domenica 30 novembre 2014

Pleine Lune Triple

Anche in Francia - con le dovute proporzioni - è in atto una piccola craft beer revolution. Di microbirrifici la Francia ne ha sempre avuti, ma le loro produzioni non andavano oltre la classica offerta "blanche/bionda/ambrata/scura" con risultati, tranne che in pochissimi casi, ben lontani dall'eccellenza. Da qualche anno anche i microbirrifici francesi hanno scoperto (a voi decidere se sia un bene o un male…) le APA e le IPA, le Imperial Stout, i luppoli americani, soprattutto. Sembra un po' di rivedere quanto accadde in Italia quattro-cinque anni fa: spuntano nuovi produttori, con passione e voglia di fare. La costanza produttiva e la qualità invece sono ancora abbastanza altalenanti e - ripetendo quanto detto prima -ben lontane dell'eccellenza; chi segue il blog con regolarità avrà avuto occasione di leggerlo. 
Diamo tempo al movimento francese, e chissà che tra qualche anno non ci regali qualche grande soddisfazione. Per il momento, si vede già qualche effetto positivo che consiste nell'ampliamento dell'offerta: se fino a qualche anno fa Parigi era una specie di deserto birrario (vi bastavano le dita di una mano per elencare i posti meritevoli di essere segnalati), adesso la situazione è profondamente cambiata: si aprono beershops, bar con una buona selezione di birre, e, prossimamente, anche un birrificio dove potrete portare la vostra ricetta e produrre la vostra birra. Beer firm? In Italia ne sappiamo qualcosa.
Vi ho già presentato la Brasserie Artisanale de la Pleine Lune in questa occasione: taglio corto, quindi, e passo alla quarta birra di questo birrificio che si trova un centinaio di chilometri a sud di Lione. Dopo tre birre americaneggianti  (facili da fare, in teoria) e non particolarmente entusiasmanti, ecco la prova del Belgio: una triple. Prova superata? No.
Colore arancio carico opaco, con riflessi ambrati; la schiuma è biancastra, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. Naso molto dolce, con caramello, canditi e - soprattutto - molta marmellata d'arancia; il bouquet si completa con sentori di zucchero candito, qualche sfumatura floreale ma anche di cartone bagnato. Al palato s'avverte subito la mancanza di qualche bollicina in più che avrebbe senz'altro aiutato a smussare un po' il dolce di questa Tripel/Triple. Il corpo è medio-pieno, e fortunatamente il gusto è meno dolce di quanto l'aroma facesse immaginare: su una base di biscotto e di caramello sale in cattedra l'alcool, mentre gli attesi canditi e frutti a pasta gialla vengono rilegati in secondo piano. L'alcool potrebbe avere la funzione positiva di "asciugare" il dolce della birra, ma in questo bicchiere ce n'è davvero troppo, ed il gusto ne risente in maniera negativa. Finisce con un'inattesa secchezza ed una lieve astringenza, ma sopratutto con un finale troppo acquoso per una birra dal contenuto alcolico importante. Bevuta che non raggiunge la sufficienza, birra poco gradevole e slegata e tanto lavoro ancora da fare.
Formato: 33 cl, alc. 8.3%, scad. 28/12/2018, pagata 3.90 Euro (beershop, Francia).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 29 novembre 2014

Brewfist / Prairie Artisan Ales Spaghetti Western

Chiudiamo il lungo elenco di collaborazioni che ha visto il birrificio Brewfist impegnato nel corso del 2014 con la imperial stout Spaghetti Western. I primi fusti iniziano in verità a girare a fine 2013, in occasione di Birre Sotto l'Albero, ma le bottiglie se non erro sono arrivate solamente quest'anno. La collaborazione è con il birrificio americano Prairie Artisan Ales
Il nome si riferisce ovviamente a quella serie di film realizzati a cavallo tra gli anni sessanta e settanta che vide come maestro indiscusso il regista Sergio Leone, autore della trilogia del dollaro (Per un pugno di dollari, 1964, Per qualche dollaro in più, 1965, ed Il buono, il brutto, il cattivo, 1966) e del capolavoro C'era una volta il West (1968).  Il termine spaghetti western nacque negli Stati Uniti per indicare inizialmente - in modo un po' dispregiativo - i film girati in Italia spesso con budget abbastanza ridotti. Guarda caso, il prono film western prodotto in Italia (1959) fu chiamato Il terrore dell'Oklahoma, lo stato americano dove ha sede il birrificio Prairie. 
E la birra? La Spaghetti Western realizzata da Brewfist e Prairie vede l'utilizzo di luppolo Magnum e malti Pale, Carafa 3, Special B, Crystal, Chocolate, orzo tostato ed avena maltata. Nel maturatore a freddo vengono poi aggiunte fave di cacao e caffè; in etichetta, tra gli ingredienti, compaiono anche gli spaghetti. Se siano davvero stati utilizzati, ed in che modo, lascio a voi scoprirlo.
Nel bicchiere è di colore ebano scurissimo, e forma una modesta testa di schiuma nocciola, fine e cremosa, dalla discreta persistenza. L'aroma è dominato dal caffè, in grani e liquido, che tende a coprire un po' tutto: in sottofondo si riescono a scorgere sentori di cioccolato, orzo tostato, liquirizia, brownie.  Non c'è molta complessità, ma un bel livello di pulizia e d'intensità. In bocca è morbida ed oleosa, con poche bollicine ed un corpo che si mantiene medio. Al gusto - un po' meno pulito rispetto all'aroma - inizialmente c'è un po' più di equilibrio tra gli elementi, con orzo tostato, caffè e liquirizia che si dividono il palcoscenico; in secondo piano frutta sotto spirito (prugna?) e l'alcool che, pur facendosi notare, non disturba assolutamente la bevuta. Ma nel finale prende invece di nuovo il largo il caffè, diventando protagonista assoluto, con la sua acidità ed il suo amaro.  E' una bottiglia molto caffè-centrica, se mi passate il neologismo; è solida e ben fatta ma si avverte, dopo qualche sorso l'assenza di uno sparring partner abile a contrastarlo. Ne consegue che la soddisfazione dei primi sorsi tende un po' a smorzarsi con il tempo; saturato di caffè il palato, difficilmente sentirete il bisogno di berne un'altra a breve distanza.  Godetene quindi in piccole dosi.
Formato: 33 cl., alc. 8.7%, IBU 60, lotto 4121, scad. 30/09/2015, pagata 4.60 Euro (beershop, Italia).

