domenica 22 aprile 2018

Beavertown & Cloudwater: Do Not Open Until 1985 & Good Night, Future Boy!


Febbraio 2018, mese di compleanno per due dei birrifici più gettonati della scena craft inglese: a Londra Beavertown spegne la sesta candelina, a Manchester Cloudwater la terza. Il 17 febbraio il birrificio fondato da Logan Plant apre le danze alla propria festa chiamata  "Six degrees of Beaveration", nel corso della quale era possibile assaggiare in anteprime sei birre collaborative realizzate assieme a Elusive, Land & Labour, Deya, Cloudwater, Boundary e Pilot.  La settimana prima (12 febbraio) Cloudwater aveva festeggiato con la propria Birthday Balloon Double IPA, venduta solamente presso il birrificio o il proprio negozio on-line.
Ma c'è dell'altro: Beavertown e Cloudwater annunciano una trilogia di birra collaborative, delle quali sino ad ora se non erro ne sono uscite solamente due. Vediamole.

Sugli impianti a Londra viene realizzata una Double IPA (9%) chiamata Do Not Open Until 1985: non ho idea a cosa si riferisca il nome scelto. Eukanot e Citra i luppoli usati nel whirpool, Mosaic, Vic Secret e Simcoe in dry-hopping, White Labs London Fog e Lallemand New England il mix di lieviti. 
Il bicchiere si tinge di un torbido color arancio che ricorda un succo di frutta: la schiuma biancastra è un po' scomposta ma mostra una buona persistenza. Ananas  mango e pesca dominano un aroma intenso e ancora fresco; per livelli eccelsi di eleganza e pulizia bisogna citofonare altrove, ma nel complesso è comunque gradevole. Il mouthfeel è leggermente chewy come vorrebbe il protocollo New England IPA, senza risultare troppo ingombrante: la scorrevolezza se ne avvantaggia. Al palato c'è un'intensità davvero notevole che ripropone gli stessi elementi dell'aroma aggiungendo anche un po' di pompelmo. Anche qui finezza ed eleganza non sono i punti di forza, ma questa  Double IPA è una degna rappresentante della moda juicy, si beve piuttosto bene e con soddisfazione, se vi piace il genere. Il percorso si chiude con un amaro resinoso di buona intensità ma abbastanza corto, per lasciare subito ritornare nel retrogusto il dolce della frutta  tropicale. L'alcool è ben dosato e si avverte quanto basta.

Sempre al futuro è orientata anche la seconda birra collaborativa che viene però prodotta a Manchester sugli impianto di Cloudwater. Good Night, Future Boy! è il nome di una India Pale Lager  realizzata con malti Bark Pils, Schill Pils, Caramel Pils e Caramel Hell, estratto di luppolo Pilgrim Alpha in Co2 per l'amaro, Citra BBC (12 grammi/litro) e Huell Melon in dry-hopping, lievito Bock.
Si presenta di color dorato, velato, con una bella testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta dalla buona persistenza. Il naso non è molto intenso ma c'è una bella pulizia che permette d'apprezzare i profumi di pompelmo e arancia, frutta tropicale, pane e crackers. Al contrario della Double IPA, la seconda collaborazione tra i due birrifici inglesi non cerca di stupire ma disegna una bevuta bilanciata, pulita e non priva di una certa eleganza. Pane, crackers, un tocco di miele e di frutta tropicale, un bel finale amaro dalla moderata intensità ricco di agrumi e resina: birra abbastanza secca, facilissima da bere, rinfrescante e dissetante. Non manderà in visibilio i beergeeks e non stuzzicherà il palato di chi si aspetta sempre i fuochi d'artificio, ma questa è davvero una piacevole bevuta.

Nel dettaglio:
Do Not Open Until 1985, formato 33 cl, alc. 9%, lotto 15/02/2018, scad. 15/05/2018
Good Night, Future Boy!, formato 44 cl., alc. 6%, lotto lotto 15/02/2018, scad. 15/05/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 20 aprile 2018

Nix Xelles

Nuovo progetto per l’instancabile birraio Nicola Grande, in arte Nix: dopo le esperienze al birrificio al Birrificio Settimo (ex Siebter Himmel) e al Birrificio Etnia, questa volta scende in campo in prima persona con la beer firm Nix Beer, utilizzando il proprio soprannome e il proprio volto stilizzato sulle etichette.  
Birraio, seppur su impianti altrui, ma anche publican: la birra prodotta viene (anche) somministrata direttamente nel piccolo ma accogliente locale Nix Beer in via Volturno 14 a Pavia. Le bevute sono accompagnate da una cucina semplice e informale che comprende toast, puccie e pizzette, tagliari d’affettati e altri prodotti tipici pugliesi, regione d’origine di Grande. Non manca neppure l’accompagnamento musicale dal vivo e alle spine vengono anche ospitate birre prodotte anche da altri birrifici “amici”. 
Nix Beer debutta a maggio del 2017 con cinque etichette tutte ispirate alla tradizione belga, quella con cui il birraio Nix ha già dimostrato di sapersi ben destreggiare nelle esperienze precedenti. Xelles (una “hoppy blond ale” leggere e moderna), Dangar  (Belgian Pale Ale con luppoli australiani), Malle (tripel), Witwit (una “imperial” witbier) e Hellerbos (quadrupel). A marzo è arrivata poi la Streek (una Spéciale Belge) e per maggio sono già state annunciate Volturno (Pils) e Blazzatopp (American IPA). Le birre sono prodotte presso il birrificio The Wall (informazione che non è però indicata in etichetta, peccato!) e sono da considerarsi “senza glutine” in quanto ne contengono una quantità inferiore a 20 ppm, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente.

