di trovare un senso al suo "continuare ad esistere". La prima ovvia variazione dello stile è stato quello di "imperializzarlo", vedremo se il futuro sarà lo stesso delle IPA, con la nascita magari delle "Session Black IPA".
La Imperial Black di Buxton è la sorella maggiore della Black Rocks, assaggiata un paio di anni fa nel più generoso formato da 50 centilitri con il quale Buxton arrivava in Italia in quel periodo. Si presenta di colore marrone scurissimo, ai confini del nero, con una compatta e cremosissima "testa" di schiuma beige chiaro, molto persistente. 
C'è un bel naso a dare il benvenuto, pulito ed ancora molto fresco e pungente: forti profumi di ananas, mango, pompelmo, melone. Qualche sfumatura di aghi di pino, frutti di bosco e pochissime concessioni al "nero", solamente a temperatura ambiente si avverte una lievissima presenza di tostature.  Ad occhi chiusi, nessuno dubiterebbe di avere davanti al naso un bicchiere di una profumatissima IPA. Se l'aroma è ottimo, la sensazione palatale è ancora meglio: il corpo è medio, la consistenza è cremosissima, quasi setosa: carbonazione tra il basso ed il medio, per una birra gradevolissima da far scorrere da un lato all'altro della bocca. Al gusto c'è un po' più di scuro, avvertibile nella base dei malti, terrosa e tostata, che fornisce morbido supporto ed equilibrio alle pungenti note resinose e di pompelmo dei luppoli. Completano il quadro alcune sfumature di frutta tropicale, le stesse dell'aroma, pulite ed eleganti, preludio ad un finale molto intenso ed amaro, lunghissimo, resinoso e leggermente tostato, con lieve  presenza di pompelmo ed un tiepido warming etilico. Per riassumere in poche parole: birra pulita e profumata, molto ben fatta, morbida ed appagante in bocca, molto intensa ma non impegnativa; un altro bel colpo di Buxton, ed un'altra gran birra da mettere subito sulla lista degli acquisti, finche è fresca.
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, lotto C955, scad. 06/10/2014, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)

domenica 22 giugno 2014

Birrificio De Silvi Scardabbà

Il Birrificio Artigianale De Silvi è attivo dal 2013 con sede a Ghedi (Brescia), poco lontano dall'aeroporto di Montichiari; ha in verità poca importanza citare la località in quanto, nonostante quello che il nome possa far intendere, siamo in presenza di una Beer Firm e non di un vero e proprio birrificio. I fondatori sono i fratelli Davide e Matteo De Silvi, il primo dei due homebrewer dal 2006; la scelta di chiamarsi ugualmente "Birrificio Artigianale" è stata fatta in previsione dell'acquisto di un impianto proprio; al momento le ricette elaborate da Davide De Silvi vengono prodotte presso birrifici "amici", ma mi sembra di capire che sino ad ora siano state tutte realizzate al birrificio Babb di Manerbio. Operazione trasparenza: che si tratti di un "birrificio senza impianti propri" viene subito dichiarato sul sito internet; per quel che riguarda invece l'etichetta, ecco la scritta "prodotta per conto di". Per il consumatore è però impossibile sapere chi produce: non ne viene riportato né il nome né la partita Iva, ma solamente un incomprensibile numero di licenza fiscale per la vendita di prodotti alcolici (UTF). Tre le birre che al momento compongono la gamma: una Bitter (Rachele), una Pale Ale (Scardabbà) ed una meno classica "Breakfast Ale" (sic) chiamata Minghèn e prodotta con macis, luppoli alsaziani e frumento tostato. L'ispirazione che guida la mano di Davide è quella anglosassone, come lui stesso dichiara: "hanno sempre attirato la mia attenzione e stimolato la mia fantasia (visto che in Italia erano molto difficili da reperire) e perché sono birre molto equilibrate che esprimono il mio modo di essere".
Mi è capitato di assaggiare la seconda "nata" in casa De Silvi, la English Pale Ale chiamata Scardabbà; viene prodotta per la prima volta a giugno 2013, ed è una birra dedicata "a mio fratello Matteo (scomparso prematuramente in un incidente stradale), grande cuoco e grande amico e primo socio onorario del Birrificio, senza il quale non avrei mai potuto iniziare".  Nel bicchiere si presenta di color ambrato  abbastanza opaco, con riflessi più chiari, ramati; la schiuma è biancastra, fine e compatta, ed ha una buona persistenza. Al naso emergono sentori erbacei e di agrumi, qualche nota di caramello e di frutta secca e qualche leggera presenza metallica. Buona l'intensità, discreta la pulizia. Il percorso continua in maniera coerente in bocca, dove però si nota un minor livello di pulizia ed un'astringenza piuttosto marcata; ritornano caramello, frutta secca ed agrumi, con una buona intensità ma - di nuovo - con una leggera nota metallica. Il corpo è leggero, la carbonazione è bassa nel rispetto della tradizione inglese, ma è una session beer (4.4%) che scorre meno velocemente del dovuto e risulta un po' troppo pesante (lievitosa) in bocca. Chiude astringente, con un finale amaro erbaceo e di frutta secca. Bene l'intensità, meno la pulizia: l'impronta "inglese" c'è, la birra è piacevolmente lontana dalle mode e dalle ruffianerie tropicali, ma c'è ancora da lavorare per pulire ed alleggerire quella che dovrebbe essere una English Pale Ale da bere in grande quantità. Il birrificio la consiglia in abbinamento con risotti ai funghi porcini o radicchio, carini bianche fritte e pesci arrosto.
Formato: 50 cl., alc. 4.5%, lotto 363, scad. 09/2014, pagata 6.50 Euro (ristorante, Italia).

