mercoledì 28 novembre 2012

Birra Lucilla La Rossa

Esattamente tre anni fa, il 27 Novembre 2009, scrivevamo le nostre impressioni sulla birra Lucilla; il post è a tutt'oggi il più visto di tutto il blog, con 3642 visualizzazioni e 32 commenti, molto discordanti tra loro. Abbiamo deciso di celebrare il terzo anniversario di quel giorno ritornando sul "luogo del crimine", e stappando una nuova bottiglia di Lucilla, che nel frattempo ha subito un restyling di etichetta ed è diventata "Lucilla La Rossa" crescendo anche in percentuale alcolica. A causa della mancanza d'informazioni in etichetta a quel tempo sbagliammo il bicchiere di degustazione; non ricordo se tirammo ad indovinare o se trovammo qualche riscontro in internet, ma ipotizzammo si trattasse di una alta fermentazione ("ale in stile belga", sic) ed optammo per un calice tipo abbazia. Le note in etichetta continuano ad essere scarse, ma dalle informazioni reperite dovrebbe trattarsi di una bassa fermentazione, stile bock o, vista la gradazione alcolica (8%) doppelbock. Visto che la Lucilla di tre anni fa era ferma al 6.5%, supponiamo che la ricetta sia rivisitata. Festeggiamo dunque il terzo anniversario del post più visto di questo blog versando Lucilla in un bicchiere consono. L'aspetto è molto invitante: ambrato carico, praticamente limpido; schiuma ocra, fine, quasi pannosa, dalla buona persistenza. L'aroma è già molto meno accattivante: c'è poca intensità e poca pulizia. Emergono esteri fruttati, note terrose, sentori di lieviti poco eleganti. Il gusto non si discosta molto: anche qui poca intensità, per un birra dal buon contenuto alcolico che risulta da un lato facile da bere, dall'altro troppo sfuggente con un corpo medio-leggero ed una consistenza watery. Troviamo note di caramello e (poca) frutta sotto spirito; birra dolce, che finisce lasciando un po' il palato appiccicoso ed un retrogusto corto di frutta sotto spirito, con una leggerissima nota amaricante che rimanda al tostato, con poca eleganza. Man mano che la birra raggiunge la temperatura ambiente c'è anche un lievissimo tepore etilico. L'etichetta come dicevamo non offre informazioni sul prodotto, ma è a suo modo molto esplicativa di quello che c'è nel bicchiere: una rossa (di colore) birra "doppio malto", che nell'immaginario del bevitore "erectus" identifica una birra leggermente dolce, dal contenuto alcolico abbastanza sostenuto. E questo è esattamente Lucilla, senza grandi difetti o "off flavors". Reperibile soprattutto attraverso i discount italiani, ha un prezzo "artigianale" basso, visto che siamo sui 4 Euro al litro; dovessimo anche dare priorità a questo  (lasciando in secondo piano aroma e gusto, visto che non offrono molto), rammentiamo l'esistenza di altre birre "quasi" industriali che con poca differenza di prezzo (in più e in meno), rappresentano esempi nettamente più appetibili di "rossa italica doppio malto". Non le beviamo da un po' ma ricordiamo la Sixtus della Forst, la Peroni Gran Riserva, la Moretti La Rossa. Chi è avvezzo alla birre da supermercato troverà quindi questa Lucilla un discreto prodotto che non si discosterà molto dalle abitudini del suo palato; chi in invece ha già fatto un percorso più o meno lungo con le birre "di qualità" (omettiamo volutamente la parola "artigianale", che non significa necessariamente "buona") ci  troverà dentro molto poco. In conclusione: siamo affezionati a Lucilla perché è il post più letto di questo blog, ma proprio non riusciamo a farcela piacere. Formato: 50 cl., alc. 8%, lotto 0481201, scad. 17/08/2013, prezzo 1.99 Euro.

lunedì 26 novembre 2012

Toccalmatto B Space Invader

Si autodefinisce in etichetta "intergalactic black cascadian incredible pale ale", riportando anche una citazione dal leggendario film Blade Runner ("e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser"). E' la "black IPA" di Toccalmatto, chiamata B Space Invader, un nome che richiama un altra leggenda, il mitico videogioco arcade Space Invaders. Viene inizialmente prodotta in collaborazione con Angelo Scarnera del Brew Wharf pub di Londra, e viene brassata sia a Londra che a Fidenza. In Italia debutta a dicembre 2011 al Blind Pig di Roma, mentre a Marzo del 2012 si aggiudica il primo premio nella discutibile categoria "Pale ale-ipa-dark ipa -apa-bitter-double ipa-mild- altbier" del Campionato Italiano delle Birre Artigianali all'Italian Beer Festival di Milano. Ratebeer la premia con un punteggio di 99/100, e nella classifica delle migliori Black IPA di  tutto il mondo si piazza al tredicesimo posto, dietro "mostri sacri" come Stone, Cigar City e Hill Farmstead. Terminate le celebrazioni, passiamo alla sostanza. E' di color ebano scuro, con un'ampia "testa" di schiuma color nocciola, abbastanza fine e persistente. Al naso ci sono in primo piano agrumi, soprattutto pompelmo, e poi leggeri sentori di aghi di pino e caffè; aroma fresco, pulito ed elegante, ma ripensando a questa, manca quella esplosività che vorremmo sempre trovare in ogni IPA. La sensazione al palato è invece davvero ottima; corpo e carbonazione sono medi, la consistenza è oleosa e si rivela una birra molto morbida e rotonda, davvero piacevole. Il gusto apre con leggere note di tostatura, poi la polpa di pompelmo (dolce) prende il sopravvento, con il leggerissimo "disturbo" di note di caffè e di cioccolato; il finale rientra nel range di una IPA, con un taglio secco ed un amaro molto intenso e "lungo", con resina e scorza di pompelmo. Davvero un'ottima birra, profumata, molto pulita gustosa e molto facile da bere. Stilisticamente si spinge forse un po' oltre il confine delle Black IPA, senza tuttavia arrivare ad essere una di quelle stout ultraluppolate che ogni tanto s'incontrano. E, parafrasando Blade Runner, con il quale avevamo iniziato questo post, chiudiamo semplicemente con un: "è tempo di berla". Andate a comprarla. Bravo Bruno. Formato: 75 cl., alc. 6.3%, lotto 12053, scad. 07/2013, prezzo 8.00 Euro.

domenica 25 novembre 2012

La Trappe Quadrupel

Dopo Triple e Blond, con i primi veri giorni freddi dell’anno è il momento di passare alla birra più ”importante” (se non altro per il tenore alcolico) del birrificio dell’Abbazia di Onze-Lieve-Vrouw Van Koningshoeven, in Olanda. Chiamata semplicemente Quadrupel, si presenta di un torbido colore ambrato, carico; la schiuma è piccola e poco persistente, ma lascia comunque il “pizzo” nel bicchiere. Il bicchiere “d’abbazia” va bene per il servizio fotografico, ma mortifica in modo quasi definitivo l’aroma della birra, disperdendolo; avvertiamo solamente alcool e caramello. Optiamo allora per un travaso nel meno monastico e più “mondano” teku; le cose migliorano, ed è possibile apprezzare altri profumi come frutta candita (albicocca, mela, pesca), marzapane, sentori floreali. Il corpo non è così pieno come la gradazione alcolica poteva far immaginare; è poco carbonata, con una consistenza oleosa. Al gusto domina il dolce, con zucchero di canna, marzapane, uvetta, prugne, frutta sotto spirito. L’alcool si fa sentire poco, ed è una Quadrupel relativamente facile da bere, anche se molto dolce. Un bel finale discretamente secco evita la saturazione da zuccheri, lasciando un tiepido retrogusto etilico e fruttato. Più che “pane liquido”, come vorrebbe la tradizione monastica, si tratta quasi di un “dolce liquido”. Birra senza evidenti difetti ma che tende molto ad assomigliare ad un “dolcione“ senza molte variazioni; il limite più grosso che abbiamo riscontrato – almeno in questa bottiglia – è lo scarso apporto soprattutto al gusto dato dai lieviti utilizzati, incapaci di “movimentare” un po’ la bevuta che arriva a battere sempre sullo stesso tasto. Assaggiare una Rochefort 10 o una St. Bernardus Abt 12 per credere, Dal 2008 ne esiste anche una versione barricata (oak aged), se mai ce ne fosse stato il bisogno. Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto K09010, scad. 04/2013, prezzo 2.00 Euro.