La birra.
Non mi era ancora capitato d’incontrare le nuove produzioni di Nix e quindi ringrazio il beershop on-line Ubeer che mi ha inviato qualche bottiglia d’assaggiare. 
Iniziamo dalla Xelles, come detto una Hoppy Blond ale di stampo belga che si presenta nel bicchiere di un colore tra il dorato e l’arancio, piuttosto pallido; la schiuma bianca è compatta, pannosa e rivela un’ottima persistenza. I profumi non sono molto intensi ma il bouquet è molto pulito e interessante: crackers e cereali, fiori bianchi, una delicata speziatura, agrumi e un accenno di frutta a pasta gialla; in sottofondo s’intravede anche un bel carattere quasi ruspante/rustico che richiama il fieno, la paglia. Vivaci bollicine e un corpo medio-leggero rendono la bevuta scattante e veloce, mentre il gusto ripercorre con buona precisione il percorso aromatico aumentandone l’intensità. Pane e crackers, pesca e qualche accenno di ananas sono il cappello introduttivo ad una birra che mette soprattutto in evidenza gli agrumi: a voi divertirvi a riconoscere pompelmo e cedro, limone, lime…  Il finale è un amaro di media intensità nel quale s’intrecciano scorza d’agrumi, note terrose ed erbacee. Ottimo livello di pulizia e bel lavoro del lievito in questa Xelles, fresca e agile nello scomparire dal bicchiere grazie ad un profilo secco che rinfresca e ri-asseta il palato obbligando ad aumentare il ritorno di bevuta.  Livello piuttosto alto, che potrebbe salire ulteriormente con qualche profumino in più. Se non è certo una sorpresa per chi ha già apprezzato le birre di Nicola Grande, lo sarà invece per chi non lo conosce ma ama il Belgio moderno e luppolato alla De La Senne o, per darvi qualche riferimento nazionale, alla Extraomnes.  Una birra “quotidiana”, da bere in ogni momento ma  che probabilmente trova nelle calde giornate estive il suo contesto ideale.
Per chi volesse provarla ma non riesce a trovarla, ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., alc. 5.7%, lotto 9117, scad. 25/12/2018, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 18 aprile 2018

North Brewing Co / Track / Wylam LDS MCR NCL

A forza di sfornare nuove birre diventerà un problema anche inventarsi un nome che non sia già stato usato da qualche altro birrificio; le azioni legali o le minacce di azioni non sono poi così improbabili. Non è particolarmente attraente ed è anche abbastanza difficile da pronunciare/ricordare quello scelto dai birrifici inglesi North, Track e Wylam: LDS MCR NCL. 
In questa sequenza di acronimi c’è ovviamente un significato: si tratta delle città d’origine. LDS è Leeds,  dove ha sede North Brewing, “costola” della North Bar uno dei precursori della craft beer nella città gallese; il birrificio è stato aggiunto nel 2015 ed è attualmente guidato dai birrai  birrai Seb Brink (ex Golden Owl Brewery) e Darius Darwel (ex Bristol Beer Factory). Li avevamo conosciuti in questa occasione. MCR sta per Manchester: qui si trova Track Brewing,  birrificio fondato alla fine del 2014 da Sam Dyson oggi aiutato dal birraio Matt Dutton. Qui la sua storia. NCK è acronimo di Newcastle, casa di  Wylam Brewery, microbirrificio attivo dal 2000 ma passato alle cronache solo dal 2016 quando grazie ad un sostanzioso investimento da parte di nuovi soci ha traslocato dall’omonimo villaggio di campagna a Newcastle, ristrutturando lo storico Palace of Arts dell’Exhibition Park. Di loro avevo scritto qui.  
Tutti e tre i birrifici hanno un denominatore comune: l’amore per il luppolo e soprattutto per le birre che vanno tanto di moda oggi:  le New England IPA, Juicy &  Hazy, torbidi succhi di frutta.  Dalla loro collaborazione non poteva quindi nascere altro che una Double NEIPA: i luppoli utilizzati non sono tuttavia stati svelati. La birra è stata poi presentata il 01 febbraio in contemporanea nelle tre città: alla Little Leeds Beer House, alla Port Street Beer House di Manchester e al  Block & Bottle di Newcastle.

La birra.
L’impronunciabile LDS MCR NCL si presenta perfettamente torbida e di un color arancio che ricorda quello di un succo di frutta; la schiuma biancastra è cremosa e compatta, con un’ottima persistenza. Il naso è fresco, molto intenso, quasi sfacciato: si parte dall’ananas che poi rapidamente si fa da parte per lasciare spazio a pompelmo e cedro, limone e lime, passion fruit e forse anche mango. L’eleganza non è la sua caratteristica principale ma la macedonia è senz’altro gradevole. Lo stesso si può dire anche del gusto: è una Double IPA modaiola che s’avvicina al succo di frutta. Non cercate in lei livelli eccelsi di pulizia e finezza perché non li troverete: verrete invece ricompensati con una spremuta di mango, ananas e pesca. Il mouthfeel è morbido, leggermente “masticabile” (chewy) il che costringe a rallentare un po’ il ritmo di bevuta; il tallone d’Achille di questa lattina è però l’alcool (8.7%) che esce troppo allo scoperto, non fa sconti e rallenta ulteriormente lo scorrimento. Un amaro  (resina e pompelmo)  abbastanza intenso ma di breve durata chiude una bevuta molto gradevole, abbastanza secca ma un po' troppo impegnativa, soprattutto a causa dell’alcool. Peccato, perché poteva essere una birra davvero notevole nel suo genere, quasi al pari di questa.
Formato 33 cl., alc. 8.7%, lotto 25/01/2018, scad. 25/07/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 aprile 2018