sabato 21 giugno 2014

Fantôme - Hill Farmstead 5 Sciences Beer

Nel novembre 2012 Shaun Hill del birrificio americano Hill Farmstead (Vermont) fa un breve tour brassicolo del Belgio che non lo porta solamente alla Brasserie de Blaugies, dove viene realizzata la birra collaborativa La Vermontoise, della quale vi ho parlato il mese scorso. Assieme ad alcuni compagni di viaggio, passano in rassegna anche Brasserie de la Senne, Drie Fonteinen, il cafè In De Vrede, De Dolle, Brasserie Thiriez,  Brasserie Dupont e Brasserie Fantôme.
Anche la visita a Dany Prignon, come quella a De Blaugies, è l'occasione per una birra collaborativa; le foto di quella giornata mostrano dei sacchetti di ibisco, ed i birrai impegnati in una rapida spesa al supermercato per l'acquisto di limoni e di qualche altro agrume con il quale viene poi realizzato uno sciroppo.
Da quanto ne so, dopo il primo lotto prodotto nel 2012 la birra è stata replicata almeno un'altra volta, suppongo, dal solo Dany Prignon e - suppongo di nuovo - alla maniera di Dany Prignon. Basta leggere un po' le impressioni di chi le ha bevute per rendersi conto che sembra trattarsi di due birre molto diverse tra di loro; il che è tutto perfettamente normale, per quel che riguarda gli "standard" (o meglio, i "non standard") di Fantôme. Non conosco invece le produzioni di Hill Farmestead, uno dei birrifici attualmente più in voga negli Stati Uniti, che hanno una distribuzione molto limitata anche in madre patria.
Cinque "scienziati", dunque, ovvero i quattro individui che hanno lavorato a questa birra, più il fotografo che immortalava la giornata con delle belle fotografie. E' di colore arancio velato con riflessi dorati, mentre la schiuma generosa schiuma che si forma è abbastanza fine e cremosa, bianca, dalla buona persistenza. L'aroma è interessante e pulito, intenso, con un alternanza di sentori (uva spina, limone), lattici e note più dolci di polpa d'arancio e, sembra, di pesca. A completare il bouquet c'è anche qualche sfumatura floreale e "funky" - per dirla all'americana - o "rustica", alla nostrana. Molto, molto gradevole in bocca: corpo medio, giusta quantità di bollicine, tanto scorrevole quanto morbida. Al palato  c'è una bella base maltata di pane e di brioche, con un inizio dolce, quasi mieloso, che viene subito "lavato via" da una netta acidità lattica e da un'asprezza di uva acerba e di limone, a loro volta contrastate da note nuovamente dolci di pesca e di polpa d'arancia. Molto rinfrescante e dissetante, chiude secca ed aspra con una lieve nota amaricante di yogurt un po' rancido; man mano che la birra raggiunge la temperatura ambiente emerge maggiormente il suo carattere dolce e "vinoso", con una decisa attenuazione dell'acidità.
Al di là della collaborazione, questa "5 Sciences Beer" sembra in tutto e per tutto una tipica Fantôme, con tutti i pregi ed i difetti; di Hill Farmstead ne dicono un gran bene in America, ma non ho esperienze a proposito. Il risultato, benché strano, nel suo insieme funziona: birra piacevolmente rustica, pulita e disordinata al tempo stesso, con tanti elementi apparentemente in contrasto l'uno con l'altro che però alla fine si mettono insieme nella composizione di una bottiglia gustosa, rinfrescante e dissetante. Non vale tuttavia il (caro) prezzo della collaborazione (negli USA la bottiglia da 75 cl., viaggia intorno ai 25 dollari); meglio stapparsi allora una classica Fantôme Saison.
Formato: 75 cl., alc. 6.5%, lotto e scadenza non riportati, pagata 12,97 Euro (beershop, Belgio).

giovedì 19 giugno 2014

Caber Beer Ca' Ber

Un tempo una sorta di "deserto" birrario, negli ultimi tre anni l’Umbria ha visto affacciarsi sulla scena diversi nuovi birrifici che hanno aperto i battenti; la regione vanta tra l’altro anche la presenza del   CERB - Centro di Eccellenza per la Ricerca sulla Birra (Università di Perugia) fondato nel 2003. Tra le nuove realtà c’è anche il Birrificio Caber Beer, nato nel 2012 a Spoleto, nella zona industriale Santo Chiodo.  Caber è l’abbreviazione di Caberlon, cognome della famiglia che lo ha ideato e lo gestisce: oltre a Renzo, il birraio, sono presenti i figli Alessio ed Erika. La formazione di Renzo passa per l’homebrewing e per il  ruolo di consulente  “della L.A. Inox per la parte tecnica ed il trattamento dell'acqua per impianti di birrifici medio-grandi”-
Ecco che l’homebrewing, da hobby destinato a dissetare famigliari ed amici, si trasforma in un’attività professionale, con un impianto da 1500 litri – ovviamente – L.A. Inox. Il birrificio, che utilizza un impianto fotovoltaico, pannelli termici solari e recuperatori d'energia,  è visitabile – basta una semplice telefonata – ed è possibile acquistare le birre in loco allo “spaccio”. Al momento sono prodotte quattro birre, disponibili in fusto ed in bottiglie da 33 e 75 centilitri, tutte ad alta fermentazione. Sul sito del birrificio non si parla di stili, ma solo di una generica intenzione di coniugare “lo stile belga/inglese con l'estro italiano”. Troviamo due “bionde”  (Ca’Ber e 24 Carati: immagino una Golden Ale?), una “ambrata”  (Marte) ed una “scura” (Secondo Me:  una stout ?). D'accordo che i beergeeks o gli appassionati birrofili sono solo una piccola minoranza di chi beve birra; ma è altrettanto vero che il movimento della cosiddetta birra artigianale è attivo in Italia da molti anni, i corsi di formazione e di degustazione sono sempre più frequenti e sempre più persone stanno imparando che non ha senso definire le birre in base al colore.  E quindi  ritengo che sarebbe molto utile dare qualche indicazione in più (lo stile!) ai consumatori per meglio orientarli nella scelta. 
Ad ogni modo, ecco la Ca’Ber, descritta come “di  colore chiaro, corpo leggero, fresca al palato con un finale morbido e pulito. Beverina e dissetante, una birra semplice ma non banale. Facile da bere ma anche ricca di gusto”.
L'aspetto è invitante: colore dorato e velato, con una bella "testa" di schiuma bianca, compatta e fine, cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma è abbastanza pulito, ma l'intensità è piuttosto dimessa: ci sono sentori floreali, di miele, di crackers e cereali, con una lieve presenza di agrumi (arancio) e di albicocca. Il gusto rispetta le premesse del "naso", con un percorso lineare e coerente: base di crosta di pane, qualche nota di miele, una generale presenza di "frutta" che non mi riesce però ad identificare con precisione, ed una chiusura abbastanza secca, erbacea ed amara che pecca un po' di eleganza e di gradevolezza. Personalmente non riesco a ricondurre questa birra a nessuna cultura brassicola in particolare, e nonostante il birrificio citi l'ispirazione sia belga che anglosassone dietro alle proprie ricette (ma con "estro" italiano) io non ci trovo nessun elemento che mi faccia pensare a quelle due nazioni; disseta e rinfresca, ma la personalità latita. Sembra una "generica" bionda, un prodotto che (probabilmente) mira a chi si sta avvicinando al mondo della cosiddetta "birra artigianale" e non ha particolari pretese o desideri.  C'è un buon livello di pulizia ed intensità, un buon equilibrio, ma questa Ca'Ber risulta un po' troppo pesante (lievitosa) in bocca con il risultato di penalizzare un po' la leggerezza e quindi la scorrevolezza: il corpo è tra il medio ed il leggero, con una carbonazione media. Il birrificio è abbastanza giovane, ma nel sempre più affollato palcoscenico della birra in Italia è forse necessario lavorare maggiormente sulla personalità e sulla caratterizzazione di questa birra che rischia altrimenti di perdersi nell'anonimato del colore "biondo".
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, scad. 29/02/2015, pagata 3.00 Euro (enoteca, Italia).