sabato 24 novembre 2012

Orso Verde Rebelde

Dopo oltre due anni ritorniamo ad assaggiare una birra del birrificio Orso Verde di Busto Arsizio (Varese), aperto nel 2004 e guidato da Cesare Gualdoni con, dal 2008, il socio Paolo Bienati. Dopo la molto buona Back Door Bitter, ecco la Rebelde, una American Strong Ale che ai luppoli americani affianca malti di origine belga. Nel bicchiere è di un bell’ambrato intenso e forma un bel “cappello” di schiuma ocra, fine e cremosa, molto persistente. All’aroma c’è subito un “benvenuto” di pompelmo, seguito in secondo piano da sentori un po’ terrosi e di toffee; c’è pulizia, mentre l’intensità è solo discreta. Decisamente più appagante è il gusto, che ripropone più o meno lo stesso scenario ad un’intensità molto maggiore; prima biscotto e di caramello, poi polpa di pompelmo, fino ad un crescendo finale amaro tra note resinose e terrose. Ineccepibile secchezza, palato sempre ben pulito, retrogusto amaro, intenso, terroso ad aggrumato (scorza di pompelmo). Strong Ale ben fatta, pulita, facile da bere grazie all'alcool ben nascosto; aroma un po' sottotono, ma pronto riscatto in bocca dove è pulita e gustosa, con una spiccata caratterizzazione data dai luppoli americani. Molto bene. Formato: 50 cl., alc. 7.5%, lotto 61/12, scad. 30/08/2013, prezzo 5.00 Euro.

venerdì 23 novembre 2012

Russian River Damnation

Questa birra della californiana Russian River (qui, per approfondire) è un po’ una dichiarazione d’amore per il Belgio fatta dal birraio, Vinnie Cilurzo, essendo dichiaratamente ispirata dalle strong ales belghe e, in particolare, dalla Duvel ("che fu", aggiungiamo noi). La ricetta prevede un lievito proprietario di Russian River, sviluppato alla White Lab di San Diego, malto American Pilsner, zucchero, luppolo Styrian Goldings (americano). Un po’ più leggera in alcool della musa ispiratrice (7.75% vs. 8.5%), più raffinata la bottiglia, 375 millilitri con tappo di sughero e gabbietta metallica, mantiene comunque un nome minaccioso (Damnation) che tiene testa al “diavolo” (Duvel) belga. Ma a dispetto del nome, si tratta di una strong ale abbastanza docile e straordinariamente facile da bere, per la gioia di chi ha la fortuna di poterla stappare con regolarità. Dorata, rimane perfettamente limpida se si ha l’accortezza di versare con cautela per lasciare il lievito sul fondo della bottiglia; perfetta la schiuma, bianchissima, ampia, fine, cremosa, persistente. Ha un bel naso profumato, dove spiccano sentori di banana, pera, agrumi (arancio) e cereali; in secondo piano sentori floreali e di miele, mentre a temperatura ambiente emerge anche una leggera rusticità (o “funky”, per dirla all’americana). Un percorso che continua in linea retta anche al palato; agrumi, banana, pane e cereali, con una leggera acidità a renderla molto rinfrescante e dissetante. E’ secca “ma non troppo”, e chiude con un bel finale leggermente amaro dove i luppoli regalano note terrose e di scorza d’agrumi. Di nuovo, a temperatura ambiente, si percepisce qualche nota rustica, quasi legnosa. Molto pulita, intensa, è quasi una session beer fuori ordinanza, con l'alcool magistralmente occultato. Come la Pliny The Elder, anche la Damnation non è uno spettacolo pirotecnico ma "soltanto" un mostro di equilibrio, e di bevibilità. Formato: 37.5 cl., alc. 7.75%, lotto 22/05/2012, prezzo 4.08 Euro   ($ 4.89).

mercoledì 21 novembre 2012

LoverBeer Papessa

Papessa è la Imperial Stout “gentile” (alc. 7%, quasi un’inezia rispetto alle Imperial Americane o Scandinave, che “viaggiano” solitamente in doppia cifra, dal 10% in su) del birrificio Loverbeer che abbiamo incontrato per la prima volta in questa occasione.  Il nome Papessa deriva dalla seconda carta dei tarocchi, dei quali ammettiamo la nostra più completa ignoranza; se volete saperne di più, vi rimandiamo a queste due interessanti pagine: link e link. L’aspetto è impressionante, sontuoso, magnifico: ebano scurissimo, ampia schiuma color caffè, fine e cremosa, molto persistente. Immaginate quasi di avere davanti un caffè in una tazza di vetro gigante. L’aroma si apre con leggeri sentori vinosi che richiamano i frutti di bosco (soprattutto mirtilli), seguiti da profumi netti di orzo tostato, caffè e cacao amaro. Naso essenziale, elegante, molto pulito. In bocca (corpo medio) il percorso prosegue sullo stesso binario: tostature molto eleganti, orzo, caffè e cioccolato amaro, chiudendosi proprio come era iniziato, con una leggerissima nota acidula di frutti di bosco. Lunghissimo ed intenso il retrogusto, ricco di caffè e cioccolato amaro. Birra che si potrebbe riassumere in tre parole: essenziale, intensa, pulita.  Ha una buona viscosità che la rende molto gradevole e morbida al palato; la bottiglia che abbiamo degustato era tuttavia un po’ troppo gassata, rendendo questa Papessa un po’ meno “da divano” di quello che potrebbe essere. Alcool quasi impercettibile, per una grande facilità di bevuta; forse avremmo gradito un maggior tepore etilico, soprattutto nel retrogusto, a riscaldare le serate invernali. Ottima birra, bravo Valter; ovvio e forse scontato l’abbinamento con un dessert al cioccolato, ma non per questo da scartare, anzi ! Formato: 33 cl., alc. 7%, lotto PPA02-0510, scad. 12/2013, prezzo 6.20 Euro.

martedì 20 novembre 2012

Urthel Hop-it

Nel suo interessante libro India Pale Ale, Mitch Steele, mastro birraio all'americana Stone Brewing, dedica un piccolo capitolo alle diverse variazioni all'interno della categoria stilistica delle IPA, soffermandosi sulle "belgian IPA". Come capostipite dell sotto-stile Steele cita la Urthel Hop-it, prodotta per la prima volta nel 2005 dalla Brouwerij De Leyerth di Ruiselede. Se il libro v'interessa -  350 pagine dedicate alle IPA, incluse moltissime ricette - lo trovate anche su Amazon.it; ovviamente tutto in inglese.  La birraia della De Leyerth, Hildegard  van Ostaden (molto proabilmente la birraia più affascinante dell'intero globo), era appena ritornata da un viaggio in Alaska (l'Anchorage Barleywine Festival) ed era rimasta "sconvolta" dall'incontro con le IPA americane. Superato il primo bicchiere con la reazione "Oh my God, what is this?", Hildegard si innamora delle birre ultraluppolate e decide di farne una sua interpretazione una volta tornata a casa. Piuttosto che cercare di replicare una classica American Double IPA, decide di utilizzare solo luppoli europei e, sostanzialmente, modifica la ricetta della Urthel Tripel (la Hibernus Quentum), triplicando le percentuali di luppolo. Che vi piaccia o no la sottocategoria stilistica (Belgian IPA), la Urthel Hop-it è una sostanziosa (9.5%) Belgian Strong Ale di colore dorato, limpido. La schiuma che forma è molto solida, pannosa, bianchissima e molto persistente. L'aroma non è esattamente un'esplosione di luppolo, ma è comunque pulito: ci sono agrumi, soprattutto scorza di limone, arancio, sentori floreali e cereali. In bocca ci colpisce subito per la carbonazione molto elevata; il corpo è medio. La prima parte della bevuta è dolce, molto dolce, piena di frutta gialla (quasi) candita, come pesca ed albicocca; il palato è molto "appiccicoso", ma per fortuna in suo soccorso arriva, proprio all'ultimo secondo, un amaro erbaceo abbastanza intenso a portare un po' di equilibrio ed a seccare, anche se non completamente, la bocca. Amaro anche il retrogusto, corto ma intenso, erbaceo e leggermente speziato. Questa Urthel Hop-it si lascia bere con buona facilità, nascondendo l'alcool per tutto il tempo; è una birra un po' ruvida, dove non c'è una vera e propria progressione del gusto ma un salto netto tra una prima parte molto dolce e molto "tripel", ed un "ultimo chilometro" di volata amara. Aroma un po' sottotono, in una birra che non ha difetti ma che non ci viene voglia di ricomprare; bottiglia proveniente dalla grande distribuzione, quindi le concediamo tutte le attenuanti del caso e magari la rincontreremo, un giorno, in una qualche spina. Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto K10A12, scad. 01/2015, prezzo 3.00 Euro.

