giovedì 22 giugno 2017

Cantillon Kriek 2015

Il breve viaggio tra birre e ciliegie si conclude con la kriek di Cantillon, birrificio attivo dal 1900 a Brussels che credo non abbia bisogno di presentazioni. L’unica raccomandazione è quella di non mancare una visita al birrificio (nonchè Musée Bruxellois de la Gueuze) se vi trovate nella capitale belga: un’esperienza al di fuori dal tempo tra impianti, legno, polvere, ragnatele e bottiglie accatastate che vi ripagherà della passeggiata per un quartiere non proprio bello, per dirla in modo gentile.
Negli anni 70 il testimone passò nelle mani di Jean-Pierre Van Roy (sposo di Claude Cantillon) che rilanciò l’azienda riuscendo pian piano a rilevare le quote societarie dagli altri membri della famiglia Cantillon, poco propensi a continuare un'attività (produttore di lambic) che secondo loro non aveva nessun futuro. La domanda di gueuze e lambic era in forte e calo e Jean-Pierre, per restare a galla, iniziò ad ingentilire i propri prodotti con dolcificanti artificiali per renderli più simili ai gusti dei bevitori di allora. Il cambiamento non ottenne l’effetto (economico) sperato e nel 1978 Cantillon ritornò fortunatamente su suoi passi eliminando i dolcificanti e ritornando ad una produzione tradizionale di gueuze e lambic alla frutta. A metà degli anni ’80 l’export verso gli Stati Uniti iniziò a dare un po’ di ossigeno ad un birrificio che aveva operato in perdita per molti anni; a partire dal 1989 il figlio di Jean-Pierre e Claude, Jean, affiancò i genitori apprendendo sul campo il mestiere. Negli anni ’90 Cantillon abbandonò infine i grandi foeders di legno ed iniziò ad effettuare i blend delle annate di lambic e le aggiunte di frutta in tini di acciaio.

La birra.
La kriek di Cantillon viene prodotta aggiungendo le ciliegie Morello intere (200 grammi per litro) ad un blend di lambic; per ovvie esigenze produttiva la frutta fresca viene subito surgelata ed essere utilizzata nel corso dell’anno per produrre diversi lotti di kriek. Le ciliegie vengono messe a macerare per un paio di mesi con lambic di due anni d’età; al momento dell’imbottigliamento viene anche aggiunta una piccola quantità di lambic giovane. Le etichette delle bottiglie destinate al mercato europeo riportano la scritta "100% lambic Bio" assente invece su quelle che vengono esportati negli Stati Uniti: Jean Van Roy dichiara di utilizzare dal 1999 solo materie prime, ciliegie incluse, provenienti da agricoltura biologica ma questi ingredienti non sono stati ancora classificati come biologici dalla USDA, il dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti.
Il bicchiere si tinge di un intenso colore rosso cremisi sormontato da una cremosa schiuma biancastra, abbastanza compatta ma non molto persistente. Il naso non offre molto e odora un pochino di "tappo":  dimessi profumi funky, di cantina e di polvere, legno, amarena cotta e ribes rosso, il dolce della ciliegia che cerca di emergere quando la kriek si scalda. 
La bevuta è vivacemente carbonata e perfettamente agile, scattante: anche qui la ciliegia è rilegata in secondo piano dalle note lattiche e da quelle aspre del limone. Una kriek spigolosa e ruvida, a tratti tagliente, che necessita di una temperatura piuttosto elevata per far emergere un sottofondo dolce di ciliegia e di fragola.  Qualche spunto acetico e una lieve astringenza legnosa finale limitano ulteriormente la facilità di bevuta di una birra che mantiene comunque un elevato potere rinfrescante e dissetante. Bottiglia che delude un po' per la pochezza di profondità e complessità, sopratutto se penso al ricordo dello stesso millesimo (2015) bevuto a Brussels oltre un anno fa: pieno e ricco di ciliegia, elegante, piacevolmente in equilibrio tra dolce ed aspro, tra frutta e "funky" (che dopo quasi due anni di bottiglia la ciliegia fosse meno in evidenza non è ovviamente una sorpresa). Tappo di sughero bagnato all'esterno e tappo a corona con qualche lieve muffa: l'imputato numero uno per una bottiglia poco in forma potrebbe essere in questo caso il signor sughero?
Formato 37.5 cl., alc. 5%, imbottigliata 18/06/2015, scad. 18/06/2025, pagata 4.80 Euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 21 giugno 2017