mercoledì 18 giugno 2014

Gusswerk Nicobar India Pale Ale

Ad una quindicina di chilometri ad est di Salisburgo, in Austria, si trova Hof bei Salzburg, un piccolo comune di circa 3500 abitanti dove trova oggi sede la Brauhaus Gusswerk, fondata nel 2007 da Reinhold Barta. La birra non era la sua bevanda preferita, in gioventù, ma durante gli studi universitari a Vienna si trova a lavorare saltuariamente per un birrificio, occupandosi della consegna di fusti e casse di birra. Dalle consegne ai primi tentativi di homebrewing non passa molto tempo; il suo percorso di studi (Biotecnologie alimentari) lo porta per un anno Cork, in Irlanda, dove deve svolgere la sua tesi conclusiva che riguarda i processi produttivi in un birrificio. Il tempo libero lo passa visitando altri birrifici irlandesi bevendo moltissima birra, per sua stessa ammissione. Terminati gli studi, Barta torna in Austria e dopo una breve esperienza in un microbirrificio inizia a lavorare alla Stiegl di Salisburgo, con la mansione di "birraio creativo" (?).  Nel 2006 lascia la Stiegl per aprire il proprio birrificio, dedicandosi fin da subito alla produzione di birre completamente biologiche. L'inaugurazione avviene nel 2007, all'interno di una vecchia area industriale di Salisburgo dove gli edifici di una fonderia (Gusswerk) vengono splendidamente recuperati e destinati ad ospitare negozi, ristoranti, eventi culturali ed uffici; nel 2013 avviene il trasloco nei locali più ampi di Hof bei Salzburg.
Ma Reinhold trova anche il tempo per ottenere il titolo di Beer Sommelier (nel 2011 viene nominato Beer Sommelier dell'anno); il mercato austriaco richiede soprattutto le classiche pils, märzen e weizen, che non rendono certamente entusiasmante la professione del Beer Sommelier. Ecco che allora la Gusswerk, oltre alla tradizione tedesca, inizia a volgere lo sguardo anche all'estero, per offrire una gamma di birre da abbinamento gastronomico: nascono un Barley Wine, una Stout, una Triple Bock, una Amber Ale ed una India Pale Ale. 
Quest'ultima viene chiamata Nicobar, in onore delle Isole Nicobare, una colonia austriaca nell'oceano Indiano verso la quale, nella seconda metà del diciottesimo secolo, salpavano dal porto di Trieste le navi austriache; e proprio per i lontani coloni veniva prodotta una birra "speciale.  IPA, colonie, India, Inghilterra e luppolo: la verità la potete trovare qui, qui e qui, ma se avete qualche problema con l'inglese, provate qui.
Nicobar India Pale Ale, dunque, nome appropriato visto che oggi le Isole Nicobare costituiscono un territorio dell'unione indiana. Prodotta con ingredienti biologici, inclusi i luppoli che non vengono però specificati. E' di un bel colore ambrato carico, leggermente velato e dai riflessi ramati; la schiuma è ocra, cremosa, a trama fine ed ha una buona persistenza. Il naso è dolcissimo, quasi stucchevole: caramello, marmellata d'agrumi, si arriva quasi alla frutta candita, un preludio a quello che m'aspetta in bocca. Ancora caramello, biscotto ed un bel vasetto di marmellata d'agrumi, dolce, con un finale vegetale e lievemente terroso che riesce in qualche modo a bilanciare il dolce, senza risultare incisivo, senza "mordere" il palato. Pulizia ed intensità ci sono, la birra è gradevole e morbida in bocca, con un corpo medio ed una carbonazione bassa. Mi verrebbe da mettere in dubbio la freschezza di questa bottiglia, o il modo in cui è stata conservata; ma ad un rapido sguardo su Ratebeer trovo che le mie impressioni sono quasi le stesse di chi ha bevuto questa birra sia un mese che un anno fa. L'ipotesi è che allora questa (English) IPA sia intenzionalmente spostata sul dolce, forse per andare incontro al palato "standard" del bevitore austriaco che non è certamente abituato a grandi quantità di amaro.
Formato: 33 cl., alc. 6.4%, lotto L534/L6, scad. 02/10/2014, pagata 2.58 Euro (beershop, Germania).