Toccalmatto Uber Pils

Una delle diverse novità che nel 2012 hanno ulteriormente rimpolpato la gamma del Birrificio Toccalmatto è stata la Uber Pils, brassata in collaborazione con Ryan Witter-Merithew, birraio americano temporaneamente alla danese Fano Bryghus. L'etichetta (davvero splendida) la descrive una "imperial pils ultra luppolata - luppoli europei oltre ogni immaginazione". E' di colore dorato, un po' pallido e velato (ricorda molto una zwickl); ampia testa di schiuma, bianca, cremosa, con una buona persistenza. Naso pulito ed elegante con sentori floreali, erbacei e frutta tropicale (mango e pompelmo). In bocca dopo un leggero imbocco di pane c'è un vero e proprio dominio di frutta (pesca ed agrumi), bilanciati da un amato erbaceo molto pulito. Ha il corpo medio ed una carbonazione vivace ma non troppo; chiude con un bel finale secco e, con il palato pulito, nell'attesa del prossimo sorso ci gustiamo un retrogusto amaro, pulito eleggermente speziato, con una tiepida nota alcolica a riscaldare. Categoria stilistica moderna antitetica per eccellenza, una "imperial pils" sarebbe una versione "spinta" o "muscolosa" di una pils, birra che invece fa della delicatezza e del fragile equilibrio tra malti e luppoli la sua ragione d'essere. Il risultato potrebbe non lasciare entusiasta un amante delle pils classiche, che vi troverebbe opulenza piuttosto che delicatezza; i luppoli prendono il sopravvento per tutta la bevuta, coprendo quella base maltata, di cereali fragranti e di crosta di pane, tipica delle migliori pils. Questa Uber Pils è molto ben fatta, pulita, gustosa e, in senso positivo, molto ruffiana; facilissima da bere, è davvero difficile non farsela piacere, con quell'abbondare di frutta fresca che invita alla bevuta (quasi) seriale dissetando e, al tempo stesso, ri-assetando il palato. Formato: 75 cl., alc. 6.2%, lotto 12076, scad. 08/10/2013, prezzo 8.00 Euro.

lunedì 19 novembre 2012

The Kernel Pale Ale Ahtanum Cascade Citra

A Marzo di quest'anno il birrificio inglese The Kernel si è  trasferito in locali più capienti, cambiamento reso necessario per poter soddisfare la domanda sempre più crescente dei loro prodotti. Il trasloco non ha comunque affatto snaturato "l'anima" del birrificio; si trova sempre sotto le arcate della ferrovia, solamente a qualche isolato di distanza dalla precedente location. L'apertura al pubblico è rimasta la stessa (tutti i sabati dalle 9 alle 15), con la possibilità di bere in loco e di portare a casa le loro bottiglie; se la fermata della metropolitana consigliata per la precedente location era London Bridge, adesso vi conviene scendere a Bermondsey. L'ampliamento degli impianti ha consentito di rendere - finalmente! - possibile anche l'esportazione, prima davvero cosa rara. Un'occasione che i ragazzi di Ales & Co. non si sono lasciati sfuggire riuscendo ad inserire diverse Kernel nel loro catalogo. Se avete quindi voglia di assaggiare le birre di Evin O'Riordain senza andare in Inghilterra, potete chiedere al vostro beershop di fiducia di ordinarle ad Ales & Co (no vendita diretta ai privati). I più meticolosi avranno notato il leggero cambiamento delle splendide e minimali etichette; se prima il nome delle birre era stampigliato a mano, con un timbro ad inchiostro che dava uno splendido effetto finale, esaltazione del concetto di "manufatto", nelle nuove la stampa "da computer"  risulta molto più "fredda" togliendo un po' di fascino. Sono invece rimasti essenziali i nomi delle birre, come sempre composti dallo stile e/o dai luppoli usati. Ecco quindi questa Pale Ale Ahtanum Cascade Citra, di colore oro antico, quasi limpido; la testa di schiuma è piccola ma cremosa e lascia un persistente pizzo nel bicchiere. L'aroma è tipicamente "The Kernel": pulitissimo e forte, molto raffinato. Pompelmo, ananas, fiori, arancio, mandarino, leggeri sentori erbacei: si potrebbe davvero restare tutta la sera ad annusare la birra. Aroma che si fa sentire anche mentre si porta la pinta alle labbra, aumentando la salivazione. E' una Pale Ale ovviamente leggera, poco carbonata, watery quanto basta. La base maltata (pane) è molto lieve, ed il gusto assume subito le sembianze di un cockatil di frutta, dolce: pompelmo, pesca/mango, arancio; anche qui estrema pulizia, ed ottima intensità. L'amaro (scorza di pompelmo) si fa attendere un attimo, andando a bilanciare il "succo di frutta" la birra con molta discrezione. La secchezza è da manuale, e si chiude in bellezza con un retrogusto "zesty", di pompelmo e lime. Che dire? E' una birra sfacciatamente ruffiana, ammiccante, modaiola e piaciona. Ma è anche mostruosamente facile da bere, profumatissima e pulitissima, quasi impeccabile. Una specie di "zoccoletta", che ti fa gli occhi dolci, si mette in (splendida) mostra ed è difficile, se non impossibile, resisterle. Ne ordineremmo volentieri un paio di pinte secchi. Uscite, compratela e bevetela finchè è fresca (giovane); e se il vostro beershop non la conserva in frigorifero, lamentatevi. Formato: 33 cl., alc. 5.1%, lotto prodotto 19/09/2012, scad. 19/01/2013, prezzo 5.00 Euro.

venerdì 16 novembre 2012

Emelisse TIPA

Pensavamo si trattasse di una nuova realtà olandese, invece ci ha stupito leggere che la Bierbrouwerij Emelisse esiste dal 1998, guidata dal mastro birrario Kees Bubberman, con sede a Kamperland, nello Zeeland, la tranquilla estremità occidentale olandese, lontana dai clamori cittadini di Rotterdam ed Amsterdam. Il birrificio/brewpub ha anche un interessante ristorante annesso. La produzione annuale, secondo quanto il sito del birrificio comunica (rigorosamente in "dutch") si attesta sui 2000 ettolitri, metà dei quali sono destinati all'esportazione in tutto il mondo; sono una cinquantina le birre attualmente elencate su Ratebeer. L'ottima collaborazione con la Marble Brewery assaggiata poco tempo fa ci ha spinto a conoscere meglio questo birrificio olandese; iniziamo dalla T.I.P.A., nome  che indicherebbe una "Triple IPA" ma che in buona sostanza altro non è che una Double/Imperial IPA. Iniziamo dall'aspetto: colore ambra carico, opaco, ampio cappello di schiuma ocra, fine, cremosa e molto persistente. Il naso, dolce e molto pulito, regala sentori di frutti tropicali come mango, ananas maturo, papaya; troviamo anche polpa di pompelmo, leggero caramello e, appena percepibili, frutti di bosco rossi (lampone?).  Il contenuto alcolico è importante (10%), ma in bocca questa TIPA rivela un carattere abbastanza docile; corpo pieno, carbonazione media, una consistenza oleosa che le dona un soddisfacente livello di morbidezza. Dopo un leggero imbocco di malto/biscotto, la birra ripropone un bel fruttato fresco di mango e pompelmo, che mantiene per qualche secondo l'amaro a distanza. E' solo verso fine corsa che arrivano note resinose, un po' pepate, ad equilibrare la bevuta ed a dare un bel taglio secco, che pulisce il palato per permettere poi di assaporare un retrogusto amaro con resina, scorza di pompelmo, un ritorno di frutta tropicale ed un lieve tepore etilico.  Birra ben bilanciata, lontano da ogni estremismo o spremuta di luppolo annichilapapille; l'alcool è ben nascosto e si beve con buona facilità. L'aroma è pulito ma non esplosivo, meglio il gusto dove c'è un'intensa componente fruttata, dolce ma non troppo, a rendere molto piacevole la bevuta.  Senz'altro da provare ma, come tutte le double IPA, fresca (giovane). L'invecchiamento potrebbe deteriorare l'ottimo equilibrio creato dal birraio e rendere molto meno piacevole la bevuta. Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 103, lotto A, scad. 09/2014, prezzo: 4.00 Euro.

