giovedì 18 gennaio 2018

Eastside Sleazy Way Imperial Stout

Ritorna sul blog Eastside, birrificio di Latina che abbiamo già incontrato in diverse occasioni. Fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio, Eastside si è lasciato alle spalle un 2017 molto attivo e piuttosto ricco di novità e collaborazioni, per cercare di stare al passo con le mode. Tra le ultime arrivate ricordo, in ordine casuale,  Fata Morgana  (scotch ale / wee heavy), Terzo Grado (una massiccia triple IPA), Fade Away (double witbier), The Truth (IPA prodotta con luppolina), Pineapple Chunk (collaborazione con Kees, una NEIPA con ananas), Overdrive (collaborazione con Birrificio Mezzavia), Castle Bravo (NEIPA realizzata in esclusiva per i locali Artisan, Scurreria e La Belle Alliance), Sempre Visa (Pilsner), alcune variazioni sul tema Sour Side (berliner weisse alla frutta) e un’edizione speciale “juicy” della Six Heaven. Ne avrò sicuramente dimenticata qualcuna.  
Oggi facciamo però un passo indietro al 2016, quando Eastside realizza la sua prima imperial stout, uno stile del quale non ho mai trovato interpretazioni veramente soddisfacenti da parte di birrifici italiani, tranne poche eccezioni (qui e qui, ad esempio). 
Sleazy Way, termine che nello slang americano indica una modalità losca, sporca o poco corretta per raggiungere un risultato; nel nome è infatti racchiuso parte del processo produttivo di questa birra. L’intenzione è quella di simulare un passaggio in botte di whisky, utilizzando cubetti di rovere francese che sono stati lasciati a bagno nel distillato per qualche mese.  La scorrettezza è ovviamente segnalata in modo “ironico”, perché la pratica di utilizzare chips di legno è abbastanza frequente nel mondo della birra. Se pensiamo alle imperial stout, l’esempio più famoso è probabilmente quello della Yeti Oak Aged di Great Divide. 
Colgo l’occasione per aprire una parentesi e dare un avviso ai naviganti birrofili meno esperti: fate attenzione a quello che trovate scritto in etichetta! Oak Aged non significa Barrel Aged: pensateci bene prima di spendere cifre elevate per acquistare birre (americane) il cui prezzo non è sempre giustificato. Benché i cubi e le chips di legno “simulino” il passaggio in botte, per quanto ben realizzato il risultato finale non è assolutamente paragonabile a quello di un vero invecchiamento in botte. Le tempistiche e i costi di realizzazione, ovviamente inferiori, dovrebbero riflettersi sul costo finale del prodotto che dovrebbe essere minore rispetto a quello di una birra “barrel aged”.  Mi riferisco proprio al caso della Yeti Oak Aged, che non fa botte ma che mi capita spesso di vedere in vendita agli stessi prezzi, se non addirittura superiori, di birre invecchiate in botte.

La birra.
Torniamo in Italia con una bottiglia di Sleazy Way prodotta all’inizio del 2016. Il suo colore è un ebano piuttosto scuro che s'avvicina al nero, mentre la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, rivela una buona persistenza. Al naso orzo tostato e caffè dominano la scena, in secondo piano accenni di legno affumicato e whisky, frutta sciroppata, carne. L'intensità, dopo due anni passati in bottiglia, è ancora buona mentre pulizia ed eleganza sono ampiamente migliorabili. Lo stesso si potrebbe dire del gusto: ci sono tutti gli elementi giusti ma non sono definiti con la dovuta precisione. Caramello, liquirizia, frutta sotto spirito e whisky danno il via ad una bevuta abbastanza dolce che vira poi, con un passaggio un po'  po' troppo brusco, verso un amaro intenso nel quale oltre al caffè e alle tostature c'è ancora il contributo dei luppoli. E' una imperial stout "dura" e tosta, maschia, sostenuta da un vigoroso ma non eccessivo tenore etilico che riscalda ogni sorso: più che il legno, è presente il distillato in cui l'elemento è stato immerso. Il risultato è nel complesso gradevole ma ancora lontano - problema endemico - dai migliori esempi che arrivano dagli Stati Uniti o dal nord Europa: mi riferisco a pulizia ed eleganza ma anche a quel mouthfeel che, sebbene morbido e leggermente oleoso, non riesce a regalare quella sensazione di pienezza, di cremosità e di "lussuria" che personalmente vorrei trovare quando decido di stappare una imperial stout dal contenuto alcolico (quasi)  in doppia cifra.
Formato 33 cl., alc. 9.5%, lotto 20 15, scad. 12/2021, prezzo indicativo 5.00-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 17 gennaio 2018

Northern Monk Heathen IPA

Tra le più belle sorprese del 2017 c’è stata senz’altro Northern Monk, birrificio attivo a Leeds dal 2013 e, dal 2016, importato anche in Italia almeno per quel che riguarda le birre “basiche”, quelle prodotte tutto l’anno. Nel periodo 2014-2016 la produzione Northern Monk è aumentata dal 750%, grazie all’aggiunta di nuovi fermentatori e un bollitore da 11 ettolitri in funzione sei giorni su sette: è già operativo un piano di espansione che prevede la messa in funzione di un nuovo impianto da 35 ettolitri ed altri fermentatori da posizionare in un secondo magazzino a pochi metri di distanza dallo splendido edificio in mattoni chiamato The Old Flax Store dove attualmente si trovano birrificio, taproom e spazio eventi. 
Le quattro lattine prodotte regolarmente (Eternal Session IPA,  New World IPA, Mocha Porter, Bombay Dazzler Indian Wit) sono affiancate da altrettante produzioni stagionali (Heathen IPA, Neopolitan Ice Cream Pale Ale, 822™ Double IPA, Strannik™ Russian Imperial Stout) e da varianti sul genere (Double Heathen IPA, Mango Lassi Heathen IPA, Black Forest Strannik Imperial Stout, Festive Star Christmas Mocha Porter). La gamma si completa poi con le molte collaborazioni realizzate sotto il nome di Patrons Project.

