venerdì 29 marzo 2013

Biere de Charmoy Blonde

La Brasserie de Charmoy viene fondata nel 2004 da Alain Bonnefoy, nel villaggio francese di Mouzay;  siamo a pochi chilometri del confine sud-occidentale con il Belgio e, soprattutto, a soli 27 chilometri di strada c’è la Abbaye Notre-Dame d'Orval. E’ proprio una visita all’abbazia trappista a far nascere in Alain l’idea di affiancare alla sua attuale attività di agricoltore anche quello di produttore di birra. Con un investimento di circa centomila euro, per metà finanziato grazie all’aiuto delle istituzioni locali, riesce ad acquistare un impianto di seconda mano che installa in un’ala dell’adiacente castello di Charmois; parte della sua formazione come birrario si svolge proprio presso l’abbazia di Orval.  Al momento la produzione si assesta sui 200 ettolitri l’anno, con una distribuzione delle birre prevalentemente nei cafè, ristoranti e gastronomie della zona.  Sono solamente quattro le birre che compongono la gamma: una “blonde”, una “ambreè”, una natalizia ed una birra stagionale prodotta in primavera (biere de Mars), tutte rifermentate in bottiglia;  i circa 10.000 turisti che ogni anno visitano il castello di Charmois possono quindi direttamente assaggiare le birre in loco, completando un percorso artistico-gastronomico molto interessante.  Ai lettori “regolari” di questo blog sarà nota la nostra generale diffidenza verso le birre francesi;  l’aspetto è comunque confortante: bel color oro antico, quasi limpido. Si forma una discreta testa di schiuma bianchissima, fine e cremosa, dalla persistenza media.  L’influenza del vicino confine belga è evidente da subito, con un bel naso speziato, ricco di pepe e di esteri (soprattutto arancia, ma anche pesca e pera); completano il bouquet sentori floreali e di miele. L’aroma è pulito, fine e abbastanza pronunciato. Un ottimo inizio che al palato viene confermato solo parzialmente; il gusto scende un po’ d’intensità, pur continuando in modo assolutamente lineare il percorso inaugurato dai profumi. Leggero imbocco di biscotto e di miele, poi soprattutto arancio con qualche nota di pera.  C’è una frizzantezza molto vivace, per una birra molto leggera ma gradevole e rinfrescante. Corretto anche il finale abbastanza secco  e ripulente, con un retrogusto corto, leggermente amaricante ed erbaceo. Prodotto che in un’ipotetica degustazione alla cieca inviterebbe ad una classificazione “belga” con pochi indugi;  ma questa Biere de Charmoy Blonde, semplice, abbastanza ben fatta e facile da bere batte invece bandiera francese. Il vicino confine belga è “un’attenuante” che dobbiamo tenere in considerazione, ma per una volta possiamo osservare con soddisfazione un bicchiere vuoto di birra francese. Ratebeer la classifica assurdamente, come del resto quasi il 95% delle birre francesi, tre le biere de garde. Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto A, scad. 08/2013, prezzo 2.90 Euro (negozio di “prodotti tipici” – è così che si chiamano? - , Francia).

martedì 26 marzo 2013

Port Brewing Older Viscosity

Della "trinità" (o del "big bang" brassicolo) della contea di San Diego Port Brewing/Lost Abbey/Pizza Port abbiamo già parlato approfonditamente in questa ed in quest'altra occasione. Andiamo quindi dritti al sodo con questa bottiglia di Older Viscosity, di Port Brewing, che rappresenta la parte più "tradizionale" della "trinità", con (muscolose) birre (spesso) molto luppolate che rispecchiano in pieno lo spirito di quella regione amichevolmente chiamata Socal (South California). Older Viscosity nasce dalla sorella minore Old Viscosity, un'american (dark) strong ale che già rappresentava un blend di birra fresca e di (20%) di birra invecchiata per almeno tre mesi in botte. La Older Viscosity raggiunge un ABV leggermente maggiore (12% vs. 10.5%) e viene lasciata ad invecchiare in botti di bourbon Heaven Hill per un periodo non inferiore a 6 mesi. L'edizione "vintage 2011" in questione, commercializzata in data 23 Aprile 2011, è stata lasciata in botte per dodici mesi, secondo le informazioni raccolte in internet. Come detto la base di partenza è la ricetta della Old Viscosity, quindi malti Two Row, Carafa III, Crystal (inglese ed americano), Chocolate e frumento, luppolo tedesco Magnum e, oltre ad un lievito proprietario del birrificio, il California Ale delle White  Labs. L'aspetto è esattamente quello che il nome e la bella etichetta evocano: immaginate di effettuare il cambio olio alla vostra macchina e di versarne un po' in un bicchiere. Un densissimo liquido quasi nero, assenza di schiuma, rimane solo un leggerissimo pizzo color beige ai lati del bicchiere. Non c'è neppure bisogno di avvicinare il bicchiere al naso per avvertire, sin da (molto) da lontano, il potentissimo aroma carico di bourbon; troviamo anche tanta frutta sotto spirito (uvetta), liquirizia, sentori di legno, vaniglia, tabacco. Aroma molto complesso, che richiede tempo (e passaggio di temperatura da cantina ad "ambiente") per essere decifrato in pieno; emergono note di cuoio/pelle, di ossidazione, ciliegia matura, a ricordare lontanamente un vino liquoroso (Porto). Nonostante l'aroma lasci presagire un ingresso in bocca devastante, la bevuta è tutto sommato meno difficoltosa del previsto; il benvenuto, a scanso di equivoci, è etilico, un morbido calore di bourbon che scalda palato, esofago e stomaco e li prepara quello che deve ancora arrivare; ripassiamo in rassegna quasi tutto quello che avevamo trovato al naso. Liquirizia, leggere note di caffè, di cuoio, frutta sotto spirito (uvetta), cioccolato; predominanza di dolce, al gusto, con qualche leggera nota acidula di caffè a bilanciare. L'alcool, che si era temporaneamente fatto da parte, rientra prepotentemente in gioco nel finale, lasciando un lunghissimo, morbido e caldo retrogusto appagante. Birra mastodontica, quasi sostitutiva di un pasto intero, dal corpo pieno, praticamente priva di carbonazione, dalla viscosità oleosa; rotonda e morbida in bocca, da bere in piccole dosi per poterla assaporare e cogliere in tutte le sue sfaccettature. Arriva in bottiglia da 375 millilitri, che non sono però pochi da affrontare in una sera; l'abbiamo anche volutamente risparmiata per riassaggiarla a distanza di 24 e 48 ore:  le note fruttate (uva passa e prugna, ciliegia) emergono con maggiore evidenza rispetto all'alcool, per una birra che si sporge maggiormente nel territorio dei vini passiti; a bilanciare il dolce della frutta, ecco caffè e cioccolato amaro. Insomma, se l'acquistate, prendetevi tutto il tempo del mondo e bevetela con molta calma, è una birra che richiede attenzion, devozione e pazienza. Formato: 37.5 cl., alc. 12%, lotto 2011, prezzo 13.33 Euro (beershop, USA).