Oud Beersel Oude Kriek Vieille 2014

Dopo quelle di Lindemans e 3 Fonteinen è il momento di assaggiare la Oude Kriek di Oud Beersel e continuare questo breve viaggio tra birra e ciliegie. "Anno 1882” è la scritta che compare sul logo di Oud Beersel: la sua storia inizia quando Henri Vandervelden apre un birrificio nel paese di Beersel, alle porte di Brussels, e finisce nel 2002 quando Danny Draps, pronipote del fondatore, decide di sospendere un'attività ormai poco redditizia e che necessitava di grossi investimenti per poter continuare.  Mentre il mondo del lambic non si capacita per la scomparsa di un altro dei suoi storici produttori, un appassionato decide di darsi da fare. Gert Christians non può credere che presto dovrà rinunciare alla sua abitudine quasi quotidiana di bere una Beersel Oude Geuze ai tavoli del Le Zageman di Brussels e, assieme all'amico Roland De Bus, decide di acquistare il marchio nel 2003 lanciando contemporaneamente la Bersalis Tripel prodotta da Huyge per raccogliere i finanziamenti necessari a rimettere in piedi il birrificio. Nel frattempo il lambic secondo la ricetta di Vandervelden viene prodotto da Frank Boon e portato poi a maturare nelle botti di legno a Beersel, per poi essere riportato da Boon per il blend finale e l'imbottigliamento. Il 16 marzo del 2007 vengono ufficialmente commercializzate le prime Oude Geuze e Oude Kriek di Beersel, mentre pochi mesi dopo Roland De Bus rassegna le dimissioni ma viene prontamente sostituito dal padre di Gert, Jos Christiaens, da poco in pensione. 
Tornando alle kriek, sono attualmente tre quelle prodotte da Oud Beersel se escludiamo le più care commercializzate con il marchio Bzart. Per scegliere cosa versare nel bicchiere è fondamentale prestare attenzione alla presenza dell’aggettivo Oude, ovvero vecchio.  Acquistando la semplice kriek (3.5% ABV), come nel caso di Lindemans, vi troverete nel bicchiere un lambic addolcito con fruttosio ed edulcorante artificiale (Acesulfame K) per il quale vengono utilizzati 200 grammi di ciliegie Morello per litro. Più raro (e pregiato) è invece la solita variante Schaarbeekse Oude Kriek prodotta con le omonime ciliegie raccolte a nord di Brussels, sempre difficili da reperire: il primo lotto di circa 1500 bottiglie  (7.2% ABV) è stato prodotto nel 2016 aggiungendo le ciliegie ad un blend di lambic di 1 e 2 anni e facendolo poi maturare in botti di legno. Di più facile reperibilità anche in numerosi supermercati è invece il classico Beersel Oude Kriek Vieille (6.% ABV) prodotto con 400 grammi di ciliegie Morello per litro che vengono aggiunte al lambic: assaggiamolo.

La birra.
Si presenta all’aspetto di un intenso rosso che oscilla tra il rubino ed il porpora: la schiuma, leggermente macchiata di rosa, è cremosa e compatta e mostra una persistenza davvero notevole, se confrontata a quella delle altre kriek assaggiate nei giorni scorsi. Anche se viene utilizzata una varietà di ciliegia aspra, al naso domina il dolce con una sensazione che ricorda più lo sciroppo che la “pienezza” del frutto maturo: ad affiancarlo ci sono profumi di lampone e mirtilli. La componente funky/rustica è quasi assente ed anche l’asprezza (amarena, ribes rosso) rimane molto in secondo piano: bene la pulizia e intensità degna di nota in una bottiglia che ha oltre due anni di vita. La bevuta inizia dallo stesso dolce di ciliegia per prendere poi rapidamente la strada dell’asprezza delle amarene, del limone e del ribes rosso: anche al palato la componente rustica è quasi assente, privilegiando la frutta. La sensazione palatale è perfetta, con grande scorrevolezza e vivaci bollicine a rendere la bevuta scattante: chiude molto secca con una punta amara di mandorla e scorza di limone. Alcool fantasma, bene la pulizia ma l’eleganza non è al livello della 3 Fonteinen a causa di una ciliegia che ricorda un po’ troppo lo sciroppo. Una kriek accessibile che nella sua asprezza non è mai tagliente e riesce a farsi accettare anche da palati poco avvezzi allo stile: il prezzo e la facile reperibilità in Belgio costituiscono un ulteriore bonus che contribuisce a definire un soddisfacente rapporto qualità-prezzo. Non è l'olimpo ma il livello è comunque alto.
Formato: 37.5 cl., alc-. 6%, lotto 43181, scad. 14/11/2034, pagata 3.35 Euro (supermercato, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 20 giugno 2017

LoverBeer Saison De L'Ouvrier Griotta 2015

Continuiamo il breve viaggio tra birra e ciliegia e rientriamo nei confini nazionali per far virtualmente visita a Loverbeer, creatura alla quale  Valter Loverier ha dato vita (sarebbe il caso di dirlo, visto l’utilizzo di lieviti spontanei) nel 2009 a Marentino (TO). Ritorniamo a parlare della Farmhouse Ale  della casa, quella Saison De L'Ouvrier,  ovvero “del lavoratore”, di quei contadini  (valloni) per i quali queste birre (saison) un tempo rappresentavano un’imprescindibile forma di sostentamento durante il duro lavoro estivo nei campi, molto più salubre dell’acqua spesso portatrice di malattie: ma “Louvrier” pare anche essere il cognome originale della famiglia di Valter, proveniente dalla regione del Calvados e poi mutato in Loverier una volta giunti in Piemonte.  
La birra viene prodotta con i lieviti selvaggi isolati dalla BeerBera, una sour ale prodotta con il 20% di mosto di uva Barbera che fermenta spontaneamente con i microrganismi  presenti sulla buccia dell’uva stessa. La ricetta prevede anche  una percentuale di frumento non maltato ed un dry-hopping di East Kent Goldings; la maturazione avviene poi in botte di legno. La Saison De L'Ouvrier rappresenta anche la base per sperimentare con quattro ingredienti: un frutto (la ciliegia), un vegetale (il cardo), un erba (timo serpillo) e un fiore (violetta). 
La Saison De L'Ouvrier Griotta viene prodotta con le omonime ciliegie acide (o visciole) di Pecetto e Trofarello; i frutti vengono aggiunti interi alla birra nel corso di una fermentazione e successiva maturazione in tini di rovere che dura per circa sei mesi. In un anno ne vengono mediamente prodotti duemila litri.