venerdì 28 novembre 2014

Orval 2014 vs. Orval 2010

Il post di oggi è principalmente per “smentire” quello di tre anni fa. A quel tempo tra appassionati birrofili  ci si lamentava del fatto che l’Orval avesse (per dirla in modo elegante) perso un po’ di splendore e che si trovassero in giro  quasi solo della bottiglie molto poco soddisfacenti. Tim Webb e Joris Pattyn nel loro “100 Belgian Beers to Try Before You Die” (del 2008)  definivano la trappista come  “un classico che avrebbe bisogno di nuovo vigore”. Dal 2011 non mi era mai più capitato (è una colpa, lo so) di  stappare una bottiglia di Orval, dimenticandole in cantina; è successo quasi per caso poco prima della scorsa estate. Mi trovavo in un supermercato, lontano da casa, alla ricerca di qualcosa con cui accompagnare la cena: l’unica salvezza tra quanto presente sullo scaffale erano alcune bottiglie di Orval che, guarda caso, erano state imbottigliate sei mesi prima.  E’ l’età anagrafica alla quale preferisco bere la Orval: ancora relativamente fresca, ma con la presenza già ben percepibile di quei brettanomiceti che vengono inoculati al momento della messa in bottiglia. Un segno del destino da cogliere al volo, insomma, e che mi ha ricompensato: bevuta fantastica, birra in grande spolvero.  E non è stata l’unica, quest’anno. 
Ad Ottobre 2013 lo storico birraio della Brasserie d'Orval Jean-Marie Rock è andato in pensione dopo ventotto anni di servizio, passando il testimone ad Anne-Françoise Pypaert; si tratta della prima donna che produce birra all’interno di un monastero trappista. Negli ultimi venti anni, l’ingegnere Anne-Françoise era stata la responsabile (oltre che della produzione del formaggio) anche del laboratorio interno di controllo qualità della birra.           
Sarebbe a questo punto facile fare 1+1 = 2 e dare la "colpa" delle ultime deludenti annate della Orval a Monsieur Rock. Il 2014 vede dunque il ritorno de “le goût d'Orval”? 
L'Orval è in verità cambiata dal 1932, anno in cui è ripresa la produzione di birra dentro le mura del monastero, ma non è cambiata in tempi recenti. Stan Hieronymus, nel suo bel libro Brew Like A Monk, sottolinea come nel 1993 il pH dell'acqua fu abbassato da 5.2 a 5.0, ammorbidendo l'intensità dell'amaro. Jean-Marie Rock confermò il cambiamento ma si difese dicendo che si trattava di un piccolo dettaglio, che aveva effetto solamente sul retrogusto, rendendolo solo un po' meno amaro di prima. Ma l'attivista Yvan De Baets (che fondò poi la Brasserie De la Senne, dopo aver lavorato da De Ranke), sapeva bene che quel cambiamento non aveva avuto effetti solo sul retrogusto, ed iniziò una decennale campagna di pacifica protesta per riavere l'Orval di una volta. 
L’occasione è quindi giusta per descrivere una grande Orval 2014 e confrontarla con una sorella del 2010: una mini-verticale per vedere, a quattro anni di distanza come è evoluta nel tempo la birra.   
Partiamo dalla ‘giovane’ Orval, all’aspetto di colore arancio/rame, velato: esuberante la schiuma, biancastra e quasi pannosa, molto persistente nel bicchiere. L’aroma è pulito,  ancora fresco e pungente, con sentori  aspri di scorza d’agrumi (limone, mandarino), erba tagliata e  fiori bianchi. In sottofondo ci sono sfumature che ricordano l’oliva verde, mentre a birra calda s’avverte qualche nota di polpa d’arancia e di zucchero candito.  L’Orval non ha una gradazione alcolica (6.2%) da session beer ma la sua caratteristica principale è quella di avere una bevibilità assassina.  Questa bottiglia non fa eccezione: vivacemente carbonata, corpo medio-leggero, scorre come se fosse acqua ed in pochi minuti vi trovate con il bicchiere vuoto. Per chi (vergogna!) ancora non la conoscesse, si tratta di una trappista abbastanza differente da tutte le altre: è amara, mordicchia subito lingua e palato con note erbacee e di scorza d’agrumi (mandarino), bilanciate da sfumature più dolci di pane e di crackers e, lievissime, di canditi.  Secchissima, la lieve acidità ne dona un grande potere dissetante e rinfrescante e, combinata all’elevata carbonazione, la rende un ottimo abbinamento gastronomico quando è necessario ripulire e sgrassare il palato. Chiude proprio come era cominciata, senza nessuna divagazione e con pochi elementi, ma al posto giusto: scorza d’agrumi, erba, suggestione di oliva verde.  Bottiglia splendida, da applausi o da lacrima, scegliete voi. Come giù detto ho sempre preferito di gran lunga berla fresca (entro l’anno di vita) ma potete divertirvi a tenerla in cantina ed aspettare per vedere come cambia nel tempo, lasciando lavorare per voi i brettanomiceti. 
Ecco ad esempio una bottiglia del 2010:  leggermente più scuro il colore rispetto alla 2014, al limite dell'ambrato. La schiuma è generosa ma "controllabile", biancastra, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. I quattro anni passati in cantina hanno ovviamente tolto freschezza e vigore all'aroma: la scorza d'agrumi è presente solo in sottofondo, più pronunciata la componente rustica che arranca tra le sfumature di mela verde. Il naso è molto più dolce e zuccherino quando la birra si scalda, con evidenti sentori di canditi. Non desta sorpresa neppure il gusto meno amaro della 2010; i malti (la ricetta ne prevede tre chiari e due caramellati) virano più verso il biscottato che il pane. Anche qui la componente "zesty" è quasi impercettibile, e l'amaro offre soprattutto note erbacee, a tratti di erbe officinali, forse di frutta secca. La bevibilità è un po' ridotta: non si beve al ritmo di una session, ma c'è un lieve warming etilico a ricordarci che dopotutto il contenuto alcolico non è dei più bassi; nel finale emerge anche una punta di acetone: l'Orval 2010 manca completamente di quelle sfumature dolci che erano invece presenti nella 2014 e che le donavano una maggiore compiutezza. Gli anni in cantina hanno limato le asperità della gioventù, la birra risulta più morbida in bocca, sebbene ancora vigorosamente carbonata.
Dopo il confronto la mia preferenza non cambia: voto sempre più convinto per una Orval giovane, una splendida birra - piacevolmente rustica - da bere quasi senza sosta. E quando la trovi davvero in forma, come quelle incontrate da inizio anno ad ora, non ce n'è quasi per nessuno.
Le trovate in molti supermercati e ad un prezzo accessibile: fatene incetta e divertitevi anche voi ad aprirne una ogni tanto, se non le finite prima.
Bottiglia 2014: formato 33 cl., alc. 6.2%, imbott. 29/04/2014, scad. 29/04/2019, pagata 2.89 Euro (supermercato, Italia)
Bottiglia 2010: formato 33 cl., alc. 6.2%, imbott. 01/07/2010, scad. 01/07/2015.

giovedì 27 novembre 2014

Augustijn Blond

Bisogna camminare a ritroso sino al 1794 per arrivare all'origine della Brouwerij Van Steenberge ad Ertvelde, 15 chilometri a nord di Gent. Jean Baptise De Bruin fonda il birrificio De Peer che, alla sua morte, passa in gestione alla moglie Angelina Petronella Schelfaut. I successivi proprietari sono il cugino Jozef Scelfaut, la cui figlia sposerà Paul Van Steenberge, un professore di microbiologia all'università della birra di Gent. E' lui a gestire il birrificio dopo la prima guerra mondiale, rinominandolo Brouwerij Bios. Paul diventa sindaco di Ervelde e mostra più interesse per gli affari che per la produzione vera e propria della birra: è lui a fare gli investimenti necessari per ammodernare ed ingrandire gli impianti, trasformando i fermentatori da tini di legno a vasche di vetro, cercando al tempo stesso di tagliare i costi di produzione, sacrificando un po' - dicono - la qualità del prodotto. Nel 1972 il timone passa nelle mani dl figlio Jozef Van Steenberge, che decide di focalizzarsi solamente sulla produzione di birra, chiudendo la malteria ed i luppoleti di proprietà. Nel 1978 riesce ad ottenere i diritti di produrre la ricetta che i frati Agostiniani producevano all'interno dell'abbazia di Gent ed è lui a lanciare le altre due birre per le quali oggi il birrificio è conosciuto: Piraat e Gulden Draak.
Nel 1990 è la volta di Paul Van Steenberge, figlio di Jozef: nuovi investimenti sulla produzione, con un nuovo birrificio completamente automatizzato. Il mercato domestico è in fase calante, ed è necessario iniziare a guardare più lontano: lentamente il peso della clientela straniera assorbe sino al 60% della produzione, con Stati Uniti, Olanda e Italia come mercati principali.
Ma torniamo all'Abbazia di Gent, che nel 1295 iniziò a produrre birra sia perché era una bevanda più sicura dell'acqua che per aiutare il sostentamento dell'ordine Agostiniano. Nel 1978 i frati sono alla ricerca di un partner che possa produrre all'esterno la loro Augustijn ed il vicino birrificio Van Steenberge è la scelta più ovvia.
L'etichetta e la gradazione alcolica hanno progressivamente subito delle modifiche nel corso del tempo, con quest'ultima che è passata dall'8% dell'inizio al 7.5% ed al 7% attuale.
Molto bella nel bicchiere, l'Augustijn Blond si presenta di un bel color dorato, appena velato, ed un generoso cappello di schiuma bianca, un po' grossolana e pannosa, dalla buona persistenza. Al naso ci sono in primo piano i fiori bianchi, una lieve nota pepata e poi sentori di pera e banana, polpa d'arancio, albicocca, miele e biscotto. Un bouquet pulito e fragrante, molto piacevole. In bocca è invece il dolce a catturare la scena, con una decisa presenza zuccherina e di miele, biscotto al burro, canditi e frutta a pasta gialla, albicocca. In sottofondo un discreto ma percepibile warming etilico che arrotonda la bevuta: il corpo è medio, le bollicine si fanno sentire, la sensazione palatale è gradevole. Sebbene non ci sia praticamente amaro, l' Augustijn riesce comunque a non trasformarsi in un dolcione ma a mantenere sempre un buon equilibrio. Pulita e ben eseguita, finisce come è iniziata, senza nessuna sorpresa, dolce e zuccherina, con una lieve speziatura ed un caldo retrogusto di canditi e frutta sotto spirito. 
Formato: 75 cl., alc. 7%. lotto 28EN 06:24, scad. 28/05/2017, pagata 3.95 Euro (supermercato, Italia).