Founders KBS (Kentucky Breakfast Stout) 2018

L’hype non è più quello dei tempi d’oro e forse anche la birra – oggi prodotta in grandi quantità – non è più la stessa:  è la Kentucky Breakfast Stout (KBS) prodotta dal birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan.  Ve ne avevo già parlato nel 2015, quando per la prima volta questa imperial stout invecchiata 12 mesi in botti di bourbon con aggiunta di caffè e fave di  cacao era arrivata in Europa: qui trovate la storia di una birra che, perdonate il gioco di parole, ha fatto storia. 
Per la gioia dei collezionisti Founders ha purtroppo smesso di imprimere il millesimo in etichetta: per risalire all’annata è ora necessario basarsi sulla data di scadenza indicata sul retro, che il birrificio indica a 365 giorni. Per loro va bevuta fresca e non è una birra da cantina: “ad invecchiarla – dicono – ci pensiamo già noi”. E lo fanno nelle loro enormi cantine, una ex-cava di gesso dove, alla profondità di 25 metri, riposano una quantità impressionante di botti alla temperatura  di 3-4 gradi centigradi. 
La KBS poi è ritornata in Europa nel 2016 ed è ancora disponibile in alcuni negozi on-line europei  e qualcuno l’ha anche scontata, in quanto "scaduta"; se non ero invece nessuna bottiglia del 2017 ha invece attraversato l’oceano. 
I festeggiamenti per l'edizione 2018 sono avvenuti come al solito nell’ambito della KBS Week che si è tenuta dal 5 al 10 marzo a Grand Rapids e nella nuova succursale Founders a Detroit. Un evento che ogni anno coinvolge diversi locali, tutti pronti ad aprire i fusti di KBS, e anche alcuni hotel con dei pacchetti convenzionati che offrono un “KBS package” comprendente bicchiere, spillette, tazza, bottiglietta di sciroppo d’acero. Sono finiti i tempi in cui i beergeeks sfidavano il freddo del Michigan accampandosi in tenda fuori dal birrificio nella speranza di riuscire ad accaparrarsi qualche bottiglia. Oggi la prevendita di KBS, che ne anticipa di qualche settimana la distribuzione nazionale ed internazionale, avviene tramite biglietti che si esauriscono abbastanza in fretta. Pagando  92 dollari (più commissioni) quest’anno vi venivano consegnate una bottiglia da 75 e tre “4 packs” da 35,5 centilitri; un prezzo più conveniente rispetto a quello consigliato alla distribuzione: 20 dollari per la 75, 24 dollari per il 4 pack (tasse sempre escluse, ovviamente).

La birra.
Il millesimo 2018 arriva con un leggero restyling dell’etichetta, sulla quale viene impresso il marchietto di quella “Barrel Aged Series” che oggi racchiude tutte le produzioni barricate di Founders. La gradazione alcolica, che varia leggermente di anno in anno, è dichiarata al 12.3%. 
Il suo aspetto è sempre splendido: nera, impeccabile e generosa testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza.  Il naso non è molto intenso ma c’è tutto quello che ci si aspetta: l’elegante caffè tipico di tutte le produzioni Founders (Sumatra Mountain, Breakfast Stout), il cioccolato fondente, un tocco di legno e di vaniglia, bourbon, i cosiddetti “dark fruits” ( prugna, uvetta..). Il mouthfeel è quello di sempre: non è un’imperial stout eccessivamente viscosa o ingombrante, il corpo è medio e c’è una leggera cremosità a rendere gradevoli i sorsi.  Al palato la KBS 2018 mette in primo piano il bourbon e la frutta sotto spirito, elementi che guidano le danze spingendo un po’ (troppo) nelle retrovie caffè, cioccolato e vaniglia.; l’alcool non ha molte intenzioni di nascondersi e fa sentire la sua presenza per tutto il corso della bevuta, riscaldandola e potenziandola. La scia finale è come al solito lunghissima: un ideale abbraccio nel quale s’incontrano nuovamente bourbon, caffè e cioccolato. E’ pulita ma non è un mostro di complessità o profondità questa KBS 2018; vero che in giro ci sono ormai molte altre concorrenti/alternative, ma “avercene” di birre così. Livello alto, buon rapporto qualità prezzo per una imperial stout barrel aged. L'edizione 2018 mi ricorda molto la 2015: di quelle che ho assaggiato finora la mia preferenza va senza dubbio alla 2016, ribevuta anche qualche settimana fa. Il caffè è ormai in secondo piano ma i due anni passati in cantina hanno ammorbidito il bourbon amalgamandolo al cioccolato in maniera davvero esemplare. Detto questo, bere la KBS di Founders è un atto dovuto per ogni birrofilo sia che si tratti di scoprirla per la prima volta che di ritrovarla anno dopo anno. 
Formato: 35.5 cl., alc. 12.3%, scad. 13/02/2019, prezzo indicativo  8.50-10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 aprile 2018