giovedì 15 novembre 2012

Birra del Carrobiolo O.G. 1085

Il “Piccolo Opificio Brassicolo del Carrobiolo – Fermentum”, viene fondato nel 2008 da un gruppo di sette amici appassionati di birra; tra questi il birraio Pietro Fontana, un passato da homebrewer e, a tempo pieno, presidente dell’associazione educativa Luce e Vita. L’idea di base è fondamentalmente quella di produrre birra la cui vendita possa essere anche un sostegno economico per le attività di solidarietà che si svolgono all’interno del convento dei Padri Barnabiti di Monza. Pietro Fontana, da tempo collaboratore con la comunità barnabita di Monza, riesce a coinvolgere Padre Davide Giuseppe Noè Maria Brasca, che dà il benestare all’operazione, mettendo a disposizioni alcuni locali all’interno del convento in Piazza Carrobiolo. Le prime difficoltà sono di ordine logistico; si tratta di progettare ed acquistare un impianto in grado di passare per la porta del convento; la struttura dell’edificio, risalente al 1571,  è infatti vincolata dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali e quindi immodificabile.  Risolto il problema, inizia la produzione all’interno di una location molto suggestiva che rimanda – con le dovute distanze – alla produzione di birra monastica e trappista. Tutte le birre vengono prodotte utilizzando un “frumento biologico autoctono chiamato “Spiga e Madia” coltivato grazie ad un patto di solidarietà tra il Distretto di Economia Solidale della Brianza e un agricoltore locale”.  Per il birrificio arrivano anche i “15 minuti” di notorietà”  profetizzati da Andy Warhol; durante lo scorso Gran Premio di Formula 1 il pilota Michael Schumacher si trova a cena in un ristorante di Monza; chiede una birra ed il ristoratore, non avendo nulla a disposizione, va a suonare al portone del vicino convento/birrificio; in pochi minuti arriva sulla tavola di Schumacher una bottiglia. Il pilota gradisce molto, ed il giorno dopo telefona direttamente al birrificio per farsi “portare qualche altra bottiglia”; superata l’incredulità iniziale, Pietro lo invita piuttosto a “venirsele a prendere”.  Il giorno successivo, al birrificio si presenta l’assistente di Schumacher vestito in tuta da pilota (d’aereo) per comprare 15 cartoni di birra e caricarli sull’aereo privato in partenza da Linate. La storia completa la trovate qui.  Al momento ci sono cinque birre disponibili tutto l’anno, più una stagionale ed una “barricata”, l’ultima nata  "O.G. 1085 Pedro Fontenez".  Noi siamo però partiti dalla base, ovvero la O.G. 1085 “semplice”, una birra che s’ispira alle Tripel belghe; la ricetta prevede orzo, segale, grano saraceno, avena, frumento, luppolo Perle, Saaz e Fuggle; al momento della rifermentazione in bottiglia viene anche aggiunta una piccola percentuale di miele. Impeccabile aspetto color oro antico, tendente all’arancio, opaco; la schiuma è bianca, fine e cremosa, molto persistente. Il naso è molto pronunciato e pulito: molta frutta gialla (soprattutto pesca), polpa d’arancio, spezie da lievito (pepe); in sottofondo anche qualche sentori più aspri di scorza d’agrumi. Il percorso prosegue in bocca senza deviazioni: l’imbocco è dolce e ricco di frutta gialla sotto spirito, con una leggera speziatura. Il corpo è medio, non eccessiva la carbonazione, con una consistenza oleosa: è una tripel molto morbida, con un bel taglio finale secco ed un retrogusto amaricante con note erbacee, di scorza d’agrumi e di curaçao. L’alcool (9%) è nascosto molto bene, riscaldando il palato solamente nel retrogusto, in maniera molto leggera: facilità di bevuta, pulizia ed intensità sono le tre caratteristiche principale di questa "pericolosa" e ben riuscita O.G. 1085; forse un pelino di carbonazione in più le avrebbe giovato ed avrebbe valorizzato ulteriormente l’apporto speziato dei lieviti. Formato: 50 cl., alc. 9%, lotto 21, scad. 07/2013, prezzo 6.90 Euro.

mercoledì 14 novembre 2012

Wartmanns No 3 Choco Stout

Di Martin Wartmann abbiamo già parlato lo scorso Aprile; si tratta si una Beer Firm svizzera, le cui birra sono prodotte presso gli impianti della Sternen Brauhaus. Dopo la poco positiva esperienza con la Bitter Ale, ci riproviamo con la Choco Stout; brassata il 31 marzo 2011, milleduecento bottiglie messe in vendita a Novembre 2011. Si presenta di colore marrone scuro, torbido; molto piccola la schiuma, color beige, cremosa ma poco persistente. L’aroma è intenso: orzo tostato, pane nero, liquirizia ed una pronunciata mineralità. In sottofondo ci sono anche sentori “polverosi”, quasi di stantio, che rendono il naso poco pulito. Purtroppo i problemi non finiscono qui; questa (Choco?) Stout in bocca appare molto slegata, poco pulita e, soprattutto, dal gusto poco gradevole. Su una base di tostature c’è tanta acqua, un accenno (finalmente!) di cioccolato ed una montagna di liquirizia. La carbonazione molto bassa, unita al corpo leggero, le toglie ulteriore vitalità. A completare questa sventurata bottiglia c’è un finale molto astringente che “lega” il palato, annulla quasi qualsiasi retrogusto e, anziché invogliare ad un altro sorso, invita piuttosto a vuotare il resto del bicchiere nel lavandino. Si chiama “Choco Stout” ma l’unico vago sapore di cioccolato sembra quasi quello di un preparato in polvere per fare un budino. Birra imbarazzante, e non invocheremmo neppure la solita “bottiglia sfortunata”: sul generoso Ratebeer si “becca” un misero 48/100.  Formato: 37.5 cl., alc. 7.5%, lotto 20/09/2011, scad. 09/2013, prezzo 7.02 Euro.