La birra.
Il suo colore riflette quello del frutto che le dà il nome: accesa di rosso opaco, forma un discreto cappello di schiuma macchiata di rosa che si dissolve molto rapidamente. Il naso di questo millesimo 2015 non brilla per intensità: accenni rustici e di acido lattico affiancano deboli profumi di amarena e ribes rosso senza tuttavia far venire l’acquolina in bocca a chi ha le narici sul bordo del bicchiere. Fortunatamente la bevuta si rivela di tutt’altro livello: sostenuta da un delicato tappeto dolce di ciliegia, la bevuta regala soprattutto l’asprezza dell’amarena, del ribes rosso, della mela acerba e del limone. Qualche bollicina in più la renderebbe senz’altro più rustica e vivace al palato, ma è un vezzo che le si perdona facilmente: chiude con un brevissimo accenno amaricante (mandorla, lattico) regalando una bevuta di grande secchezza, rinfrescante e dissetante. Alcool (6%) fantasma, retrogusto corto ed aspro di frutti rossi e palato già pronto ad accogliere un altro sorso; bottiglia penalizzata da un naso un po’ debole ma che subito si riscatta in bocca trasportando idealmente il bevitore sui campi popolati da ciliegi. Nel bicchiere c’è la frutta, c’è la campagna circostante e c’è il sole che splende alto nel cielo.
Formato: 37.5 cl., alc. 6%, lotto PGRI02-0715, scad. 12/2022, prezzo indicativo  8.00-10.00 Euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 19 giugno 2017

3 Fonteinen Oude Kriek 2015

Proseguiamo con le bevute dedicate ad uno dei frutti  protagonisti del mese di giugno, la ciliegia; dopo Kriek Cuvée René di Lindemans e Bloody Mario di Retorto rientriamo in Belgio per stappare un altro lambic alla ciliegia, o kriek che dir si voglia. Spostiamoci a Berseel, comune situato alle porte meridionali di Bruxelles; nel suo passato, come in quello di tanti altri comuni della provincia del Brabante Fiammingo, c’era una lunga tradizione di produttori di Lambi(e)k e di assemblatori di Geuze (Geuzestekerij) che, con il passare degli anni, ha quasi rischiato di scomparire. Tra questi anche 3 Fonteinen, la cui storia avevo cercato di riassumerla in questa occasione: il 3 Fonteinen Cafè fu rilevato da Gaston Debelder nel 1953 ed è questa la data alla quale si fa risalire la prima kriek prodotta aggiungendo ciliegie locali ai lambic acquistati da altri produttori. Notizie certe sulle prime bottiglie provviste di etichetta sembrano risalire agli anni ’90. 
Inizialmente prodotto con le “famose” ciliegie griotte/aspre di Schaerbeek, che si trova a nord della capitale belga, anche la kriek di 3 Fonteinen ha dovuto far fronte alla scarsità di materia prima e sostituirla con una varietà proveniente dalla Polonia. Con le griotte di Schaerbeekse che riesce a reperire ogni tanto 3 Fonteinen commercializza il proprio (e raro) Schaerbeekse Kriek; da notare che nel giardino della nuova sede di Lot, inaugurata a quattro chilometri da Beersel nel settembre 2016, sono stati anche piantati alcuni ciliegi prelevati dal giardino del padre di Gaston Debelder a Schaarbeek. 
La kriek 3 Fonteinen  più facile da reperire rimane la Oude Kriek, prodotta con ciliegie intere, inclusi i noccioli (35%) che vengono aggiunte a lambic giovane e lasciate fermentare e maturare in botti di legno per un periodo che varia da sei a otto mesi prima dell’imbottigliamento. L’affinamento in bottiglia che precede la messa in commercio dura almeno quattro mesi.  Qualche tempo fa sul blog era transitata la Intense Red Oude Kriek: versione prodotta inizialmente per il Toer de Geuze 2013 con una percentuale leggermente superiore (40%) di ciliegie polacche. Per i collezionisti hanno infine particolarmente valore le bottiglie di Oude Kriek nate il 31/03/2009:  sono conosciute tra gli appassionati anche con il nomignolo di “Hot Cherry” in quanto sopravvissute all’incidente del 16/05/2009. Un termostato difettoso aveva fatto innalzare la temperatura della sala di fermentazione da 16 a 60 gradi:  il  danno fu quantificato in circa 200.000 euro tra il lambic ancora contenuto nelle bottiglie bottiglie esplose. Un numero imprecisato di bottiglie di Oude Kriek  riuscì miracolosamente a sopravvivere al disastro.

La birra.
Splendida, intensa e accesa di rosso la Oude Kriek 2015 di 3 Fonteinen forma una bella testa di schiuma rosa, fine e cremosa ma rapida nel dissiparsi. Al naso la ciliegia si sposa alle note “funky” dei lieviti spontanei e dei brettanomiceti del lambic:  le note di sudore e di cuoio sono piuttosto in sottofondo, mentre alla dolcezza del frutto rosso s’affiancano i profumi aspri di amarena, limone, mela acerba.  Al palato scorre senza intoppi e sostenuta da copiose bollicine che la rendono molto vivace e “stimolante”:  asprezza e acidità sono molto ben contrastate dal dolce della ciliegia, piena e rotonda: a tratti si ha quasi l’impressione d’affondare i denti nella polpa del frutto. A rinfrescare il palato ci pensa l’asprezza dell’amarena, del ribes rosso, della mela acerba e del limone, mentre i sapori “funky” del lambic si mantengono sempre in secondo piano in una kriek che mette in mostra una bella eleganza. Nel finale legno, qualche tannino e una lievissima astringenza: l’alcool è inesistente, la bevuta disseta solleticando il palato ad ogni sorso.  Ottima kriek, piuttosto simile alla Intense Red bevuta qualche tempo fa, venduta ad un prezzo maggiorato che secondo me non giustifica la piccola percentuale di ciliegie in più impiegate nella produzione.  Interessante è invece il confronto a distanza con la kriek di Lindemans, quest’ultima molto più aspra e tagliente, meno elegante e più ostica da bere. 
Oude Kriek di 3 Fonteinen, una grande bevuta sia per chi ama il genere che per chi si vuole avvicinarsi: il mio consiglio personale è di berla abbastanza fresca sia per qualche riguarda la temperatura di servizio che l'età anagrafica, in quanto la ciliegia tende ovviamente a scomparire con il tempo.
Formato: 37.5 cl., alc. 5%, imbott. 29/01/2015, scad. 29/01/2020, pagata 6.65 Euro (drink store, Belgio)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 16 giugno 2017