lunedì 25 marzo 2013

De Leite Enfant Terriple

Luc Vermeersch è il birraio che fonda nel 2008 la Brouwerij De Leite; è un homebrewer "di successo" da ormai una decina di anni, grazie ad un impianto da 30 litri acquistato in Finlandia ed installato in giardino. I suoi due compagni d'avventura nel mondo dei professionisti sono Etienne Van Poucke e Paul Vanneste, entrambi conosciuti ad un corso di specializzazione organizzato dal birrificio Alvinne. Il nome de Leite fa riferimento ad un piccolo fiumiciattolo che scorre accanto al birrificio; la birra d'esordio, nel 2008, si chiama Femme Fatale, dalla bella etichetta disegnata dal nipote di Luc, Robin Vermeersch; poco dopo arriva la Bon Homme. L'amore tra la donna e l'uomo dà in poco tempo i suoi frutti; il figlio viene chiamato Enfant Terriple, con un bel gioco di parole che richiama senza lasciare ombra di dubbi lo stile di riferimento. Nel bicchiere è di un bel color oro antico, velato; la schiuma, bianchissima e molto persistente, è compatta e cremosa. Il naso apre con sentori di miele d'acacia, segue una leggera speziatura da lieviti, e più in secondo piano arancia candita e pesca. Al palato si presenta con un corpo medio ed una carbonazione gradevolmente sostenuta che le dona una grande vivacità; leggero imbocco di biscotto, burro, poi il gusto vira deciso sul fruttato (arancia, pesca, albicocca) con una leggera speziatura che ben si sposa con le "bollicine". Predomina il dolce, in una tripel che non riesce mai a lasciare il palato pulito, avvolgendolo sempre con un velo di frutta candita. Chiude abboccata e fruttata, praticamente senza nessuna nota amaricante, se si esclude una leggerissima punta di nocciolo di pesca nel retrogusto. Alcool molto ben nascosto, in una birra che - dicevamo - si mantiene sempre piuttosto dolce senza però mai risultare stucchevole; la decisa carbonazione svolge una fondamentale azione di bilanciamento a metà bevuta, spezzando il "continuum" di frutta candita che rappresenta il vero motivo dominante di questa tripel, abbastanza facile da bere. Formato: 33 cl., alc. 8.2%, IBU 48, lotto 08 14:09, scad. 14/06/2013, prezzo  3.75 Euro (enoteca, Italia).



domenica 24 marzo 2013

Birrificio del Ducato Golden Ale

Fa parte della linea "moderna" del Birrificio del Ducato, questa Golden Ale, dove con "moderno" si sottintende probabilmente la distanza da una classica golden ale inglese; il mix di luppoli utilizzato vede infatti l'utilizzo, oltre a quelli "nobili" tedeschi, anche gli statunitensi Citra ed Athanum. Non è la prima golden ale prodotta dal birrificio di Giovanni Campari; ricordiamo quella - molto gustosa - commercializzata con la linea dedicata alla grande distribuzione BIA - Birra Artigianale Italiana, assaggiata qualche anno fa; da un po' di tempo il sito annuncia che la gamma BIA avrà presto un sito ad hoc dedicato, ma ancora non ne abbiamo trovata traccia.  Non sappiamo in quanto differiscano le due golden ale, ma abbiamo reperito anche questa versione Del Ducato in un grande supermercato. L'etichetta con una grande onda è più che un esplicito omaggio al dipinto del pittore giapponese Katsushika Hokusai. La birra si presente di colore oro pallido, opaco; la schiuma è un po' grossolana/saponosa, bianca, mediamente persistente. Il naso è ricco di agrumi (pompelmo e cedro), sentori di frutti tropicali (soprattutto ananas) e di miele d'acacia; buona intensità ed eleganza, anche se le manca un po' di freschezza, ma è un compromesso che bisogna spesso accettare per le birre provenienti dalla grande distribuzione. L'indole da session beer (ABV 4.5%) è evidente da subito in bocca; corpo snello, carbonazione contenuta, giustamente watery per essere molto scorrevole in bocca. Leggerissimo attacco di pane/cereali, poi la bevuta è caratterizzata da tanta frutta, soprattutto agrumi (pompelmo) con qualche richiamo tropicale dei profumi dell'aroma. A bilanciare un amaro molto zesty, con qualche nota erbacea; la chiusura è secca, con un retrogusto che non porta nessuna variazione (scorza di agrumi, erbaceo). Birra volutamente semplice, pulita e profumata, con una grande beverinità che però non va a scapito dell'intensità del gusto. Formato da 75 cl. assolutamente necessario per non restare con la bocca asciutta troppo presto; bottiglia tutto sommato in buona forma, certo ci piacerebbe assaggiarne una fresca appena uscita dal fermentatore. Formato: 75 cl., lotto 310 12, scad. 12/2013, prezzo 7.98 Euro (supermercato, Italia).

sabato 23 marzo 2013

Fantôme Brise-BonBons!

Brise-BonBons è una produzione stagionale/occasionale di Dany Prignon/Brasserie Fantôme.  Brise-BonBons, letteralmente “il rompiballe”, è una birra intenzionalmente “troppo amara per piacere a tutti” che Dany dedica a tutti quei “sapientoni, fanfaroni e tuttologi che si autoproclamano esperti di tutto e che pensano di sapere fare tutto meglio di te". Stappare una Fantôme è sempre un rischio, la costanza qualitativa non è certo la qualità principale del birrificio e non si sa mai a che cosa si può andare in contro. All'aspetto tutto "tranquillo"; colore oro, quasi limpido, abbonadante schiuma bianca, fine, cremosa e persistente. Al naso c'è una netta acidità lattica, sentori di yogurt, sudore, sughero, pietra umida, quasi muschio, leggero solvente.  Anche al palato tanto acido lattico, sentori aspri di uva, legno bagnato, sughero; il corpo è medio-leggero, con una carbonazione molto contenuta.  La marcata asprezza la rende molto rinfrescante e dissetante, ma il lattico tende un po' a coprire quasi tutto, incluso il finale leggermente amaro, con un sensazione analoga a quella di uno yogurt o di una mozzarella "scaduta" da diverse settimane. L'alcool è molto ben nascosto, ma della birra luppolata che doveva essere è rimasta ben poca cosa; tra paradiso ed inferno, stavolta ci è toccato il "purgatorio" di Fantôme. Birra infetta, non impossibile da bere, ma neppure particolarmente gradevole. Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto e scadenza sconosciuti, prezzo 4.25 Euro (beershop, Belgio).

giovedì 21 marzo 2013

Revelation Cat - Bombay Cat Black Double IPA

Seconda birra del "nuovo corso" di Revelation Cat, dopo la Double Dealer assaggiata poco tempo fa. Restiamo sempre in territorio (ultra)luppolato che però questa volta si tinge di nero; Bombay Cat è infatti una Black IPA, ma visto che ad Alex Liberati, deus-ex-machina del birrificio, piace usare la mano pesante in sala cottura, il risultato è una Double Black IPA. All'aspetto è di colore ebano scurissimo, e forma un paio di dita di schiuma nocciola, fine e cremosa, dalla buona persistenza.  Ad occhi chiusi l'aroma è quello di una classica IPA west coast: eleganti, pungenti e freschi sentori di pompelmo e agrumi, qualche accenno di frutta tropicale, mentre bisogna "scavare" un po' in profondità ed attendere che la birra si riscaldi per avvertire qualche sentore di caffè.  Un po' diverso lo scenario al palato, dove l'imbocco è invece leggermente tostato, seguito da una fase centrale aggrumata che richiama l'aroma, leggermente sciropposa. Interessante l'intenso "cocktail" amaro che arriva rapidamente ad impossessarsi del palcoscenico: se lo dividono tostature, note terrose e di caffè. Davvero ottima la sensazione palatale; corpo medio-pieno, carbonazione media e sopratutto una grande morbidezza; l'alcool (9%) è nascosto molto bene, e questa Bombay Cat, si beve bene (quasi) quanto la sorella Double Dealer. Il finale - e non poteva essere altrimenti - è lunghissimo, intenso e molto amaro, con la triade torrefatto/terroso/caffè di nuovo sugli scudi. Birra solidissima e molto pulita, è dannatamente (per citare le parole del birrificio) luppolata ma ha una base di malto che non si lascia intimidire; il risultato  vede un primo tempo fruttato/aggrumato (IPA) seguito da una "ripresa black". Il risultato, amarissimo, è quasi in pareggio ma molto soddisfacente. Formato: 33 cl., alc. 9%, IBU "hopbomb quantity", scad. 11/2014, prezzo 5.50 Euro  (beershop, Italia). 