mercoledì 26 novembre 2014

LoverBeer Saison De L'Ouvrier 2014

Mentre negli Stati Uniti le Saison o cosiddette Farmhouse Ales (spesso acide ed invecchiate in botti) stanno rappresentando uno degli stili più in crescita e più di moda (cfr. la birra di ieri) , in Italia gli esempi si contano davvero sulle dite di una mano. Forse si ripeterà quanto accaduto con le IPA, importeremo la tendenza e tra qualche anno avremo anche noi di che scegliere? Difficile dirlo, le competenze necessarie e gli strumenti per realizzare una buona saison con lieviti selvaggi e maturate in botte sono indubbiamente molto più elevate di quelle che servono per produrre una IPA.
Nel nostro paese, difficile pensare al binomio birra-legno senza fare immediatamente il nome di Loverbeer, la creatura alla cui Valter Loverier ha dato vita (sarebbe il caso di dirlo, visto l’utilizzo di lieviti spontanei) nel 2009  Un percorso segnato soprattutto dall’utilizzo del mosto d’uva che visto spuntare proprio nel 2014 alcune novità. E’ arrivata, finalmente, anche una Saison o Farmhouse ale: l’interpretazione di Loverbeer è quella  à l'ancienne, a quando queste birre venivano prodotte in Vallonia nei mesi freddi per essere poi consumate nei mesi più caldi, quando le elevate temperature (e la mancanza di refrigerazione) non consentivano di fare la birra. Le Saison, dal tenore alcolico più alto della norma e dall’abbondante luppolatura riuscivano in qualche modo a sopravvivere e ad essere consumate nelle pause del lavoro nei campi. La pulizia che c’era allora nelle fattorie era molto diversa da quella di (quasi tutti - precisazione doverosa) i birrifici odierni: facile ipotizzare che spesso le birre fossero soggette ad infezioni e risultassero acide. 
Dal contadino passiamo all’operaio, al lavoratore: “l’ouvrier”, in francese, che mi dicono essere anche il cognome originale della famiglia Loverier, proveniente dalla regione del Calvados. Una volta giunti in Piemonte, il cognome è poi mutato in Loverier. Mi piace citare questo bell’articolo in cui si dice che le birre di Walter  Loverier “parlano di lui e per lui”:  non fa eccezione questa Sour Farmhouse Ale, chiamata appunto  Saison De L'Ouvrier. 
Viene prodotta con i lieviti selvaggi isolati dalla BeerBera, una sour ale prodotta con il 20% di mosto di uva Barbera e che  fermenta spontaneamente con i microrganismi  presenti sulla buccia dell’uva stessa. La ricetta prevede anche  una percentuale di frumento non maltato ed un dry-hopping di East Kent Goldings; la maturazione avviene poi in botte di legno.  Questa Saison verrà poi utilizzata come “base” per produrne altre quattro, utilizzando un fiore, un frutto ed un vegetale; la prima, già in commercio, si chiama Saison de L'Ouvrier Serpilla e vede l'aggiunta di Timo Serpillo. 
Il debutto ufficiale avviene a Roma lo scorso 31 maggio in contemporanea al Ma Che Siete Venuti a Fa’ ed al Bir& Fud, con la presenza di Valter Loverier.   
Davvero molto bella la minimale etichetta, che raffigura all’interno di quattro nicchie lo scorrere del tempo attraverso l’alternarsi delle stagioni e delle fasi solari (alba, culmine, tramonto, crepuscolo). Colore dorato o “solare”, se preferite, leggermente velato e sovrastato da una nuvola “croccante” di schiuma bianchissima, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. Il naso è splendido, ricco di (bianche) sensazioni floreali, aspro di agrumi (cedro, limone), di uva spina, mela acerba e acido lattico; a contorno ci sono lievi sentori legnosi e funky, selvaggi, di sudore, di muffa, di cantina. In bocca è evidente l’acidità, ma si tratta comunque di una “sour ale” accessibile anche a chi non ha grande amore o familiarità per le birre acide: l’asprezza degli agrumi, dell’uva e della mela acerba sono ammorbidite da sfumature dolci di pane e – ancora più delicate -  di frutti gialli. Scorre veloce in bocca, con una elevatissima capacità dissetante e rinfrescante, pochissime bollicine, corpo leggero ma nessun accenno di acquosità o sfuggevolezza. Finisce piacevolmente rustica e morbidamente legnosa, con una punta amara di lattico. Saison raffinata ed elegantissima, aspra ma dal cuore quasi dolce: si colloca idealmente nel bicchiere durante i mesi più caldi,  è una compagna ideale anche per qualsiasi altra delle quattro stagioni raffigurate in etichetta. 
Non è una birra economica da bere tutti i giorni,  ma il suo prezzo è allineato a birre simili che vengono prodotte anche in altre parti del mondo: per una volta, non ci possiamo lamentare dei prezzi italiani.
Formato: 37.5 cl.,alc. 5.8%, lotto PSA101-0414, scad. 12/2018, pagata 8.50 Euro (foodstore, Italia)

martedì 25 novembre 2014

Almanac Farmers Reserve Citrus

Jesse Friedman e Damian Fagan s’incontrano ad una riunione di un club di homebrewers di San Francisco nel 2007;  Friedman, proveniente dal mondo dell’informatica, aveva fondato qualche anno prima la SodaCraft ed era un blogger (Beer & Nosh) molto attivo.  Alla riunione rimane impressionato dalla splendida etichetta  di una bottiglia di birra di un birrificio a lui ancora sconosciuto: scopre però che si tratta “solamente” dell’etichetta realizzata da Damian Fagan, titolare di un’agenzia grafica, per la sua produzione casalinga.  Friedman era cresciuto bevendo la birra prodotta in casa da suo padre nel Winsconsin, per poi interessarsi lui stesso all’homebrewing ai tempi del college; Fagan aveva invece iniziato con un homebrew kit nel 1992, quando frequentava l’Università nel Michigan.   
Scoprono di avere in comune non solo la passione per la birra, ma anche per il cibo di qualità, per i Farmers Market, per i prodotti locali: abbozzano qualche idea per iniziare assieme una professione:  forse un un bar, un cafè o  un negozio per homebrew?  Per aprire un birrificio  - il loro sogno - sarebbe  necessario reperire dei finanziamenti molto più onerosi:   optano allora per la soluzione “beer firm” (o “contract brewer”). 
Dopo tre anni passati ad esercitarsi ed affinare le ricette nei rispettivi appartamenti, a cotte da venti litri per volta, nel 2010 i due sarebbero pronti per partire ma scoprono che il nome da loro scelto, Old Oak Beer Co.,  potrebbe infrangere qualche copyright; per evitare qualsiasi noia legale, decidono di cambiarlo in  Almanac Beer Co., corredato dal motto “Farm to Bottle” (dalla fattoria alla bottiglia) mutuato dalla filosofia del “Farm to Table”.   La scelta vuole mettere in risalto il legame con il territorio circostante che i due imprenditori intendono valorizzare: l’Almanacco è quello dell’agricoltore, della stagionalità delle colture: l’idea è di utilizzare frutti o altri ingredienti provenienti dalle fattorie della California settentrionale per produrre birre “costose” ed in quantità limitata, spesso maturate in legno, destinate alla tavola ed agli abbinamenti gastronomici.  
Il debutto (Friedman e Fagan non avevano ancora abbandonato le loro precedenti occupazioni) avviene con un po’ di ritardo rispetto  a quanto previsto, ovvero la San Francisco Beer Week che si tiene di solito a febbraio.  A giugno 2011 arrivano finalmente le bottiglie (75 cl., 20 dollari) della Summer 2010 Blackberry Ale, una birra acida realizzata con quattro diverse varietà di more provenienti dalla Sebastopol Berry Farm della contea di Sonoma ed invecchiata per undici mesi in botti di vino rosso.   Viene prodotta presso gli impianti della Drake’s di San Leandro, nella baia di San Francisco, mentre le altre birre saranno principalmente realizzate alla Hermitage Brewing Co. di San Jose. Nelle birre ci finiscono progressivamente moltissimi altri ingredienti provenienti da aziende agricole e da piccoli produttori californiani:  agrumi, uva, prugne, pesche, miele, cacao, vaniglie e finocchio, solo per citarne alcuni.  
Nel corso del 2012 le costose bottiglie da 75 cl. ,vengono affiancate anche  dalle quotidiane “California Table Beers”, birre dal basso contenuto alcolico proposte in un “four pack” da 11 dollari. Ma il business plan di Almanac prevede soprattutto il concentrarsi sulle birre invecchiate in legno, quelle che il mercato maggiormente richiede: nel 2013 viene lanciata la serie “Farm to Barrel"   (“dalla fattoria alla botte”),  una serie di birre acide invecchiate in legno e vendute nel più pratico formato da 375 ml. Piuttosto che in un impianto di produzione proprio, Friedman e Fagan decidono di investire in legno, acquistando un migliaio di botti e due tini di rovere da 4000 litri; Almanac promette di sfornare per tutto il 2014 una nuova birra barricata ogni mese, partendo con la Brandy Barrel Peche,  una sour ale alla pesca invecchiata in botte di brandy. Ma nel 2014 è anche arrivata la prima birra “normale” per Almanac: una India Pale Ale,  nonostante Friedman e Fagan si erano sempre dichiarati contrari a realizzare una birra che avrebbe avuto – a loro dire – troppa concorrenza.   
E’ arrivato anche il momento di bere: Farmers Reserve Citrus è la birra del mese di giugno 2014. Si tratta di una Blond Ale acida invecchiata in botti di vino e prodotta con i bellissimi cedri Mano di Budda e bergamotto. 
Bottiglia serigrafata che reca le scritte Farm To Barrel - Beer is Agriculture, e birra dorata, quasi limpida, con una testa di bianchissima schiuma cremosa  ed effervescente che scompare abbastanza rapidamente. L'aroma, pulitissimo ed aspro, con punte sia acetiche che lattiche, è vinoso e ricco di frutta acerba: uva, prugna verde, mela, cedro e limone; viene ingentilito solo da qualche sfumatura più dolce di ananas e di vaniglia. La bevuta, molto scorrevole, è tutta giocata su una delicata tensione tra aspro e dolce che si alternano con grande equilibrio regalando grande soddisfazione al palato. L'inizio ripropone la stessa frutta acerba dell'aroma che morde ai lati della lingua, mentre al centro fanno subito capolino le note più dolci e fragranti dei malti, della crosta di pane e dell'ananas. La corsa riprende poi subito in territorio aspro, con qualche nota lattica ed un bel finale ricco di uva e scorza d'agrumi, seguito da una scia (quasi lo strascico di un abito da sposa) di sensazioni legnose ed un delicato tocco di vaniglia.
Birra acida elegantissima e davvero molto ben fatta, dall'elevato potere dissetante e rinfrescante, facilmente accessibile anche a chi non ama particolarmente le "sour", e che fa più di un capolino in territorio vinoso; costa come (se non di più) un buon vino, ma sono quelle bevute che ti puoi regalare ogni tanto senza avere troppi rimpianti. 
Non ci vuole molto a scorgere tra un sorso e l'altro la sua musa ispiratrice, Vinnie Cilurzo: dopo tutto Russian River è ad un oretta di macchina da San Francisco; purtroppo sono birre  prodotte in quantità davvero modeste che non arrivano in Italia.  Per darvi un termine di paragone con qualcosa che da noi è invece arrivato e che potete provare con altrettanta soddisfazione, vi indirizzo sulla Surette di Crooked Stave
Formato: 37.5 cl., alc. 7%, lotto 06/2014, pagata 9.84 Euro (beershop, USA, $ 12.99) 