martedì 17 giugno 2014

BI-Du Rodersch

Purtroppo non mi capita spesso di incontrare le birre del birrificio BI-Du, aperto nel 2002 da Beppe Vento a Rodero (Como); come tanti birrai, Beppe proviene dall'informatica (ex programmatore) ma la sua passione principale è sempre stata quella per la birra, coltivata con "abbondanti" bevute (soprattutto Guinness) e frequentando il vicino Birrificio Italiano. Senza alcuna esperienza di homebrewing, con un po' di incoscienza e tanto coraggio, nel 2002 acquista proprio il primo impianto da 200 litri del Birrificio Italiano, che era in vendita, per aprire un brewpub e mettersi a produrre birre per - racconterà poi (scherzando?) - "bere risparmiando dei soldi, facendomi la birra da solo".  Con l'aiuto di alcuni amici-birrai ed il supporto di alcuni soci, parte l'avventura del brewpub Bi-Du che ha una svolta nel 2008, quando ingrandirsi è ormai una necessità; da Rodero si trasferisce nella vicina Olgiate Comasco, dove in un capannone viene installato un più capiente impianto da 1000 litri; il brewpub viene sostituito dal pub-ristorante "Le birre del Bi-du", che si trova a Bizzarone, 8 chilometri più a nord. 
Sono passati oltre tre anni dall'ultima Bi-du bevuta, senza considerare la collaborazione con Buskers chiamata Paranoid; scopro quindi con colpevole ritardo un classico di Bi-du, la Rodersch, dal nome autoesplicativo. Si tratta di un'interpretazione di una Kölsch che è stata "concepita" a Rodero piuttosto che a Colonia (Köln); ecco quindi la Roder-sch.
Si presenta di colore oro pallido, leggermente velato; la schiuma è molto fine e compatta, cremosa, bianchissima, molto persistente. Aroma elegante e delicato, molto pulito, dal quale emergono sentori di crosta di pane, camomilla e miele; c'è anche qualche sfumatura fruttata (agrumi) ed erbacea. Gli stessi elementi si ritrovano con grande armonia e pulizia anche in bocca, per una birra che non chiede altro che essere una piacevole compagna di una lunga serata ed essere bevuta in grande quantità, quasi senza consapevolezza. Crosta di pane ed agrumi accompagnano il bevitore in un percorso semplice e diretto, schietto, conciso da un finale secco ed amaro con con note erbacee e di scorza di limone. Leggera, gradevolmente carbonata, riesce a scorrere in bocca senza sfuggire, riesce ad appagare senza impegnare, rinfrescando e dissetando. La versi, ti accordi che è già finita: rimane sempre uno dei più grandi complimenti che si possono fare ad una birra. Senza cercare troppi descrittori e senza dover annotare niente su di un ipotetico taccuino.
Formato: 37.5 cl., alc. 5%, lotto 412, scad. 28/02/2015, pagata 4.80 Euro (foodstore, Italia).

lunedì 16 giugno 2014

Camba Bavaria Nelson Weisse

Nuovo appuntamento con Camba Bavaria di Truchtlaching, Baviera meridionale, un'ottantina di chilometri a sud-est di Monaco; se arrivate dal Brennero in direzione Monaco, si tratta di una deviazione ad est di una mezz'oretta da fare una volta arrivati all'altezza di Rosenheim.
Dopo la Imperial Black IPA bevuta qualche settimana fa, parte della linea "moderna" di Camba, è il momento di un "quasi" classico. Si tratta della Nelson Weisse che, come il nome suggerisce, è una Hefeweizen con l'aggiunta in luppolatura di Nelson Sauvin. L'idea è tutt'altro che nuova, se vogliamo dirla tutta: basta restare in Baviera, e spostarsi in direzione Monaco, per trovare quella che credo sia la prima in assoluto: la Tap X Mein Nelson Sauvin di Schneider & Sohn. Bisogna però anche sottolineare qualche differenza: quella di Schneider è una Weizenbock ed utilizza un ceppo di lievito belga. La Nelson di Camba è invece una classica Hefeweizen che, secondo la ricetta elaborata dai birrai Markus Lohner e Christian Kull, aggiunge al Saphir anche il luppolo neozelandese. Discorso completamente diverso per quel che riguarda il prezzo; se Schneider Weisse mira al "gourmet", con una birra nel formato da 75 cl. e dal prezzo molto più italiano che tedesco, Camba mantiene il classico "mezzo litro" da Weizen ad un prezzo più elevato di una normale weizen tedesca (circa il doppio) ma ancora da "sogno" per noi italiani. 
Si presenta di color dorato ed opaco, con una discreta testa di schiuma pannosa, abbastanza compatta e dalla buona persistenza. Il naso mescola i classici profumi di una Hefeweizen (banana, cereali, chiodi di garofano) con delicate sfumature floreali, di agrumi, di uva spina e di kiwi. La pulizia c'è, manca piuttosto l'intensità e neppure la freschezza è memorabile; trattasi di una bottiglia prodotta nel 2013 quindi con almeno un semestre di magazzino alle spalle. Il bouquet olfattivo è comunque gradevole ed interessante, sarebbe bello avere l'occasione di berne una bottiglia più fresca per poterlo assaporare meglio. Il percorso gustativo è coerente con l'aroma: è una classica weizen con banana e cereali, una delicata speziatura e qualche nota di agrumi, piacevolmente rinfrescante ed acidula, con delle lieve ma percepibili sfumature di uva bianca. L'apporto del Nelson Sauvin non è caratterizzante, ma indubbiamente dà quel "tocco in più" che  ci si aspetta; la struttura rimane comunque assolutamente tedesca: grande equilibrio, estrema bevibilità, corpo leggero e una carbonatazione media. Chiude secca ed abboccata, con un retrogusto agrumato abbastanza corto. Il risultato è interessante - una classica weizen con delle timide sfumature di uva - anche se forse si poteva osare un po' di più; benissimo invece l'intensità, una caratteristica assolutamente non scontata quando di parla di Hefeweizen.
Formato: 50 cl., alc. 5.2%, lotto 042 13, scad. 01/11/2014, pagata 2.35 Euro (beershop, Germania).