L'artigianale al discount: La Brassicola La Bionda & La Brassicola La Rossa


Ero in qualche modo affezionato alla birra “Lucilla” che il birrificio Amarcord ha per molti anni prodotto per la catena di discount Eurospin: non tanto per la sua bontà (ahimè) ma per il fatto che “La Rossa” è stata per molti anni la pagina più visitata del blog, superata solo di recente dalla Ichnusa Non Filtrata.  Alla fine dello scorso gennaio l’azienda distributrice Target 2000 (sempre gruppo Amarcord) ha annunciato il commiato della gamma Lucilla dalla distribuzione Eurospin: chi l’ha amata (incluso gli homebrewers che tanto cercavano la sua bottiglia con tappo meccanico) non si lasci tuttavia prendere dalla sconforto, visto che un mese dopo è stato ufficializzato il ritorno delle Lucille presso un'altra catena di discount. 
Eurospin rinuncia alla birra artigianale? Certo che no, ma cambia partner: la “gara” per la produzione di una generica “birra bionda” e di una “birra rossa” viene vinta da altri. Per la distribuzione al centro-sud il birrificio Maltovivo produce oggi la Birra del Ponte con (cito le etichette) una Bionda - Golden Ale Style (5.2%) e una Rossa – Dark Belgian Ale Style (7.5%);  al nord la B.T. Srl di Fidenza (non ci vuole molto a ricondurre queste due iniziali al Birrificio Toccalmatto) crea il marchio La Brassicola. Il target richiesto è sempre quello: birre facili da bere e che costino poco. Per quel che riguarda La Brassicola il prezzo finale al cliente è di 2,29 Euro per una bottiglia da 50 cl., ovvero 4,58 euro al litro. Un leggero aumento (+15%) rispetto agli 1,99 Euro della Lucilla (3,98 al litro). 
Quando si parla di birra “artigianale” e discount la domanda da farsi è sempre la solita: è possibile bere bene spendendo poco?

Le birre.
Iniziamo con La Bionda (4.8%), prodotta “selezionando i migliori luppoli nobili europei, delicati ed aromatici, per creare una birra semplice e raffinata”: questo quanto riportato in etichetta. Lo stile non è dichiarato, la fermentazione è ad alta anche se si guarda alla tradizione tedesca, per farla breve una sorta di “Helles un po’ più luppolata”. 
L’aspetto è di colore dorato, leggermente velato, con una bella testa di candida schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. I profumi sono piuttosto delicati ma c’è una buona pulizia: pane e fiori, un tocco speziato, un leggero ricordo di agrumi. Al palato scorre senza intoppi grazie ad un corpo leggero e ad una carbonazione abbastanza contenuta. Il gusto è semplice quanto l’aroma, con un delicato profilo maltato (pane e miele), un accenno fruttato non ben definito e un finale amaro erbaceo di breve intensità e durata.  Non ci sono difetti ma non ci sono neppure emozioni in una birra abbastanza precisa alla quale manca però un po’ di quella secchezza che la renderebbe ancora più rinfrescante. Non c’è molto carattere, l’intensità è quella che è ma l’assenza di quei sapori sgradevoli che spesso si trovano nelle birre sugli scaffali del discount le permette di guadagnarsi ampiamente la sufficienza. Gli appassionati di birra artigianale non la troveranno particolarmente interessante, ma per salire di livello bisogna ovviamente mettere mano al portafogli e fare acquisti altrove. O pensavate davvero di bere una Toccalmatto ad un terzo del suo costo?

La Rossa (7%)  si autodefinisce “una birra per le grandi occasioni, compagna perfetta per la tavola, ideale per la pizza, ma i suoi ricchi aromi maltati sapranno accompagnare anche formaggi di media stagionatura e carni rosse”. Il suo colore è un bell’ambrato accesso da fiammate rossastre, mentre la schiuma ocra, cremosa e compatta, mostra un’ottima persistenza. L’ispirazione è belga ed è evidente sin dall’aroma: zucchero candito, caramello, spezie (cardamomo, coriandolo?), biscotto, frutta secca a guscio, persino qualche accenno di pasticceria. Intenso e molto pulito, una bella sorpresa. Purtroppo il gusto non mantiene le aspettative e si rivela molto meno pulito ed interessante:  la bevuta è dolce, guidata dall’accoppiata caramello-biscotto ed incalzata da note di prugna ed uvetta. L’alcool è abbastanza ben dosato anche se l’intensità complessiva della birra potrebbe essere migliore: c’è qualche problemino nel finale, con un amaro terroso un po’ sgraziato che non lascia un buon ricordo e rischia quasi (e sottolineo quasi) di scivolare nella plastica bruciata.  Parte davvero bene questa “birra rossa” ma è un peccato non ritrovare nel gusto tutte le belle premesse dell’aroma; il risultato è comunque sufficiente, ma valgono le stesse considerazioni (qualità-prezzo) fatte per la sorella bionda.  
Per quel che riguarda il classico abbinamento pizza-birra (doppio malto!) citato anche in etichetta, direi che La Rossa può essere una dignitosa alternativa a prodotti industriali (non da discount)  come questi che costano più o meno uguali. E per il confronto in casa Eurospin con l’ex Lucilla ?  Direi che La Brassicola rappresenta senz’altro un passo in avanti, anche se queste due bottiglie sono ancora giovani e non hanno ancora affrontato il caldo dell'estate e dei magazzini della grande distribuzione.
Nel dettaglio: 
La Bionda, formato 50 cl., alc. 4,8%, lotto 18003, scad. 30/01/2020, prezzo 2.29 Euro
La Rossa, formato 50 cl., alc. 7,0%, lotto 18004, scad. 31/01/2020, prezzo 2.29 Euro