lunedì 24 novembre 2014

Elav Æresis

La sua ultima apparizione sul blog è datata settembre 2011: a quel tempo il Birrificio Indipendente Elav di Comun Nuovo (BG) aveva aperto solo da pochi mesi: la prima cotta di Grunge IPA era infatti datata Novembre 2010.  La produzione, su un impianto da 300 litri,  inizialmente destinata ad alimentare soprattutto gli altri due locali di proprietà di Antonio Terzi e Valentina Ardemagni  (il Clock Tower Pub di Treviglio e l’Osteria della Birra di Bergamo),  è poi rapidamente aumentata sino a raggiungere le 858 cotte ed i 300.000 litri del 2013. Il numero delle differenti birre prodotte è salito ad oltre una ventina.  La crescita sembra non conoscere soste, tanto che la previsione per fine 2014 parla di quasi 1300 cotte, quasi il doppio rispetto allo scorso anno; si è reso quindi inevitabilmente necessario ampliare la capacità produttiva, con un nuovo impianto da 2500 litri che è entrato in funzione da pochi mesi. Il vecchio impianto rimarrà comunque operativo e sarà destinato alle sperimentazioni.  
Ma non è l’unica novità di quest’anno: ad Aprile il birrificio ha infatti dato notizia della nascita della Società Agricola Elav, nella suggestiva cornice della Val d’Astino, ai piedi di Bergamo Alta e nel terreno che circonda il monastero di Astino. In questi due ettari è stato inaugurato un luppoleto  che occupa circa il 70% della superficie; in quel che resta vengono prodotte altre colture (frutti, erbe officinali) da utilizzare poi in alcune produzioni sperimentali:  lamponi, more, zucche, ad esempio.   
Le Elav assaggiate nel 2011, a pochi mesi dall’apertura, mi erano sembrate “coraggiose” (a quel tempo – sembra passato un lustro -  le IPA prodotte in Italia non erano ancora così numerose)  ed interessanti, anche se presentavano qualche asperità dovuta alla giovane età del birrificio. L’assaggio a distanza di tre anni mi offre l’occasione di vedere il percorso di crescita di Elav, che nel frattempo ha messo in bacheca anche importanti riconoscimenti. E’ il caso della Æresis  una Black Ale (la Black IPA della casa si chiama invece Humulus) prodotta se non erro dal 2012 e premiata con la medaglia di bronzo nella categoria Dark Ale alla Brussels Beer Challenge del 2012 e 2013; viene anche segnalata come “Grande Birra” sull’ultima Guida alle Birre d'Italia (2015) di Slow  Food.  La ricetta indica malti Pale, Crystal Scuro, Monaco Scuro, Black e  Special B, una luppolatura unicamente affidata al Mosaic e l'aggiunta di pepe nero indiano, scorza d'arancia amara e coriandolo.  
A questo punto devo necessariamente fare una piccola pausa;  la linea guida di questo blog è immutata da diversi anni: descrivere  (non mi piace neppure usare la parola "recensione", anche se poi si finisce inevitabilmente per esprimere un giudizio di gradimento su quello che si beve) quello che viene versato nel bicchiere, per fornire ad altri appassionati delle utili informazioni. E' quello che io cerco quando leggo altri blog che parlando di birre bevute. Finché la birra è buona, finché non ha evidenti problemi è tutto facile. Ma quando invece ti trovi nel bicchiere una birra venuta male, hai sempre il dubbio: è davvero il caso di parlarne o no? Dopotutto, non è il modo in cui il birraio ha voluto farla, e l'idea stessa di "artigianalità" ammette la possibilità che vi siano delle (sottili) differenze tra un lotto ed un altro. Perché allora parlare di una birra bevuta facendone una descrizione che non sarà di grosso aiuto a chi legge visto che, si spera, avrà una bassissima probabilità di incontrarla in quelle stesse condizioni? Per una questione di coerenza "editoriale" e, soprattutto, di onestà verso chi legge. 
Troppo facile parlare sempre bene di tutto e di tutti: di blog e di guide che lodano tutte le birre bevute ce ne sono in abbondanza. Io scelgo di raccontare quello che c'è nel bicchiere, nel bene e nel male.
E allora devo descrivere una bottiglia  (sfortunata, si dice di solito) di Æresis che non si presenta nel migliore dei modi: il colore è marrone scuro, molto torbido, con la schiuma che quasi fatica a comporsi. Occorre agitare a posteriori il bicchiere per formare un dito di una patina beige saponosa e grossolana, molto poco persistente. La bottiglia è ancora abbastanza giovane e dall'aroma, d'intensità davvero dimessa, si scorgono in sottofondo i freschi sentori di frutta tropicale e del pompelmo del Mosaic, coperti dall'orzo tostato e dal pepe. Di male in peggio al palato: la birra è completamente piatta, priva di qualsiasi bollicina. Il corpo è medio, ma la birra è slegatissima, con acqua e gusto che procedono parallelamente senza quasi mai incontrarsi. Si riesce a percepire qualche note di agrumi e di frutta tropicale, lievi tostature, con un finale piuttosto astringente con una leggera presenza di caffè, salsa di soia  e pepe. Torbido quanto il colore, neppure il gusto poco pulito riesce a risollevare una bevuta che ha nell'assenza di carbonazione il suo punto più dolente.
La tornerò ad assaggiare volentieri, se mi ricapiterà l'occasione; se qualcuno l'ha bevuta e ha voglia di raccontarmela, ce lo spazio per i commenti sottostante. 
Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 53, lotto 120-14, scad. 23/09/2016, pagata 3.60 Euro (stand birrificio).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 23 novembre 2014

HOMEBREWED! Il Piccolo Birrificio di Via Romacolo - Saint Houblon

Ed eccoci ad un nuovo appuntamento, il terzo per la precisione, dedicato alle produzioni casalinghe. Oggi tocca ad Andrea Panzetti dalla provincia di Bergamo, homebrewer dal 2013: una prima birra da kit, poi subito passaggio ad E+G e, dal 2014, all grain con il metodo BIAB (Brew In A Bag).
Un'esperienza quindi ancora abbastanza breve ma che mi sembra già ricca di cura e di passione, a cominciare dalle belle etichette di tutte le bottiglia che mi ha gentilmente inviato. Andrea, che non ha ancora all'attivo partecipazioni a nessun concorso per homebrewers ma che sta facendo un pensierino ad iniziare il prossimo anno, ha scelto per il proprio impianto casalingo (pentola e fornello) il nome de "Il Piccolo Birrificio di Via Romacolo".
Iniziamo con una Belgian IPA chiamata Saint Houblon, dove il santo è ovviamente il "luppolo", realizzata con una ricetta che prevede malto pale, miele di agrumi, zucchero di canna e coriandolo. I luppoli in bollitura sono Chinook, Fuggle e Spalt Select, con dry-hopping di Fuggle e Chinook.
Nel bicchiere è perfettamente dorata, con una generosa schiuma bianca, fine e cremosa, molto persistente. Il naso apre con una delicata spezzatura di pepe e di coriandolo, poi arancia e mandarino, albicocca, frutti canditi; l'aroma è leggermente zuccherino, di buona intensità ed eleganza, pulito. In bocca si parte dal dolce, con le note del pane, del miele e dei canditi, una leggerissima presenza di coriandolo, zucchero candito. 
Il gusto  - molto pulito e di buona intensità - ha una corrispondenza quasi perfetta con l'aroma, ed ecco quindi arrivare l'arancio e l'albicocca sciroppata, per una prima parte di bevuta dolce che viene poi progressivamente bilanciata dalla generosa luppolatura che sfocia in un finale abbastanza secco ed amaro, con note erbacee e di scorza d'agrumi. Vivacemente carbonata, ha corpo medio e una consistenza acquosa: il principale "appunto" che mi sento di fare su questa Saint Houblon riguarda proprio il cosiddetto mouthfeel. Al palato la birra risulta un po' slegata, a volte si percepisce quasi l'acqua da un parte ed il gusto della birra su un binario quasi parallelo. Per il resto, c'è davvero un ottimo livello di pulizia ed un carattere belga (malti, lievito) decisamente dominante. Le Belgian IPA sono uno stile non-stile abbastanza recente, figlio della craft beer revolution americana: pensate alla Raging Bitch di Flying Dog, alla Le Freak di Green Flash o alla Stone Cali Belgique, giusto per citare le più famose: luppoli in primo piano, lievito belga a donare delle sfumature. In Belgio si è iniziato ad usare il termine abbastanza di recente, mentre in precedenza si parlava solamente di Belgian Strong Ale molto luppolate: il luppolo c'è e si sente, ma in primo piano troverete soprattutto il carattere belga dato dai malti e dal lievito. Ecco la Urthel Hop-it, la Duvel Tripel Hop, la Chouffe Houblon, la Hopus di Lefebvre. E' proprio in questo secondo filone che, per similitudine, entra la Saint Houblon di Andrea, con le dovute proporzioni e differenze (la gradazione alcolica delle birre appena citita è superiore). Pulizia ed intensità ci sono, off-flavors assenti, il principale (ed umile) consiglio che mi sento di dare ad Andrea è di lavorare soprattutto sulla sensazione palatale: la sua Belgian IPA fa quasi 8% di ABV, la sensazione di acquosità va un po' ridotta a favore di una maggiore rotondità della bevuta. 
La (semiseria) valutazione su scala BJCP è di 34/50 (aroma 8/12, aspetto 3/3, gusto 14/20, mouthfeel 2/5, impressione generale 7/10).
Ringrazio Andrea per avermi spedito e fatto assaggiare la sua produzione e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta a tutti i volenterosi homebrewers!
Formato: 33 cl., alc. 7.8%, IBU 60, imbott. 29/06/2014.