La birra.
Il sito internet di Northern Monk la include tra le produzioni stagionali ma sulla lattina viene riportata la scritta “core”, ossia prodotta tutto l’anno. E’ probabile che il suo successo abbia convinto il birrificio a produrla non soltanto nei mesi estivi: ha debuttato nel giugno 2016. Parliamo della Heathen IPA, definita una “Citra India Pale Ale” ma questo luppolo americano è utilizzato solamente in dry-hopping (16 kg utilizzati in tre diversi momenti); in verità nella fase di bollitura vengono anche impiegate piccole quantità di altre varietà non specificate di luppoli inglesi e americani. 
Il risultato non è dichiaratamente New England ma la birra si presenta nel bicchiere di un color oro/arancio piuttosto opalescente; la schiuma biancastra è cremosa e abbastanza compatta, con una buona persistenza. Al naso c’è una bella macedonia tropicale composta dai soliti elementi: pompelmo e arancia, mango e ananas, un po’ di passion fruit. L’intensità è buona,  il bouquet è gradevole ma pulizia e finezza potrebbero essere migliori.  Ottima invece la sensazione palatale, morbidissima, vellutata, a tratti quasi impalpabile, senz’altro memorabile: merito dell’avena. La bevuta è ovviamente dominata dal dolce della frutta tropicale che quasi eclissa la componente maltata (pane): mango e ananas guidano le danze, in sottofondo c’è una ulteriore patina dolce che alla cieca mi farebbe scommettere sull’utilizzo di lattosio che non è tuttavia specificato tra gli ingredienti.  La chiusura amara, resinosa, è di modesta intensità e breve durata, l’alcool (7.2%) è abbastanza ben nascosto e scorrevolezza è piuttosto buona. 
La Heathen di Northern Monk è una IPA che guarda da vicino la tendenza del “juicy” senza tuttavia restarne schiava: il succo di frutta c’è ma è accompagnato anche da un po’ d’amaro. La bevuta è intensa e piuttosto godibile ma non troppo pulita e definita, con ampi margini di miglioramento per quel che riguarda finezza ed eleganza. Anche sul versante della freschezza c’è già qualche segno di cedimento, non credo che la lattina possa arrivare alla data di scadenza indicata di agosto 2018.  
Formato 44 cl., alc. 7.2%, IBU 30, lotto SYD046, scad. 25/08/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 16 gennaio 2018

Põhjala Öö Cassis

Põhjala, birrificio estone attivo dal nel 2011 come beerfirm e  dal 2014 come birrificio, sta ottenendo sempre più successo e il mezzo milione di ettolitri attualmente prodotto sarà presto incrementato dalla messa in funzione del nuovo impianto di Kalamaja, quartiere periferico di Tallinn: un ambizioso piano d’espansione da quattro milioni di euro lanciato dai fondatori Enn Parel e Peter Keek, assieme ad altri soci. 
“Põhjala  no solo IPA”, potremmo dire: sono le birre “scure”, che nel nostro paese non hanno una grande diffusione, ad aver maggiormente contribuito all’affermazione del birrificio guidato in sala cottura da Chris Pilkington ed il suo team di birrai;  il mercato del nord europa, nel quale Põhjala è molto attivo, ama stout e porter, meglio se in versione “imperial” o affinate in botte e,  ça va sans dire, le baltic porter delle quali i paesi affacciati sul mar Baltico ne sono stati la culla. 
Sono quattro le (imperial) baltic porter prodotte da Põhjala e note con il nome di Öö: la versione base (10.5%) l’avevamo assaggiata in questa occasione, all’appello mancano la sua versione invecchiata in botti di Cognac (Öö XO, 13.9%), la più “leggera” Talveöö (9%, con aggiunta di cocco, vaniglia e cardamomo) e la sua variazione al riber nero chiamata Öö Cassis (10.5%): vediamola.