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

domenica 15 aprile 2018

Equilibrium Brewery: Mc² & Harvester of Simcoe


Middletown, cittadina con trentamila abitanti nella contea di Orange, stato di New York: i grattacieli di Manhattan sono ad un centinaio di chilometri a sud. E' qui che nel dicembre 2016 ha aperto le porte Equilibrium Brewery; a fondarla due ingegneri ambientali del Massachusetts Institute of Technology che, stanchi delle loro rispettive occupazioni, hanno deciso di trasformare il loro quasi ventennale hobby dell'homebrewing in una professione. Sono Ricardo Petroni e Peter Oates, il primo più concentrato sul business, il secondo responsabile della produzione: tre gli anni passati ad elaborare le ricette, raccogliere i finanziamenti necessari e cercare il luogo dove mettere in funzione un impianto da venticinque ettolitri. La città di Middletown offre un edificio del 1900 usato per il confezionamento della carne ma ormai in disuso da anni: 260.000 dollari il prezzo d'acquisto, 225.000 dei quali rimborsabili a patto di restare in attività per almeno cinque anni e l'obbligo di restaurarlo; in aggiunta, incentivi fiscali sui materiali acquistati per la ristrutturazione e sulla tassa di possesso. Un milione e mezzo di dollari l'investimento totale fatto da Petroni e Oates nel birrificio, che oggi conta una decina di dipendenti. Oltre a riqualificare una zona del centro di Middeltown, Equilibrium ha anche portato in città i beergeeks e tutto quello che ne consegue; delle quasi sessanta birre prodotte in dodici mesi d'attività la maggior parte sono IPA e Double IPA ispirate al New England. Non passa molto tempo che i sabati mattina, giornate in cui di solito vengono messe in vendita le nuove lattine e bottiglie, decine di persone si mettono in fila e, nell'attesa dell'apertura, bevono e scambiano altre birre. 
Adiacente al birrificio c'è la Equilibrium Taproom and Grill: taproom al piano terra, bar e ristorante al secondo piano per chi ha voglia di mettere qualcosa sotto i denti. Oltre alle birre della casa, le dodici spine attualmente operative ospitano anche le produzioni di altri birrifici.

Le birre. 
Il luppolo è l'ingrediente maggiormente utilizzato da Equilibrium, ma il birrificio non è tuttavia molto loquace quando si tratta di elencarli. Nessuna informazione quindi su questa Double IPA chiamata Mc², se non che si tratta della versione "potenziata" dell'American Pale Ale della casa chiamata Photon.
Il suo colore rispetta il protocollo dell'hazy ed è arancio torbido, sul quale si forma una testa di schiuma biancastra abbastanza compatta e dalla buona persistenza. A due mesi di vita l'aroma di questa Mc² non è esplosivo ma mostra ancora freschezza e, sopratutto, una buona pulizia: un lieve carattere dank accompagna i profumi di mango e ananas, melone retato, pesca gialla e albicocca, senza dimenticare arancia e pompelmo. Davvero notevole la sensazione palatale: copro pieno, consistenza morbidissima, quasi setosa/vellutata, la giusta quantità di bollicine. E notevole è anche la maniera in cui l'alcool (8%) è celato: la bevuta ripropone la stessa macedonia di frutta dell'aroma con buona intensità, anche se non ci sono i fuochi d'artificio. Ne traggono beneficio pulizia ed eleganza, davvero ad un ottimo livello in uno stile, quello delle NEIPA, nel quale spesso latitano. La chiusura è molto secca, grazie anche ad una lieve asprezza che chiama in causa agrumi e passion fruit, con un tocco d'amaro quasi impercettibile. La traversata dell'oceano può essere molto pericolosa per queste IPA che non hanno vita molto lunga: in questo caso i due mesi (fortunatamente non estivi) hanno lasciato segni abbastanza trascurabili. La birra è ancora abbastanza fresca e assolutamente godibile,  "juicy ma con criterio" o equilibrio, se preferite.

L'altra Double IPA chiamata Harvester of Simcoe non lascia invece molti dubbi su quale sia il luppolo protagonista; non ci è però dato sapere se si tratti di una single hop. Anche il suo color arancio è piuttosto torbido e l'aroma supera per intensità quello della sorella Mc²: il frutto tropicale (mango, ananas) è piuttosto dolce, maturo e nel complesso l'esuberante macedonia appare un po' sfrontata/cafona e poco fine: alla festa partecipano anche passion fruit e pesca, arancia dolce. Al palato è molto gradevole e morbida ma un po' ingombrante: non è un peccato mortale, considerata la gradazione alcolica (8.8%). La bevuta è di fatto un succo di frutta dolce nel quale brillano mango e ananas, bilanciati dall'asprezza del frutto della passione; non c'è nessuna traccia d'amaro, il finale è secco e lascia finalmente intravedere un delicato tepore etilico. Mouthfeel e "fruttatone" non consentono grandi velocità di bevuta ma è una Double IPA che si sorseggia con buona frequenza e soddisfazione; non è un manifesto di eleganza e finezza, ma svolge molto bene la sua funzione succo-di-frutta per la quale è stata progettata. 

Nel dettaglio:
Mc², formato 47,3 cl., alc. 8%, lotto 13/02/2018.
Harvester of Simcoe, formato 47,3 cl., alc. 8.8%, lotto 16/02/2018