domenica 15 giugno 2014

Vento Forte I-PILS

Terzo appuntamento con il birrificio laziale (Bracciano) Vento Forte; dopo le belle sorprese della Follower IPA e dalla Cascade Pale Ale, è il momento della I-Pils, ovvero un'american lager che l'etichetta presenta come una "west coast style pilsner". E' stata imbottigliata lo scorso marzo, quindi è una birra che non ha ancora compiuto i tre mesi di vita; lode al giovane birrificio laziale ha deciso di riportare la data di produzione in etichetta dando ai consumatori/bevitori un'informazione assolutamente fondamentale.
La ricetta prevede esclusivamente malto pils ed una luppolatura affidata all'americano Cascade ed al polacco Marynka.
All'aspetto è dorata, leggermente velata; la bianca schiuma che si forma è abbastanza fine, cremosa, bianca e molto persistente. Il benvenuto è offerto da un aroma fresco e fragrante, nel quale il carattere americano (pompelmo, ananas, frutta tropicale) è ben evidente con qualche sfumatura più europea, floreale e delicatamente speziata; in sottofondo lievi sentori di crackers e cereali, che ritroviamo anche all'ingresso in bocca. I due continenti coesistono anche nel gusto, con una partenza di frutta tropicale e pompelmo ed un finale amaro che presenta "nobili" note erbacee e di pompelmo/zesty tipiche dei luppoli americani. 
Il risultato, devo dire, è molto convincente: una birra leggera e scorrevolissima e molto fragrante, da bere a secchi, vivacemente carbonata, pulita e secca, che appaga, rinfresca e disseta il palato. Buona l'intensità; non siamo chiaramente di fronte alla sfacciataggine o alla pomposità di una IPA: giusta la scelta di dosare le materie prime per creare un bouquet di profumi e di sapori intenso ma elegante, più delicato che ostentato. Scongiurato il pericolo di avere tre le mani l'ennesima american lager "spremuta di frutta", questa I-Pils riesce ad aggiungere un tocco di "nobiltà" europea al sole ed alla spensieratezza "tropicaleggiante" della west coast americana.
Birra pressoché ideale per affrontare il caldo dell'estate: i trentatré centilitri sono ampiamente insufficienti, finendo troppo in fretta. Sarebbe necessario l'acquisto di un 4 o 6 pack, possibilmente ai prezzi americani o ai prezzi tedeschi/boemi; ma questo, in Italia, è un sogno impossibile da realizzare.
Formato: 33 cl., alc. 5%, lotto 5/2014, imbott. 26/03/2014, scad. 01/02/2015, pagata 4,00 Euro (beershop, Italia).

sabato 14 giugno 2014

Hoppebräu Vogel Wuid IPA

Markus Hoppe è un giovane tedesco nato a Waakirchen, a pochi chilometri di distanza dal lago Tegernsee, nella Baviera meridionale; terminata la scuola superiore decide di apprendere il mestiere del birraio. Entra come apprendista/studente a Maxlrainer, dove viene seguito per tre anni dall'esperto birraio Josef Kronast. Nel 2012, alla scadenza del periodo a Maxlrainer, rieceve l'offerta da parte di un birrificio scozzese; ha le valigie quasi pronte ma il suo maestro Josef gli consiglia piuttosto di accettare l'offerta della Joh Albrecht, produttore ed installatore di impianti per la birra. Alla Albrecht sono sempre alla ricerca di talentuosi birrai da mandare in giro per il mondo a seguire la fase di avviamento degli impianti che vengono installati. Oltretutto, l'opportunità che gli viene offerta non è di quelle che capitano tutti i giorni: c'è Oscar Olsen, appassionato birrofilo nonché proprietario di due ristoranti sull'isola di Mauritius tra i quali, e lo imparo ora, il Lambic Mauritius, cafè, ristorante e beershop (ecco il motivo che cercavo per andarci in vacanza!). Oscar vuole aprire un microbirrificio, ed il compito di Markus Hoppe è quello di seguirlo nei primi mesi successivi all'installazione. A fine Gennaio (2012), Markus è già su di un aereo di linea, destinazione Mauritius, ad assumere un lavoro che immagino molti neo-birrai vorrebbero avere. L'inizio è abbastanza duro, nonostante abbia a disposizione una casa con piscina e giardino a due minuti dalla spiaggia: sono settanta ore di lavoro alla settimana per far nascere, sulle colline di Port-Louis, la Flying Dodo Brewing Company (e quale altro animale poteva essere scelto?). Dopo qualche tempo le ore di lavoro scendono da settanta a cinquanta, e Markus ha anche il tempo di godersi un po' il mare e le spiagge dell'isola.
Nel 2013, terminata la missione esotica, Markus ritorna in Germania per inaugurare invece il proprio microbirrificio, la Hoppebräu, che trova sede nel garage della propria abitazione. Già nel 2010 Markus aveva realizzato alcune produzioni ("feci una Märzen nel garage dei miei genitori, e venne incredibilmente bene; ma subito dopo realizzai una Helles che era imbevibile" ricorda) che erano state distribuite ad amici e conoscenti.
Solo tre le birre prodotte al momento, un'American Pale Ale (Wuida Hund), una imperial stout invecchiata in botti di whisky e di vino rosso) ed una India Pale Ale chiamata Vogel Wuid.
La luppolatura prevede Magnum, Amarillo, Cascade e Mandarina Bavaria, mentre l'etichetta è realizzata da Laura Wolf; bel colore "west  coast", tra il dorato e l'arancio, velato, con un'impeccabile "testa" di schiuma compatta, fine e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma purtroppo non è un manifesto di freschezza, anche se pulito: un po' di pompelmo, qualche nota di pino, marmellata d'agrumi. Intensità davvero bassa, molto lontana dal livello che vorresti trovare in una IPA. Lo scenario non è molto diverso neppure in bocca: luppoli abbastanza dimessi, il gusto passa dall'ingresso maltato ad un lieve fruttato tropicale, per un crescendo amaro che passa dal pompelmo alla resina. Neppure il gusto è fragrante, ma non c'è eccesso di "marmellata"; è l'amaro a non essere particolarmente convincente, a dispetto di 85 IBU dichiarati e di una base di malto tutt'altro che massiccia. Scorrevole e morbida al palato, corpo medio, corretta quantità di bollicine; detto questo, ci sarebbero tutti gli elementi giusti per una buona American IPA, c'è una buona pulizia, ma è una bottiglia che viene troppo penalizzata dal trascorrere del tempo. Sarebbe da riprovare in condizioni più idonee.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 85, scad. 16/09/2014, pagata 3,03 Euro  (beershop, Germania).