mercoledì 20 marzo 2013

The Kernel India Pale Ale Citra Ahtanum Galaxy

Continua ad aumentare - a rotazione - il numero delle creazioni di The Kernel importate in Italia e quindi reperibili con una certa facilità; niente più viaggi in aereo o richieste di favori agli amici di passaggio per Londra pregandoli di spingersi sino a London Bridge o al Borough Market per portarvi a casa qualcuna delle birre realizzate da  Evin O'Riordain. Per noi il nome Kernel significa ormai la certezza e la sicurezza; in tutte le birre che abbiamo assaggiato abbiamo rilevato una costanza produttiva sempre altissima ed una freschezza di prodotto davvero ottimale. Così, se abbiamo voglia di berci una birra luppolata, profumata e "fragrante", indirizzandoci su una Kernel abbiamo (quasi) la certezza di non sbagliare. Il numero delle diverse birre prodotte è ormai sterminato, ma si tratta per la maggior parte di leggere variazioni dello stesso tema/birra, che solitamente differiscono per il diverso mix di luppoli. Questa India Pale Ale viene prodotta con luppoli americani Citra, Ahthanum e con l'australiano Galaxy.  E' di colore arancio/rame opaco, e forma una piccola "testa" di schiuma molto fine e cremosa, color ocra, dalla buona persistenza. L'aroma rispetta in pieno gli altissimi standard ai quali The Kernel ci ha ormai abituati: grande eleganza, pulizia e finezza, un piccolo festival di profumi di mandarino, pompelmo, pesca bianca, fragoline, forse anche alcuni sentori floreali di rosa canina. Difficile staccare il naso dal bordo del bicchiere, ma la salivazione in aumento ci spinge subito a sorseggiare. In bocca (quasi) piena corrispondenza con l'aroma: leggero imbocco di malto (biscotto) seguito da una "macedonia" di frutta, con ripasso in rassegna di mandarino, pompelmo e pesca bianca, ed un amaro molto elegante di scorza d'agrumi ed erbaceo a bilanciare. La chiusura è molto secca,  leggermente astringente, quasi ad assetare il palato, con un retrogusto abbastanza intenso e persistente, amaro, ricco di scorza di pompelmo e note vegetali. Un pelino meno pulita che al naso, dal corpo medio, lievemente carbonata e dalla morbidezza cremosa quasi commuovente. L'alcool (7.3%) è molto ben nascosto anche se la bevibilità è leggermente inferiore a quella da "session beer" delle altre Kernel bevute in precedenza.  Sono tutte birre volutamente "ruffiane" e "piacione" (o "zoccolette", che dir si voglia) che forse, se bevute quotidianamente, tendono un po' a stancare. Ma per noi che riusciamo solamente a berle una volta ogni tanto, è sempre una piccola grande festa. Formato: 33 cl., alc. 7.3%, lotto 08/01/2013, scad. 08/05/2013, prezzo 5.80 Euro (beershop, Italia).

lunedì 18 marzo 2013

North Coast Old Rasputin Russian Imperial Stout

North Coast Brewing Company, ovvero uno dei pionieri del movimento “craft” Americano, fondato nel 1988 come brewpub nella cittadina di Fort Bragg, Mendocino, a nord di San Francisco.  Birraio, e fondatore/proprietario assieme ad alcuni soci è Mark Ruedrich, ovviamente ex-homebrewer;  in 25 anni di vita il birrificio (con ristorante/grill annesso) ha preferito concentrarsi sul perfezionamento di un nucleo stabile di birre, piuttosto che inondare il mercato di novità, di birre one-shot e stravaganti esperimenti. Fa quasi impressione, se confrontato con i birrifici più in voga in questo momento, vedere su Ratebeer solamente una quindicina di birre in produzione (più alcune prodotte per i supermercati "gourmet" Whole Foods e con il marchio Acme). Era ancora un homebrewer, negli anni '80, quando Mark Ruedrich assaggia una imperial stout di Bert Grant, uno dei primissimi pionieri brassicoli negli Stati Uniti, scomparso nel 2001 e - si dice - il fondatore del primo brewpub  "moderno" sul suolo americano. Era il 1982 e negli USA c'erano solamente una cinquantina di produttori di birra in tutto. Mark assaggia la imperial stout di Bert ed ha l'impressione di aver bevuto la birra più buona di tutta la sua vita. Una decina di anni dopo, in una notte del 1995, Mark ha un "sogno gustativo" che risveglia in lui le stesse identiche sensazioni che aveva provato, molti anni prima, bevendo la birra di Bert. La mattina seguente si  reca al suo birrificio e assaggia, direttamente dal fermentatore, la imperial stout che sulla cui ricetta stava lavorando. La birra suscita in lui le stesse sensazioni "del sogno".  Nasce così la Old Rasputin Russian Imperial Stout, con la bella etichetta che raffigura un ritratto, un po' sbiadito di Grigorij Efimovič Rasputin, il monaco russo/siberiano che, pare, amasse proprio questo stile brassicolo. Se torniamo per un attimo sulle pagine dei siti prediletti dai beer raters, notiamo che le sensazioni evocate dal sogno di Mark si sono rivelate poi abbastanza concrete e reali:  per Beer Advocate la Old Rasputin è la migliore Russian Imperial Stout al mondo (punteggio 96/100) mentre Ratebeer, ormai irrimediabilmente inflazionato dalle produzioni scandinave, non la ospita neppure nella top 25. Ma, se qualcuno avesse dei dubbi, ecco la lista di medaglie d'oro ottenute nei vari concorsi in giro per il mondo: 2006 e 2012 Stockholm Beer and Whiskey Festival; 2004, 2005 e 2006  World Beer Championships, Chicago; 2004 Spring Beer & Wine Fest, Portland, 1999 e 2002 GABF, Imperial Stout; 1996, 1997, 1998 e 1999 World Beer Championships, Chicago;  1996 World Beer Cup, Imperial Stout.  Sontuosamente nera all'aspetto, con una splendida schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente; una meraviglia. Al naso c'è meno caffè di quanto ci aspettassimo: l'inizio è ricco di frutti di bosco "scuri" (mirtilli e more), ma con qualche sentore che a tratti ci ricorda il lampone. Seguono tostature, cacao e, finalmente, caffè in grani. Aroma molto pulito, ma poco pronunciato. Lo scenario si capovolge in bocca, dove sin dall'inizio c'è una presenza massiccia di orzo tostato e caffè, di torrefatto e di cacao amaro; birra molto amara, con l'alcool (9%) nascosto in maniera superlativa. Si beve con commuovente facilità, risultando molto più docile e digeribile delle tante imperial stout catramate che oggi invadono il mercato. Anche in bocca c'è presenza di frutti di bosco "scuri" ed una leggera acidità che alleggerisce ulteriormente la bevuta; bel finale secco, preludio ad un lungo retrogusto amaro, persistente ed appagante, ricco di caffè in chicchi e tostature molto intense. Solo qui, alla fine dei giochi, emerge una calda nota etilica; al posto giusto ed al momento giusto. Corpo medio, carbonazione media, grande morbidezza in bocca: imperial stout pulita, solida, intensa e molto ben fatta che ha, come detto, nella facilità di bevuta il suo più grande merito. Rapporto qualità prezzo (americano) più che sconvolgente. Formato: 35.5 cl., alc. 9%, IBU 75, lotto e scadenza sconosciuti, prezzo 1.74 Euro (supermercato, USA).