Retorto Bloody Mario

Secondo episodio di questa miniserie di birre dedicate ad uno dei frutti  protagonisti del mese di giugno, la ciliegia. Dopo la Oude Kriek Cuvée René di Lindemans stappata ieri ritorniamo in Italia, in quel di Piacenza, per far visita al birrificio Retorto già presentatovi in questa occasione. Fondato nel 2011 a Podenzano dal birraio Marcello Ceresa con l’aiuto del fratello Davide e della sorella Monica, in sei anni d’attività Retorto ha prodotto un numero di birre relativamente esiguo se lo si confronta con quello di molti altri produttori. Anziché inondare il mercato di one-shot, collaboration e quant’altro Retorto ha preferito lavorare sul perfezionamento di un numero ristretto di birre ottenendo peraltro sempre buoni riconoscimenti ai concorsi nazionali.  Alle quattro birre del debutto  Morning Glory (American Pale Ale), Krakatoa (IPA), Latte Più (Blanche), Daughter Of Autumn (Scotch Ale) si sono progressivamente aggiunte la Black Lullaby (Belgian Dark Strong Ale), i barley wine Malalingua e  Malanima, la Pacific Pale Ale  Tazmaniac. A fine 2016 è arrivata la tripel Vincent Vega e la sue versioni barricate chiamate Mia W. (whiskey)  e Marsellus W. (rum). 
Per incontrare le ciliegie facciamo un passo indietro al 2015, anno di debutto della Bloody Mario: la base di partenza è la blanche Latte Più (4.8% ABV) che viene leggermente potenziata (6.1%) e alla quale vengono aggiunte ciliegie di  Villanova sull'Arda durante la fase di maturazione. La Latte Più prevede già di suo l’utilizzo di coriandolo, scorza d’arancia e di pompelmo. Nell’anno del suo debutto ottenne il terzo posto a Birra dell’Anno nella categoria Cat 22, Birre alla frutta, dietro alla Pink di MOA e alla Rubus di Birra del Borgo.  Curiosità: per il mercato statunitense l’importatore Maritime Republic ha deciso di commercializzarla con il nome di Bloody Dario per evitare di far pensare che la birra contenesse all’interno qualche distillato, visto la sua assonanza con il famoso cocktail Bloody Mary. Meglio allora associare il sangue al regista Dario Argento i cui film hanno avuto un discreto successo anche oltreoceano.

La birra.
Ambra, rosè e rosso sono i colori che si alternano nel bicchiere, sormontato da una testa di schiuma biancastra che scompare rapidamente. La ciliegia non è il profumo che spicca all’aroma e il suo dolce deve accontentarsi di un posto in seconda fila: in primo piano troviamo piuttosto arancia e pompelmo, la delicata speziatura del coriandolo, una gradevole nota rustica e la freschezza acidula data dal frumento.  Al palato scorre bene senza nessun intoppo, ma per il mio gusto qualche bollicina in più la renderebbe ancora più vivace e gradevole.  Il gusto propone qualche reminiscenza della blanche di partenza (crackers, frumento) per poi virare rapidamente in territorio fruttato: al dolce delle ciliegie risponde l’asprezza della scorza degli agrumi che rapidamente diviene protagonista della bevuta accompagnata da qualche spolverata di coriandolo. Pulizia eccellente, grande secchezza, alcool fantasma: non ci sono molte ciliegie in questa bottiglia ma la birra garantisce un elevato effetto dissetante e rinfrescante grazie alla sua moderata asprezza ed acidità, evaporando molto rapidamente dal bicchiere. 
Formato 33 cl., alc. 6.1%, lotto 16051, scad. 09/2018, prezzo indicativo 4.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 15 giugno 2017