venerdì 13 giugno 2014

Batzen Bräu Viennarillo

Feudo quasi "inespugnabile" del birrificio Forst di Lagundo, anche l'Alto Adige o Südtirol ha visto negli ultimi la nascita di alcuni microbirrifici, prevalentemente sotto la forma di brewpub;  per chi volesse pianificare una vacanza da quelle parti, visitando i vari produttori, segnalo subito questo interessante articolo sul blog di MoBi
Alla "rinascita" (nell'antico Tirolo del Sud, un tempo, si arrivarono a contare sino a 27 produttori di birra) non poteva certo sottrarsi Bolzano, che ospita al momento due brewpub. Oltre allo "storico" Hopfen & Co. (Bozner Bier), attivo dal 1998, si è aggiunto nel 2012 il brewpub Batzen Bräu. La sede è nella storica Ca' de Bezzi, la più antica osteria di Bolzano, rilevata a fine 2002 da Robert Widmann e rinominata oggi Batzen Häusl. Nel 2012 è invece partita l'avventura del microbirrificio, guidato dal birraio Christian Pichler, genero di Widmann e formatosi a Viennaaiutato da Rüdiger Panzner; parallelamente al birrificio, nella cui "Stube" potete anche mangiare, è stato aperto un immancabile Biergarten ed una struttura (la "cantina" Batzen Sudwerk) dove si svolgono spettacoli teatrali e musicali. Il nome scelto, Batzen, si riferisce ad un'antica moneta, il bezzo (Batzen, in tedesco) corrispondente al prezzo di una misura di vino. Le birre prodotte sono chiaramente fedeli alla tradizione tedesca (e della vicina Austria), senza però disdegnare qualche interessante esperimento ed il recupero di alcune ricette storiche, come una Porter "tirolese" della quale vi parlerò prossimamente.
Nel 2013 il birrificio partecipa per la prima volta all'European Beer Star, facendo subito colpo: oro alla Batzen Dunkel nella categoria German Style Kellerbier Dunkel, conquistato a Monaco, proprio "in casa" dei maestri dello stile. 
Vienna, Dunkel, Urporter e Weizen costituiscono il nucleo di birre prodotte stabilmente tutto l'anno, affiancate da alcune stagionali (Bock, Pils e Weisser Bock) e da alcuni "esperimenti" che vengono venduti nel formato "gourmet" (?) da 75 cl. in una linea chiamata Meistersud Edition: c'è una Porter invecchiata in botti di whiskey ed una Vienna dalla luppolatura americana che andiamo ad assaggiare.
Davvero ben riuscito il nome scelto (Viennarillo), che con una parola rende perfettamente l'idea di cosa aspettarsi nel bicchiere: una Vienna Lager (l'originale Lager sviluppata nel 1840 da Anton Dreher appena dopo aver isolato il ceppo di lievito Lager) re-inventata con una luppolatura americana di (ovviamente) Amarillo e Cascade. Nel bicchiere è del classico color ambrato, con riflessi rame, opaco; si forma un discreto cappello di schiuma biancastra, fine e cremosa, dalla buona persistenza. Molto gradevole e "piacione" l'aroma, con qualche sentore di agrumi ed un bel bouquet tropicale di ananas, melone e mango; in sottofondo lieve caramello. In bocca questa bottiglia colpisce per la sua carbonazione un po' troppo bassa; i corpo è leggero. Leggera anche la base di malto (biscotto e caramello) che lascia quasi subito il posto ad un gradevole mix di mango, albicocca e melone. Il gusto è insomma del tutto paragonabile a quello delle varie APA ed IPA "tropicaleggianti" che imperversano ormai quasi ovunque; la differenza più evidente è nel finale, dove non c'è (ovviamente, visto che si tratta di una Vienna) molto amaro, ma piuttosto una chiusura asciutta dove l'amaro è appena accennato, riuscendo comunque a lasciare il palato pulito. L'aroma è pulito ed elegante (anche se non particolarmente fragrante), il gusto è altrettanto pulito e fruttato, molto gradevole, caratterizzato da una grande scorrevolezza e facilità di bevuta nel pieno rispetto della tradizione austriaca. Non aspettatevi dunque una lager "moderna", stravolta, "cafona" ed ultraluppolata  alla Mikkeller/To ØL o De Molen, ma piuttosto un'interessante ed elegante interpretazione di una classica Vienna. 
Formato: 75 cl., alc. 4.8%, scad. 02/12/2014, pagata 9.00 Euro (shop birrificio).

mercoledì 11 giugno 2014

Weiherer Urstöffla


La famiglia Kundmüller fonda nel 1835 il birrificio che porta il suo nome a Weiher, piccolo villaggio ad una decina di chilometri da Bamberga, in Franconia. Per chi sta pensando di includerlo nel suo itinerario di beer-hunting a Bamberga e dintorni, Weiher non è servito dal trasporto pubblico. L'autobus più vicino vi lascerà a Viereth, ad un paio di chilometri di distanza; quindi dotatevi di automobile o, magari, noleggiate una bicicletta e fatevi un bel "beer & bike" nei dintorni di Bamberga con una sosta defaticante alla tipica Gasthaus di Kundmüller: cucina sostanziosa, immancabile beergarten per cogliere qualsiasi sprazzo di sole ed aerea giochi per i bimbi più piccoli. Nel caso avvertiste la stanchezza, la Gasthaus offre 35 posti letto ed un appartamento. Il birrificio rimane assolutamente di gestione familiare, con Roland Kundmüller nelle vesti di birraio ed Ossi Kundmüller (management). In oltre centocinquant'anni di storia si è mantenuto fedele alla tradizione, con pochissime concessioni all'innovazione, eccezion fatta per una IPA ed una Bock invecchiata in botti di Bourbon. Meglio così, aggiungo io, perché meritereste di essere fustigati in piazza se vi recate sino a Bamberga per ordinare una IPA. C'è stata anche l'introduzione di una linea "biologica", della quale fanno parte una dunkel (Urstöffla) ed una Keller-Pils.
Weiherer Urstöffla è splendida nel bicchiere, di colore ambrato carico con intensi riflessi rossastri, praticamente limpida; da manuale anche la schiuma, compatta, cremosa e fine, biancastra, dalla buona persistenza. Il naso sorprende per pulizia e soprattutto per intensità: il bouquet dei malti è davvero notevole, si va dal pane nero ai cereali, dalla crosta di pane bianco alla mollica, sesamo, caramello e qualche lieve nota di ciliegia sciroppata. I primi sorsi risultano addirittura sottotono, se paragonati alla ricchezza della aroma; ma una volta che il palato si è abituato, questa Urstöffla regala un soddisfacente percorso coerente con i suoi profumi: pane nero, pane tostato e caramello, una lieve traccia di burro e metallica, poche bollicine, un corpo leggero ma una gradevole sensazione palatale, scorrevole ma non sfuggente. Finisce con una leggera amaricatura, con sfumature tostate e terrose, ed un lievissimo carattere legnoso. Rimane una bella dunkel, pulita e gustosa, bilanciatissima, che appaga nella sua facilità di bevuta.
Formato: 50 cl., alc. 5%, scad. 13/09/2014, pagata 1.40 Euro (beershop, Germania).