domenica 17 marzo 2013

Birrificio Italiano Tipopils

Colmiamo oggi una lacuna abbastanza "grave", quella di non aver ancora ospitato su queste pagine nessun prodotto del Birrificio Italiano. Stiamo parlando di un pezzo di storia della birra "artigianale" italiana, che prende vita nel 1996 a Lurago Marinone (Como); l'uomo dietro tutto questo è Agostino Arioli, homebrewer negli anni ottanta, quando in Italia non esisteva ancora Mr. Malt e quando per fermentare il mosto l'unica risorsa era il lievito del pane. La difficoltà fortifica, e Agostino continua il suo percorso come operaio stagionale alla Carlsberg di Induno Olona, seguono tirocini in Germania e presso la Von Wunster in Italia; all'inizio degli anni novanta alcuni importanti cambiamenti legislativi rendono più facile la vita a chi vuole aprire un brewpub e produrre birra in piccola scala: in particolare, non è più richiesta la presenza sul posto di un funzionario dell'ufficio delle Finanze che deve accertare l'alcool di ogni singola cotta prodotta. Non è per caso che proprio a metà degli anni '90 abbiano aperto tutti i pionieri come Baladin, Lambrate, Beba e Turbacci.  Nel 1994 Agostino fonda con altri undici soci il Nuovo Birrificio Italiano srl, ma per la prima cotta bisogna aspettare un paio di anni, tempo di installare gli impianti che vedono anche tre fermentatori aperti acquistati di seconda mano dal Birrificio Poretti. Se volete approfondire, vi consigliamo questa pagina di Fermento Birra. La prima birra che viene spillata nei locali del Birrificio Italiano nell'Aprile del 1996 è proprio la Tipopils, una birra che con il tempo è divenuta la capostipite di quello stile-non-stile che si è definito "italian pilsner". Prodotta con malti pilsner e caramunich, un ceppo di lievito proveniente da Weihenstephan, e tre luppoli tedeschi: Hallertauer Magnum (amaro), Hallertauer Saaz ed Hallertauer Hersbrücker (aroma); durante la fermentazione (tre settimane) viene effettuato un dry-hopping di Saaz.  Nel bicchiere è di colore dorato, leggermente velato; la schiuma, bianchissima, è fine e cremosa, molto persistente. Aroma molto delicato ed elegante: sentori floreali (camomilla), erbacei e di cereali, più in secondo piano di agrumi; l'imbocco maltato è fragrante (cereali, pane), il percorso prosegue su note dolci di miele (acacia) e leggermente fruttate (agrumi). Il bilanciamento amaro/erbaceo è delicato ma esemplare; bella chiusura secca, cui segue un retrogusto amaro erbaceo, mediamente persistente. Ha corpo medio-leggero e carbonazione media; una birra che è esattamente come dovrebbe essere: facilissima da bere, che disseta e ri-asseta ad ogni sorso, molto pulita, bilanciata e profumata. Dà chiaramente il meglio di sè alla spina, magari quella del birrificio stesso; ma se siete fortunati da trovare una bottiglia che non ha subito troppi maltrattamenti, considerata anche la breve shelf life che il birrificio impone, riuscirete ugualmente a regalarvi una bevuta molto appagante. Formato: 75 cl., alc. 5.2%, IBU 35, lotto 138,  scad. 12/06/2013, prezzo 8.50 Euro.

sabato 16 marzo 2013

Simon Régal

La Brasserie Simon viene fondata nel 1824 come Brasserie Pauly a Wiltz, Lussemburgo, da Wiltz Georges Pauly; antenato degli attuali proprietari (era sposato con Anne Catherine Simon). Gli affari non durano moltissimo, e dopo quattordici anni la brasserie è già chiusa; la rileva nel 1891, ad un asta, Jules Simon, che assicura così la continuità famigliare all'impresa. Ancora oggi la famiglia Simon detiene il 100% della proprietà, che nel 2006 ha fatturato 2.5 milioni di Euro; si tratta del terzo maggior birrificio del granducato, dietro alla Brasserie du Luxembourg (Mousel-Diekirch) e alla Brasserie Nationale. La produzione è di circa 21.000 ettolitri l'anno. Numeri interessanti per chi li fa, ma poco "rassicuranti" per i consumatori che si trovano davanti ad un birrificio "industriale" che propone prodotti abbastanza innocui da bere in grande quantità senza fare troppa attenzione a quello che c'è dentro al bicchiere; la gamma del birrificio include una pils, una stout, una blanche, una produzione natalizia e questa Regal (biere du luxe, recita l'etichetta), una classica lager da grande distribuzione, sulla quale non c'è molto da dire. Dorata, limpida, bel cappello di schiuma bianca, fine e cremosa. Naso che offre sentori di miele, floreali e di cereali, corpo leggero, carbonazione nella media, ovviamente watery per scorrere senza nessuna complicazione. In bocca predominanza di malto: biscotto al burro, leggero miele e leggero diacetile, per un gusto dolce che viene bilanciato dall'attesa chiusura leggermente amara finale che comunque non pulisce il palato da una leggera sensazione "appiccicosa". Non brilla per intensità e neppure per la fragranza degli ingredienti. Vi disseterà, come alternativa ad una poco più economica bottiglia d'acqua. Se passate da quelle parti, prima di metterla nel carrello pensate però al fatto che con 1 solo Euro in più potete portarvi a casa una Rochefort 10. Formato: 33 cl., alc. 5.5%, scad. 25/04/2013, prezzo 0.85 (supermercato, Lussemburgo)

venerdì 15 marzo 2013

Birrificio del Ducato Verdi Imperial Stout

Una birra che Giovanni Campari dedica doverosamente al paese dove il suo Birrificio Del Ducato ha sede: Roncole Verdi, dove Giuseppe (Fortunino Francesco) Verdi nacque il 10 Ottobre 1813; una Imperial Stout la cui ispirazione – racconta il sito del birrificio – nasce durante il primo viaggio a New York di Giovanni nel quale – evidentemente – ha avuto modo di assaggiare numerosi esemplari di Imperial Stout  americane. Nel 2008 fu la prima birra italiana ad ottenere una medaglia d’oro ad un concorso internazionale per stili: l’European Beer Star.  Da qualche tempo ne esiste anche una versione (Black Jack) invecchiata per almeno 6 mesi in botti di whisky. Dall’aspetto splendido, praticamente nera, con una bella testa di schiuma color nocciola, fine, cremosa, molto persistente. Al naso emergono sentori di mirtilli, cioccolato fondente, mallo di noce, caffè, leggera liquirizia. In bocca ci arriva con una carbonazione abbastanza sostenuta per lo stile, corpo medio-pieno, con una morbidezza un po’ “oscurata” dalle bollicine.  Orzo tostato, caffè, cioccolato fondente, liquirizia, mallo di noce, per un percorso gustativo che ricalca l’aroma anche se un po’ meno pulito. Molto interessante il finale: chiusura secca, lungo retrogusto amaro ricco di tostature e cioccolato, con una nota piccante di peperoncino che porta un bel calore, morbido ed appagante, enfatizzando la componente etilica fino ad allora assolutamente impercettibile.  Una imperial stout dal contenuto alcolico tutto sommato contenuto (8.2%), molto facile da bere ed  intensa; l’avevamo già assaggiata  in passato in condizioni migliori (e con meno bollicine), ma rimane comunque un’ottima birra da bere in solitudine o, come il birrificio consiglia, in abbinamento a dessert al cioccolato, pasticceria secca ed alcuni formaggi erborinati. Formato: 33 cl., alc. 8.2%, lotto 327 11, scad. 01/01/2014.