martedì 13 novembre 2012

Harviestoun Ola Dubh Special Reserve 12

La Harviestoun Brewery viene fondata nel 1984 da Ken Brooker, in un vecchio fienile in una fattoria dell’omonima proprietà, a Dollarfield, Scozia; il piccolo topo che ancora oggi viene raffigurato sul logo del birrificio sta a rappresentare l’unico essere vivente che faceva compagnia al birraio nei primi anni di vita del birrificio. Dal 2004 gli impianti produttivi sono stati ingranditi e spostati ad Alva; nel 2006 la Harviestoun viene acquisita dalla Caledonian Brewery, facente parte del gruppo Scottish & Newcastle. A ottobre del 2007 Heineken e Carlsberg mettono in atto una sinergia e presentano un’offerta d’acquisto formale per l’acquisizione della Scottish & Newcastle; l’accordo viene finalizzato a Marzo del 2008, ma nel frattempo la Harviestoun riesce a garantirsi la “salvezza” grazie a Stephen Crawley, Sandy Orr e Donald MacDonald, da anni direttori di produzione della Harviestoun, che decidono di acquistare il marchio dalla Caledonian evitandone la probabile scomparsa derivante dalle strategie di riduzione costi e di massimizzazione dei profitti messe in atto dalle grandi multinazionali. La produzione attuale della Harviestoun è abbastanza limitata, con solo quattro birre prodotte tutto l’anno; accanto a queste si è però sviluppato il progetto parallelo chiamato “Ola Dubh”, in collaborazione con la distilleria scozzese Highland Park, sulle Orkney Islands. L’idea nasce a seguito di un’esplicita richiesta dell’importatore americano D. United International, alla ricerca di un prodotto che potesse soddisfare il crescente interesse del mercato statunitense per le birre affinate in botte. “Ola Dubh” in scozzese significa "olio nero", e viene prodotta per la prima volta nel 2006; la base di partenza è la Old Engine Oil (birra disponibile in bottiglia tutto l’anno) che avviene affinata in botti di rovere utilizzate per l’invecchiamento di Highland Park whisky. Esistono diverse versioni di Ola Dubh, a seconda del tipo di botte utilizzata: si va parte da botti che hanno ospitato Single Malt Scotch per 12, 16, 18 per arrivare sino ai 3' e 40 anni. Le prime tre sono reperibili abbastanza facilmente anche in Italia grazie all'importazione di Ales & Co. La  Ola Dubh Special Reserve 12 è di colore ebano scurissimo, quasi nero; forma una piccola testa di schiuma color nocciola, cremosa, che svanisce in fretta ma lascia un ampio pizzo all'interno del bicchiere. Al naso troviamo caffè, orzo tostato, cioccolato amaro, sentori di cenere, vaniglia e legno; c’è anche una leggera nota alcolica. Aroma molto pulito, complesso, di discreta intensità. La bottiglia che abbiamo degustato aveva una carbonazione molto bassa, un corpo pieno, ed una consistenza molto viscosa, quasi paragonabile – come il suo nome – all'olio motore; è estremamente morbida al palato, rendendo il sorseggio molto appagante. Il gusto continua nella stessa direzione indicata dall'aroma  caffè, un bell'amaro dato da eleganti tostature, note legnose, una morbida nota alcolica (reminescente di whisky) che riscalda tutta la bevuta. Man mano che la temperatura raggiunge quella dell’ambiente emerge una punta acida di frutti di bosco (mirtillo) che sfocia in un bel finale tannico; ottimo il retrogusto, morbidamente alcolico e tostato, dove fa ritorno una nota di torbatura (affumicato). Birra complessa, molto ben fatta ed equilibrata, con l’affinamento in botte a donarle un delicato ma interessante profilo legnoso. Il birrificio la consiglia in abbinamento con formaggi tipo Stilton o Gruyère. Noi abbiamo invece optato per una degustazione in solitaria, da “poltrona/divano”, e questa Ola Dubh si è rivelata essere un ottimo “winter warmer” che riscalda senza richiedere troppo impegno da chi ha il bicchiere in mano. Formato: 33 cl., alc. 8%, bottiglia numero 03876, luglio 2009, scad, 01/2013, prezzo 6.04 Euro.

lunedì 12 novembre 2012

Lambrate Ortiga

Dopo molto tempo torniamo ad avere tra le mani una bottiglia del Birrificio Lambrate, ove la produzione è seguita da Fabio Brocca e Stefano di Stefano, e del quale ricordiamo l’ottima Ligera e la lmperial Ghisa.  Questa volta abbiamo optato per l’Ortiga, una Golden Ale il cui nome fa riferimento ad un quartiere di Milano (Ortica, che in dialetto diventa Ortiga) un tempo frazione del comune di Lambrate. Le vignette che compaiono in etichetta si riferiscono invece alla canzone  “Il palo nella Banda dell'Ortica", scritta dal cantautore milanese Walter Valdi e ripresa poi anche da Enzo Jannacci. Per leggere la storia per intero, vi rimandiamo alla pagina sul sito del birrificio. Nel bicchiere è dorata, appena velata; la testa di schiuma è fine e cremosa, bianca, ha buona persistenza. Naso molto fresco e pulito, ricco di lemon grass, scorza di agrumi (lime e pompelmo), leggeri sentori di cereali; ottimi profumi, eleganti e pungenti.  L’ingresso in bocca è leggero quanto basta, quasi “spensierato”; al gusto troviamo una base di malto (pane) molto lieve che lascia subito la scena all'amaro ricco di "zest" (scorza di pompelmo e lime) bilanciato da note più dolci di polpa d’agrumi. Splendido il taglio secco finale, a ripulire il palato e a reclamare subito un nuovo sorso; lascia un retrogusto abbastanza intenso, amaro di lemon grass. L’estrema pulizia e la corretta carbonazione la rendono una birra dalla facilità di bevuta clamorosa; esemplare interpretazione dello stile, l’Ortiga è forse la Golden Ale italiana definitiva. Novembre non è il mese dell’anno più adatto per rinfrescarsi ma, se vi trovate all'interno di un accaldato pub (magari del Lambrate stesso) e volete una dissetante compagna di conversazione, non esitate ed ordinate subito qualche “profumata” pinta di Ortiga. Formato: 75 cl., alc. 4.8%, lotto 136 12, scad. 10/09/2013, prezzo: 8.00 Euro.

sabato 10 novembre 2012

De Dolle Oerbier

Non lo sapevamo prima di stapparla, ma casualmente l'abbiamo bevuta proprio nella settimana del suo compleanno. La storia della De Dolle Oerbier è una storia di cambiamenti, voluti o dovuti, che sono avvenuti dal 1980 - anno in cui è stata brassata per la prima volta - ad oggi. Il più radicale avviene probabilmente nel 2000, quando la Rodenbach, il birrificio che forniva a De Dolle il lievito utilizzato per la Oerbier decide, dopo essere passato sotto il controllo della Palm, di sospendere la distribuzione di lievito ai suoi precedenti clienti (tra i quali, ricordiamo, c'era anche l'abbazia si St. Sxitus/Westvleteren). Kris Herteleer deve allora trovare una soluzione; dopo alcuni tentativi falliti con lieviti alternativi, risulta a lui chiaro che l'unica alternativa è cercare di "replicare" il precedente lievito della Rodenbach, che donava alla birra alcune caratteristiche di una oud bruin, utilizzando quello rimasto. Ma anche questa soluzione appare difficile: i primi esperimenti danno grossi problemi di rifermentazione, che sembra non finire mai, provocando l'esplosione di molte bottiglie. Non tutto il male viene per nuocere però; la prospettiva di perdere tutto ciò che era stato prodotto stimola l'ingegno di Kris a travasare la birra in alcune botti di legno, per creare così la Oerbier Reserva. Con l'aiuto di un microbiologico, quasi per caso viene trovata la soluzione; da un paio di fusti di Stille Nacht (che utilizzava lo stesso lievito) rientrati dalla Finlandia Kris riesce a recuperare un ceppo del vecchio lievito ed a coltivarl, con ottimi risultati. La soluzione soddisfa Kris, anche se il gusto della birra non è più quello di prima; inoltre, la malteria belga Huys, storico fornitore di De Dolle, chiude e bisogna anche pensare a trovare un'alternativa anche ai malti. Se v'interessa l'intera storia, la trovate qui. Si potrebbe poi discutere sul fatto che sia corretto o no mantenere lo stesso nome ad una birra così profondamente cambiata nel corso degli anni; probabilmente il "nome" e la "fama" ormai consolidata del prodotto hanno fatto prendere a Kris la discutibile decisione di tenere in vita il nome per sfruttarne, nonostante tutto, la notorietà. Abbiamo degustato una Oerbier imbottigliata a dicembre 2010, con data di scadenza biennale; una "vita" abbastanza breve per una birra dalla gradazione alcolica importante (9%) che sembrerebbe ben prestarsi all'invecchiamento anche prolungato. Il colore è marrone rossastro, quasi tonaca di frate, opalescente; molto generoso il "cappello" di schiuma, color ocra, fine, cremoso e molto persistente. Naso molto pronunciato e dolcissimo: toffee, zucchero di canna, frutta sotto spirito (uvetta, prugne), datteri, leggeri sentori di pane nero. Molto pulito. Il corpo è medio, con una carbonazione abbastanza sostenuta. Il gusto non si discosta molto dall'aroma: molto dolce, ma meno pulito, ripropone la stessa frutta sotto spirito, toffee, liquirizia. L'apporto dei lieviti (speziatura) è molto blando e l'elevata gasatura fa un po' "a pugni" con l'accenno di carattere vinoso; il risultato non è esattamente quello che banalmente alcuni definiscono "birra da meditazione". La bevuta continua nel (troppo) dolce, ed il palato rimane sempre abbastanza appiccicoso dopo ogni sorso. C'è un finale leggermente amaricante (frutta secca) ed etilico ma non basta a riportare il necessario equilibrio. Questa Oerbier si beve abbastanza bene, l'alcool c'è e riscalda ma non fa sentire troppo la sua presenza; ne risulta una bevuta discreta, ma poco entusiasmante. Formato: 33 cl., alc. 9%, lotto 12/2010, scad. 12/2012, prezzo 4.00 Euro.