martedì 10 giugno 2014

Menaresta Golosa 09/2013 vs. 02/2014


Chi segue il blog con regolarità avrà notato come ultimamente sto cercando di sensibilizzare i lettori sull’argomento “freschezza della birra”. No, non sto ovviamente parlando della temperatura di servizio, ma dell’età della birra, ossia del numero di settimane/mesi/anni che passano dal momento dell’imbottigliamento a quello dell’acquisto e del consumo. Chiariamo subito il concetto: in generale la birra è una bevanda che va bevuta fresca, senza farla invecchiare; ai birrifici artigianali piace molto piazzare in etichetta la frase “gusto in evoluzione” ma, per la maggior parte delle birre, sarebbe più appropriato parlare di “gusto in INvoluzione”.  Se confrontiamo il numero delle birre che si prestano all’invecchiamento rispetto alle altre, la loro percentuale è davvero bassissima; alcuni mesi possono effettivamente far “evolvere” il gusto di alcune categorie stilistiche, ma se parliamo di invecchiamenti lunghi, annuali o pluriannuali, vale il discorso appena fatto: la percentuale di birre adatte è molto bassa. Il problema è che calcolare “l’età” di una birra è spesso molto difficile. I birrifici che riportano la data d’imbottigliamento sono molto pochi, e non solo in Italia.  Spesso troverete sull’etichetta solo la data di “scadenza” (preferibilmente entro) che non è però indicativa della data di produzione:  la vostra Pils,  Weizen, IPA o Golden Ale (cito giusto alcuni stili da NON invecchiare, mai) potrebbe essere stata prodotta 6 mesi prima della scadenza (produttore onestissimo) ma anche cinque anni prima.  Altrettanto spesso troverete indicato il lotto di produzione: nella peggiore delle ipotesi si tratterà di un codice alfanumerico indecifrabile ed inutile per risalire alla data di produzione; nella migliore delle ipotesi, il codice vi darà un’indicazione dell’anno di produzione, spesso segnalato dalle ultime due cifre (es: LXX 14).  Tutto bene se acquisto la birra in aprile (nella peggiore delle ipotesi avrà quattro mesi di vita);  ma se la compro in novembre, come faccio a sapere se la mia Pils/IPA/Golden Ale sta per festeggiare il suo primo compleanno o se è stata prodotta in ottobre, ed è quindi freschissima?  Nel dubbio, io non la comprerei. Tutte queste riflessioni saranno presto oggetto di un piccolo “progetto” (o una piccola “crociata”) che, dalla mia umile tastiera, lancerò in internet per cercare di spingere i birrifici a mettere in etichetta la data d’imbottigliamento o, almeno, di fornire ai consumatori le informazioni necessarie per decifrare il lotto “XJHFLX4”.   
Il Birrificio Menaresta è sulla lista dei birrifici “virtuosi”, tra quei pochi, in Italia, che indicano la data di produzione. Bene, benissimo. 
Volevo inizialmente “servirmi” di loro per una (scontata) dimostrazione empirica di come sia necessario bere la birra fresca: due bottiglie di Golosa, American Pale  Ale. Una bottiglia è stata prodotta a settembre 2013 e quindi ha già 8 mesi di vita sulle spalle; una seconda bottiglia è “nata”  il 27 Febbraio 2014, e di mesi ne ha solo tre. Il problema è che le due birre non sono uguali, ma simili: il buon Marco Valeriani mi ha "complicato" la vita utilizzando infatti un mix di luppoli diversi. Chiariamoci, non è solamente la “freschezza” che influenza la gradevolezza della bevuta di una birra, anche se ne è in buona parte responsabile. Soprattutto per le birre luppolate, che sono state disegnate per valorizzare al meglio i luppoli utilizzati, è in buona parte responsabile anche la materia prima. E questa non è sempre la stessa: ci sono annate in cui certe varietà di luppolo risultano eccezionali, altre in cui per diversi motivi (leggi agenti atmosferici) sono meno buone. Ci sono annate in cui il birrificio è costretto a cambiare il fornitore della materia prima, per far fronte alla mancanza di disponibilità. Ma questo è il bello (ed il brutto) di bere una birra artigianale e non una birra industriale, che invece rimane più o meno fedele a sé stessa nei secoli.  Bene fa dunque il birraio ad aggiustare leggermente il mix dei luppoli (o dei malti) se quelli che utilizzava solitamente non sono della qualità desiderata.
L’esperimento “Menaresta”  è quindi solo parzialmente significativo. Noto un leggero cambio di etichetta dal 2013 al 2014 , che però continua a non piacermi: suvvia, proprio non si può fare di meglio ?  

La Golosa 09/2013 ospita Cascade, Chinook e Pacific Gem; quella 02/2014 invece Chinook, Simcoe, Citra e Columbus. Entrambe di color dorato, con riflessi arancio; la 2013 è un po' più limpida e genera una cappello di schiuma un po' più generoso, e più persistente. Identico il colore (biancastro), la finezza e la giusta cremosità. Il primo "esame" interessante per verificare il passaggio del tempo è indubbiamente quello olfattivo: nessun dubbio, solo conferme. Naso abbastanza spento per la 2013, poco intenso e poco fragrante: rimane qualche sentore floreale e di caramello, la presenza di agrumi suggerisce più che altro la marmellata che un arancio o un pompelmo appena tagliato. Ovviamente diverso lo scenario 2014: sono diversi i luppoli usati, ma quello che colpisce è la maggior intensità e la fragranza. L'aroma è piacione e ruffianotto, con freschi sentori tropicali di ananas, mango e papaia; alla macedonia va aggiunta altra frutta come pesca a pasta bianca e pompelmo, con una lieve presenza di caramello in sottofondo. Pressoché identico il mouthfeel: copro tra il medio ed il leggero, carbonazione modesta, e giusto compromesso tra la necessità di essere scorrevole e quella di risultare comunque morbida e non sfuggente. Entrambe le birre mostrano un percorso gustativo molto coerente con l'aroma: caramello e marmellata d'agrumi per la 2013, pulita ma poco fragrante e poco vitale, discretamente secca, e con una chiusura amara vegetale con lievi note resinose, di modesta intensità. Qualche traccia di caramello anche nella 2014, ma c'è soprattutto frutta tropicale appena tagliata (melone e mango), pesca e pompelmo, per un bevuta gustosa ed intensa, pulita, caratterizzata da un finale secco ed amaro tra resina e pompelmo, un giusto contrappeso "virile" ad una birra sino a quel momento ruffiana (o di "facili costumi", citando l'etichetta) e molto piaciona. Bevuta che parte bilanciata per poi accelerare un po' sull'amaro, con la sua percezione che va forse un po' oltre gli "standard" di una classica American Pale Ale. 
Ripeto, si tratta di due birre simili ma non uguali, e l'unico confronto che m'interessava mettere in evidenza era quello dell'intensità dei profumi e della fragranza. Abbastanza difficile far durare la Golosa 2014, con la pinta che si vuota a grande velocità e con la freschezza dei profumi che invoglia a non staccarsi mai dal bordo del bicchiere. Diverso il discorso per la 2013: la bevuta è comunque facile ma più dolce, spostata sul versante caramello/marmellata, con poca vitalità e con un amaro vegetale che non "pungola" a dovere il palato, annioandolo un po'. Intendiamoci, è sempre preferibile ad una birra industriale, ma non potete dire che sia una bevuta soddisfacente, se avete già bevuto una birra "fresca" nella vostra vita.
Riassumendo in poche parole: cercate e comprate la birra fresca, per quanto potete. E se vi capita di comprarla direttamente in birrificio, chiedete espressamente di sapere quando il lotto che state per comprare è stato imbottigliato. Se non lo sanno loro...
Formato: 33 cl., alc. 5.3%, IBU 35.
- L055, prodotta 09/2013, scad, 09/2014, pagata 3,55 Euro (beershop, Italia)
- L086, prodotta 27/02/2014, scad. 27/02/2015, pagata 4.20 Euro (foodstore, Italia)