giovedì 14 marzo 2013

BrewDog Chaos Theory

Ritorniamo dopo molto tempo a stappare una BrewDog, che nel frattempo ha da poco inaugurato la nuova location produttiva, che con il modico costo di 7,5 milioni di sterline permetterà agli ex-ragazzi punk scozzesi di decuplicare la propria capacità produttiva. Saranno così riportate "all'interno" la produzione e l'imbottigliamento di alcune birre che, per mancanza di capacità, BrewDog stava producendo su impianti di altre persone. Ma facciamo un passo indietro, all'ottobre del 2008, quando sul blog del birrificio appare un post dedicato a tre birre prototipali che BrewDog  mette in vendita (un pack di 3+3+3 bottiglie a 12.99 sterline) affinché i propri clienti bevano ed eleggano quali saranno le birre da  mettere poi in produzione stabile l'anno successivo. Praticamente, anziché pagare un testing panel, BrewDog chiede alla gente di pagare per bere birre sperimentali e dare la loro opinione. Le tre birre in questione sono la Zeit Geist (una black lager), la Bad Pixie (una birra di frumento con bacche di ginepro e buccia di limone) e la Chaos Theory, una single-hop IPA infarcita di Nelson Sauvin, il luppolo Neozelandese che in quel periodo rappresentava la novità assoluta che qualsiasi birrificio "alla moda" voleva e doveva avere in gamma. Il sondaggio premia la prima e la terza birra, con la Bad Pixie che non verrà poi mai più ricreata. Quasi cinque anni dopo la Chaos Theory (sottotitolo brewdogghiano: "IPA prevedibilmente casuale") è ancora tra le birre "edizione limitata", con una produzione che è soggetta alla disponibilità del ricercato luppolo. Nella pinta si presenta di colore ramato, limpido, con una persistente schiuma ocra, fine e cremosa. Prime note dolenti al naso, dove non c'è né l'intensità né la freschezza che pretenderemmo di trovare in una birra la cui bandiera sventola luppolo. Il fruttato tipico del nelson si è trasfigurato in leggeri sentori mielosi, un aggrumato dolce che ricorda un po' la polpa del pompelmo, qualche accenno di profumo floreale. Le cose non vanno molto meglio in bocca; biscotto, leggero caramello, frutta secca, ancora polpa di pompelmo; è il turno dell'amaro, con note terrose e di scorza di agrumi. Leggero diacetile, finale poco secco, retrogusto amaro/terroso/frutta secca. Pochissima freschezza, pochissimi profumi, birra "stanca", davvero molto poco entusiasmante e - onestamente - poco gustosa. L'avessimo saputo prima di berla, che si trattava di una Nelson Sauvin single-hop, non avremmo creduto alle nostre narici ed alle nostre papille. Corpo medio, bassa carbonazione, sensazione palatale morbida e soddisfacente. Da riprovare, in giro c'è chi ne parla molto bene e forse ci è capitata una bottiglia disgraziata. Formato: 33 cl., alc. 7.1%, lotto 331, scad. 24/10/2013, prezzo 3.50 Euro (food store, Italia).

mercoledì 13 marzo 2013

Panil Barriquée

Terzo assaggio di Panil-Birrificio Torrechiara; dopo la Ambre e la Brune, è la volta della Panil Barriquée, un birra che significa anche un pezzo di storia di quella "rivoluzione artigianale" in Italia che stiamo vivendo e di cui stiamo godendo. Non è infatti soltanto la prima birra che Renzo Losi ha prodotto invecchiando in botte, ma è stata anche la prima birra in Italia "passata" in barriques, ed è quindi da considerarsi la madre di tutte quelle produzioni che ci sono oggi in circolazione. La base di partenza è un mosto ottenuto con tre tipi di malto tedeschi (pils, caramel, chocolate): i luppoli utilizzati sono Perle (amaro) e East Kent Goldings (aroma). Dopo una prima fermentazione di quindici giorni in vasca d'acciaio, la birra passa novanta giorni in botti di rovere francese che hanno contenuto cognac o bordeaux; segue una terza ed ultima fermentazione, in bottiglia, che dura trenta giorni. Ne esiste anche una (famosissima e molto ricercata, soprattutto negli Stati Uniti)  versione acida/sour, che stapperemo prossimamente; al birrificio ci avevano preventivamente avvisato che anche questa versione "normale" sarebbe stata acida, così come leggermente   "sour" sono poi risultate essere anche la Brune e la Ambrè, per una produzione che sembra ormai "vittima" in toto della sua birra più famosa, la Panil Barriquée Sour Edition che assaggeremo prossimamente. Questa Barriquée "normale" è di uno splendido color ambrato carico, con profondi riflessi rossastri. La schiuma è fine, cremosa e molto persistente. L'aroma è poco pronunciato: sentori di cantina, di polvere, leggere tracce di "sudore", aceto, legno bagnato. Vivacemente carbonata, si presenta in bocca con un corpo medio ed un imbocco molto aspro, ricco di uva e di ribes, che dominano completamente la bevuta con qualche leggera nota legnosa ad intermezzo; non c'è molto altro da raccontare, se non una chiusura con una leggera nota amara di frutta secca (nocciolo di pesca). Molto facile da bere, dissetante e rinfrescante; le manca ormai solo quell'adesivo "sour" sul collo che ha la sua sorella volutamente acida. La differenza tra le due la scopriremo tra qualche mese quando andremo in cantina a stappare anche quella. Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto 06/02/2012, scad. 06/02/2015, prezzo 6.00 Euro (birrificio).