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 13 aprile 2018

Cigar City Cafe Con Leche Stout

E’ iniziato con un restyling del brand che ha coinvolto lattine ed etichette il 2018 di Cigar City, birrificio di Tampa, Florida, fondato nel 2009 da Joey Redner (qui la storia) con produzione che attualmente s’attesta sui 105.000 ettolitri l’anno. Il sigaro è sempre presente ma è affiancato dalla scritta “hecho a mano, born in Tampa”
Ricordo che nel 2016 Cigar City è stata acquistata dal birrificio del Colorado Oskar Blues, aiutato dal fondo azionario privato Fireman Capital; la società è stata da poco rinominata CANarchy il cui “ombrello” abbraccia oggi, oltre a Oskar Blues e Cigar City, anche i birrifici Perrin, Squatters e Wasatch. Un nome quanto mai azzeccato visto che due delle sue lattine (Cigar City’s Jai Alai e  Oskar Blues Dale’s Pale) sono rispettivamente il primo ed il secondo six pack di birre artigianali in lattina più venduto negli Stati Uniti. La distribuzione di CANarchy raggiunge 50 stati americani ed esporta in Canada, Puerto Rico, Australia e Nuova Zelanda, Europa, Cile, Brasile e Corea del Sud: complessivamente sono circa 410.000 gli ettolitri prodotti nel corso del 2017. 
La birra di oggi non è ancora disponibile nel formato prediletto dal gruppo e bisogna quindi accontentarsi della bottiglia: parliamo di caffelatte, café au lait (Francia), Milchkaffee (Germania), café com leite (Portogallo), café con leche (Spagna), Koffie verkeerd (Olanda), kawa biała (Polonia), tejeskávé (Ungheria) e la lista potrebbe continuare all’infinito. 
La  (coffee) milk stout di Cigar City, chiamata appunto Cafe Con Leche, è stata proposta sin dal 2009 solamente in fusto presso la taproom del birrificio di solito nel periodo ottobre-dicembre; molti appassionati saranno quindi stati contenti d’apprendere del suo debutto in bottiglia avvenuto lo scorso novembre 2017. Un’occasione da non perdere visto quest’anno la Café con Leche tornerà ad essere disponibile a novembre solamente alla spina nella sua versione nitro.

La birra.
Cigar City non rivela nessuna informazione sugli ingredienti utilizzati a parte le aggiunte di caffè in grani, fave di cacao e lattosio. Ha una gradazione alcolica (6%) volutamente bassa per – dicono – “essere l’accompagnamento perfetto a una colazione a base di uova, pancetta e pane tostato fatta in tarda mattinata”. Il divertissement del beer-rating è incoraggiante: tra le migliori 50 Sweet Stout al mondo per Untappd, terza migliore al mondo per Ratebeer, appena dietro a mostri sacri dell’hype come Tree House, Hill Farmstead e i vicini di casa di Angry Chair. 
Nel bicchiere è perfetta, scurissima anche se non perfettamente nera, con un cremosissimo e compatto cappello di schiuma dall’ottima persistenza. Sono passati cinque mesi dall’imbottigliamento ma al naso il caffè è ancora dominante, con grande eleganza e pulizia: chicchi ma anche “americano”, e intorno a lui ci sono sfumature di cioccolato, di pelle/cuoio e terrose, caffelatte. Il mouthfeel è perfetto: poche bollicine, corpo medio, consistenza morbida, quasi cremosa,  una leggera densità che non intacca per nulla la scorrevolezza. La semplicità ed il rigore salgono in cattedra in una birra molto precisa e definita in ogni suo aspetto: cioccolato al latte, un tocco di caramello e un ricordo di vaniglia supportano l’intensità del caffè, la cui acidità è praticamente azzerata dal lattosio in un equilibrio molto ben riuscito. Ancora caffè, cioccolato e qualche tostatura  concludono un percorso raffinato e molto soddisfacente. Birra perfettamente riuscita questa Café con Leche di Cigar City: tra i migliori esempi dello stile che mi sia mai capitato d’assaggiare.  Non perdetela se amate le birre di questo genere:  le bottiglie del 2017 ancora si trovano in giro.
Formato 65 cl., alc. 6%, IBU 53, imbott. 10/11/2017, prezzo indicativo 16-20 euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 12 aprile 2018

Verdant Brewing: Headband Pale Ale, Track and Field IPA & I Played Bass on that Tune IPA


A qualche settimana di distanza ritorniamo a parlare di Verdant, uno dei birrifici più ricercati dai beergeeks inglesi: l’avevamo conosciuto in questa occasione.  Le ultime novità in casa Verdant parlano di una campagna di crowdfunding che si è conclusa con successo: 26.000 sterline raccolte in un mese (febbraio) per finanziare l’apertura di un Seafood Bar & Tap Room in centro a Falmouth, Cornovaglia. “Amiamo avere una taproom e punto vendita al birrificio, ma siamo stati costretti ad usare tutto lo spazio disponibile per aumentare la nostra capacità produttiva. Abbiamo guardato in centro città per aprire un luogo tranquillo dove la gente possa andare a bere le nostre birre accompagnandole con semplici e freschissimi piatti  (tapas) di mare: cozze, capesante, zuppe di pesce e fritture abbinate alle nostre freschissime birre luppolate.  E’ un locale già aperto che personalizzeremo con il nostro nome e logo”.  L’obiettivo di Verdant era di riuscire ad inaugurarlo in tempo per le vacanze di Pasqua, ma credo che la ristrutturazione sia attualmente ancora in corso.  
Non una, non due ma tre: andiamo ad assaggiare altre tre produzioni Verdant, tutte messe in lattina verso la metà di febbraio.

Partiamo dalla Track & Field IPA (7.2% ABV), ricetta che include malto Best Ale, frumento, luppoli Simcoe e Mosaic, lievito Lalbrew New England. Il suo colore è un arancio/dorato piuttosto velato sul quale si forma una schiuma cremosa ma un po’ scomposta, dalla buona persistenza. L’aroma è gradevole sebbene non molto espressivo o elegante: mango e ananas, arancia dolce. Caratteristiche che si ritrovano anche al palato, dove la bevuta è senza dubbio piacevole con un carattere  fruttato molto intenso anche se non troppo definito: mango e ananas sono i frutti maturi (a tratti quasi canditi) che vengono  in mente, la chiusura amara (resina) è molto delicata e corta. Ottimo il mouthfeel, morbido e cremoso senza risultare troppo ingombrante L’alcool è quasi impercettibile ed il risultato è una IPA molto facile da bere, fruttata senza sconfinare nel torbido succo di frutta. Livello piuttosto alto ma sicuramente c’è spazio per migliorare pulizia ed eleganza.