lunedì 9 giugno 2014

Carlow O'Hara's Irish Pale Ale

In Irlanda, all’inizio del diciannovesimo secolo, erano operativi più di duecento birrifici, una cinquantina dei quali solo a Dublino ed 8 nella piccola città di Carlow, un’ottantina di chilometri a sud della capitale; la storia del declino brassicolo irlandese, è la stessa che ha caratterizzato anche la vicina Inghilterra. Chiusura di un numero sempre più alto di birrifici e di pubs, acquisizioni fatte da grandi gruppi, mercato in mano alle multinazionali, gusti standardizzati. Solo negli ultimi anni la tendenza si è lentamente invertita, con alcuni microbirrifici che hanno aperto i battenti, ispirati dalla Craft Beer Revolution nata negli Stati Uniti; al momento in Irlanda ci sono circa una ventina di microbirrifici, più della metà dei quali sono stati aperti negli ultimi cinque anni. Mi è toccato citare ancora una volta la Craft Beer Revolution Americana, perché è stata l’ispirazione che ha fatto nascere la  O’Hara’s /Carlow Brewing Company, fondata nel  1996 da Seamus ed Eamonn O'Hara a Carlow. Seamus era rimasto favorevolmente colpito, agli inizi degli anni novanta, dalle birre di Samuel Adams, Sierra Nevada, Anchor ed Harpoon incontrate durante un viaggio negli Stati Uniti.  Il birrificio che nasce è completamente a gestione familiare: mentre il fratello Eamonn abbandona quasi subito, per trasferirsi a Bruxelles, Seamus manda avanti le operazioni con l’aiuto dell'altro fratello Michael (head brewer), della moglie Kay (commerciale) e di sua sorella Siobban (amministrazione), mentre lo zio Michael segue la logistica e un altro zio, Terrance, si era occupato della ristrutturazione degli spazi che ospitano il birrificio, in origine un magazzino delle ferrovie. Le prime birre debuttano nel 1998 e, con grossa sorpresa per un birrificio irlandese, non c’è nessuna stout!  Si parte con una classica Red Ale (Moling's Traditional Celtic Beer) ed una birra al frumento (Curim Celtic Gold); fin da subito la maggior parte delle birre (70% della produzione) sono destinate all’estero, anche perché gli irlandesi non sembrano gradirle molto. La prima stout arriva solamente nel 2002: “in quanto irlandesi, sapevamo di dover produrre una stout.  Ma ci è voluto un po’ più di tempo per fare una stout come piaceva a noi”, dice Seamus. La O'Hara's Celtic Stout viene subito nominata, nello stesso anno del debutto, come “la migliore stout al mondo“ tra altre 74 stout che vengono valutate mel corso del Millennium Brewing Industry International Awards. Carlow/O’Hara è dunque uno dei precurosi della (piccola) rivoluzione brassicola che sta pian piano prendendo piede anche in Irlanda; nel 2006 si è reso necessario uno spostamento in locali più ampi a Bagenalstown, la città nativa degli O’Hara, per nuovi impianti che consentono di produrre circa 15.000 Ettolitri l’anno, la maggior parte dei quali (60%) continua ad essere esportata. 
E torniamo a parlare di Stati Uniti, perché in verità non c'è molta Irlanda in questa birra che pur sbandiera in etichetta Irish Pale Ale; nonostante la luppolatura sia infatti un mix di luppoli europei ed americani, sono soprattutto questi ultimi a prevalere, grazie anche ad un generoso dry shopping di Cascade. All'aspetto è dorata, quasi limpida, con una bella testa di schiuma croccante, bianca e cremosa, dalla lunga persistenza. L'aroma non è particolarmente intenso, apre con qualche lieve off-flavor che poi fortunatamente tende a scomparire per lasciare posto a lievi sentori floreali, di cereali e, finalmente di agrumi (pompelmo).  Meglio in bocca: morbida, con corpo tra il medio ed il leggero, carbonazione abbastanza moderata, scorrevole e watery. La base di malto offre pane e cereali, lievi note di miele, prima che il gusto viri verso gli agrumi, passando in rassegna prima la polpa dell'arancio e poi la scorza del limone e del pompelmo. La bevuta risulta ben bilanciata, con l'intensificarsi dell'amaro nel finale, decisamente zesty, ma che si porta in dota anche una piccola nota metallica un po' sgradevole. Una bottiglia che non è un elogio della fragranza, la mancanza della data d'imbottigliamento rende impossibile sapere quanti mesi di vita ha questa birra, ed il trattamento privo di guanti che la ha forse riservato la grande distribuzione ha probabilmente dato il colpo di grazia ai profumi del dry-hopping. Risultato: birra poco profumata, discretamente intensa e gradevole in bocca, qualche difettuccio, buona secchezza e buon potere dissetante, facile da bere. Ci si può accontentare.
Formato: 50 cl., alc. 5.2%, IBU 50, lotto 3297 23:18, scad. 28/04/2015, pagata 3,99 Euro (supermercato, Italia).