martedì 12 marzo 2013

Häffner Bräu Hopfenstopfer Citra Ale

Häffner Bräu, brewpub con hotel e gasthaus annessi, attivo sin dalla metà del diciannovesimo secolo a Bad Rappenau (Baden-Wuttenberg),  non lontano della bella cittadina di Heidelberg; fondato dalla famiglia Reichardt, viene acquistato nel 1908 da Jakob Ludwig Häffner. Nel 1953 gli succede il figlio Willi Häffner, che lo guida assieme alla moglie Luise sino al 2000, quando il testimone passa alle figlie  Hannelore und Susanne Häffner. Accanto ad una serie di birre tipicamente tedesche il birrificio ne ha recentemente sviluppate altre, tutte birre ad alta fermentazione, di stampo più “moderno”, chiamate Hopfenstopfen    (letteralmente “infarcite di luppolo”), che vedono il luppolo, spesso di provenienza extra europea, come protagonista. Responsabile di questa “piccola grande rivoluzione” è il giovane birraio Thomas Wachno, formatosi sul campo, all’interno del birrificio stesso, con un apprendistato durato dal 1993 al 1996 e poi chiamato improvvisamente, nel 1997, a dover sostituire il precedente collega in sala cottura.  L’ìdea di “giocare” con i luppoli nasce quasi per caso, quando Thomas riceve da un fornitore dell’Hallertau alcune piante di luppolo da piantare nel giardino che circonda il birrificio/hotel.  Per celebrare la prima “raccolta” dei fiori, nasce la "Ur-Hopfenstopfer", una birra che ottiene un buon successo e che dà il via a tutte le altre della serie “Hopfenstopfen”; Thomas ammette che tuttavia queste birre luppolate stanno riscuotendo un buon successo di vendite soprattutto tra i giovani che le acquistano attraverso i beershop tedeschi presenti in Internet. I consumi della gasthaus collegata al birrificio, continuano invece ad essere basati principalmente sulle birre tradizionali tedesche. Come il nome può far intuire, questa Hopfenstopfer Citra Ale è una “single-hop” che vede l’utilizzo esclusivo dell’omonimo luppolo americano. Dorata, leggermente velata, ha un persistente cappello di schiuma leggermente “sporca” e cremosa. L’aroma è molto forte, anche se non pulitissimo; cereali, leggera polvere e, una volta svanita la schiuma, un’ondata dolce ricca di polpa d’arancio, pompelmo e pesca. Il fruttato, dolce, è quasi stucchevole; manca di finezza e di freschezza, di quella “sensazione” di frutta appena tagliata. La stessa sensazione  l’avvertiamo in bocca, con un fruttato esageratamente in evidenza, quasi fuori controllo; la sensazione predominante non è neppure quella di bere una spremuta di arance, ma piuttosto quella di bere un’aspirina o, a vostra scelta, quelle compresse di vitamina “C” efferescenti.  Il gusto è soprattutto arancio, con qualche sfumatura più leggera di altri agrumi (pompelmo e mandarino). Non c’è quasi nulla a bilanciare, la base di malto è impercettibile, ed il finale amaricante – molto timido - non riesce a seccare/ripulire il palato. Il retrogusto è quello di un’aranciata leggermente amara. Una birra forse didattica che vuole esplorare le potenzialità del citra, ma che risulta davvero molto poco bevibile e gradevole, in queste condizioni (mettiamo il beneficio del dubbio visto che l’abbiamo bevuta solo una volta e su Ratebeer – per quello che conta - si porta a casa un dignitoso punteggio di 91/100).  Formato: 33 cl., alc. 5.1%, scad. 14/06/2013, prezzo 3.50 Euro (beershop, Italia).

lunedì 11 marzo 2013

Revelation Cat - Double Dealer

Si è da poco profondamente rinnovata la gamma di birre di Revelation Cat, ovvero il birrificio di Alex Liberati che, per quelli appassionati di birra  che ancora non lo sapessero, è anche proprietario dello splendido locale di Roma Brasserie 4:20 nonchè di Impexbeer, che distribuisce nei beershop italiani numerosi prodotti importati da tutto il mondo, con una predilezione per gli Stati Uniti. Un passato da "gipsy brewer", con collaborazioni e produzioni proprie appoggiandosi ad impianti un po' in tutto il mondo, da qualche tempo Alex ha trovato "casa" nel Kent inglese, presso la Ramsgate Brewery, con la quale condivide gli impianti e dove ha installato alcuni post- fermentatori e l'impianto d'imbottigliamento. Il sito del birrificio promette che da ora in poi ci saranno una quindicina di birre a formare un nucleo "stabile", prodotto tutto l'anno,  ad affiancare tutte le altre precedenti produzioni "speciali" (vedi la serie Woodwork o dei Lambic); Ratebeer elenca ormai una settantina di birre, incluse svariate collaborazioni, la maggior parte di queste però ormai "Retired", ossia non più in produzione. L'amore per gli Stati Uniti, per i luppoli e per la West Coast è il tema ricorrente della maggior parte delle ultime nate: si tratta di birre estremamente luppolate, che incontrano il gusto del proprietario (memorabile il Pizza Port Tap Takeover dello scorso dicembre alla Brasserie 4:20) ma anche della fervida scena romana sempre più alla ricerca di birre amare. Double Dealer è una Imperial IPA, prodotta con il lievito proprietario del birrificio (simpaticamente chiamato Mario); bella  l'etichetta/artwork opera di Elisa Crocket e Marat "a3um". Nel bicchiere è di colore arancio scuro/rame, velato; si formano "due dita" di schiuma, color ocra, fine e cremosa. Aroma pungente, freschissimo, quei profumi di frutta appena tagliata che vorremmo sempre trovare in una IPA; leggeri sentori di pino, ma soprattutto agrumi (pompelmo rosa, arancio) con in secondo piano un po' di frutta tropicale (ananas). L'etichetta annuncia un minaccioso IBU "a tra cifre", ma in bocca risulta essere meno "estrema" di quanto si potrebbe pensare, soprattutto perché la grande quantità di luppoli è sostenuta da una solida base di malto; corpo medio-pieno, carbonazione moderata, gradevole e morbida al palato. L'alcool (8%) è abbastanza in evidenza, costruendo assieme ai malti una solida struttura sulla quale si posano sentori fruttati che richiamano l'aroma (pompelmo) e, a seguire, un amaro molto intenso, vegetale, erbaceo, leggermente resinoso e speziato. Difficile definire "bilanciata" una birra che volutamente mette il luppolo davanti ad ogni cosa, ma questa Double Dealer ha comunque una sua eleganza ed una pulizia che la rende molto diversa da alcune "spremute" di luppolo abbastanza prive di senso che spesso ci arrivano dal Nord Europa. Profumatissima, ci è piaciuta un pelino meno in bocca dove l'alcool abbastanza in evidenza non le dona la stessa facilità di bevuta delle migliori Imperial IPA americane. A voi decidere se considerare Revelation Cat una realtà italiana, visto che produce in territorio inglese; se siete favorevoli, allora pensate anche al fatto che da oggi con birre del genere gli Stati Uniti sono un po' più vicini. Ottima. Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 01/2016, prezzo 5.50 Euro (beershop, Italia)

sabato 9 marzo 2013

Troubadour Westkust

Viene presentata a Giugno del 2012 nel museo del luppolo di Poperinge, la nuova birra del beer-firm The Musketeers, del quale abbiamo parlato più approfonditamente in questa occasione. Si chiama Troubadour Westkust, una Black IPA il cui nome rimanda appunto alla West Coast USA; la peculiarità di questa birra è che i "moschettieri", utilizzando gli impianti di De Proef (l'etichetta tuttavia non lo indica), hanno cercato di ricreare un profilo luppolato "californiano" utilizzando esclusivamente luppoli belgi. Si presenta di color marrone scuro, con intensi riflessi borgogna; la schiuma è quasi pannosa, molto generosa, color beige, molto persistente. Il naso è molto pronunciato, dal profilo dolce e "tropicale": passion fruit, mango, melone, ananas maturo. Più in secondo piano, soprattutto man mano che la birra si scalda, emergono sentori di caffè e di tostature. L'aroma è elegante, anche se non freschissimo. Estremamente appagante la sensazione al palato: corpo medio-pieno, carbonazione contenuta, grande morbidezza, quasi cremosa. Il percorso in bocca è simile a quello olfattivo: inizia dolce, ricca di frutta tropicale, per poi vedere emergere note di caffè e cioccolato amaro. E' una birra molto facile da bere, con l'alcool ben nascosto; la chiusura è piacevolmente secca, con un retrogusto amaro dove convivono note erbacee, torrefatte e di caffè. Una Black IPA che forse si spinge un po' oltre i già confusi confini dello stile, mettendo abbastanza in evidenza il lato "black". Ma al di là delle classificazioni, è comunque una birra pulita e ben fatta, molto gradevole da bere. Formato: 75 cl., alc. 9.2%, IBU 45, scad. 06/09/2015, prezzo 10.00 Euro (beershop, Italia).