Lindemans Oude Kriek Cuvée René 2014

Risale al 1822 la fondazione del birrificio Lindemans: in quell’anno Joos Frans Lindemans sposa Françoise Josine Vandersmissen, figlia di un agricoltore, ed entra in possesso della fattoria chiamata Hof ter Kwade Wegen nei pressi di Vlezenbeek, venti chilometri a sud-ovest di Brussels. Notizie storiche riportano una produzione annuale di circa 500 ettolitri destinata per la maggior parte al consumo interno: come in tutte le fattorie a quel tempo la birrificazione avveniva nei mesi invernali quando c’era meno lavoro da fare sui settancinque ettari di terreno di proprietà.  
A Joos Frans succede nel 1865 Joos Frans “Duc”  Lindemans e, nel 1901, Theofiel Martin Lindemans: sotto la sua guida l’azienda riduce progressivamente le attività agricole per concentrarsi maggiormente sulla produzione di lambic e faro che viene venduto a cafè ed a blenders. Nel 1930 il timone passa nelle mani del figlio Emiel Jozef al quale spetta il compito di affrontare le tragedie della seconda guerra mondiale: in quel periodo il birrificio riesce comunque ad effettuare una cotta al mese. Con la sua morte, avvenuta nel 1956, cessano anche le attività agricole e, sotto la guida di René e Nestor, negli anni ’70 Lindemans inizia ad operare come distributore di bevande all’ingrosso.  
La popolarità di lambic e geuze è tutt’altro che in crescita  e si cerca di rimediare al calo della domanda interna iniziando ad esportare:  per conquistare il mercato il birrificio inizia ad addolcire i propri prodotti  per andare incontro alle richieste dei consumatori. Emblematico è il caso della Lindemans Kriek, per la quale le ciliegie grotte di Schaerbeek vengono sostituite da un succo di ciliegia addolcito con un edulcorante artificiale, filtrato e pastorizzato.  I nuovi lambic alla frutta hanno tuttavia grande successo facendo crescere rapidamente l’export che arriva ad assorbire il 70% della produzione grazie alle richieste dei mercati statunitense, francese, tedesco e svizzero.  Nel 1992 terminano i lavori di costruzione del nuovo birrificio che dispone di circa 1200 barili della capacità di 600 litri nei quali far fermentare e maturare il lambic. Per convincere Lindemans a far qualche passo indietro c’è voluto l’intervento dell’importatore americano Merchant du Vin: è lui a convincere René Lindemans del potenziale mercato di gueuze e lambic alla frutta tradizionali e a far produrre nel 1994 il primo lotto della Gueuze Cuvée René.
Dal 2006 Lindemans è gestita dai cugini Dirk e Geert che nel 2013 hanno avviato un nuovo e ambizioso programma di espansione da 15 milioni di euro che dovrebbe raddoppiare la capacità di produrre lambic  portandola a 170.000 ettolitri l’anno

La birra.
E' nel 1961 che Lindemans produce la sua prima kriek: a quel tempo come detto venivano usate le ciliegie griotte di Schaerbeek la cui scarsità ha poi costretto il birrificio a cercare alternative; i primi tentativi del 1973 con delle ciliegie aspre provenienti dalla Scandinavia non furono tuttavia soddisfacenti. A partire dal 1978, complice anche la scarsa domanda del mercato, Lindemans decise di abbandonare l'utilizzo dei frutti e iniziò a produrre una kriek dalla gradazione alcolica molto più ridotta (3.5%) con uno sciroppo di amarene che veniva poi addolcito con acesulfame K, sostituito nel 2012 dalla stevia. Bisognerà attendere sino al 2007 per il ritorno di una vera kriek, prodotta con ciliegie aspre provenienti da vari paesi europei che vengono aggiunte e fatte fermentare in un lambic di almeno sei mesi all’interno di grandi foeders di legno dalla capacità di 10.000 litri; dopo altri sei mesi la kriek viene imbottigliata. La rinascità è ancora una volta dovuta alla domanda del mercato statunitense e il suo nuovo nome Oude Kriek Cuvée René (6.5%) è ovviamente una dedica a quel René Lindemans che nel 2006 aveva ceduto il testimone aziendale al figlio Dirk. Attenzione quindi a non confonderla con la Lindemans Kriek (3.5%); la sua etichetta in stile Art Nouveau è opera dell'americano Charles Finkel, beer writer, artista (Finkel Design), famoso importatore di vino e birra (Merchant du Vin) e fondatore della Pike Brewing Company.

La Oude Kriek Cuvée René che vado a stappare è nata a marzo 2014 ed il suo colore è un ambrato infiammato da intense venature rosso rubino; la schiuma, leggermente sporcata di rosa, è cremosa ma abbastanza scomposta e si dissolve quasi immediatamente. Al naso la componente funky (cantina, sudore) si mescola ai profumi di ciliegie e amarene, ribes rosso, mela e limone; in sottofondo legno e anche qualche accenno d’aceto. L’asprezza annunciata dagli aromi si fa ancora più evidente al palato: è una kriek nella quale le ciliegie aspre non sono affatto dominanti ma condividono la scena con il limone, la mela acerba, il ribes rosso. La bevuta è secchissima, estremamente rinfrescante e dissetante soprattutto se affrontata a temperatura piuttosto bassa ma magari un po’ più alta da quella consigliata dal birrificio (5°): l’asprezza risulterà un po’ più attenuata. 
Lasciandola scaldare emergono legno e un dolce velo di ciliegia ma l’asprezza, accompagnata da qualche lieve spunto acetico, si fa più tagliente e alla lunga mette a dura prova il palato.  Non c’è molta complessità o profondità, non c’è l’eleganza di una kriek di Cantillon o 3 Fonteinen ma  è ugualmente una bevuta piuttosto soddisfacente e ad un prezzo ancora assolutamente accessibile, soprattutto se acquistata nel paese d’origine.
Formato: 75 cl., alc. 6.5%, imbott. 20/03/2014, scad. 20/03/2020, pagata 4,19 Euro (supermercato, Belgio)


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 13 giugno 2017

Green Dog India Pale Ale

Debutto sul blog per i Green Dog con sede a Lugagnano d’Arda, Piacenza. Un birrificio agricolo (quindici ettari di terra coltivati ad orzo) di recente apertura sulla cui storia si trovano davvero poche informazioni in rete: il sito internet non è ancora operativo e bisogna accontentarsi della pagina Facebook che tuttavia si limita a  pubblicizzare le birre e gli eventi al quale il birrificio prende parte.  A voi decidere se la scarsa presenza “virtuale” sia un pregio che l’accomuna a tanti birrifici belgi o se sia una lacuna imperdonabile nel 2017. 
Sono comunque già cinque le birre disponibili in bottiglia:  una IPA chiamata Parkour, la Golden Ale Crew, l’American Pale Ale Summer Sea Beach, l’affumicata Raus e la Mavaiss, ovviamente una Hefeweizen; disponibili (credo) solo in fusto ci sono anche una California Common ed una Green Pils che (ahimè) è effettivamente di colore verde.   
Sin da subito il birrificio ha deciso di indirizzare le birre anche verso la grande distribuzione: in alcuni supermercati dell’Emilia Romagna si trovano infatti tre referenze con etichette, formati (50 cl. anziché 33 e 75) e nomi diversi da quelli utilizzati abitualmente: India Pale Ale, American Pale Ale e Golden Ale.