venerdì 9 novembre 2012

Sierra Nevada Stout

Dopo la Porter, assaggiata poco tempo fa, continuiamo con il colore  "scuro" e stappiamo una bottiglia di Sierra Nevada Stout; la ricetta prevede malti Two-row Pale, Munich, Caramel e Black, mentre i luppoli sono Magnum per l'amaro, Cascade e Willamette per l'aroma. Colore ebano scuro, schiuma beige, fine, cremosa, molto persistente: aspetto impeccabile. L'aroma non è molto pronunciato ma molto elegante e pulito: ci sono caffè, cioccolato amaro, tostature, sentori di pane nero di segale. In bocca è una stout molto morbida, quasi cremosa, mediamente carbontata e dal corpo medio. Semplice, pulita, e facile da bere: non ci vogliono fuochi d'artificio per fare una birra che è un piacere sentire scorrere in gola: la torrefazione dei malti è molto raffinata, ci sono di nuovo caffè e cioccolato, con un bel finale amaro dove s'intensificano le note torrefatte di malto e di caffè. Come detto, grande pulizia ed equilibrio in una stout che sarebbe praticamente perfetta se fosse ancora più cremosa e se avesse un'aroma un po' più forte. Se fossimo in America, un bel 6 pack (prezzo intorno ai 9 dollari...) sarebbe sempre presente nella nostra cantina. Ottima birra, provare per credere. Formato: 35.5 cl., alc. 5.8%, IBU 50, lotto 20891 12:51, scad. 29/03/2013, prezzo 3.00 Euro.


giovedì 8 novembre 2012

Birrificio Karma Carminia

Il Salone del Gusto che si è da poco concluso è stata una buona occasione per incontrare i prodotti di alcuni birrifici del sud Italia, purtroppo spesso di non facile reperibilità "qui al nord". E’ il caso del Birrificio Karma di Alvignano (Caserta), del quale eravamo riusciti in passato ad assaggiare, a Napoli, solamente la loro birra più “famosa”, la LemonAle. Il birrificio apre le porte nel 2007, ed è fondato da Mario Cipriano, un ex homebrewer che, grazie all'amicizia di Juri Ferri  (Almond’22), si è convinto a fare il passo nel mondo dei professionisti. In quest’avventura lo aiuta la moglie Carmela; dall'unione dei due nomi (Carmela e Mario), ecco che si forma “Karma”.  Carminia è l'assonante nome della India Pale Ale della casa; si presenta di un bel color ambrato con riflessi rossastri; la schiuma non è molto generosa ma è cremosa ed ha una buona persistenza. Aroma abbastanza pulito ed elegante, semplice, con pompelmo e sentori fruttati più dolci di mango. C'è leggera presenza di caramello e, appena percepibile ma meno gradita, di lieviti. Il corpo è medio (nonostante la bassa gradazione alcolica 4.6%), con una consistenza oleosa ed una buona morbidezza al palato. In bocca c'è buona intensità; si parte con note maltate di caramello e biscotto, seguiti da un fruttato (pompelmo e mango) che richiama in toto l'aroma; l'amaro non si fa attendere, e "morde" ai lati della lingua con note erbacee e di scorza d'agrumi. Il percorso termina con un bel taglio secco, a pulire il palato, ed un retrogusto amaro, erbaceo ma soprattutto "zesty" (scorza di pomplemo e lime), di buona persistenza ed intensità. Si tratta di una India Pale Ale - soprattutto al palato - molto più vicina alla tradizione inglese che a quella americana; facile da bere, c'è ancora qualcosina da sistemare (lieviti leggermente invadenti al naso ed in bocca) ma l'intensità del gusto la rende già un prodotto ampiamente soddisfacente. Molto bella la bottiglia, anche se dall'aspetto un po' "elitario" e poco "popolare". Formato: 33 cl., alc. 4.6%, lotto 14-12, scad. 09/2013, prezzo 4.00 Euro.

mercoledì 7 novembre 2012

Amager The Sinner Series Gluttony

Amager Bryghus viene fondata nel 2006 sull’omonima isola che si trova qualche chilometro a sud di  Copenhagen, nei pressi dell’aeroporto, da da due amici hombrewer, Morten Valentin Lundsbak and Jacob Storm, entrambi diplomati alla Scandinavian School of Brewing. Il successo del birrificio ha un po’ guidato la rinascita brassicola danese, che vede diverse ed interessanti piccole realtà a cercare di farsi spazio in un mercato dominato da marchi  industriali “storici” come Tuborg, Ceres, Carlsberg. Nel 2011 Ratebeer mette la Amager Bryghus al 23° posto tra i migliori birrifici del mondo, che significa anche il miglior birrificio danese, anche se volessimo includere nella “conta” le due beerfirm danesi più famose, Mikkeller e Beer Here. L’ultimo progetto di Amager è una serie di birre ispirate ai sette vizi capitali. Vede così la luce una Double IPA, dedicata al peccato della “gola”, chiamata appunto Gluttony. Alla Amager confessano di non essere dei buoni cristiani; di dire molte parolacce e, quando si tratta di luppolo, di non usare mezze misure; la realizzazione di questa birra sarebbe quindi un modo di espiare il proprio peccato ed evitare il purgatorio. Effettivamente la lista dei luppoli utilizzati in etichetta è davvero “golosa”: Hercules, Citra, Simcoe, Centennial, Amarillo e Sorachi Ace. I malti sono “solamente” Pilsner, Pale e Monaco. Il colore è quello tipico di una Double IPA West Coast: dorato, tendente all'arancio  velato; schiuma molto persistente, leggermente ocra, dalla grana fine, cremosa. Il naso non è al massimo della freschezza ma l'aroma è ancora accettabile: leggeri sentori di aghi di pino, poi pompelmo e frutta tropicale (ananas e mango). C'è pulizia, ma vista la batteria di luppoli utilizzati era lecito aspettarsi qualcosa di più. E' forse in bocca dove si sente maggiormente la mancanza di freschezza, forse dovuta ad una conservazione non ottimale nei vari passaggi dal produttore ai distributori e poi al rivenditore finale: dopo l'attacco di malto biscotto c'è una specie di zona "franca", dove emerge una nota alcolica che ne pregiudica la  facilità di bevuta. Segue subito un amaro resinoso e vegetale molto aggressivo. Nel finale ci sono note di marmellata d'agrumi, seguite da un lungo retrogusto amaro e resinoso. Ottiene su Ratebeer un ottimo 98/100 e probabilmente, in condizioni ottimali, questa Gluttony è un'ottima birra, dal corpo medio-pieno e dalla consistenza oleosa, molto morbida, quasi cremosa. Questa bottiglia si è invece rivelata molto impegnativa da finire, a causa di una luppolatura poco fresca e scevra di tutta quella componente fruttata che dovrebbe aiutare a bilanciare (o sostenere) l'importante amaro. Il risultato è discreto, ma molto molto lontano da quei mostri ultraluppolati (ma anche facili da bere) che sono le migliori Double IPA della California. Bonus per la surreale etichetta. Formato: 50 cl., alc. 9.4%, lotto 437, scad. 05/2014, prezzo 8.00 Euro