giovedì 7 marzo 2013

Vosges La Meilleure

Ogni tanto perseveriamo nel peccato, continuando ad insistere nella ricerca di birra «artigianale»  francese; molte più delusioni che soddisfazioni sino ad ora,  ma andiamo oltre. Questa volta tocca alla  “La Madelon - Brasserie Artisanale des Vosges” .  Il birrificio nasce a maggio del 2000 a Dommartin-les-Remiremont, nell’area montuosa della catena dei Vosgi; rileva l’eredità della precedente Brasserie Artisanale des Vosges, piazzando i nuovi impianti negli stessi vecchi locali. In produzione ci sono ormai una decina di birre, tutte ad alta fermentazione, più numerose altre birre prodotte su commissione per altri. La Meilleure è una birra che nasce a maggio del 2012 per celebrare la presenza del birrifcio al  “salon de l'agriculture 2012”;  la manifestazione è una vetrina/concorso di svariati prodotti agricoli, tra i quali anche la birra. La ricetta, secondo il sito del birrificio, si ispira ad una birra che era brassata nel 1914 dalla precedente Brasserie des Vosges; dedica in etichetta a Saint Arnoul, un tempo vescovo di Metz  e  patrono di tutti i birrai della Lorena, morto ai piedi del "Saint Mont", a Saint-Amè, poco distante da dove ha sede il birrificio. L'etichetta recita anche "the best of the Vosges"; non sappiamo se questa sia la miglior birra del birrificio, o di tutto il comprensorio dei vosgi. Nel caso lo fosse, non osiamo immaginare come siano  tutti gli altri prodotti meno qualificati. Bel colore oro carico, leggermente velato; la schuma, bianca, ha buona persistenza ed è fine. Naso leggermente speziato (pepe), sentori di cereali, miele, agrumi canditi, leggero diacetile. Ci colpisce il corpo molto leggero se pensiamo all'importante gradazione alcolica (8.8%); è mediamente carbonata, consistenza acquosa. In bocca è molto dolce, con miele e biscotto al burro, leggere note fruttate di pesca ed albicocca; l'alcool è molto ben nascosto ma l'assenza di corpo la rende un po' troppo leggera ed evanescente. Chiude male, con un finale in picchiata dove sembra quasi scomparire, lasciando un timido retrogusto, molto corto, più abboccato che amaro. Leggero diacetile anche in bocca, birra che ha l'unico pregio di essere molto facile da bere; per il resto, siamo ai margini della sufficienza. Formato: 33 cl., alc. 8.8%, lotto 81717, scad. 10/2013, prezzo 2.90 Euro (gastronomia, Francia).


mercoledì 6 marzo 2013

Birra del Carrobiolo O.G. 1111

O.G. 1111  è la birra invernale del Carrobbiolo; una winter warmer dal contenuto alcolico abbastanza impegnativo (13%), prodotta con l’utilizzo di malti torbati per evocare i whisky dell’isola di Islay. Nel bicchiere è di un torbido color marrone con qualche riflesso rossastro; si forma un piccolo “dito” di schiuma, abbastanza grossolana, beige, che però svanisce quasi subito. Subito evidenti al naso i sentori di torba/fumo, davvero pronunciati, che lasciano in secondo piano altri descrittori come frutta secca, prugna ed uvetta; netti anche i sentori d’ossidazione che richiamano vini liquorosi (Marsala, Madeira). L’aroma è abbastanza complesso anche se decisamente meno fine di questa sua “concorrente”.  Al palato c’è assenza quasi totale di carbonazione, ed un corpo pieno; la consistenza è molto densa, quasi “masticabile”, molto calda ed avvolgente.  L’imbocco è vinoso, dolce (uva passa, prugna e caramello) ma c’è subito una progressione etilica che mette l’alcool in primo piano rispetto ad ogni cosa, richiamando più la struttura di un whisky che di un vino maderizzato. Netta presenza anche in bocca di note affumicate e, molto più nascoste, di china, in una birra da sorseggiare con molta calma e - almeno in questa bottiglia da noi assaggiata e "scaduta" da quasi un anno - dalla bevibilità molto limitata. Chiude con un finale fruttato e morbido, molto etilico, che lascia bocca,  gola e stomaco pieni di calore.  Il birrificio la definisce un ipotetico incontro tra whisky torbato e barolo chinato; è senz'altro una birra molto complessa e ben strutturata, che (lentamente) riscalderà le vostre serate più fredde. Se dobbiamo però fare un sommario confronto con altri barley wine italiani bevuti nell'ultimo periodo, la metteremmo dopo questa, questa, ed anche questa.  Formato: 37.5 cl., alc. 13%, lotto 63, scad. 04/2012, prezzo 11.30 Euro.

lunedì 4 marzo 2013

White Dog High Fever

Inglese "trapiantato" sull'Appennino Modense, Steve Dawson ha aperto nel 2006, a Rocchetta di Guiglia, la White Dog Brewery; la passione per le real ales britanniche lo ha spinto a lasciare il proprio precedente impiego nel settore editoriale per dedicarsi assieme alla moglie al suo "vero" amore. La situazione brassicola non proprio felice in madre patria di quegli anni lo convincono a tentare l'avventura sul territorio italiano. La scelta si è effettivamente rivelata azzeccata, se pensiamo alla crescita esponenziale del movimento brassicolo italiano negli ultimi anni; ma anche in Inghilterra, attualmente, i microbirrifici di qualità sono in costante crescita ed in netta controtendenza rispetto al trend generale del consumo di birra. Il buon successo di vendite porta la necessità di crescere e di allargarsi, ed è proprio questa fase che White Dog sta attraversando. Individuata l'area presso l'ex-caseificio di Rocchetta, Steve ha lanciato il suo progetto di ampliamento e la sua lotta contro la lenta burocrazia italiana. Ma alla fine del tunnel s'intravede ormai la luce, ed entro fine Marzo 2013 dovrebbe finalmente essere fatta la prima cotta presso i nuovi impianti. Nel frattempo una parte della produzione viene attualmente effettuata presso Birra Amiata ad Arcidosso (Grosseto). Ammettiamo che le birre di White Dog in bottiglia non ci hanno mai fatto impazzire; alla spina le abbiamo sempre trovate decisamente migliori, molto più pulite, prive di quella eccessiva lievitosità che abbiamo riscontrato in più di una bottiglia. Per questo non avevamo grosse aspettative nei confronti di questa High Fever;  l'ultima creazione di Steve, messa in commercio il mese scorso, è una golden ale decisamente molto luppolata e dall'ABV (7.3%) non esattamente da session beer. All'aspetto è di color oro velato; la schiuma è bianchissima, candida, fine e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma è straordinariamente fresco e  fragrante, pungente, molto fine: si ha l'impressione di avere davanti un pompelmo appena tagliato, un mandarino; più in secondo piano lemon grass e note più dolci di polpa d'agrumi, soprattutto arancio. In bocca la base maltata (pane) è quasi impercettibile; c'è subito un ritorno di agrumi a continuare in linea retta il percorso iniziato al naso. In successione, diverse sfumature che richiamano prima la polpa del pompelmo, leggermente dolce, poi la scorza di limone e lime. Anche in bocca c'è grande pulizia ed eleganza; il corpo è medio-leggero, la carbonazione media, in una birra watery quanto basta per risultare facilissima da bere ma mai troppo sfuggente. A fine corse c'è un lieve ritorno di pane/cereali, chiusura secca e ripulente, retrogusto amaro molto "zesty", fine e persistente. Birra praticamente perfetta nella sua semplicità; pochi elementi ma al posto giusto, ruffiana quanto basta, profumatissima al naso fragrante e pungente in bocca, rinfresca e disseta per poi assetare di nuovo il palato della voglia di un altro sorso. In questa bottiglia così in forma, non possiamo non metterla al tavolo delle migliori golden ale italiane. Chapeau! Formato: 33 cl., alc. 7.3%, lotto WDA 37, scad. 06/2013, prezzo 4.00 Euro (beershop, Italia).