La birra.
La sua ricetta è identica alla Öö base, fatta eccezione per l’aggiunta delle bacche; quindi malti Pale ale, Monaco, Carafa II Special, Special B, Chocolate, Crystal 300 e zucchero  Demerara, luppoli Magnum e  Northern Brewer. All’aspetto si presenta quasi nera e forma un discreto cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. 
Il naso è dolce e, sebbene pulizia ed eleganza non siano le sue caratteristiche principali, regala comunque un gradevole bouquet composto da pane nero, ribes nero, pane tostato, prugna e uvetta. Al palato è morbida e leggermente viscosa: poche bollicine e corpo tra il medio ed il pieno avvolgono il palato senza ricoprirlo di quella guaina catramosa che spesso caratterizza la produzioni del nord Europa. Il primo sorso è davvero soddisfacente: una baltic porter “on steroids” nella quale al dolce quasi sciropposo di ribes, prugna, uvetta, caramello e melassa, cerca di contrapporsi un finale leggermente amaro di pane tostato e ricordi di caffè. Sottolineo il primo sorso perché è quello di cui conservo il miglior ricordo: continuando la bevuta, la componente dolce sciropposa tende inevitabilmente a saturare il palato sino al (mio) punto di non ritorno.  Non è una birra fatta male, ma deve piacervi (e molto) il dolce: l’alcool riscalda in maniera educata e cerca, per quanto può, di mitigarlo e “asciugarlo”. E la bevuta non sarebbe neppure troppo difficile se paragonata alla gradazione alcolica (10.5%) ma il sorseggiare è inevitabilmente rallentato dal dolce. Finezza e pulizia non sono certo le sue caratteristiche principali, il risultato è una baltic porter molto ricca ma grossolana, per me da prendere in piccole dosi. O almeno affiancateci una tavoletta di cioccolato fondente e soddisfate il vostro fabbisogno calorico quotidiano.
Formato 33 cl., alc. 10.5%, IBU 60, lotto 357, scad. 13/12/2017, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 15 gennaio 2018

Brew Age Alpha Tier New England IPA

Ritorna sul blog Brew Age, beerfirm austriaca che avevamo incontrato qualche tempo da con due birre non molto convincenti ma probabilmente penalizzate dall’assenza di freschezza. 
La craft beer revolution si sta espandendo in Austria e alcuni birrifici cercano già di stare al passo con le tendenze internazionali: quella attualmente più in voga è ovviamente quella delle New England IPA. Un sottostile molto discusso la cui realizzazione non è così semplice e i risultati possono essere disastrosi, soprattutto per chi le beve.  Brew Age, i cui uffici di Vienna in Mittelgasse 4 dispongono anche di un piccolo beershop nel quale potete acquistare a buoni prezzi le bottiglie, ha deciso di correre il rischio. La beerfirm fondata  da Johannes Kugler (birraio),  Michael  e Thomas Mauer (commerciali) e Raphael Schröer (amministrazione) si cimenta con il “juicy” per la prima volta nel giugno del 2017, quando realizza la Juicebumps assieme al birrificio Bierol. Non so se si tratti in assoluto della prima NEIPA austriaca, ma a quanto leggo la birra ottiene un buon successo e va subito esaurita: ciò basta a convincere Brew Age, poche settimane dopo, a propone la propria NEIPA, credo realizzata come al solito sugli impianti  del birrificio Gusswerk. L’Alpha Tier, questo il nome scelto, debutta in fusto  a fine giugno all'Home Café di Vienna, locale che ora mostra nel proprio logo lo stesso animale dell'etichetta della birra, ed è seguita a breve distanza dalle bottiglie.

La birra.
Malti Pilsner, Vienna e Monaco, avena, luppoli Amarillo, Centennial, Citra, Mosaic. Il protocollo NEIPA viene perfettamente rispettato per quel che riguarda l’aspetto: arancio opalescente, schiuma biancastra abbastanza compatta e dalla buona persistenza. L’aroma non è l’esplosione tropicale che spesso caratterizza le Juicy IPA ma c’è comunque quel dolce cocktail di frutta che vi dev’essere: nello specifico abbiamo arancio, pompelmo, mango e ananas. C’è pulizia, c’è ancora freschezza e l’aroma è gradevole anche se non incolla le narici al bicchiere. 
Lo stesso si può dire del gusto, che lo ricalca quasi fedelmente: è una NEIPA che si beve bene, senza picchi ma anche senza quelle spigolature che a volte danno un po’ fastidio. Il dolce di mango e ananas guida le danze, fa capolino un po’ di pompelmo, l’amaro resinoso finale è delicatissimo e di breve durata, quasi inavvertibile: l’alcool (5.6%) non è pervenuto. La sensazione palatale è morbida, gradevole e non particolarmente ingombrante: la scorrevolezza ne trae giovamento, la pressoché assenza d’amaro la rende quasi levigata e priva di qualsiasi “effetto pellet”. Il risultato è senz’altro positivo: è una NEIPA succosa, pulita ed educata, ma un po’ ingessata e che procede con il freno a mano un po' tirato. Una caratteristica tuttavia che ritrovo anche in molte IPA (senza scomodare il juicy) realizzate da birrifici tedeschi o austriaci: non ci sono estremismi, non ci sono spunti espressivi o emotivi, tutto è un po’ ovattato ma nel complesso gradevole. 
Anche in assenza di fuochi artificiali si può quindi bere con gusto: a voi scegliere se adagiarvi in questa sicurezza o se ricercare itinerari più arditi, anche a costo d’affrontare qualche asperità.
Formato: 33 cl., alc. 5.6%, IBU 45, lotto 73017050, scad. 24/08/2018, prezzo indicativo 2.80 Euro (beershop, Austria)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 14 gennaio 2018

Pipeworks Coffee Break Abduction Imperial Stout

Abduction, "rapimento": questo  il nome di una serie di imperial stout  che ha contribuito al successo del birrificio Pipework, Chicago: qui la sua storia.  Il rapimento avviene ad opera di alieni e ogni etichetta ne rappresenta diverse scene: l'imperial stout viene realizzata da Beejay Oslon e Gerrit Lewis quando ancora erano homebrewers ma le loro birre ottenevano già grossi consensi tra gli appassionati di Chicago.  
Si tratta di un'imperial stout prodotta con scorze d'arancia che è stata poi riproposta nel corso degli anni nelle solite molteplici varianti per la gioia dei beergeeks e di chi è sempre in cerca della novità. Tra fusti e bottiglie ne sono state realizzate ad oggi una dozzina di diverse versioni; all'appello mancano quelle "barrel aged", visto che Pipeworks ha iniziato ad accumulare e ad usare le botti solamente da poco tempo. Qualche fusto è già circolato nei bar di Chicago, le bottiglie non dovrebbero tardare ad arrivare.
Ecco le diverse Abduction realizzate sino ad ora in una rapida carrellata: Raspberry Truffle Abduction (con lamponi, vaniglia e cacao), Coffee Break Abduction (caffè e vaniglia), Cherry Truffle Abduction (ciliegia, vaniglia e cacao), Mocha Abduction (caffè, vaniglia e cacao), Orange Truffle Abduction (scorza d'arancia e cacao), Pistachio Abduction (pistacchi, vaniglia, cacao e sale), Vanilla Abduction (vaniglia e cacao), Mint Truffle Abduction (vaniglia, cacao e foglie di menta), Cinnamon Abduction (cannella, cacao e vaniglia), Passion Abduction (frutto della passione, cacao e vaniglia), Coconut Almond Abduction (cocco tostato, mandorle, cacao e vaniglia). A voi scegliere la combinazione d'ingredienti che più vi gusta.

La birra.
Arriva nel 2013, ad un'anno dall'apertura del birrificio, la variante Coffee Break della Abduction; alla base imperial stout vengono aggiunti vaniglia e caffè prodotto dalla Dark Matter di Chicago che si trova a qualche chilometro di distanza dal birrificio. 
Il suo colore è prossimo al nero ma nel bicchiere non si forma praticamente schiuma: questa bottiglia dovrebbe essere del 2016 e l'anno che è trascorso non è certo il massimo per apprezzare il caffè. L'aroma tuttavia mostra ancora una buona intensità, anche se eleganza e finezza non sono le sue caratteristiche principali. C'è il caffè "americano" affiancato da dolci note ci vaniglia e caramello, in secondo piano orzo tostato, cuoio, alcool. L'aroma non è esattamente quello di una birra dessert e anche il mouthfeel non indulge in eccessi particolarmente cremosi: corpo medio, bollicine contenute, una leggera oleosità a garantire una buona scorrevolezza. Il gusto segue con rigore l'aroma, mostrandone gli stessi limiti per quel che riguarda pulizia ed eleganza. Nel complesso è un'imperial stout godibile che non scivola nel baratro del pastry (birra dessert) ma che non regala particolari emozioni o spunti d'eccellenza: la bevuta è prevalentemente dolce con caramello e vaniglia guidare le danze, affiancate da qualche note di cioccolato al latte. A bilanciare arriva l'amaro del caffè e del tostato, che non reclama un ruolo da protagonista, e nel finale emerge finalmente una rinfrancante nota etilica che riscalda e si porta dietro un po' di frutta sotto spirito. 
Il bilancio è positivo ma  ci sono ampi margini di miglioramento in questa imperial stout che si lascia bere con facilità ma dimenticare quasi con altrettanta disinvoltura; una bevuta gradevole che tuttavia lascia un po' per strada pulizia ed eleganza, sopratutto per quel che riguarda l'ingrediente che dovrebbe maggiormente caratterizzarla, il caffè.
Formato: 65 cl., alc. 10.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 15.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 12 gennaio 2018

Whiplash Body Riddle

Da Kildare, venti chilometri ad ovest di Dublino, arriva la giovane beerfirm  Whiplash. A fondarla sono Alex Lawes e Alan Wolfe, entrambi fuoriusciti dalla Rye River Brewing Company, uno dei più grandi birrifici indipendenti irlandesi.  Lawes, un homebrewer,  vi arriva nel 2014 come assistente birrario: la sua permanenza doveva durare solamente un anno, tempo necessario per “imparare” il mestiere e mettersi poi in proprio. L’apprendimento passa anche dall’osservazione dell’attività di Alan Wolfe, attivo nella parte commerciale. 
Nel 2015 la Rye River si trova tuttavia improvvisamente senza birraio e, dopo alcuni infruttuosi colloqui, Wolfe offre a Lawes il ruolo di head brewer. Colui che era diventato ormai un amico e compagno di frequentazioni di festival birrari inizialmente rifiuta, per poi farsi convincere dalle sue promesse: “scegli tu le materie prime, riparti da zero, modifica le ricette esistenti, creane nuove, smetti di fare le birre che non ti piacciono, divertiti”.
A Lewes viene anche concesso di iniziare a produrre sugli stessi impianti le birre della sua nuova beerfirm, inizialmente chiamata White Label, non fosse che il nome era già utilizzato da un'altra azienda operante nel settore beverage; onde evitare problemi legali, decide di modificarlo in Whiplash e chiede a  Wolfe di aiutarlo nella parte commerciale. L’amico accetta, mettendo però in chiaro che lo farà nel tempo libero dai suoi impegni con la Rye River. 
Dopo due anni la Rye River arriva a produrre 2,3 milioni di litri all’anno al ritmo di 6-8 cotte al giorni su di un impianto da 2500 litri: Lawes vuole però concentrarsi sul suo progetto e, alla fine dello scorso dicembre, lui e Wolfe hanno lasciato la Rye per dedicarsi completamente alla Whiplash. La beerfirm aveva debuttato nell’aprile 2016 con due birre: la Scaldy Porter, una delle birre avevano ottenuto il maggior successo tra gli amici di Lewes quando ancora la produceva in casa, e la Double IPA Surrender to the Void. Oggi il portfolio ne annovera quasi una ventina.

La birra.
Body Riddle è secondo le intenzioni di Whiplash un’American Pale Ale moderna prodotta con malti Pale, Carapils e frumento maltato; la luppolatura include  Lemondrop, Galaxy, Simcoe e  Ekuanot, l’etichetta è opera della grafica Sophie De Vere. La sua presentazione avviene a giugno 2017 nel corso di un tap takeover alla Taphouse Ranelagh di Dublino.  
Il suo colore è un dorato piuttosto pallido e alquanto velato, la schiuma biancastra non è particolarmente generosa ed ha una discreta persistenza. L’aroma non è intenso ma c’è una buona pulizia che permette di apprezzare i profumi di arancia e pompelmo con qualche nota tropicale in sottofondo: mango, ananas e passion fruit sono i soliti imputati.  E’ un’American Pale Ale che si trova sulla soglia della sessionabilità (4.5%) e la sensazione palatale le permette di scorrere senza intoppi. Corpo medio, delicate bollicine, dal punto di vista tattile potrebbe essere forse ancora più leggera: al palato non c’è molta personalità ma è comunque una birra che fa il suo dovere, ossia dissetare e rinfrescare piacevolmente, senza richiedere grosse attenzioni. Il dolce della pesca e della polpa d’arancia guidano i passi iniziali di una bevuta che poi vira verso la scorza degli agrumi, chiudendo con un finale secco e delicatamente amaro tra lo zesty e il terroso.  Non posso dire se si tratti dello stesso lotto prodotto a giugno 2017 ma indubbiamente la fragranza del contenuto di questa lattina potrebbe essere migliore e questo va un po’ a penalizzare quella che sarebbe una APA onesta e semplice, dalla buona intensità, che non provoca grossi sussulti ma che si beve con piacere.
Formato: 33 cl., alc. 4.5%, IBU 26, lotto 17250, scad, 07/09/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 11 gennaio 2018

Birra del Carrobiolo O.G. 1111 (2014)

Non l’ho inclusa tra le birre natalizie bevute nelle scorse settimane ma il suo posto poteva tranquillamente essere lì: parliamo della O.G. 1111, birra invernale o “winter warmer” prodotta dal birrificio del Carrobiolo, già ospitato sul blog in più di una occasione. Questa stessa birra il cui nome, lo ricordo, altro non è che l’indicazione della Original Gravity (ovvero la quantità di zuccheri presenti all'inizio della fermentazione misurata con il densimetro), era già apparsa sul blog nel 2013: rispetto a quell'edizione l'etichetta ha subito un leggero re-styling e mette ora in evidenza il fuoco, quello di un caminetto, ideale luogo dove potersi bere questa birra dalla importante gradazione alcolica (13%). 
Ricordo brevemente che il microbirrificio, fondato nel 2008 da alcuni soci tra cui il birraio Pietro Fontana all'interno delle "mura" del convento dei Padri Bernabiti di Piazza Carrobiolo, ha spostato nel 2014 la produzione nel brewpub con cucina della vicina Piazza Indipendenza a Monza; la sede storica è ora dedicata solo alla vendita d'asporto delle bottiglie. Ad aiutare Fontana in sala cottura nel 2013 è arrivato Matteo Bonfanti, laurea in Scienze e Tecnologie Alimentari, tirocinio in Scozia presso BrewDog e poi esperienza in Svizzera presso Birrificio Ticinese.

La birra.
La O.G. 1111 del Carrobiolo è una birra invernale, da "divano" o da invecchiamento, ma non è una birra affatto facile, meglio mettere la cose in chiaro da subito. L'aspetto non è certamente il suo punto di forza: un ambrato carico torbido sulla cui superficie si formano delle grossolane bolle biancastre che si dissolvono rapidamente. 
Il malto torbato caratterizza subito l'aroma, affiancato da note di carne e caramello, datteri e uvetta, alcool, qualche ricordo di vino fortificato. La sua consistenza è leggermente oleosa, di quel tanto necessario per costruire un mouthfeel appropriato a sorreggere l'alcool: il corpo è quasi pieno, le bollicine sono molto poche.  Il birrificio un tempo la definiva come un ipotetico incontro tra whisky torbato e barolo chinato e il gusto mantiene le promesse: caramello, qualche nota biscottata, tanta frutta sotto spirito (uvetta e datteri) e ricordi di vini fortificati costruiscono una bevuta sostenuta da una potente nota etilica che obbliga ad un lento ma soddisfacente sorseggiare ma che contribuisce in maniera decisiva ad asciugare la dolcezza. Il cerchio si chiude con il ritorno del torbato, sebbene in quantità minore rispetto all'aroma.
A tre anni dalla messa in bottiglia questa OG 1111 è ancora potente e non mostra segni d'ossidazione: non è una birra per palati inesperti ma per chi non ha fretta di "studiarsela" o vuole godersela senza guardare le lancette dell'orologio, perché la sua bevibilità è giocoforza piuttosto limitata. Non è un mostro di complessità o profondità ma è comunque capace di regalare gran belle soddisfazioni e sembra poter affrontare ancora altro tempo in cantina. 
Formato: 37.5 cl, alc. 13%, IBU 75, lotto 1438, scadenza non riportata, prezzo indicativo 8.00-10.00 Euro. 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Wylam Remember 430 & Wylam 45:33

Altro debutto sul blog, anche questo dal Regno Unito: Wylam Brewery, microbirrificio attivo dal 2000 che nasce nel piccolo e omonimo villaggio del Northumberland inglese, ai confini con la Scozia. A fondarlo furono John Boyle e Robin Leighton, quest’ultimo un ex ufficiale di marina mercantile in pensione ed esperto homebrewers: le qualità delle sue produzioni casalinghe impressionarono Boyle, appassionato di Real Ale, al punto da spronare l’amico a tentare l’avventura tra i professionisti. La loro prima birra, la bitter Landlord’s Choice, ottenne un successo tale da costringerli a trasferirsi in breve tempo dal proprio garage ai locali presi in affitto all’interno delle South Houghton Farm a Heddon on the Wall, Wylam, dove viene installato un impianto da cinque ettolitri, che nel giro di tre anni satura la propria capacità.
Nel 2005 Leighton all’età di 63 anni muore improvvisamente a causa di un infarto e, sebbene le sue figlie decidano di rimanere in società, Boyle si trova a dover gestire il birrificio da solo: ad aiutarlo arriva il figlio Matt che, dopo alcuni tentennamenti, accetta di rientrare dalla Spagna per lavorare a fianco del padre e poi prendere il comando delle operazioni, al suo pensionamento. Il birrificio trasloca in locali più ampi nella periferia di Wylam, l’impianto viene ingrandito per permettere alla produzione di triplicare e raggiungere i 30 ettolitri l’anno.
Ma la vera svolta per Wylam avviene nel 2010 quando entrano in società Dave Stone e Rob Cameron: i due provengono dal mondo della musica, avendo organizzato per 25 anni concerti, DJ-set ed eventi a Londra, Brighton e nel nord-est dell’Inghilterra. Arrivati a cinquant’anni i due vogliono abbandonare la vita notturna per dedicare più tempo alle proprie famiglie: fondano la società Greenan Blueaye e lanciano due gastropub a Newcastle, il Town Wall e la Bridge Tavern, iniziando a collaborare con il birrificio Wylam che li rifornisce di birre. Nel 2015 la collaborazione si trasforma in una vera e propria partnership nella quale la Greenan Blueaye investe 750.000 sterline, quota di un ambizioso piano di espansione da quasi 2 milioni che si concretizza nella ristrutturazione del Palace of Arts dell’Exhibition Park di Newcastle, ultimo edificio superstite della la North East Coast Exhibition del 1929. La palazzina, che giaceva da dieci anni in uno stato di desolante abbandono, viene acquistata da Freddy e Bruce Shepherd, ex presidenti del Newcastle United Football Club, che entrano in società assieme a Wylan e Greenan Blueaye. La ristrutturazione include l’installazione di un nuovo impianto da 35 ettolitri, la costruzione di taproom con 12 spine e 6 casks, bar, beer-garden, ristorante ed un spazio per organizzare eventi, matrimoni, concerti e serate, attività nelle quali Stone e Cameron sono esperti. Il vecchio birrificio a Heddon continua ad essere utilizzato come magazzino e come impianto pilota.
Il nuovo corso Wylam, inaugurato a maggio 2016, coinvolge anche il portfolio birrario che viene rinnovato e ampliato; arrivano le lattine, che vengono ovviamente riempite con quel liquido opalescente amato dai beergeeks chiamato New England IPA.
 
Le birre.
Partiamo da un’American Pale Ale che ci riporta indietro nel tempo al Twin Peaks di David Lynch, conclusosi con la frase: ricorda 430. Richard e Linda. Due piccioni, una fava. L’etichetta ripropone, sebbene in colori diversi, il pattern grafico del pavimento della Loggia Nera. Avena, frumento e destrine hanno il compito di renderla opalescente e di donarle un mouthfeel “cremoso”, mentre il doppio dry-hopping di Citra e Mosaic quello di renderla “juicy”.
All’aspetto è di colore arancio pallido opalescente e forma un cappello di schiuma biancastra cremosa ma un po’ scomposta, dalla buona persistenza. Il naso, fresco, pulito e discretamente elegante, offre una macedonia di agrumi (arancia, mandarino e pompelmo), pesca e frutti tropicale (ananas, mango). Al palato è leggera, scorrevole e, nonostante l’uso di avena non noto un mouthfeel particolarmente ”cremoso”  o “chewy” come vorrebbe il “protocollo New England IPA”. La bevuta è piuttosto intensa ma il succo di frutta non è del tutto convincente e mostra qualche spigolosità che andrebbe limata: ci sono soprattutto agrumi, con un sottofondo dolce appena accennato di mango e ananas. L’asprezza degli agrumi la rende molto secca ma anche un po’ ruvida, l’amaro zesty ed erbaceo è abbastanza intenso ma dall’eleganza piuttosto discutibile, per non arrivando a “raschiare” il palato. Pulita e gradevole, si beve con qualche pausa di troppo e non è un complimento per una birra dal contenuto alcolico del 5.5%: godibile ma con margini di miglioramento che possano aumentarne la fruibilità.
Dal cinema passiamo alla musica con la Double IPA chiamata 45:33: i numeri sono quelli dell’omonimo disco degli LCD Soundsytem; un’unica traccia, della durata di 45 minuti e 33 secondi, commissionata dalla Nike nel 2006 al gruppo statunitense come “colonna sonora” per la corsa. La strobosfera in etichetta è un altro riferimento al gruppo guidato da James Murphy. Il birrificio la descrive come una “multispeed Double IPA prodotta con dosi psichedeliche di luppolina Cryo: Amarillo, Citra e Chinook”. Anche lei è ovviamente opalescente e il suo color arancio pallido è sormontato da un piccolo cappello di schiuma biancastra che svanisce piuttosto rapidamente. Il naso è fresco e dolce, ricco di mango e pesca, ananas, frutto della passione; in secondo piano un lieve “dank”, poi arancia e pompelmo. A voler essere precisi anche in questo il mouthfeel non è così cremoso come ci si aspetterebbe da una NEIPA, ma non è un grosso problema: il gusto segue l’aroma con buona corrispondenza anche se con intensità leggermente inferiore. Si avverte un timida presenza maltata (crackers) ma è la dolce frutta tropicale a guadagnarsi subito il palcoscenico; l’amaro, resinoso e pungente, è di buona intensità e di breve durata, chiudendo la bevuta con eleganza. L’alcool apporta senza eccedere un discreto tepore giusto per avvertire che nel bicchiere c’è una Double IPA pericolosa, la cui facilità di bevuta non è tuttavia elevatissima: anziché berla, si sorseggia con discreta frequenza. Pulita e fresca, abbastanza elegante, la 45:33 di Wylan ha ancora qualche spigolo da smussare ma non le manca molto per raggiungere gli altri birrifici inglesi che stanno cavalcando l’onda del “juicy”: non solo l’hype di Cloudwater ma anche Northern Monk, Verdant, Deya.
 Nel dettaglio:
Remember 430, formato 44 cl., alc. 5.5%, scad. 25/04/2018, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)
45:33 Double IPA, formato 44 cl., alc. 8.4%, scad. 30/05/2018, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 8 gennaio 2018

Swannay Barrel Aged Orkney Porter (Isle of Arran)

Inauguriamo il 2018 con il debutto del birrificio scozzese Swannay, operativo a Birsay, isole Orcadi: il fondatore è Rob Hill, birraio con venticinque anni di esperienza presso la Orkney Brewery e la Moorhouse's Brewery. Nel 2005 Hill ha dato fondo a tutti i suoi risparmi per acquistare l'ex caseificio Swannay Farms ed installarci un piccolo impianto di seconda mano da sei ettolitri; nasce così la Highland Brewing Company che debutta con la Scapa Special, una Pale Ale ancora oggi prodotta tutto l’anno. 
Nel 2010 Rob viene affiancato dal figlio Lewis che, terminati gli studi universitari, decide di impegnarsi nell’azienda di famiglia: per l’occasione viene commissionato un nuovo impianto da 23 ettolitri che consente di far fronte all’incremento di domanda del mercato. Il 50% della birra prodotta viene venduta in cask, il resto equamente diviso tra fusti e bottiglie.  Nel 2015 la Highland Brewing Company viene rinominata Swannay Brewery per rinforzare il legame con il territorio: il rebranding riceve un finanziamento da 120.000 sterline dalla Highlands and Islands Enterprise, organizzazione governativa scozzese. “Le isole Orcadi sono un luogo speciale dove vengono prodotte alcune tra le eccellenze alimentari del Regno Unito, e noi vogliamo usare le nostre radici locali per promuovere i prodotti in tutto il mondo”, dice Hill. 
La gamma Swannay si basa su otto birre prodotte tutto l’anno: oltre alla già citata Scapa Special c’è la bitter Island Hopping, la Orkney (English) IPA,  la (American) Pale Ale, la Duke (American) IPA, la Double IPA Orkney Blast. Vi sono poi due birre sviluppate da Lewis, il figlio di Rob, che non nasconde il suo amore per le luppolature moderne: la Muckle IPA e la Banyan session IPA. 
A completamento della gamma alcune produzioni stagionali e occasionali, come ad esempio le “Big Beers” dall’alto contenuto alcolico: assaggiamone una.

La birra.
Nel 2014 un lotto di Orkney Porter (9%) è stato messo ad invecchiare per 18 mesi  in cask che avevano contenuto in precedenza Orkney Bere, un whisky prodotto dalla distilleria Isle of Arran utilizzando una varietà d’orzo (Bere) considerata tra le più antiche colture di cereali in Gran Bretagna e, in questo caso, coltivato sulle isole Orcadi; a quanto leggo si tratta di un cereale a basso rendimento rispetto alle varietà “moderne” ma capace di produrre un grist più denso e ricco. La ricetta della porter prevede malti Maris Otter, Brown, Chocolate e Roasted, luppoli Brambling X, Hallertauer Northern Brewer , E.K. Goldings. Le bottiglie sono tecnicamente “scadute” a ottobre 2017 ma, assicura il birrificio sul proprio sito, “sono ancora buonissime”
Il suo colore è un ebano piuttosto intenso che s’avvicina al nero: la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, è di dimensioni modeste e si dissolve abbastanza rapidamente. L’aroma è discretamente intenso e, benché pulito, necessita di attenzione per essere apprezzato in tutte le sue sfumature: quello che inizialmente sembra semplicemente whisky rivela interessanti sfaccettature che chiamano in causa legno e vanglia, carne, tostature, frutta sotto spirito, indizi di  tabacco. Al palato è una imperial porter dal corpo medio che ha un ingresso leggermente oleoso e tende un po’ ad assottigliarsi strada facendo: la bevibilità ne trae ovviamente beneficio, ma una maggior consistenza “tattile” le avrebbe sicuramente giovato. Il passaggio in botte è evidentissimo, ma pensate ad un whisky depurato della sua componente “boozy” o alcolica che dir si voglia; la bevuta si poggia su delicati toni biscottati e tostati ma chiama presto in causa il dolce della vaniglia, dell’uvetta e della prugna sotto spirito. Nel finale c’è anche il momento per qualche delicata suggestione di caffè e cioccolato, mentre il breve passaggio amaricante sembra richiamare più il legno delle tostature. 
Birra molto pulita, con l’alcool (10.5%) che non disturba assolutamente il lento e piacevole sorseggiare: la sensazione – tocca ripetermi – è quella di gustarsi un whisky depurato della sua componente etilica e arricchito da reminiscenze di una porter.  Per apprezzarla appieno dovrete probabilmente uscire dai soliti schemi di una imperial porter invecchiata in botte di whisky dove è la birra al centro del palcoscenico: qui le proporzioni si ribaltano ma il passaggio in botte riesce ad essere dominante ed elegantissimo al tempo stesso. Un piccolo gioiello (e ve lo dice uno che non ama il whisky) che splende lontano dai riflettori e dall’hype: meglio così.
Formato: 33 cl., alc. 10.5%, lotto 4300, scad. 10/2017.



NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 31 dicembre 2017

Warpigs Ominous Drip

Il 2017 è giunto agli sgoccioli e per salutarlo ci vuole una grande birra che faccia serata da sola: grande nel formato e nella gradazione alcolica, la imperial stout Ominous Drip di Warpigs sembrerebbe avere il potenziale per l'occasione.
Warpigs è un brewpub a Copenhagen nato dall'unione delle forze di Mikkeller e Three Floyds, birrificio dell'Indiana (USA): l'avevamo incontrato qualche mese fa.  Inaugurato ad aprile 2015, l'impianto BrauKon da 10 ettolitri con potenziale annuo da 250.000 litri è stato guidato sino allo scorso settembre da Kyle Wolak, birraio americano "prestato" dai Three Floyds. Wolak è rientrato negli Stati Uniti per andare a lavorare presso Hill Farmstead, in Vermont, e head brewer è stata nominata la birraia Lan-Xin Foo, sua assistente sin dall'apertura e, in precedenza, operativa sugli impianti pilota dove Mikkeller testa le proprie ricette prima di produrle su grande scala. 
Nel frattempo Warpigs ha anche debuttato nel continente americano, con le ricette danesi che vengono realizzate sugli impianti della Great Central Brewing  (Chicago) e della Wisconsin Brewing: è da anni che si vocifera sull'apertura di un brewpub a Chicago da parte di Three Floyds, chissà che l'idea non venga invece realizzata con il marchio Warpigs.

La birra.
Omnious Drip è una massiccia imperial stout (11.4%) che viene commercializzata per la prima volta all'inizio del 2017; la sua ricetta, tra altri ingredienti non specificati, prevede avena, zucchero di canna e zucchero candito belga.
Nel bicchiere si presenta completamente nera con un piccolo ma cremoso e compatto cappello di schiuma color nocciola, dalla buona persistenza. L'aroma è intenso e opulente, un dessert nel quale abbondano zucchero candito, melassa, fruit cake, caffè e cioccolato: l'eleganza non è la sua caratteristica principale ma si fa perdonare per la sua ricchezza, enfatizzata da una netta nota alcolica con non intende nascondersi. Il corpo è quasi pieno, l'avena le dona una morbidezza palatale cremosa che non sconfina in quel denso "petrolio" tipico di molte imperial stout scandinave. Il gusto riprende la ricchezza e la dolcezza dell'aroma, riproponendo melassa, fruit cake, frutta sotto spirito, cioccolato: l'alcool riscalda con vigore ogni sorso, obbligando ad un lento ma piacevole sorseggiare e contribuisce a bilanciare la dolcezza, asciugandola. Il finale amaro è corto e caratterizzato più della noti pungenti del luppolo che dalle tostature e dal caffè, nel retrogusto c'è anche una punta di carne affumicata. 
Imperial stout esuberante ed esagerata, un botto di fine anno: tutto molto bene, l'amaro finale un po' sgraziato le fa perdere qualche punto ma è una birra capace di fare serata, da gustarsi senza fretta, prendendosi tutto il tempo necessario: la bottiglia da 75 può soddisfare tranquillamente 3-4 persone, a piccole dosi. Qualche altro mese di cantina le avrebbe probabilmente giovato, ma anche così è una bevuta che soddisfa e appaga.
Formato 75 cl., alc. 11.4%, scad. 14/12/2021, prezzo indicativo 18.00-20.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.