martedì 6 novembre 2012

Birrificio del Forte Fior di Noppolo

Fior di Noppolo è l’ultima nata in casa Birrificio del Forte; anche l’interessante e giovane birrificio toscano “cede” alla moda delle India Pale Ale (moda della quale ammettiamo di essere un po’ schiavi anche noi) dandone la propria personale interpretazione. Per l’occasione il birrificio realizza quella che viene solitamente chiamata una Harvest Ale (o una Fresh Hop Ale), sfruttando i mesi (da fine Agosto a tutto Settembre) nei quali il luppolo viene raccolto ed è così possibile utilizzare i suoi freschissimi "fiori". Nel caso specifico, si tratta di luppolo autoprodotto; già quando erano ancora “solo” homebrewers, Carlo Franceschini e Francesco Mancini, i fondatori del birrificio, avevano infatti avviato una piccola coltivazione che oggi si è trasformata in quel piccolo luppoleto che ha prodotto i 10 kg di coni freschi utilizzati poi per la produzione di questa Fior di Noppolo. E' ambrata, opaca, con riflessi rossicci; schiuma color ocra, molto persistente, cremosa. Al naso c'è esattamente quello che vorremmo trovare in ogni "harvest ale"; luppoli freschi e pungenti, per un aroma balsamico di pompelmo e aghi di pino, leggermente pepato; in sottofondo ci sono anche leggeri sentori di caramello e, più sottili, di frutta tropicale (mango, ananas maturo). L'arrivo in bocca conferma e forse supera le aspettative create dall'aroma; birra morbidissima, leggera ma non troppo, correttamente carbonata, dalla consistenza oleosa. Leggera base di malto biscotto, e poi gusto subito dominato da un amaro pulito ed abbastanza intenso di scorza di pompelmo e resina. Pochi elementi, tutti al posto ed al momento giusto, e grande pulizia: è questa l'equazione che fa funzionare questa Fior di Noppolo; bel taglio finale secco, e lungo retrogusto amaro, resinoso, pulito, mai raschiante. Birra che è una piccola festa del luppolo, che giustamente si erge a protagonista con il malto a fare solamente da supporto; intensa e facile da bere, la prima Harvest Ale del Birrificio del Forte è davvero molto convincente e riuscitissima. Da bere subito, il più in fretta possibile, per godere di tutta la sua freschezza; non lasciatela per troppo tempo sugli scaffali non refrigerati della maggior parte dei beershop italiani. Il livello è già molto alto, e noi ci mettiamo già in lista d'attesa per la Noppolo raccolta 2013. Formato: 75 cl., alc. 6%,  lotto 12237, scad. 09/2013, prezzo 8.00 Euro.

lunedì 5 novembre 2012

Moor Fusion (Vintage 2010)

Della Moor Beer Company (Somerset, Inghilterra) guidata da californiano Justin Hawke abbiamo già parlato in questa occasione; passiamo quindi subito alla sostanza, con questa bottiglia di Fusion  (Vintage 2010).  La base di partenza è la Old Ale della casa, chiamata Old Freddy Walker;  che viene poi invecchiata in botte; per l'edizione 2010 sono state utilizzate due botti provenienti dai vicini di casa della Somerset Cider Brandy Company, utilizzate per la produzione di Somerset Cider Brandy, ovvero acquavite di sidro di mele. In precedenza, le botti avevano anche ospitato del vino rosso. Terminata la fase in botte, al momento dell'imbottigliamento, viene fatto un blend con un lotto fresco di Old Freddy Walker. Prodotta solamente in 700 bottiglie, la Fusion si presenta di colore nero, con una "testa" di schiuma color nocciola, cremosa e molto persistente. L'aroma è molto pulito e complesso: caffè, cacao, vaniglia, tostature, leggeri sentori legnosi, liquirizia. Troviamo anche una discreta componente etilica e fruttata (prugne ed uvetta), per un bouquet davvero interessante ed invitante. Ottime anche le prime sensazioni al palato: questa Fusion, poco carbonata, è molto morbida, quasi cremosa, ed ha un corpo da medio a pieno. Grande pulizia anche in bocca: si parte con malti torrefatti e caffè, liquirizia, accompagnati da una calda nota etilica che riscalda in maniera molto morbida tutta la bevuta. Fa capolino anche qualche nota di mela, a ricordarci il passato delle botti nelle quali la birra ha passato diversi mesi; chiude in bellezza, con un leggero amaro di caffè e, soprattutto, una calda nota etilica che ricorda un brandy. Splendida birra invernale, complessa e molto pulita, ideale da degustare dopo cena; grande intensità, con l'alcool che porta tepore senza mai minimamente disturbare la bevuta. Dopo il 2010 sembra non essere stata più replicata dal birrificio; un vero peccato, visto che un bicchiere all'anno di questa Fusion ce lo berremmo assolutamente volentieri. Formato: 66 cl., alc. 8%, scad, 12/2012, prezzo 10.58 €.

domenica 4 novembre 2012

Panil Ambre

Colmiamo oggi un'importante nostra lacuna, quella di non aver mai bevuto nessuna birra Panil; siamo andati a trovare il Birrificio Torrechiara, situato quasi al di sotto della rocca che domina dall'alto l'omonima frazione in provincia di Parma (sulla strada che porta a Langhirano, capitale del Prosciutto di Parma) ed abbiamo portato a casa (quasi) tutta la loro gamma. Il birrificio trova sede all'interno dell'azienda agricola della famiglia Losi, che dagli anni '30 produce vini; è la "pecora nera" Renzo, affascinato dal Belgio, a deviare leggermente dal percorso tracciato dai genitori. Inizia come homebrewer e poi, nel 2001, nasce ufficialmente Panil. Il contagio con il vino è però inevitabile e Renzo è tra i primi in Italia, se non il primo in assoluto, a sperimentare la maturazione in botte e le fermentazioni spontanee controllate. In breve tempo piovono i consensi, forse in maniera maggiore dall'estero (dove Panil da molti anni rappresenta l'eccellenza birraria italiana) che dall'Italia, e la produzione di birra arriva a costituire l'80% del fatturato dell'azienda della famiglia Losi. Purtroppo lo scorso Maggio 2012, a causa di alcune divergenze, Renzo ha lasciato il birrificio Torrechiara, trasferendosi a Torino; e mentre si attende di sapere quali saranno i prossimi passi del birraio (un beershop, che dovrebbe diventare anche brewpub, è stato inaugurato proprio in questi giorni), a Torrechiara è arrivato il nuovo birraio Andrea Lui con il difficile compito di dare continuità ad un passato molto importante. Iniziamo il nostro "percorso Panil" con la Ambre, la prima birra in assoluto creata da Losi; la bottiglia in nostro possesso è stata prodotta a Settembre 2012, e quindi vede già la mano del nuovo birraio Andrea Lui. Il colore è ambra con riflessi ramati, opaco; la schiuma, leggermente ocra, è fine, cremosa e mediamente persistente. Al naso frutta gialla (pesca ed albicocca), sentori floreali, leggero caramello e lieviti. C'è buona intensità ed adeguata pulizia. In bocca la base di malto (biscotto) è appena percettibile; emerge subito una marcata asprezza di frutta gialla acerba, che diventa sempre più evidente (con punte di lattico) man mano che la birra aumenta di temperatura. I lieviti le donano un carattere che ricorda effettivamente il Belgio, e nel finale c'è una nota amara, rustica e terrosa a chiudere, ma l'evidente infezione la trasforma in una birra acida  fuori controllo che diventa abbastanza impegnativa e non esattamente gradevole da bere. Formato: 75 cl., alc. 6.5%, lotto 04/09/2012, scad. 03/2014, prezzo 3.80 Euro.