domenica 3 marzo 2013

Glazen Toren Saison d'Erpe-Mere

Il "piccolo birrificio" De Glazen Toren apre le porte a Novembre del 2004; a fondarlo sono Jef Van De Steen e Dirk de Pauw. S'incontrano al Municipio di Erpe-Mere, dove entrambi lavorano e, guidati dalla passione per la birra, iniziano dei timidi esperimenti in garage. I primi risultati non sono molto soddisfacenti ed i due decidono d'impegnarsi in un corso di tre anni alla  Hogeschool C.T.L. di Gent. Terminato lo studio, viene individuato il luogo (nella via Glazentoren di Erpe-Mere) dove installare gli impianti parzialmente recuperati dalla chiusura del birrificio Meesters. A bordo sale anche un terzo socio, Mark De Neef.  Intanto Jef Van De Steen continua il suo prolifico "lavoro" di scrittore birrario: qui un elenco delle sue pubblicazioni. La birra che inaugura la produzione è proprio questa Saison d'Erpe-Mere, la cui ricetta prevede frumento, malto pilsner, luppoli Hallertau (belga), Saaz (ceco) e Target (inglese).  Una birra che ha riscosso molto successo soprattutto negli Stati Uniti (Beer Advocate la mette tra le 50 migliori saison al mondo) e che ha contribuito alla necessità di espandere la capacità produttiva del birrificio già due volte, nel 2007 e nel 2009. Ma torniamo alla Saison d'Erpe-Mere, di colore arancio pallido, opaco; la schiuma è molto generosa, bianca, pannosa, dalla buona persistenza. Ottimo aroma, forte e pulito, con una diffusa speziatura dalla quale spicca una nota di pepe; seguono sentori di arancio (scorza e polpa), banana acerba, cereali ed una piacevole nota "rustica", leggermente terrosa. Molto bene anche in bocca; saison vivacemente carbonata, dal corpo medio: c'è un leggero imbocco di pane e cereali, ma il gusto è principalmente fruttato (soprattutto polpa d'arancio, ma anche pesca) con un bell'equilibrio generale dato da note amaricanti di scorza di pompelmo e limone. La leggera acidità le rende molto rinfrescante, e la vivace carbonazione ne enfatizza il carattere "pepato" anche al palato; chiude con un bel finale secco ed un retrogusto abbastanza lungo, amaro, caratterizzato da note erbacee e di scorza d'agrumi. Ottima saison da bere a secchi: pulita e vivace, leggermente rustica, intensa, ricca di frutta, molto appagante e dissetante. Formato: 75 cl., alc. 6.9%, scad. 19/07/2014, prezzo 7.80 Euro (beershop, Italia).

sabato 2 marzo 2013

Birra Olmo White Rabbit

Oggi parliamo di una Beer Firm, ovvero un produttore senza impianti, una realtà che si sta diffondendo sempre di più sulla nostra penisola negli ultimi tempi.  Il marchio Birra Olmo ha sede a Arsego di S. Giorgio delle Pertiche (Padova) ed è in attività dal 2012. Davvero molto curata la grafica delle etichette, con logo del birrificio e relativi “ingranaggi” in leggero rilievo lucido.  La gamma attualmente comprende una strong ale (Amber Owl), una blonde (Butterfly), una stout (Soul) ed una (Double) Blanche, questa White Rabbit. Tipico color giallo paglierino opalescente, schiuma bianca, quasi pannosa, dalla buona persistenza.  L’aroma è molto pronunciato: scorza d’arancio, coriandolo, pepe, sentori di cereali e, quando la birra si scalda, un leggero sulfureo.  L’ABV (6%) superiore alla media che generalmente s’incontra in questo identifica appunto la “double blanche” ; imbocco di cereali, poi molto arancio (polpa e scorza), con un finale speziato di coriandolo, cereali e leggermente amaro (scorza arancio, curaçao). Il corpo forse è un po’ troppo leggero per una “double”, la carbonazione alta,  e c’è una grande facilità di bevuta grazie ad una consistenza watery.  In bocca c’è meno intensità dell’aroma, ma una maggiore pulizia. Comunque una blanche abbastanza soddisfacente, vivace, secca, con una leggera acidità piacevolmente rinfrescante. Formato: 33 cl., alc. 6%, lotto 54, scad. 11/2013, prezzo 2.50 Euro (stand birrificio).

venerdì 1 marzo 2013

Grottenbier Bruin

C'è la mente e la mano di Pierre Celis dietro a questa Grottenbier, nata nel 1999 e considerata un po' la capostipite di tutte le cosiddette birre-champagne (no, non la Miller che in etichetta recita "the champagne of beers" ma piuttosto la Deus o la Malheur). Celis, ispirato da una visita alle grotte di Reims e dintorni, vuole produrre una birra usando il metodo Champenoise , individua un luogo analogo in Belgio, presso Kanne, dove poter mettere la birra a maturare. Trovato il luogo, non gli resta che trovare un birrificio che metta in pratica la sua idea; inizialmente Celis si accorda con la De Smedt, passando poi la licenza produttiva alla St. Bernardus dopo che il primo birrificio viene acquistato dalla Heineken. La birra viene imbottigliata con lievito fresco e zucchero, poi lasciata maturare in grotta  "a testa in giù" su appositi cavalletti (pupitre)  ad una temperatura costante di 11 gradi ed umidità del 95%. L'ultima fase della lavorazione consiste nel gelare il liquido del collo della bottiglia; levato il tappo, la pressione farà fuoriuscire questo "cilindretto congelato" che contiene le fecce dei lieviti esausti. Oggi la birra non matura più in grotta, ma ha comunque mantenuto il suo nome originale che le ha portato fortuna e ne ha permesso la realizzazione commerciale anche di una versione dal colore più chiaro. La Grottenbier Bruin arriva nel bicchiere di colore marrone con venature ambrate. La schiuma, molto persistente, è fine e cremosa, una vera "coltre" soffice nella quale viene quasi voglia di immergersi. Il naso, pulito, ha leggeri sentori vinosi, di uva e di marasca, prugne acerbe; in secondo piano emergono sentori floreali e di frutta secca. Il gusto è un po' meno intenso dell'aroma: birra dal corpo medio e vivacemente carbonata, una "bruin" molto atipica dove non si trova l'atteso dolce/caramello. C'è molto fruttato (uva) ed una leggera asprezza con a contorno note di biscotto, di frutta secca, di cartone e qualche lievissimo accenno di malto tostato; l'asprezza aumenta a fine corsa, regalando un bel taglio secco ed un finale leggermente erbaceo con qualche nota di scorza d'agrumi. Alcool ben nascosto, in una birra molto particolare e molto vivace in bocca; non conoscendo quasi per nulla il mondo dello champagne evitiamo qualsiasi paragone, ma se vi è capitato (come a noi) di bere qualche bicchiere di uno champagne al ristorante che il sommelier vi ha indicato avere "una buona struttura" (lungi da noi ricordare un nome) troverete in questa Grottenbier più di una remota somiglianza. Formato: 33 cl., alc. 6.5%, scad. 10/03/2014, prezzo 3.20 Euro  (beershop, Italia).