La birra.
La ricetta di questa India Pale Ale prevede malti Pale Ale, Crystal e ben sette luppoli utilizzati anche per un importante dry-hopping: Motueka, Galaxy, Citra, Mosaic, Sorachi Ace, Galena e Chinook. Il suo colore è tra il dorato e l’oro antico ed è sormontato da una generosa testa di schiuma biancastra, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L’aroma anche se non particolarmente fragrante ed intenso è comunque abbastanza pulito: pompelmo, arancia e pesca sono in primo piano e anche i malti, con profumi leggermente caramellati e biscottati, danno il loro contributo. 
C’è anche un tocco di resina in sottofondo. Al palato è morbida e gradevole, con poche bollicine ed una facilità di bevuta appropriata alla gradazione alcolica (5.3%). Il gusto prosegue il percorso olfattivo senza fare grosse deviazioni:  biscotto e caramello supportano senza manie di protagonismo la luppolatura, c’è più marmellata che frutta fresca con un finale di moderata intensità nel quale convivono note vegetali, terrose e di tè verde.  Una IPA “tranquilla” che non disegna parabole estreme puntando alla facilità di fruizione: la fragranza non è di certo la sua caratteristica principale nonostante il lotto di produzione sembri indicare febbraio 2017. Siamo intorno ai 10 euro al litro, un rapporto qualità prezzo  accettabile per una birra che non ha difetti ma che non fa neppure molto per distinguersi da altre cento IPA italiane. Ad un palato allenato e navigato risulterà un po’ anonima, per chi invece è ai primi passi nel mondo della cosiddetta “birra artigianale” direi che può rappresentare una soddisfacente continuazione del percorso.
Formato: 50 cl., alc. 5.3%, IBU 36, Lotto 140217, scad. 30/09/2018, prezzo indicativo 5.00 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 12 giugno 2017

HOMEBREWED! Birrificio del Molino: Ride the Bastard (BA Wee Heavy) & Your Doom (Peated Imperial Stout)

Nuovo appuntamento con HOMEBREWED!,  lo spazio dedicato alle vostre produzioni casalinghe. Tocca nuovamente al birrificio casalingo marchigiano del Molino, ovvero gli homebrewers Leonardo Tufoni, Matteo Catalini e Matteo Pulcini, del quale avevo assaggiato una “Chili IPA” poco tempo fa.  Le due birre di oggi non sono esattamente quello a cui normalmente pensate per rinfrescarvi in una calda giornata estiva ma basta attendere una serata di pioggia per creare l'occasione giusta.
Partiamo dalla Ride the Bastard, una potente (13.2% ABV) Wee Heavy  invecchiata per circa cinque settimane in botte di rovere.  L’ispirazione viene ovviamente dalle muscolose interpretazioni dello stile fatte dai birrifici americani; Leonardo cita la Ride the Lion di Clown Shoes  e la Backwoods Bastard di Founders come muse ispiratrici, due birre che da amante delle Wee Heavy desiderava bere ma non riusciva a reperire in giro.  Ma dove non riesce ad arrivare lo shopping ci pensa l’homebrewing: non trovi la birra che vorresti? Fattene una simile in casa! 
Malti Maris otter, Crystal 80L e  Carafa III special, luppolo Columbus e lievito Wyeast scottish ale vengono utilizzati per una birra la  cui preparazione utilizza anche il “boil down”, ovvero la bollitura di una parte del mosto in un recipiente più piccolo sino a quando non diventa uno sciroppo per poi raggiungerlo alla pentola principale. In mancanza delle botti ex-bourbon, non semplici da reperire per un homebrewing italiano, si opta per una botte di rovere.  Questa birra si è piazzata al secondo posto nel concorso 2016 organizzato da Birrando S’Impara  e decima a quello dei Southern homebrewers.
Il suo colore è un tonaca di frate piuttosto carico con qualche venatura rossastra; la schiuma cremosa e compatta mostra un'ottima persistenza per una birra dal contenuto alcolico così elevato. Prugna, uvetta, ciliegia sotto spirito e caramello danno forma ad un naso pulito ma dall'intensità modesta che viene impreziosito da lievi note legnose. La sensazione palatale è davvero ottima: corpo quasi pieno, poche bollicine, birra viscosa e morbida che avvolge il palato. L'unico problema di quella che sarebbe un'ottima Scotch Ale è la componente etilica, molto, tanto troppo in evidenza: la bevuta è potente ma sono necessarie troppo pause tra un sorso e l'altro per riprendersi dalla "botta" etilica. Finiscono così in secondo piano il caramello e gli esteri fruttati di una bevuta piuttosto dolce che viene tuttavia molto ben bilanciata da un'ottima attenuazione e, ovviamente, dall'alcool. Un tocco di legno nel finale, una lievissima e perdonabile astringenza prima di un retrogusto etilico che brucia un po', ovvero un ruvido abbraccio.  
Questa la  valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 5/5, impressione generale 7/10). 