sabato 3 novembre 2012

Leffe Vieille Cuvée

Leffe ed Abbaye de Leffe (uno dei marchi oggi di proprietà del colosso multinazionaleAnheuser–Busch InBev - quello di  Budweiser, Corona, Stella Artois, per intenderci rapidamente) non sono forse capaci di accendere grosse fantasie nelle mente degli appassionati di birra, ma vi sono delle piacevoli eccezioni, e crediamo che la  Leffe Vieille Cuvée sia una di queste.  Il Cuvée nel nome starebbe ad indicare un "taglio", ovvero un blend di due o più birre diverse avvenuto prima dell'imbottigliamento; quali queste siano non ci è ovviamente dato da sapere tramite l'etichetta, con la conseguente impressione che il Cuvée sia lì solamente ad "impreziosire" (?) il nome della birra. La versiamo nel bicchiere: splendido color ambrato carico, limpidissimo, con riflessi rosso rubino; la schiuma è ocra, discretamente fine, cremosa, ha buona persistenza. Al naso arrivano sentori di toffee e caramello, metallici, un po' di frutta sotto spirituo (prugna ed uvetta), una leggera speziatura; l'aroma è forte ed abbastanza elegante, soddisfacente. Un po' meno bene in bocca, dove c'è coerenza con il naso ma un po' meno intensità: toffee, ritorno di frutta sotto spirito, un gradevole calore etilico che non disturba mai la bevuta. Al gusto predomina il dolce, che tuttavia è ben bilanciato da un finale amaro terroso ma anche un po' bruciacchiato. Trattandosi di un prodotto industriale, diremmo che è una discreta strong ale; bene l'aroma, meno pulito e meno convincente il gusto; raccoglie su Ratebeer un voto di 93/100 che è forse un po' alto, ma se vi trovate in un supermercato e la vedete, il consiglio è di metterla nel carrello. Il rapporto qualità prezzo è decisamente favorevole, e si tratta senza dubbio della migliore tra tutte le Leffe che abbiamo assaggiato. Formato: 33 cl., alc. 8.2%, scad. 04/02/2013, prezzo 1.79 Euro.

venerdì 2 novembre 2012

Extraomnes / Toccalmatto Tainted Love

Anche oggi ospitiamo una collaborazione, quella tra due birrifici italiani molto interessanti  ovvero Extraomnes e Toccalmatto. Un incontro che inizia con uno scontro, quello tra "Schigi" (Luigi D'Amelio, Extraomnes) e "Catalizzatore" (Bruno Carilli, Toccalmatto) su quello che una volta era considerato il ring del  "wrestling" brassicolo del web italiano, e che oggi - diciamolo - un po' ci manca. Dalla riappacificazione è nata appunto questa Tainted Love, che debutta all'Italian Beer Festival di Milano dello scorso Marzo 2012; per l'occasione viene annunciato che saranno presentate in contemporanea due versioni della birra, una prodotta a Marnate (Extraomnes) ed una a Fidenza (Toccalmatto). Diversi partecipanti alla manifestazione si sbizzariscono nel cercare di stabilire quali delle due versioni sia la più convincente, ma qualche giorno dopo, a luci spente, viene svelato il divertissement che voleva enfatizzare l'influenza di fattori "extra sensoriali" sulla degustazione: si trattava esattamente della stessa birra, solamente servita in due luoghi diversi. Esistono comunque effettivamente due Tainted Love, fedeli ai formati di bottiglia usati dai due birrifici: 33 centilitri per  Extraomnes, 75 per Toccalmatto. Si tratta di una "black saison" che, per chi già conosce i due birrifici, genera inevitabilmente delle grandi aspettative derivanti dall'incontro tra l'amore per la tradizione belga di Extraomnes e le generose e esotiche luppolature di Toccalmatto che, per l'occasione, mette in campo Rakau, Marinka e Cascade.. E' di colore ebano scuro, con bei riflessi amaranto; la testa di schiuma beige è molto generosa, fine, cremosa, molto persistente. Al naso troviamo scorza d'agrumi (arancio, pompelmo), una tenue asprezza che convive con leggeri sentori di tostatura, pane nero, ed un tocco piacevolmente rustico/terroso. Aroma molto pulito e complesso. Il gusto prosegue sullo stesso percorso, proponendo da subito un amaro "zesty" con scorza di pompelmo e lime, su una base molto sottile di malto leggermente tostato. Ci sono anche qui note rustiche e terrose, toffee, ed in sottofondo quasi impercettibili note di cenere, Birra molto secca, a tratti sul bordo dell'astringenza, procede senza cambiamenti di rotta con un'accelerata amara finale, ancora ricca di scorza d'agrumi. Birra dal corpo leggero e dalla carbonazione molto vivace, ha un profilo molto pulito e complesso per una gradazione alcolica (4.7%) ai limiti della session beer. Si beve molto facilmente, ma non ci è sembrata esattamente una birra che inviti alla bevuta seriale. Molto pulita, ci lascia un po' con l'amaro in bocca, e non solo per l'assaggio. E' ben fatta, ma ci aspettavamo (forse sbagliando) un qualcosa che esaltasse il meglio di entrambi i birrifici; il risultato ci sembra invece molto più sbilanciato sul versante lombardo (Extraomnes) che su quello emiliano. Evidente il tributo alle saison rustiche belghe, quello che (a noi) è mancata è stata una luppolatura un po' più in stile Toccalmatto: l'abbondanza di scorza d'agrumi, ci riporta di nuovo a Marnate (Blonde, Zest). E, svelate quelle che erano le nostre aspettative in parte disattese, chiudiamo il cerchio ritornando all'inizio, ovvero a quello scherzo dell'IBF 2012.  Formato: 33 cl., alc. 4.7%, lotto 059 12, scad. 09/2013, prezzo 4.20 Euro.

giovedì 1 novembre 2012

Marble / Emelisse Earl Grey IPA

Tra le tante novità che la continua crescita dei  birrifici "artigianali" ha portato c'è anche la "moda" delle collaborazioni, sempre più frequenti, sempre più numerose, sempre più inattese. I detrattori di questo fenomeno sottolineano come per la maggior parte le collaborazioni tra birrifici originano birre "one shot", che vengono prodotte solamente una volta e (spesso) vendute ad un prezzo molto poco economico. D'altro canto è anche vero che per molti birrai l'opportunità di creare una ricetta a quattro mani con un collega, a volte residente dall'altra parte del mondo, rappresenta una grande opportunità di scambio e di crescita professionale. Oggi presentiamo una collaborazione tra due birrifici che ancora non abbiamo avuto la fortuna di incontrare: si tratta della Marble Brewery di Manchester (UK) e dell'olandese Bierbrouwerij Emelisse. A chi ama il tè (come Kees Bubberman, birraio di Emelisse), il nome Earl Grey suonerà molto familiare, ed effettivamente si tratta di una India Pale Ale che vede diverse aggiunte di tè Earl Grey durante la bollitura; "è stato un po' come immergere una enorme bustina di tè in un bollitore gigante", ha detto James Campbell, birraio della Marble, presso i cui impianti questa birra è stata prodotta a Febbraio del 2012. Bottiglia non freschissima ma ancora abbastanza giovane. Si presenta di colore arancio pallido, opaco, con una schiuma un po' grossolana, leggermente ocra, cremosa, poco persistente. L'aroma è davvero splendido; forte ed ancora fresco, in ottima forma, quasi balsamico, complesso: aghi di pino, pompelmo, mandarino, sentori di bergamotto e, man mano che la birra si scalda, emerge una nota che richiama le foglie di tè. Ottime premesse che il gusto mantiene: la grande pulizia permette di apprezzare tutto il percorso di questa birra, a partire dall'imbocco di biscotto, seguito da polpa e scorza di pompelmo, bergamotto, con un ottimo equilibrio che viene messo in discussione solamente a fine corsa, in un'accelerata amara, intensa, ricca di note resinose, terrose ed un ritorno di foglie di tè. Corpo e carbonazione sono medi, la consistenza è oleosa; birra morbida, molto gradevole al palato.  Ottima IPA, pulita, facile da bere e davvero molto gustosa; ci sono tutti gli elementi "giusti" al posto "giusto", c'è un bell'amaro intenso ma mai eccessivo o fastidioso, con una piacevole complessità donata dall'uso dell'tè Earl Grey che porta in dote bergamotto, una componente terrosa ed una piacevole secchezza tannica a fine corsa. Il prezzo non la rende esattamente una birra quotidiana, ma vale senz'altro la pena provarla almeno una volta. Formato: 75 cl., alc. 6.8%, lotto 317, scad. 27/03/2013, prezzo 13.00 Euro.