venerdì 21 novembre 2014

Engelszell Gregorius Trappistenbier

Noi birrofili non ci eravamo  ancora ripresi dall’annuncio shock di fine 2011 (cofanetti di Westvleteren 12 in vendita nei supermercati belgi Colruyt) che nella primavera del 2012 arriva un altro annuncio clamoroso: la nascita dell’ottavo birrificio trappista. Siamo in Austria, ad Engelhartszell an der Donau, ma il confine con la Germania è al di là della riva del Danubio e Passau si trova a soli 30 chilometri. Le prime tracce dell’abbazia di  Engelszell (Stift Engelszell)  risalgono al 1293, quando fu fondata dal vescovo di Passau Bernardo di Prambach come “costola” della più grande abbazia di Wilhering, che si trovava alle porte di Linz. L’abbazia cistercense di Engelszell non ebbe mai una situazione finanziaria molto solida, e fu spesso aiutata da Wilhering, soprattutto per la rinascita dal devastante incendio del 1699; nel 1786 fu infine soppressa dall’imperatore Giuseppe II.  
Alcuni monaci trappisti tedeschi espulsi al termine dalla prima guerra mondiale dall'abbazia di Oelenberg in Alsazia, che avevano trovato rifugio temporaneamente a Banz (nord di Bamberga), finirono con lo stabilirsi nel 1925 a Engelszell, che venne rifondato inizialmente come priorato e poi, nel 1931, promosso al grado di abbazia: il primo abate fu Gregorius Eisvogel. Nel 1939 lo stabile fu confiscato dalla Gestapo ed i religiosi dispersi: alla fine del conflitto, solo un terzo dei settantrè occupanti vi fece ritorno. 
Dal 1995 l'abate di questa ormai piccolissima comunità che annovera (dato 2012) solamente sette frati è Marianus Hauseder; nel 2008 l'unico monastero trappista austriaco entra a far parte della International Trappist Association (ITA) e viene autorizzato ad utilizzare il logo Authentic Trappist Product sui liquori prodotti. E'quindi una conseguenza naturale, dopo che viene installato un impianto per la produzione della birra, la nascita dell'ottavo birrificio trappista. Il marchio porta con se onori, ma anche oneri, secondo il noto disciplinare trappista: la birra deve essere prodotta all'interno delle mura di un'abbazia trappista, da parte di monaci trappisti o sotto il loro controllo; il birrificio dev’essere subordinata al monastero e dimostrare una cultura imprenditoriale aderente al progetto monastico, il birrificio non ha come obiettivo il profitto e i guadagni devono servire al sostentamento dei monaci ed alla manutenzione degli edifici. Quello che rimane è destinato a finalità sociali e caritatevoli ed a persone in difficoltà.
Le prime bottiglie di Engelszell arrivano sul mercato a giugno del 2012: vengono prodotte una dunkles Trippel (secondo la descrizione del sito) chiamata Gregorius ed una più leggera Helles Dubbel (6.9%) nominata Benno. Qualche mese fa, all'inizio dell'estate, per celebrare il 250esimo anniversario dell'abbazia, è arrivata una belgian ale chiamata Jubiläumsbier (5.5%).
Il problema di ogni nuovo birrificio trappista (nel frattempo sono arrivati anche l'olandese Zundert e l'americano Spencer) è sempre quello del confronto con i mostri sacri belgi (Orval, Rochefort, Westmalle, Chimay e Westvleteren) anche se le birre prodotte non hanno magari molto in comune.
La Gregorius di  Engelszell è ovviamente dedicata a Gregorius Eisvogel che, come detto, fu il primo Abate del neonato monastero trappista. Si tratta di una Belgian Dark Strong Ale (o Quadrupel, se preferite questo nome) dall'elevato contenuto alcolico (9.7%) che, da quanto ho letto in rete, viene prodotta con luppolo austriaco proveniente da Haslach an der Mühl, miele biologico di Engelszell anziché il classico zucchero candito, un ceppo di lievito da vino che proviene dall'Alsazia. Quest'ultimo punto è probabilmente quello che andrebbe maggiormente verificato.
Comunque, la birra nel bicchiere si presenta del classico color tonaca di frate con dei riflessi ambrati; la schiuma, benché non particolarmente generosa, è color crema, fine, cremosa ed ha una discreta persistenza. E' dolce, molto dolce al naso, con una percepibile ossidazione che regala oltre ad un po' di cartone bagnato anche delle piacevoli sfumature di vino marsalato e di amaretto. C'è poi soprattutto caramello, uvetta, pera, ananas (in scatola), frutta candita. In bocca arriva piena e scarsamente carbonata, morbida gradevole ma, di nuovo, molto dolce. E' l'alcool che aiuta un po' a bilanciare la bevuta senza disturbarla, riuscendo ad asciugare il palato ed evitando, proprio all'ultimo secondo, il rischio stucchevolezza. Il gusto offre uvetta, datteri e prugne disidratate, canditi, biscotto al burro, caramello e delle note che ricordano un vino liquoroso come il porto; finisce calda di frutta sotto spirito, avvolgente, con qualche piccola nota di cartone bagnato ed un lievissima punta salina. 
Bottiglia con neppure tre anni di vita alle spalle ma che ne dimostra molti di più, con evidenti segni di ossidazione che, nelle sorelle trappista (Rocherfort 10, Wesrvleteren 12) arrivano solitamente qualche (molti) anni dopo. Il risultato non è tuttavia così negativo come mi è capitato di leggere in rete: il Belgio è ancora, molto, molto lontano, la birra manca secondo me di quell'apporto fondamentale dato dai ceppi di lievito utilizzati dai birrifici sopracitati, ma si difende con dignità. Non ci sono off-flavors, se non quelli dovuti all'ossidazione, la birra è praticamente priva di amaro e quindi indicata a chi ama il dolce o i cosiddetti "vini da dessert"; il birrificio è ancora giovane, vediamo se saprà percorrere con profitto il sui necessario percorso di crescita.
Formato: 33 cl., alc. 9.7%, lotto LO8011350, scad, 08/01/2015, pagata 2.98 Euro (drinkstore, Italia).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 20 novembre 2014

Toccalmatto/The Monarchy Mamma Santissima

Continua il viaggio nelle collaborazioni Toccalmatto: dopo  Hops Tripper, Delta Red Disorder, Okie Matilde e  M.I.L.F, il birrificio di Bruno Carilli realizza una birra assieme a Sebastian Sauer di The Monarchy, una beer-firm tedesca che produce abitualmente alla Vormann Brauerei ed anche al brewpub Gasthaus-Brauerei Braustelle di Colonia che Sebastian dirige assieme a Peter Esser. 
Non è la prima collaborazione italiana di Sauer, attivo su vari fronti e titolare anche del marchio Freigeist Biercultur e in precedenza del defunto (dopo la fine della relazione con la fidanzata-partner) Monarchy Of Musselland; diventa quindi complicato rintracciarle tutte: mi vengono in mente la Frambozschella (assieme al Birrificio del Ducato) e la Lama Ding Dong (a marchio Freigeist, assieme al Birrificio Endorama).   
La birra realizzata con Toccalmatto, uscita all'inizio dell'estate, è un voluto omaggio alla Sicilia o, in termini più tecnici, una “mediterranean Porter” prodotta con uva passa, fichi e mandorle. Mammasantissima, un "titolo" che nel gergo della malavita si usa per indicare il capo supremo della camorra napoletana o della mafia siciliana. Ma il Mamma Santissima è anche Don Vincenzo Tramontano impersonificato da Mario Merola in un film a cavallo tra il gangster ed il melodrammatico del 1979.
Si presenta di colore ebano scurissimo, con una bella testa di schiuma beige, fine, cremosa, dalla buona persistenza. Il benvenuto è caldo, accogliente: naso vinoso, che ricorda un marsala, con uvetta, fichi e datteri. Più in secondo piano sentori di mela, mirtillo, fruit cake ed una leggerissima presenza di affumicato/cenere. Le gerariche vengono ribaltate in bocca, dove a predominare sono invece le tostature, il caffè ed il cioccolato amaro, con uvetta e prugna disidrata a completare. Mantiene le caratteristiche tipiche di una porter, ovvero un'ottima scorrevolezza ed una grande facilità di bevuta, grazie alle poche bollicine e ad un corpo medio. Chiude molto asciutta, con una secchezza quasi tannica, lasciando una gradevole scia amara fatta di fondi di caffè, tostature e frutta secca. Il risultato è un'interessante interpretazione di una porter, abbastanza amara come da tradizione Toccalmatto, che presenta delle interessanti sfumature vinose, soprattutto all'aroma. Pulita e molto godibile, era una one-shot e non so se sarà ripetuta, ma finché la trovate in circolazione avrete una buona compagna per una serata autunnale. 
Formato: 75 cl., alc. 7.4%, lotto 12105, scad. 09/01/2017, pagata 10.10 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 19 novembre 2014