Passiamo ora alla Your Doom, una potente (12% ABV) imperial stout prodotta con una percentuale di malto torbato. L’idea di Leonardo e dei suoi compagni di birra era di unire due stili da loro molto amati: imperial stout e birre affumicate; assaggi recenti di whiskey torbati hanno poi determinato la scelta di utilizzare un malto “peated” anziché “smoked”.  Al contrario di quanto pensassi, il nome scelto non è assolutamente un tributo a una qualche canzone di un gruppo heavy metal: è in realtà il nickname scelto da un giocatore professionista  americano di poker. Contattato da Leonardo, ha accettato di “prestare” il suo nome alla birra a patto che gliene fosse tenuta da parte una bottiglia da bere nel corso della sua prossima visita in Italia.  La ricetta parla di malti Maris otter, Vienna, Caramunich III, Aromatic, Carafa I special, Carafa III special, Peated e Roasted barley, luppolo Magnum e lievito US-05.
Nel bicchiere è nera e genera una bella testa di schiuma color nocciola, cremosa e compatta. L'alcool (12%) fa subito capolino al naso e non è supportato da un adeguata compagnia: ci sono solo delle leggere tostature, un tocco torbato e un po' di salamoia a comporre un aroma poco intenso, poco pulito e  - tocca ammetterlo - poco invitante. Anche in questa birra l'alcool è protagonista e la bevuta diventa da subito lenta e difficoltosa: peccato, perché la sensazione palatale sarebbe quella giusta, quella che manca a quasi tutte le Imperial Stout prodotte in Italia. Corpo quasi pieno, consistenza viscosa e morbida. Caramello e tostature cercano di mettere la testa fuori dall'alcool accompagnate da un tocco torbato in un gusto che non inizia male ma che non brilla di pulito. Purtroppo strada facendo c'è solo tanta monotonia e nessuna sorpresa finale; anziché la ricchezza delle tostature, del caffè o del cioccolato la chiusura vede l'alcool un avido protagonista che si porta via qualsiasi cosa e domina la scena arrivando rapidamente a saturare il palato. Questa la  valutazione su scala BJCP:  25/50 (Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 8/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 5/10). 
La componente etilica è il maggior problema da risolvere per migliorare queste due ricette: va bene disegnare una birra potente ma non si deve mai perdere di vista l'equilibrio e, soprattutto la bevibilità.  La birra deve scaldare senza bruciare, la bevuta dev'essere potente ma si deve riuscire a sorseggiare con relativa facilità: eccone un esempio commerciale.  
La birra dietro all'alcool della Ride the Bastard c'è e mi sembra solida. Apprezzabile anche l'apporto dato dal passaggio in botte. Si potrebbe migliorare l'intensità dei profumi e dei sapori (malti ed esteri fruttati) portandoli davanti (e non dietro) alla componente etilica. La Your Doom, al di là del problema etilico, ha invece bisogna di una profonda revisione: manca pulizia e sopratutto manca quella ricchezza di aromi e sapori a supporto di una gradazione alcolica così importante: altrimenti è senz'altro meglio abbassare l'asticella etilica.
Ringrazio ovviamente Leonardo per avermi inviato le due bottiglie da assaggiare.

Nel dettaglio:
Your Doom, 50 cl.,  alc. 12%, imbotigliata 28/01/2017
Ride the bastard, 50 cl., alc. 13.2%, imbottigliata 31/01/2016

sabato 10 giugno 2017

Buxton Myrcia

A maggio 2016 il birrificio inglese Buxton e quello danese Dry & Bitter collaborano alla realizzazione di una Session IPA che viene chiamata Myrcia: mentre per il birrificio di Derbyshire si tratta della prima Session IPA, i danesi annoveravano già nella loro gamma la serie delle Bale Ale. Nello stesso periodo, soprattutto in Danimarca, circola anche qualche fusto di una birra chiamata  Myrcia Dreams che viene invece prodotta sugli impianti danesi della Ølkollektivet, stessa proprietà – ricordo - che gestisce il marchio Dry & Bitter e il locale Fermentoren di Copenhagen. 
Quest’anno i due birrifici hanno deciso di andare ciascuno per la propria strada e la Session IPA Myrcia è entrata in produzione stabile da Buxton, con una nuova ricetta che prevede l’utilizzo di avena (15%), frumento (10%) e una generosa luppolatura che se non erro dovrebbe includere citra, mosaic, chinook e  centennial, utilizzati con la tecnica dell’hopburst. Secondo quanto dichiara Buxton in etichetta sono stati utilizzati solo luppoli da aroma nel whirpool seguito da un massiccio dry-hopping nei fermentatori. Il nome scelto fa riferimento alla famiglia di piante delle Mirtacee che sono notoriamente molto ricche di oli aromatici; in etichetta i coni di luppolo vengono trasportati nell'aria dalle mongolfiere alle narici del vostro naso.

La birra.
Non è dichiaratamente una New England (Session) IPA ma l'utilizzo di avena e il colore arancio pallido opalescente rendono questa Myrcia non troppo distante da quelle birre che vanno tanto di moda in questo periodo. Anche l'aroma mette in campo un'intensità tipicamente juicy,  con un profilo sfacciatamente "succoso" e fruttato: l'ananas è spalleggiato dal pompelmo e, in secondo piano, arrancano mango e melone. La pulizia è ottima mentre l'eleganza del bouquet è un po' minacciata da qualche lieve nota di cipolla. L'avena riesce a donarle una sensazione palatale morbida e "rotonda", nonostante sia una Session IPA dal corpo ovviamente molto leggero: i malti (crackers) vengono rapidamente sopraffatti dalla frutta che ricalca grossomodo l'aroma tropicaleggiante anche se non riesce a riproporne la stessa pulizia. La chiusura amara, erbacea e leggermente resinosa, è piuttosto corta e d'intensità molto ridotta: bisogna lasciare che la birra si scaldi per veder salire intensità, lunghezza e, contemporaneamente, deteriorarsi l'eleganza. Per la gradazione alcolica che ha (4%) è comunque una birra dalla notevolissima intensità che tuttavia si porta dietro qualche imprecisione: livello molto buono ma non ai vertici di Buxton.
Formato 33 cl.,  alc. 4%, imbott. 19/04/2017, scadenza 19/01/2018, prezzi indicativo 3.80-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 8 giugno 2017

Fierce Beer: Café Racer & Peanut Riot

Apre le porte a maggio 2016 il primo microbirrificio di Aberdeen, Scozia: lo fondano Dave Grant e David McHardy due ex-homebrewers che si conoscono ad un corso di Brewing Technology a Sunderland. Per venticinque anni Grant ha lavorato nel settore petrolifero girando il mondo, mentre McHardy  vanta un’esperienza decennale in un’azienda di sistemi di navigazione marittimi: con le rispettive liquidazioni e l’aiuto di altri investitori i due soci raccolgono 250.000 sterline per acquistare un impianto che viene sistemato nel Kirkhill Industrial Estate di Aberdeen. 
Nell’anno che precede l’apertura McHardy fa esperienza presso la WooHa Brewing Company mentre Grant continua a produrre la birra sul piccolo impianto di casa distribuendo i primi fusti a ristoranti e pub, tra i quali anche il BrewDog di Aberdeen. Con l’aiuto di Louise Grant nel ruolo di commerciale, la neonata Fierce Beer produce nei primi mesi di vita 500 ettolitri e imbottiglia (a mano) 80.000 bottiglie: a novembre l’ingresso in società di altri soci operanti nel settore delle bevande e della ristorazione consentono di acquistare nuovi fermentatori, un'imbottigliatrice ed  un'etichettatrice. La Lidl ordina per il mercato del Regno Unito 2500 bottiglie della Ginga Ninja, una Pale Ale aromatizzata allo zenzero: oltre che nei pub e nei beershop, le Fierce arrivano anche sugli scaffali dei supermercati Aldi e Tesco. 
In poco un anno di vita sono quasi già cinquanta le etichette prodotte, molte delle quali “one shot” mai più ripetute. Il birrificio le suddivide in quattro categorie: Hoppy (APA, IPA e altre birre luppolate), Fruity (birre con aggiunta di frutta e birre acide), Dark  (stout e porter)  e stagionali. Le singolari etichette, i cui soggetti a bocca aperta mi ricordano alcuni dipinti di Francis Bacon, sono opera dello studio Hampton Associates di Aberdeen.

Le birre.
Dal già ampio portfolio di Fierce ecco due porter che credo rappresentino due varianti della stessa ricetta base. Partiamo dalla Café Racer, una porter prodotta con luppolo Chinook, vaniglia, caffè, malto, frumento, avena e lattosio: nera, genera una bella testa di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Al naso la vaniglia ruba la scena al caffelatte, mentre in sottofondo s’avvertono note di cioccolato al latte: l’aroma è pulito e intenso ma il “dessert” che si forma ricorda più uno snack industriale che la raffinata pasticceria. C’è un leggero eccesso di bollicine che disturba un po’ quella sensazione palatale molto morbida e cremosa creata dall’utilizzo di avena e lattosio;  il caffè e le tostature rimangono nelle retrovie anche nel gusto, rapido ad incamminarsi sulla strada dolce di caramello, vaniglia e cioccolato al latte:  quel poco di caffelatte che si avverte non basta a portare equilibrio in una birra che fa emergere deboli tostature solamente nel retrogusto e che secondo me ne meriterebbe invece qualcuna di più. L’alcool (6.5%) è molto ben nascosto e complessivamente questa porter è pulita, intensa e si beve con grande facilità e buona soddisfazione, se vi piacciono i dolci: in questo senso è allora un po’ fuorviante il nome Café Racer, visto che sono vaniglia e lattosio a guidare le danze. 

Nella Peanut Riot arachidi tostate e sale rimpiazzano vaniglia, caffè e lattosio: è tra le birre preferite dei proprietari di Fierce. Anche lei è nera mente dimensioni, compattezza e persistenza della schiuma sono leggermente penalizzati dall'olio delle arachidi. Arachidi che danno il benvenuto al naso in maniera piuttosto elegante: sono affiancate da caramello brunito, orzo tostato, un tocco di caffè e da una lieve nota salina. L'intensità è discreta, pulizia e finezza ci sono. Al palato risulta meno cremosa della sorella al caffè ma beneficia di una carbonazione molto contenuta che riesce a renderla ugualmente morbida e scorrevole. Il gusto è un po' meno pulito dell'aroma, le arachidi scompaiono per lasciare le redini in mano a caramello e tostature, accenni di caffè e cioccolato, un tocco di sale nel finale. Anche qui l'alcool è ben nascosto, la bevuta è molto bilanciata e sarebbe senz'altro valorizzata da un maggior pulizia; le tostature finali sono ben dosate e nel complesso mi sembra una buona porter, leggermente inferiore alla Café Racer ma ugualmente godibile e senza nessun impressione d'artificiosità per quel che riguarda gli ingredienti aggiunti.

Nel dettaglio:
Cafe Racer, 33 cl., alc. 6.5%, IBU 20, scad. 30/12/2015, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop)
Peanut Riot, 33 cl., alc. 6.5%, IBU 94, scad. 28/02/2018, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.