Tutti stravedono per le IPA di Verdant ma a me ha invece davvero impressionato la Pale Ale chiamata HeadBand (5.5%): malti Best Ale, Extra Pale Ale, Monaco, Carapils e Crystal 150, avena e frumento, luppoli Citra, Mosaic, Columbus e Chinook, solito lievito Lalbrew New England. E’ piuttosto torbida e di colore arancio, la schiuma biancastra è scomposta ma ha una buona persistenza. L’aroma non è esplosivo ma più raffinato rispetto alla sorella maggiore, sebbene  gli elementi siano più  o meno gli stessi: mango e ananas, arancia dolce. Qui la presenza dei malti  (pane e crackers) è quantomeno avvertibile, anche se il cuore della bevuta è ovviamente il fruttato, in questo caso educato e non cafone: c’è un mix ben riuscito di tropicale ed agrumi che sfocia in un finale molto secco e moderatamente amaro, nel quale convivono resina e scorza d’agrumi. Una birra davvero molto interessante, dalla bevibilità enorme e dal grande potere dissetante, di quelle che non smetteresti mai di bere: “juicy ma con criterio”, livello molto alto.

Abbastanza deludente si è invece rivelata la I Played Bass on That Tune (6.5%), una New England IPA affetta da quella sindrome d’invecchiamento precoce che a volte colpisce queste birre. La ricetta dice malti Extra Pale, Best Ale, Caramalt, Avena e frumento maltato, luppoli Citra, Columbus ed Eldorado, lievito “della casa”. Nel bicchiere è di un color arancio piuttosto torbido, mentre la schiuma cremosa e compatta rivela una buona persistenza. Al naso intensità ed eleganza latitano: il solito canovaccio mango-ananas-arancia dolce viene qui arricchito da ricordi di melone retato, ma lo schema è poco preciso. Bene è invece la sensazione palatale, morbida e leggermente cremosa, mentre il gusto ripropone la scarsa intensità e finezza dell'aroma. C'è una sensazione generale di tropicale non ben definita,  l'amaro è praticamente assente, ma quel succo di frutta che dovrebbe esserci nel bicchiere è un po' troppo spento e sbiadito: benché gradevole, non giustifica assolutamente il prezzo del biglietto.

Nel dettaglio:
Headband, 44 cl., alc. 5,5%, lotto 14/02/2018, scad.  14/05/2018, prezzo indicativo 4.50 sterline
Track and Field, 44 cl., alc. 7.2%, lotto 19/02/2018, scad. 19/05/2018, prezzo indicativo 5.00 sterline
I Played Bass on that Tune, 44 cl., alc. 6,5%, lotto 13/02/2018, scad.13/05/2018, prezzo indicativo 5.30 sterline

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 11 aprile 2018

Prairie Birthday Bomb!

2012, anno di fondazione di Prairie Artisan Ales. 2013, anno in cui il birrificio di Tulsa (Oklahoma) fondato dai fratelli Healey realizza una delle birre che hanno maggiormente contribuito a renderlo famoso: è la Bomb!, massiccia imperial stout prodotta con chicchi di caffè, fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho. A quel tempo l’hype tra i beergeeks americani era alto e molti di loro si ritrovavano in fila  ad acquistarne una cassa il giorno della messa in vendita  per poterla bere o scambiare con altre birre ugualmente ricercate.  “E’ stata una bomba che ci è esplosa addosso – ammise  Chase Healey in quel periodo – è famosa in tutti gli Stati Uniti e non riusciamo a soddisfare le richieste”
La produzione di Bomb! è piano piano aumentata e l’hype è di conseguenza sceso; nel 2016 i fratelli Healey hanno ceduto il marchio Prairie alla Krebs Brewing Co.,  birrificio che aveva sino ad allora prodotto quasi tutte le birre Prairie e la produzione è ulteriormente cresciuta al punto che  oggi la birra è reperibile con relativa facilità nel continente europeo. 
Una birra di successo, soprattutto se una imperial stout, porta inevitabilmente la nascita di numerose figliastre: nel caso della Bomb! ce ne sono circa una decina, le più famose delle quali sono Christmas Bomb!  (spezie natalizie), Pirate Bomb! (invecchiata in botti ex-rum), Barrel-Aged Bomb! (botti whiskey) e le varie Deconstructed Bomb. A Maggio 2016 per celebrare il terzo compleanno della Bomb! viene annunciata la Birthday Bomb!: ai classici ingredienti (chicchi di caffè, fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho) s’aggiunge una nuova e speciale “salsa di caramello”.  Lo scorso anno la Birthday Bomb! è stata nuovamente replicata in primavera, ed è questa che andiamo ad assaggiare.

La birra.
Nel bicchiere non è nera ma poco ci manca: la piccola schiuma è cremosa e compatta ma abbastanza rapida nel dissolversi.  Il suo aroma non è esattamente una “festa di compleanno” ma presenta un discreto livello di intensità ed eleganza: gli ingredienti dichiarati ci sono tutti, con il caffè protagonista indiscusso affiancato da vaniglia, cioccolato e peperoncino. La sensazione palatale è invece un po’ deludente: non vorrei ripetere il solito ritornello del “non è più quella di una volta” ma mi sembra che da quando Prairie è stata ceduta alla Krebs le imperial stout si siano un po’ "assottigliate". Gli impianti che le producono sono sempre gli stessi, il mouthfeel è leggermente cremoso ma le manca un po’ di viscosità a rendere l’esperienza davvero entusiasmante. Neppure il gusto è impeccabile: la bottiglia ha un anno di vita sulle spalle e probabilmente ha passato tempi migliori. C’è troppa liquirizia ad accompagnare caramello e vaniglia, cioccolato e caffè; nel finale emerge senza esagerare il peperoncino, il cui calore si mescola a quello del alcool, il cui 13% era sino ad allora rimasto piuttosto mansueto. Bene ma non benissimo, mi verrebbe da dire: la Birthday Bomb si beve con soddisfazione ma pulizia ed eleganza potrebbero essere molto più elevate. Considerazioni simili erano già emerse per la sorella Prairie Paradise.
Formato 35.5 cl., alc. 13%, lotto 13172CM1 17104 15117, prezzo indicativo 10-13 euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 10 aprile 2018