BrewDog Tokyo*

Quando si parla di BrewDog si finisce spesso, se non sempre, per andare oltre il semplice argomento birra ed occuparsi di polemiche, provocazioni ad hoc, strategie di marketing.   
Facciamo un passo indietro a (solamente) 6 anni fa, anche se ne sembrano passati molti, molti di più, leggendo quest’articolo di Cronache di Birra. L’allora giovanissimo birrificio scozzese (nato nell’aprile del 2007) aveva “scandalizzato” l’opinione pubblica per avere realizzato una imperial stout chiamata Tokyo dal contenuto alcolico del 12%. La stampa (Daily Mirror, The Sun e Financial Times, tra gli altri) e le associazioni scozzesi contro l’alcolismo lanciarono il loro grido d’accusa: una birra inopportuna, quasi “immorale” che,  se diventasse popolare “avrebbe effetti devastanti sulla salute collettiva, nonché sulla vita sociale della nazione e sulla sicurezza per le strade” (sic.). Alla BrewDog probabilmente si stropicciarono increduli gli occhi di fronte alla pubblicità gratuita portata da queste accuse, seguite da interviste su quotidiani e telegiornali. Dopo tutto – risposero -  si tratta di una birra molto costosa (oltretutto prodotta inizialmente solo in 2000 esemplari) che nessuno acquisterà in grandi quantità per ubriacarsi; e che dire, allora, del contenuto alcolico di  una ben più pericolosa bottiglia di vino o whisky? 
La Tokyo venne poi replicata l’anno successivo: troppo facile farla uguale, per riaccendere il fuoco delle polemiche (e dei riflettori mediatici) era necessario andare “oltre”. Arrivò quindi la Tokyo* (asteriscata), che con un ABV di 18.2% divenne birra più alcolica mai prodotta in Inghilterra: una bottiglia di Tokyo* conteneva  “6 alcohol units”, ovvero il doppio del dosaggio giornaliero consigliato per un uomo dalle linee guida del ministero della salute del governo inglese.  Per rispondere alle nuove polemiche, BrewDog realizzò quasi contemporaneamente anche la Nanny State, una birra dal contenuto alcolico praticamente inesistente (0.5%); negli Stati Uniti il nome fu invece leggermente modificato da Tokyo* a Tokio*:  per la autorità americane era infatti “ingannevole”, nei confronti del consumatore, chiamare “Tokyo” una birra prodotta in Scozia.   
Le polemiche descritte sopra fanno abbastanza sorridere se si considera che nel Regno Unito erano già a quel tempo distribuite birre belghe dal contenuto alcolico non molto distante da quel scandaloso 12%.; a soli cinque anni di distanza, la “craft beer revolution” ci ha abituato a birre dal contenuto alcolico importante e gli stessi BrewDog hanno partecipato per qualche periodo alla folle gara per produrre la birra più alcolica al mondo. Oggi la Tokyo* continua ad essere prodotta con un ABV leggermente inferiore (16.5%) e nella nuova veste grafica inaugurata qualche mese fa dal birrificio scozzese. 
La ricetta prevede malti Maris Otter, Dark Crystal, Caramalt, Chocolate e Roast, la luppolatura è di Galena; vengono utilizzati gelsomino e e mirtilli rossi (cranberries) e la birra matura poi su trucioli tostati di quercia.   
Bottiglia del 2012, questa Tokyo* riempie il bicchiere di un minaccioso liquido denso color marrone scuro; la schiuma beige  sorprendentemente generosa per 18.2%, fine e cremosa, con una discreta persistenza. L’aroma, che fa capolino già mentre si versa la birra, è dolcissimo: superata l’iniziale “botta” etilica, predominano le note di porto e di vino passito, caramello,  uvetta, datteri disidratati e prugna secca. Ancora più in secondo piano c’è una leggera ossidazione (cartone bagnato), e qualche sfumatura di legno bagnato e di cuoio; nel complesso l’aroma è ricco, quasi “grasso”, non particolarmente elegante.  Il primo sorso serve soprattutto per abituare il palato all’estrema dolcezza ed alcolicità di questa imperial stout; voglio infatti soffermarmi un po' di più sul “mouthfeel” (sensazione palatale) prima di passare a descrivere il gusto. Il passo da compiere è di andare oltre lo “shock palatale” e riuscire a “masticare” una birra dal corpo pieno e dalla consistenza impressionante, viscosa, poco carbonata e morbida. Il palato viene avvolto da una coltre dolce, a limiti della stucchevolezza, quasi appiccicosa: ma proprio quando sembra essere “troppo”, arriva fortunatamente l’ondata alcolica finale a lavare e poi ad asciugare (quasi) tutto il dolce; sono alcuni istante di quiete, che permettono di gustare il lungo retrogusto, etilico, caldo, avvolgente, dove alla frutta sotto spirito si aggiungono dei piacevoli dettagli fatti di legno, tabacco e cenere. E prima? Il gusto viaggia di nuovo nei territori dei vini marsalati, del porto, con abbondanza di uvetta, datteri e melassa, caramello bruciato, suggestioni di creme brûlé, qualche lieve ricordo di tostatura. L’alcool c’è, inutile negarlo, ma una volta che la bocca si è abituata questa Tokyo* si sorseggia (non si beve!) più o meno con la stessa lentezza di una robusta imperial stout scandinava da 10% o dintorni. 
Davvero difficile portare a termine la bottiglia in solitudine: per farlo,  mi sono dovuto arrangiare con quello che avevo a portata di mano e che poi si è rivelato un abbinamento gastronomico particolarmente azzeccato: una generosa porzione di Pampepato ferrarese che ha svolto una duplice funzione a bilanciare e a completare la birra: la “mollica” interna ha assorbito/asciugato parte del dolce e dell'alcool; la calotta esterna di cioccolato fondente, leggermente amara, ha aggiunto un preziosissimo elemento assente nel bicchiere, rendendo la bevuta molto più piacevole e meno monotona.
Formato: 33 cl. alc. 18.2%, IBU 90, lotto 901, scad. 16/01/2022, pagata 8.40 Euro (food store, Italia). 

martedì 18 novembre 2014

Dogfish Head Sixty-One

La storia della nascita della Sixty-One IPA del birrificio statunitense Dogfish Head non è delle più incoraggianti, almeno per me:  si narra che i pranzi e le riunioni tra Sam Calagione ed i suoi amici erano di solito “annaffiati” con generose quantità di 60 Minute IPA, una delle flagship beer del birrificio del Delaware; ma Calagione, appassionato bevitore di Syrah (vitigno a bacca rossa) ha un giorno l’idea di fare una specie di blend, versando un po’ di vino in una pinta di birra; a quanto pare il risultato di questa creazione (o aberrazione, a seconda dei punti di vista) piacque molto, al punto che viene messa a punto una vera e propria ricetta per realizzare una versione alternativa della 60 Minute IPA rinominata 61, dove quell’uno in più indica l’ingrediente aggiunto, ovvero il mosto di uve Syrah californiane. 
La birra entra a far parte del “core range” (prodotte tutto l’anno)  di Dogfish, immutato dal 2007, a partire da marzo 2013. Non è il primo matrimonio che si consuma tra vino e birra: Dogfish annovera già la Noble Rot (una saison prodotta con succo di uva non fermentato), la Raison d’Etre  (uvetta), la Mida’s Touch  (uva moscato) e la Red and White (con succo di Pinot nero).  
L’etichetta ripropone il classico schema Dogfish, ma presenta una particolarità: è disegnata da Calagione utilizzando degli “acquerelli” speciali, dove i pigmenti di colore verde e rosso sono stati mescolati non all’acqua ma alla birra ed al vino. E, siccome la birra ben si abbinerebbe al cioccolato, lo sfondo marrone è stato dipinto con del cioccolato fuso. Et voilà.   
Bottiglia non molto fresca (luglio 2014) che ho colpevolmente dimenticato in frigorifero per qualche settimana di troppo. 
Si presenta di color ambrato, con delle vivaci sfumature che richiamano il rosso ed anche il rosa: la schiuma è un bianco sporcato di rosa, fine, poco persistente. L’aroma è vinoso ed aspro, con qualche sfumatura dolce di pesca, frutta secca e floreale (rosa), non c'è molto altro. Se l’inizio non è molto promettente, il gusto lascia ugualmente perplessi: c’è una base di crackers, qualche leggera nota di caramello e di marmellata d’agrumi, l’asprezza dell’uva contrapposta alla dolcezza della fragola e di qualche altro frutto di bosco. E’ molto pulita e bilanciata, poco carbonata, gradevole al palato, con corpo medio. L’equilibrio che ho appena chiamato in causa è quello tra dolce e amaro,  perché nell’incontro tra vino e birra la lotta è impari: senz’altro la bottiglia poco giovane avrà perso un po’ l’apporto dei luppoli, ma della India Pale Ale sbandierata in etichetta  c’è davvero poco, se si eccettua una timida nota amaricante di scorza d’agrumi che arriva proprio alla fine. L’impressione che ho avuto, più che di una birra “compiuta”, è  di bere un bicchiere di vino allungato con una quantità imprecisata di birra, una sorta di miscelato neppure riuscito particolarmente bene. 
Degli altri “incontri” tra vino e birra realizzati da Dogfish ho avuto l’occasione di assaggiare solo Mida’s Touch e Raison d’Etre, entrambe molto più “sensate” e gradevoli di questa Sixty-One che davvero (e mi assumo io la “colpa”, tanto…) non sono riuscito a capire, neppure se progettata appositamente per gli abbinamenti gastronomici consigliati come cotoletta di maiale alla griglia, sushi, frutti di bosco e panna, torta di mele, formaggio gruviera e gouda non invecchiato. Ma c’è anche un abbinamento “musicale” consolatorio: Bonnie “Prince” Billy  ha scritto una canzone chiamata Sixty-One che potete acquistare allo spaccio del birrificio assieme ad un 4 pack.      
Una bevuta che fa rimpiangere le grandi (!) birre al mosto d'uva prodotte da alcuni birrifici italiani (Montegioco, Barley, Loverbeer e Birra del Borgo, per citare quelle che mi hanno maggiormente  impressionato); e se proprio vogliamo fare un confronto più diretto (con chi scrive IPA in etichetta) allora scommetto senza esitazioni su  quella di Brewfist
Formato: 35.5 cl., alc. 6.5%, lotto 11/07/2014, pagata 2.40 Euro (supermercato, USA).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 17 novembre 2014

Septem Microbrewery: Saturday's Porter, Citra Single Hop IPA

L’ultima edizione del Salone del Gusto di Torino è stata anche l’occasione per andare alla scoperta di birrifici ancora (a me) sconosciuti. E’ il caso della Septem Microbrewery, provieniente dalla Grecia dove – leggo in giro – si sta sviluppando un piccolo ma interessante movimento “artigianale”. Si trova  circa 135 chilometri a nord-est di Atene, e venne fondato nel 2009 dall'eonologo Sofoklis Panagiotou,  aiutato dal fratello George Panagiotou; la produzione del 2013 si è attestata su 250.000 litri, con esportazione in Canada, Inghilterra, Francia, Olanda, Germania e Stati Uniti. Il nome scelto indica il “sette”, ovvero il cosiddetto “numero della creazione”, ma sette sono anche le birre prodotte sino ad ora, come i giorni della settimana. E proprio ai giorni della settimana (anche se non a tutti) fanno sovente riferimento i nomi delle birre. Partiamo proprio da una di queste, chiamata Saturday's Porter.
Un solo luppolo utilizzato (Fuggles) e un mix di malti che include Maris Otter, Monaco, Crystal, Coffee e Chocolate. Bell'aspetto marrone scuro, con riflessi rossastri, ed una cremosa schiuma di colore beige chiaro dalla discreta persistenza. Il naso è poco intenso, ma regala comunque un ventaglio di profumi pulito: mela, mirtillo, orzo tostato, caffè, caramello e qualche sentore di cenere. Scorrevole e acquosa quanto basta in bocca, ha un corpo tra il leggero ed il medio: il gusto non splende di pulito ma regala un'intensità senz'altro maggiore di quella dell'aroma, con orzo tostato, caffè, cioccolato ed una chiusura un pelino astringente ricca di tostature. L'avevo già bevuta al Salone del Gusto e mi aveva fatto una buona impressione: riassaggiandola in bottiglia, a casa, l'ho trovata un po' anonima, senza difetti ma neppure senza particolari pregi. Si beve comunque bene, svolge il suo compito con sufficienza.
E' anche conosciuta con il nome di Winterdays Seasonal Porter, ed ha portato a casa una medaglia di bronzo all'International Beer Challenge 2013.
Di ben altro livello invece la Citra Single Hop IPA: leggo in etichetta che si basa su di una ricetta elaborata dall'homebrewer Panagiotis Tsioros, vincitore nel 2012 della prima Greek Homebrewing Competition. Fa infatti parte di una collana chiamata "Hobby Hoppy Series"che, immagino, in futuro ospiterà collaborazione con altri homebrewers greci. Malti Maris Otter, Pilsner, Munich ed Amber formano ovviamente il terreno di gioco sul quale sguinzagliare la generosa luppolatura di Citra, che a pochi anni dalla sua "nascita" credo sia ormai uno dei luppoli più utilizzati per realizzare delle Single-Hop beer.
Tra il dorato e l'arancio, forma una testa di schiuma biancastra abbastanza fine e dalla discreta persistenza. Le potenzialità aromatiche del Citra credo siano note a tutti gli appassionati bevitori ed ecco quindi un bel quadro che si dipinge dei profumi del melone, del mango, della pesca nettarina e del pompelmo. La data di scadenza in etichetta è rovinata e poco leggibile, ma la freschezza dell'aroma non lascia molti dubbi sulla giovane età di questa bottiglia: il naso è piacione e molto pulito, ruffiano come il Citra sa essere, più "cafone" o sfacciato che elegante. Al palato è gradevole e correttamente carbonata, corpo medio: pane e lieve biscotto sono a supporto di un gusto che ricalca quasi in fotocopia l'aroma, alternando agrumi a sfumature di pesca e di frutta tropicale. Come tutte le single hop Citra che mi sono capitate di bere, anche questa non risulta particolarmente amara, con un finale "zesty" ed erbaceo che porta in equilibrio la bevuta senza impossessarsene. Molto fresca e pulita, godibilissima, viene penalizzata da un mouthfeel un po' pesante che ne rallenta la scorrevolezza; basterebbe snellirla e renderla un po' più acquosa per avere una single hop davvero di alto livello. E' stata comunque una piacevolissima sorpresa: se siete un po' spaventati dal dover affrontare delle vacanze in Grecia a ritmo di noiose lager industriali, cercate le bottiglie del microbirrificio Septem. Non mi risulta sia attualmente distribuito in Italia, ma chissà che la presenza al Salone del Gusto non abbia attirato l'interesse di qualche importatore italiano.
Saturday's Porter: 33 cl., alc. 5.5%, IBU 30, lotto 42794 17:52, scad. 30/03/2015, pagata 2.00 Euro
Citra Single Hop IPA, 33 cl., alc. 6.5%, IBU 65, lotto illeggibile, scad. 15/01/2015 (?), pagata 3.00 Euro.

domenica 16 novembre 2014

BI-DU Inverno nucleare

Qualche decennio fa, ai tempi della cosiddetta guerra fredda, il termine "inverno nucleare" era particolarmente diffuso: gli incendi provocati dagli ordigni nucleari avrebbero provocato una quantità  enorme di fumo e di polveri che, sollevatesi nell'atmosfera, avrebbero di fatto nascosto la terra alla luce del sole e ridotto drasticamente le precipitazioni. Il risultato sarebbe stato un  rapidissimo abbassamento delle temperature che - secondo gli scenari più pessimistici ipotizzati - avrebbe significato la morte della maggior parte degli esseri viventi vegetali ed animali. Alla fine degli anni ottanta è invece arrivato il disgelo nucleare, Michael Gorbaciov e Ronald Reagan ridussero progressivamente i propri arsenali e la grande Unione Sovietica di fatto si dissolse nel 1991. Ma la minaccia di un possibile inverno nucleare non è ancora svanita: che cosa potrebbe accadrebbe, infatti, in caso di conflitto nucleare tra India e Pakistan?
Se il rischio di una guerra nucleare vi fa ancora gelare il sangue, potete riscaldarvelo con un bicchiere di Inverno Nucleare, una delle produzioni stagionali del Birrificio Bi-Du di Olgiate Comasco. E' disponibile ogni anno all'incirca a partire da marzo, quindi sempre troppo tardi o troppo presto rispetto alla stagione che il proprio nome evoca; è una imperial stout prodotta con l'utilizzo di pere Abate Fetel de "Il Centro" di Fino Mornasco durante la fermentazione.
L'edizione 2014 arriva nel bicchiere di color marrone scurissimo, con un compatto e cremoso cappello di schiuma nocciola, molto persistente. L'aroma offre sentori di frutti di bosco, pera e uvetta, pane tostato, qualche ricordo di caffè: semplice, pulito, non molto intenso. Più deciso il gusto, dove non ho avvertito la presenza di pera ma c'è un bell'equilibrio fatto di pane nero, orzo tostato e caffè, uvetta, qualche lieve sfumatura di cioccolato e di frutta secca. L'alcool (8.5%) è nascosto in maniera impressionante, col risultato di una birra dalla bevibilità quasi "assassina", paragonabile quasi a quella di una docile session beer, ottenuta senza sacrificare assolutamente il cosiddetto mouthfeel. Anzi, la birra al palato è morbida, quasi avvolgente, con corpo medio e poche bollicine. Chiude con un amaro sapientemente dosato di tostature e di caffè, ed un delicato warming etilico fatto di frutta sotto spirito. Il suo nome potrebbe doppiamente ingannare: non ci sono esplosioni (nucleari) di amaro e tostature, e non è una bottiglia di catrame liquido scandinavo col quale riscaldare le gelide serata invernali. Qui c'è una birra mirabilmente bilanciata ed intensa che potete bere in qualsiasi stagione dell'anno, senza preoccuparvi di pensare se sia quella giusta.
Formato: 37.5 cl., alc. 8.5%, lotto 420, scad. 31/08/2015, pagata 4.80 Euro (food store, Italia).

venerdì 14 novembre 2014

Wild Beer Evolver IPA

Ritorna dopo qualche mese di assenza il birrificio inglese Wild Beer, che vi avevo presentato a giugno 2013 e che è poi arrivato anche in Italia con un distribuzione regolare. La fondano due fuoriusciti dalla Bristol Beer Factory;  il californiano Brett Ellis (un passato da chef) ed Andrew Cooper (ex Business Development Manager alla Bristol ed accreditato Beer Sommellier); ad aiutarli c’è un altro ex-chef, Chris Boddy. Il debutto avviene ad Ottobre 2012, con bottiglie serigrafate, un bel logo ed una strategia abbastanza chiara che si evidenzia sin dal nome scelto, Wild, con un esplicito riferimento ai “lieviti selvaggi” ed alle fermentazioni spontanee; del resto, con un birraio che si chiama Brett…. 
Dopo le due birre assaggiate in precedenza (Epic Saison e l’imperial stout Wildebeest), che di selvaggio non avevano molto, è il momento di iniziare ad entrare nel territorio prediletto di Wild: lo facciamo in punta di piedi, con una modaiola (Brett) IPA fermentata al 100% con brettanomiceti. Berla fresca non ha molto senso (quel punto compratevi una IPA “normale”, senza incorrere nel sovrapprezzo al quale le  “brettate” quasi sempre vengono proposte), e quindi dopo qualche mese di attesa, ecco il momento di stappare la bottiglia di Evolver IPA.
E' di un bel dorato carico, velato, con un generoso cappello di schiuma bianchissima e quasi pannosa, molto persistente. L'aroma è ancora fresco e pungente, con un netto dominio di frutti aspri (pompelmo, lime, uva spina) e dolci (ananas, melone giallo); non so esattamente quale ceppo di brettanomiceti sia stato utilizzato, ma la ricerca delle cosiddette "puzzette" che normalmente si associano a questi lieviti selvaggi non dà grossi risultati. 
C'è tuttavia una lievissima componente rustica o "funky", molto in sottofondo, con qualche sentore di sudore. In bocca è vivace e scorrevole, con carbonazione elevata e corpo medio: la lieve base maltata (crackers) funge da supporto ad un bel carico di frutta che ripropone quanto visto all'aroma. Predomina la componente aspra (pompelmo, lime, limone) con qualche sfumatura più dolce di tropicale, soprattutto ananas,  a fare da contrappeso. Il risultato è una birra molto secca e rinfrescante, con una bevibilità che impressiona; pulitissima, ruffiana quanto basta, finisce ovviamente amara, ricca di "zest" (scorza di lime, lime e pompelmo) con qualche sfumatura erbacea. L'estate è un lontano ricordo ma questa Evolver IPA si candida ad essere una perfetta birra estiva, dall'elevatissimo potere dissetante e che sparisce dal bicchiere in pochissimi minuti. E' questo principalmente il motivo per cui questa birra andrebbe davvero comprata, non tanto se siete alla ricerca di quegli odori "strani" che normalmente vi vengono in mente quando leggete la parola "brettanomiceti".
Birra molto ben riuscita, da mettere sulla lista degli acquisti.
Formato: 33 cl., alc. 5.8%, scad. 25/03/2017, pagata 5.10 Euro (beershop, Italia)

giovedì 13 novembre 2014

Amiata Bastarda Nera

L’appellativo “bastarda” scelto dal Birrificio Amiata non è tanto una scelta di marketing (pensate ad una Arrogant Bastard Ale) ma piuttosto un legame con il territorio circostante, una caratteristica che hanno tutte le birre del produttore di Arcidosso (Grosseto).  Bastarda Rossa è infatti una varietà di castagna del Monte Amiata  (che ha anche il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta) che ha dato il nome alla prima – ed alla più famosa – birra alle castagne prodotta da Amiata. Con il tempo la famiglia delle “bastarde amiatine” si è ampliata: è arrivata la Bastarda Doppia (40%  di farina di castagne anziché 20), la Vecchia Bastarda (invecchiata in barrique di vino), la Sour Bastarda (acida) e la Bastarda Tripla (15% di castagne arrostite). C’è infine la Bastarda nera con la sua variante Barrique: si tratta di una Imperial Stout prodotta con il 20% di farina di castagne, miele di castagno, fiocchi di frumento, malto ed una luppolatura di Hallertau Magnum, EK Goldings e Premiant.  Ma Bastarda Nera, se non erro,  è anche il modo informale con il quale viene chiamata un’altra varietà di castagna del Monte Amiata, il Cecio. E la birra? Si presenta di colore nero, impenetrabile alla luce; la schiuma è nocciola e “croccante, cremosa e fine, dalla buona persistenza. Al naso c’è un bell’equilibrio tra tutte le componenti, senza  che nessuna metta l’altra in disparte: si alternano caffè e tostature, vaniglia, liquirizia, fruit cake e rum; più in sottofondo qualche lieve sentore di mela  e di salsa di soia.  L'intensità non è ai massimi, ma c'è una buona pulizia.
Per quanto mi sforzi, non riesco però a trovare nessun profumo di castagne. La gradazione alcolica è importante (10.4%) ma la sua presenza, comunque avvertibile, non è mai prevaricante: ci sono tostature e liquirizia, caffè e cioccolato amaro. Il corpo è medio, la birra è oleosa, morbida e gradevole al palato, con poche bollicine. L’acidità del caffè pulisce bene la bocca a fine sorso, permettendo di godere l’intenso retrogusto amaro di tostature, dove finalmente si manifesta una nota di caldarrosta, lievemente bruciata. Tutto bene, quindi? Quasi,  perché anche al palato emerge col passare dei minuti una lieve nota salmastra e di salsa di soia che disturba un po’ la bevuta; la presenza delle castagne è parecchio defilata, deludendo un po’ le aspettative di chi legge in etichetta “imperial stout alle castagne” e si aspetta una caratterizzazione più marcata. La birra è comunque godibile ed intensa, pulita, adatta ad un rilassante dopocena invernale;  credo sia disponibile in bottiglia solo nel troppo generoso formato da 75 cl.: per il consumo individuale trentatrè sarebbero stati sufficienti. 
Formato: 75 cl., alc. 10,3%, IBU 30, lotto 564, scad. 28/03/2015, pagata 10,00 Euro (stand birrificio)      

mercoledì 12 novembre 2014

Saison Dupont vs. Extraomnes Saison

L’idea non è originalissima, lo ammetto. Al Villaggio della Birra 2010, l'allora appena nata Saison di Extraomnes era stata attaccata con perfidia proprio a fianco della Saison Dupont Dry Hopping, L’anno scorso, in Aprile, al Bere Buona Birra di Milano fu organizzato un nuovo “scontro” tre Belgio ed Italia in occasione della presentazione della Wallonie. La tentazione era però troppo forte per non replicare una “sfida” simile, mettendo a confronto quella che è la mia saison preferita (Dupont) con quella del birrificio italiano dal DNA più belga di chiunque altro: una sfida giocosa, visto che si tratta due birre che già all’origine hanno delle marcate differenze. Alcool più contenuto (6.5%), 100% malto Pilsner, luppoli EK Goldings e Styrian Goldings e lo splendido lievito della casa per la belga, secondo quando riporta il libro di “Farmhouse Ales” di Phil Markowski;  6.9% per Extraomnes, che oltre a malto (100% Pilsner ?) e luppoli (Saaz e Stiryan Goldings ?), utilizza anche una percentuale di segale e di  zucchero candito Riuscirà la giovane saison italiana (nata nel 2010) a tenere testa ad una delle saison più apprezzate al mondo, prodotta invece dagli anni trenta del secolo scorso ?
Anche se la foto non rende grossa giustizia, sono entrambe di colore dorato carico, ma la Dupont è leggermente più chiara della Extraomnes che invece vira un po’ verso l’arancio. Grosse differenze invece se parliamo di schiuma; quella della Dupont è quella che ti aspetti quando versi una Saison: un po’ esuberante, generosa, bianca e compatta, quasi pannosa, molto persistente. Delude un po’ quella italiana:  biancastra, è di dimensioni abbastanza modeste e si dissolve piuttosto rapidamente.
Al naso la Dupont apre con quello che è un po’ il suo marchio di fabbrica, quei lievi profumi che ricordano il formaggio Brie, seguite da note aspre di limone e banana acerba; poi fiori bianchi, pera, arancio, sughero, una leggera nota pepata ad una gradevolissima rusticità che odora di paglia, di campagna, di fieno. Extraomnes ribatte con minore intensità ma eguale pulizia:  anche qui fiori bianchi, lievi sentori di banana e limone,  qualche accenno zuccherino, di frutta a pasta gialla ed un carattere rustico non molto diversa (sughero a parte)  dalla collega belga, che si traduce anche qui con le immagini  dei campi estivi  pieno di balle di fieno ad essiccare sotto al sole.
Nessuna sorpresa al momento di bere la belga:  vivacemente carbonata, scorre velocissima in bocca con la facilità di una session beer, anche se i gradi sono 6.5%: il corpo medio-leggero. Altissima la velocità di scorrimento anche della Extraomnes, nonostante il corpo leggermente più ingombrante,  e stessa bevibilità da “session”: molto sottotono invece le bollicine, come la piccola schiuma aveva fatto intuire, con il risultato di una birra più morbida e meno "ruspante".  
In bocca la Dupont si rivela in formissima, era davvero da tempo che non mi capitava una bottiglia in questo stato di grazia:  pane e cereali s’accompagnano alle note di arancio e di frutti a pasta gialla, il dolce (appena accennato) del miele è bilanciato da una lieve acidità, c’è una lieve speziatura indefinibile, alla belga: chiude splendidamente secca, con un bel finale amaro, rustico (o funky, in beergeekese), terroso, erbaceo, leggermente zesty. Splendida, una delle migliori bevute del 2014.
Extraomnes mette in campo una “formazione” simile: pane, agrumi e frutta a pasta gialla, qualche leggera traccia di miele e di zucchero candito. La bevuta è un po' meno secca rispetto alla Dupont, con un finale che è però più amaro della sorella belga, ed una minor presenza di scorza d'agrumi rispetto alla componente erbacea e terrosa.
Da italiano, mi tocca purtroppo constatare che la sorte ha portato al confronto una bottiglia di Extraomnes che non mi è sembrata proprio al massimo della forma, con la conseguente vittoria del Belgio: ma, con una Saison Dupont così, sarebbe stato impossibile spuntarla quasi per chiunque. E' invece un po' meno netto il "verdetto" se si ha la pazienza di lasciare per (un bel) po' le birre nel bicchiere: l'alzarsi della temperatura ed il trascorrere del tempo portano via alla Dupont quella freschezza e quella vitalità che erano state le sue armi vincenti. Resiste invece meglio la Extraomnes, forse grazie al corpo un po' più sostenuto ed alla maggiore gradazione alcolica.
Entrambe le birre si trovano abbastanza facilmente (la Dupont anche in molti supermercati) ed hanno un prezzo abbastanza contenuto: fate anche voi la prova e, qualunque sia per voi la vincitrice, sarà comunque una soddisfacente bevuta.

In dettaglio:
Saison Dupont  - formato : 75 cl., alc. 6,5%, lotto 13317A, scad. 11/2016,
Extraomnes Saison  - formato : 33 cl., alc. 6,9%, lotto 113 14, scad. 31/10/15