Abnormal Boss Pour IPA

Per parlare di birra oggi dobbiamo iniziare dal vino: è il 2012 quando the giovani californiani ex compagni alla Poway High School fondano la Abnormal Wine Company nel Rancho Bernardo, una quarantina di chilometri a nord di San Diego. Sono Matthew DeLoach, Elvin Lai e James Malone: volevamo allontanarci da quello snobismo che spesso accompagna il vino e proporlo in un contesto più amichevole e informale: anormale”. I tre creano il proprio marchio di vino offrendolo in degustazione in un locale all'interno del Rancho Bernardo Business Park: “poco dopo aver aperto la tasting room ci accorgemmo che all’ora di cena la maggior parte dei clienti andava via. Avevamo bisogno di offrire loro anche qualcosa da mangiare”.  
Nei locali adiacenti nasce così il ristorante-bar Cork & Craft, 150 posti a sedere e menù elaborato dal cuoco Mike Arquines, anche proprietario della Mostra Coffee, nome che forse molti appassionati di birra ricorderanno. Ai clienti vengono anche offerte delle cene con vini e birre in abbinamento: per l’occasione viene reclutato come consulente Derek Gallanosa, ex-homebrewer , a quel tempo nel team dei birrai del birrificio Karl Strauss di San Diego e anche docente alla San Diego State University nel corso “Business of Craft Beer”: un personaggio abbastanza noto nella scena brassicola della città californiana.  L’iniziativa ha grande successo, San Diego è uno dei paradisi della Craft Beer e Abnormal decide di affiancare alla produzione del vino e al ristornate anche un birrificio, tutti riuniti sotto lo stesso tetto.
Nell’aprile 2015 ci sono grandi aspettative tra gli appassionati di San Diego per il debutto di Abnormal Beer Company, guidata in sala cottura proprio da Derek Gallanosa che lascia la Karl Strauss per guidare l’impianto da 12 ettolitri. Non passano neppure dodici mesi e Abnormal annuncia un piano di espansione da un milione di dollari: lattine (debutto avvenuto nella  primavera 2017)  e altri fermentatori per portare la capacità produttiva dagli 800 ettolitri del 2016 ad un potenziale di 5800.  Un nuovo magazzino da 1000 metri quadri a poche centinaia di metri di distanza consente anche d’iniziare un programma di barrel aging:  al di la delle classiche West Coast IPA, Abnormal costruisce il suo successo grazie a potenti imperial stout prodotte con gli ingredienti tanto amati dai beergeeks: caffè, cioccolato, vaniglia, peperoncino e sciroppo d’acero. 
Il birrificio si auto distribuisce nelle zone di San Diego, Los Angeles, San Jose, San Francisco e Seattle; abbastanza “inusuale” (Abnormal!) è invece l’export: oltre a Singapore e Danimarca, potete trovare sempre le birre nella succursale coreana (!) Taphouse and Cantina una decina di spine che spesso ospitano anche altri birrifici americani. Lo scorso agosto Derek Gallanosa ha tuttavia dato le dimissioni e per motivi “di cuore” si è trasferito più a nord, a Sacramento, dove ha fondato la Moksa Brewing Company assieme a Cory Meyer, ex birraio della New Glory Craft Brewery. Alla Abnormal è arrivato il birraio Nyle Molina, esperienze precedenti presso  Funky Buddha e Green Flash

La birra.
“Vi sentite un boss?  Lo sarete quando aprirete questa West Coast Style IPA”: questo il modo in cui Abnormal annuncia la Boss Pour IPA, una delle tre birre (assieme alla Mostra Mocha Stout e alla 5PM Session IPA) di maggior successo. La ricetta prevede malti inglesei e americani a supporto di una generosa luppolatura di  Cascade, Simcoe, Nugget, Citra e Mosaic. Ha debuttato ad aprile 2016. 
E’ una West Coast IPA piuttosto velata per gli standard di San Diego, anche se non raggiunge gli estremi torbidi del New England: la schiuma biancastra è cremosa e abbastanza compatta, con una discreta persistenza. A due mesi e mezzo dalla messa in lattina l’aroma ha probabilmente perso un po’ d’intensità ma è comunque ancora piuttosto gradevole e fresco: ananas, mango, arancia, mandarino e pomplemo fanno compagnia al “dank” tipici della West Coast. Eleganza e pulizia rispondono presente all’appello. La sensazione palatale è ottima ed il gusto non delude le attese delineando una WC IPA molto ben fatta; pane e crackers sostengono un profilo fruttato dolce che ripropone l’aroma ed è poi incalzato da un bel finale amaro, lungo e pungente, nel quale esplodono tutta la resina e il “dank” dell’area di San Diego. 
Una gran bella birra, fatta come piacciono a me: secca, pulitissima e bilanciata (ovvero fruttata senza arrivare al succo di frutta, amara senza asfaltare il palato) con pochi elementi ma disposti nel modo giusto. A voler esser rompiscatole qualche inevitabile lieve cedimento dovuto al viaggio intercontinentale s'avverte ma in questo caso si può tranquillamente chiudere gli occhi e godere di una birra ancora in ottima salute.
Formato: 47,3 cl., alc. 7%, IBU 55, imbott. 22/01/2018

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio