venerdì 17 novembre 2017

De Kale Ridders Tumulus Nera

De Kale Ridders, se non erro “i cavalieri calvi”: questo l’originale nome scelto per una beerfirm belga operativa dal 2009 a Landen. A fondarla sono Bart Landuyt e Bart Liesenborghs che, dopo alcuni di appassionato ed intenso homebrewing, si lasciano convincere dagli amici a produrre anche commercialmente su grande scala quelle birre che tanto erano state apprezzate. I cavalieri, effettivamente tutti o quasi con la testa rasata, diventano poi sei grazie all’aiuto di Dominik, Alain, Johan e Paul arrivano a dare una mano quando c’è da macinare il malto, riempire il bollitore, pulire e imbottigliare.  Le loro mansioni cambiano quando nel 2008 debutta la Tumulus Magma, una Belgian Strong Ale (8%) ispirata (?) alle Weizen tedesche che viene prodotta presso gli impianti di De Proef: Dominik è un commerciale e quindi gli viene affidato il compito di vendere la birra; Alain segue la parte logistica, coerentemente con il suo lavoro svolto presso l’Aeronautica Belga, Johan è un avvocato e mette a disposizione la sua esperienza mentre Pal, ex bancario ora in pensione, segue la parte amministrativa. 
Nel 2009 arriva una seconda birra chiamata Tumulus 800 (6 %), una Belgian Ale molto luppolata (50 IBU) sviluppata in collaborazione con il professor Verstrepen dell’Università di Lovanio, fornitrice di uno speciale ceppo di lievito. Nel 2010 debutta la Tumulus Nera, una stout, e nel 2012 arriva la Tumulus Aura, sorella minore (5.5%) e meno luppolata (35 IBU) della Tumulus 800. Il nome Tumulus fa riferimento ai tumuli di Haspengouw che si t rovano a pochi chilometri di distanza da Landen.

La birra.
De Kale Ridders definiscono la propria Tumulus Nera come “il matrimonio perfetto tra una stout anglosassone ed una tripel belga”; per la sua produzione viene impiegata un’elevata quantità di frumento maltato tostato e un luppolo nobile non specificato. Nel 2012 ottenne la medaglia d’argento nella propria categoria al Brussels Beer Challenge. 
Nera di nome e (quasi) nera di fatto, forma nel bicchiere una splendida testa di schiuma fine, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Il naso è molto pulito e abbastanza elegante: orzo tostato, pane nero, prugna e frutti di bosco, in secondo piano caffè, cioccolato, liquirizia.  Il DNA belga è evidente al palato dove c’è una carbonazione piuttosto elevata ed una consistenza leggera per fare scorrere questa stout senza nessun impedimento. Al palato si nota pulizia, intensità ed equilibrio tra tutti gli elementi in gioco: dal dolce del caramello si passa all’amaro di caffè e tostature, c’è molta liquirizia, qualche estero fruttato. Nel finale l’amaro del torrefatto s’intensifica ulteriormente, c’è qualche fondo di caffè ed una leggerissima astringenza: l’alcool è nascosto piuttosto bene, in quella maniera subdolamente belga che presenta il conto solo a fine bevuta. Qualche avvisaglia la si può percepire dal lieve tepore del retrogusto.
Tumulus Nera, stout belga molto pulita e precisa, forse persino troppo (ah… De Proef!), al punto da risultare un po’ avara nel regalare emozioni: comunque una bella bevuta.
Formato: 33 cl., alc. 8%, IBU 45, scad. 20/01/2018, pagata 1,80 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 16 novembre 2017

[Le birre rivisitate] AleSmith Speedway Stout

Di solito sul blog presento spazio sempre birre diverse senza ritornare su quelle già ospitate e il motivo è abbastanza semplice: non credo che a chi legge interessi ritrovare  la stessa birra a breve distanza di tempo.  Penso che sia però interessante confrontare gli appunti di bevuta a distanza temporale: non solo a volte cambiano le birre ma, soprattutto, cambia il palato di chi beve sotto l’influenza dell’esperienza e di quello che il mercato propone. E cambiano anche i birrifici: s'ingrandiscono, vengono acquistati, evolvono! E’ il momento di una “birra ritrovata”, insomma. 
Parliamo della Speedway Stout di Alesmith, una delle imperial stout più famose negli Stati Uniti e, qualche anno fa, uno sorta di chimera in Europa;  qualche bottiglia ogni tanto appariva, ma erano eventi più unici che rari. Nel 2012 a San Diego riuscivo finalmente a mettere la mani su di una bottiglia: qui potete trovare la storia di questa birra e la descrizione della sua bevuta, avvenuta nel 2014. 
Alla fine del 2015 Alesmith ha completato un piano di espansione da 15 milioni di dollari con la realizzazione del nuovo stabilimento da 10.000 metri quadri in Empire Road (poi rinominata AleSmith Court dalla città di San Diego) a pochi isolati di distanza dal precedente, nel quale ora ha trovato posto Mikkeller San Diego in una compartecipazione societaria del quale fa ancora parte Peter Zien (il sig. Alesmith).  Con il nuovo impianto da 80 ettolitri, che garantisce un potenziale da 250.000 ettolitri l’anno, le birre di Alesmith hanno cambiato formato per andare incontro alle esigenze del mercato americano, sempre in evoluzione. I bomber (65 cl.) e le bottiglie da 75, sino ad allora gli unici formati contemplati da Alesmith, sono stati affiancati prima dalle bottigliette e poi dalle lattine, entrambe da 12 once (35.5 cl.): un formato alla quale la craft beer revolution sembra ormai non poter rinunciare e che si rivela anche utile a “rinfrescare” le vendite di una birra il cui grande successo è magari insediato dalle sempre più numerose concorrenti. 
Nei primi giorni del 2017 sul profilo Instragram di Alesmith appare una misteriosa lattina nera da una pinta accompagnata dal commento “coming soon…”.  L’enigma viene svelato il 27 gennaio quando il birrificio di San Diego annuncia l’arrivo dell’iconica Speedway Stout in lattina, disponibile inizialmente solo in birrificio al costo di 7.99 dollari; nelle settimane successive viene anche distribuita in ventuno stati americani e ad un importatore danese che le ha fatte poi arrivare in tutta Europa. 
Piccola parentesi beer-rating: nel 2014, quando la bevevo per la prima volta, la Speedway Stout era considerata dal popolo del beer-rating come la decima miglior birra al mondo e la nona miglior imperial stout al mondo. Posizione mantenuta nella categoria di appartenenza, mentre a livello mondiale è attualmente scesa al dodicesimo posto.

La birra.
Non vorrei dirlo ma  devo ammettere che l’emozione di berla ora dalla lattina non è la stessa di tre anni fa, quando stappai per la prima volta la generosa bottiglia da 75 centilitri che – per me – era quasi circondata da un’aurea mistica. Terminai il posto sul blog con queste parole: “a bicchiere vuoto sei completamente soddisfatto, ma anche avvolto da un po' di tristezza: quando mai ti capiterà  di riberla”? Non è passato molto, e grazie all’aumento della capacità produttiva è oggi possibile trovare una lattina di Speedway Stout in molti negozi italiani ed europei. 
Il suo aspetto è impeccabile: nera, generoso cappello di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Al naso è protagonista l’eleganza dei chicchi di caffè (fornito dalla Ryan Bros. Coffee) accompagnata da profumi di orzo tostato, tabacco e cuoio, frutti di bosco, cioccolato; c’è grande pulizia, mentre l’intensità non è particolarmente elevata.  Corpo “quasi” pieno, poche bollicine, sensazione palatale ricca, oleosa quanto basta, morbida e appagante: un buon compromesso che le permette di mantenere comunque una buona bevibilità se si considera la componente etilica  (12%).  Il caffè è il protagonista anche al palato di una imperial stout molto pulita e intensa: annoto caramello e frutti di bosco, eleganti tostature, accenni di cioccolato e liquirizia. L’alcool riscalda tutta la bevuta coccolando chi si trova il bicchiere tra le mani, nel finale una generosa luppolatura arriva a pulire il palato rinforzando l’amaro del caffè e del torrefatto. Speedway Stout: potente e intensa, pulita, elegante, una bevuta sempre di alto livello senza inutili orpelli. Se sono invece gli ingredienti "strani" ad incuriosirvi potete sempre cercare una delle tantissime sue varianti che AleSmith ogni tanto propone.
Formato: 47,5 cl., alc. 12%, IBU 70, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 14 novembre 2017

Cloudwater Brew Co.: DDH Pale Southern Passion Citra & DDH IPA Nelson Sauvin Galaxy


A distanza di pochi giorni torniamo a parlare di Cloudwater, birrificio di Manchester che vi avevo presentato in questa occasione. Ma devo attenermi alle istruzioni riportate in etichetta: “i luppoli svaniscono in fretta, prima la bevete meglio è”. 
Partiamo dalla DDH Pale Southern Passion Citra che, come il nome suggerisce, è un’(American) Pale Ale prodotta con un doppio dry-hopping di Southern Passion e Citra; la ricetta prevede anche malti Pilsner, Golden Promise, frumento maltato, avena maltata, caramalt, maltodestrine, lieviti A38 e WLP095. Per l’amaro è stato usato estratto di luppolo Pilgrim in Co2. Due parole sul luppolo Southern Passion, proveniente dal Sud Africa e nato dall’incrocio di due luppoli nobili: Saaz ed  Hallertau Hallertauer.

Nel bicchiere non è molto bella: anche se la foto inganna un po' il suo colore è un arancio molto pallido e molto torbido; va meglio la schiuma, bianca, cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza.  Questa DDH Pale Southern Passion Citra è stata messa in lattina alla fine dello scorso agosto: l’aroma emana ancora freschezza ma l’intensità non è particolarmente elevata. A deludere un po' sono pulizia e finezza, con la sensazione generale di un cocktail di agrumi e tropicale nel quale non si riesce però ad identificare con precisione i singoli elementi.  La bevuta è altrettanto fruttata, senza mai raggiungere eccessi sfrontati e cafoni: in sottofondo c’è una patina maltata (pane?) ad accompagnare soprattutto il dolce degli agrumi (arancia e mandarino) che domina sul tropicale. L’amaro (scorza d’agrumi) è molto delicato, quasi assente, con l’unica funzione di bilanciare la birra: nel complesso questa DDH Pale Ale di Cloudwater è piuttosto piacevole e gradevole, d’ottima intensità ma “tecnicamente” non è molto pulita e definita. La sensazione generale è comunque di un buon succo di frutta che vi disseta e rinfresca, senza regalare grossi sussulti o emozioni. Il mouthfeel è quello richiesto dal protocollo “New England”, ovvero tutt’altro che snello: si beve facilmente ma non ad elevata velocità.  

Passiamo ora alla serie della Double Dry Hopped IPA, inaugurata da Cloudwater  a giugno 2017 con la DDH IPA Citra; ad agosto sono poi arrivate la DDH IPA Chinook Citra, la DDH IPA Amarillo e ad inizio settembre la birra che andiamo a stappare, ovvero la  DDH IPA Nelson Sauvin Galaxy. La sua ricetta indica malto Golden Promise, avena e frumento maltati, lievito WLP095, luppoli Nelson Sauvin, Galaxy e Chinook in dry-hopping, il solito estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l’amaro. 
Il suo colore arancio, benchè opalescente, è molto più appetibile di quello della DDH Pale Ale; al naso freschi profumi di ananas, mango e papaia, arancia e pompelmo, qualche nota aspra di uva bianca aspra del Nelson Sauvin. Il bouquet è pulito e molto intenso, abbastanza elegante, quasi sfacciato. Al palato mango e ananas guidano le danze rilegando in secondo piano pesca, arancia e pompelmo, uva bianca: l’alcool (7%) è davvero impercettibile, a rallentare il ritmo di bevuta ci pensa come al solito la consistenza tattile di questa “juicy” IPA, morbida a tratti un po’ masticabile. Le note amaricanti parlano di resina e di quel vegetale tipico del Nelson, con la frutta tropicale che ritorna subito sul palcoscenico nel retrogusto. Questa DDH IPA Nelson Sauvin Galaxy è un intenso succo di frutta dolce ma ben bilanciato da una lieve asprezza (uva) e da un discreto livello di amaro. Secca, molto pulita e molto intensa, non priva di una certa eleganza e soprattutto priva di quel “pizzicore vegetale/effetto pellet” che spesso affligge questo tipo di birre. Il livello è piuttosto alto, sicuramente tra le migliori Cloudwater assaggiate sino ad ora.

Nel dettaglio:
DDH Pale Southern Passion Citra, 44 cl., alc. 4.9%, lotto 22/08/2017, scad. 01/12/2017
DDH IPA Nelson Sauvin Galaxy, 44 cl., alc. 7%, lotto 01/09/2017, scad. 01/12/2017

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 13 novembre 2017

Hammer Daarbulah 2016

A molti le parole “beergeek” e “beer-rating” non diranno granchè ma sono due fenomeni con i quali chi s’interessa alla birra artigianale deve avere a che fare, volente o nolente, sia che si tratti di un professionista che di un semplice bevitore. Il beer-rating è stato capace di decretare il successo di birrifici, di birre e di stili di birra e quindi di smuovere un po’ di soldoni, soprattutto nel mercato statunitense e in quello scandinavo.  
Le imperial stout sono tra le birre più amate e ricercate dai beergeeks e sono tra le birre che ottengono i voti più alti sui siti di beer-rating; fatevi un giro su Ratebeer, prendete un birrificio a caso e ordinate le sue birre per ordine di punteggio discendente. Nella maggioranza delle volte, se il birrificio produce un’imperial stout, quella birra sarà in cima alle preferenze; se non è un’imperial stout, sarà un’imperial IPA. A meno che il birrificio non produca birre acide. 
Sono soprattutto le imperial stout, meglio se invecchiate in botte, che generano le file davanti agli stand dei birrifici ai festival e che danno vita ad un mercato “secondario” nel quale i prezzi delle bottiglie impennano rapidamente. Difficilmente ad un festival troverete 50 persone in fila per un assaggio di una pils; difficilmente troverete beergeeks americani accampati fuori dal birrificio sin dalla notte per riuscire ad accaparrarsi un paio di bottiglie di una bock. E’ triste se ci pensate, ma così stanno le cose. 
E in Italia? Non è un mistero che gli italiani “preferiscono le bionde” e le birre scure (porter, stout, brown ales) non conquistano una grossa fetta di mercato all’interno della nicchia della birra artigianale; immagino che le imperial stout siano un’ulteriore “nicchia nella nicchia”.  E’ probabile che la scarsa domanda domestica non motivi i birrifici a lavorare e a sperimentare maggiormente in questo ambito: in molti si sono buttati a produrre le New England IPA, quasi nessuno (vado a memoria) ha mai tentato di produrre una  imperial stout densa e viscosa, magari invecchiandola in botti di bourbon. Una birra come BORIS The Crusher è ormai accessibile in Europa senza grosse difficoltà, basta ordinarla on-line: che nessuno abbia cercato non dico di clonarla, ma di fare qualcosa che potesse somigliarle? I maligni potrebbero dire che “non siamo semplicemente in grado di farle”.  Eppure le imperial stout ci sono in Italia  - alcune anche buone - ma non riescono ad arrivare al livello dei “mostri” americani o scandinavi, quelli per i quali la gente è disposta a fare la fila, quelli che generano “hype”.  Non dico che per essere buona un’imperial stout debba essere necessariamente “viscosa o catramosa” e non possa essere scorrevole come quelle di Samuel Smith o di The Kernel: dico solo che i beergeeks vanno in estasi per altro.  Il risultato è – giusto per fare un esempio – che nei festival europei più “cool”, come ad esempio Mikkeller Beer Celebration Copenhagen o Beavertown Extravaganza di birrifici italiani ne vengono invitati molti pochi, se non nessuno. 

Il birrificio Hammer rappresenta indubbiamente una delle eccellenze del panorama brassicolo italiano, soprattutto per quel che riguarda le birra luppolate: birre come Killer Queen, Wave Runner  e Mini non hanno nulla da invidiare alle analoghe produzioni di molti birrifici europei attorno ai quali si è generato parecchio hype, e farebbero ottima figura a qualsiasi festival del nostro continente.  E per quel che riguarda l’imperial stout? L’etichetta della Daarbulah è stata virtualmente presente sul sito di Hammer sin dal debutto avvenuto a maggio 2015, ma ci è voluto oltre un anno per vederla in una bottiglia: il suo debutto è infatti avvenuto solo a novembre del 2016.

La birra.
Niente da dire sul suo aspetto: il bicchiere si veste di un nero mantello sul quale si forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L’aroma non è particolarmente intenso ma si avvertono ugualmente profumi di fruit cake e toffee, uvetta e prugna; in secondo piano caffè, lievi tostature, qualche nota di carne leggermente affumicata. Al palato non ci sono velleità edonistiche: si privilegia la scorrevolezza, con un corpo medio ed una consistenza leggera, né viscosa né oleosa. La bevuta mostra una buona intensità ma non rispetta gli elevati standard di pulizia che ho sempre trovato nelle birre di Hammer: c’è un generale carattere torrefatto, un po’ confuso, sostenuto dal dolce del caramello e della frutta sotto spirito. Suggestioni di liquirizia, caffè e cioccolato fanno ogni tanto capolino in una imperial stout bilanciata ma poco precisa: l’alcool è molto ben gestito e apporta quel calore atteso e necessario ad accompagnare le tostature e frutta sotto spirito nel finale di media durata. Una birra discreta ma piuttosto deludente, soprattutto se contestualizzata nella gamma di un birrificio che mi ha abituato a ben altri livelli: mi riferisco in primis alla pulizia ed alla definizione dei singoli elementi, ma in generale anche la Daarbulah si aggiunge alla lista delle imperial stout italiane non molto corpose e non molto viscose, da bere anziché da sorseggiare in tutta tranquillità. Ed è una scelta che va bene se il mercato di riferimento è quello nostrano, ma i grandi palcoscenici europei richiedono ben altro. 
Da quanto ho capito ho assaggiato una bottiglia del primo lotto di Daarbulah, al quale ne sono seguiti altri che hanno apportato alcuni correttivi: il prossimo weekend al Dark Fest organizzato da Hammer avrete invece l’occasione di assaggiare la Daarbulah 2.0, una versione più alcolica (10.5%) e corposa.  E prima o poi la troverete anche sulle pagine del blog.
Formato: 33 cl., alc. 9%, IBU 60, lotto 2798, imbott. 11/2016, scad. 30/11/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 12 novembre 2017

Magic Rock / Modern Times Timequake

Nel 1997 lo scrittore Kurt Vonnegut immaginò un cronosisma (timequake, in lingua orginale): un terremoto temporale che il 13 febbraio 2001 colpisce l'universo, in crisi di autostima, riportando la terra ed i suoi abitanti dieci anni indietro. E' in teoria una grande occasione per rivivere il passato ed evitare di ripetere gli errori fatti: ma gli esseri umani non riesco a fare altro che rifare le stesse azioni, pronunciare le stesse parole, scontare le stesse pene. Terminato il decennio provocato dal cronosisma il tempo riprende a scorre ma l'umanità piomba in uno sconforto ancora più grande, essendosi ormai abituata a vivere in assenza di libero arbitrio. 
All'ultimo romanzo di Vonnegut il birrificio inglese Magic Rock e quello californiano Modern Times probabilmente vogliono dedicare il frutto della loro collaborazione: una (New England) Session IPA alla segale che  viene realizzata alla metà dello scorso settembre quando Andrew Schwartz, birraio di Magic Rock, arriva nello Yorkshire. A dirla tutta l'idea non è proprio originalissima, visto che un paio di mesi prima Modern Times aveva realizzato un'altra NE-Session IPA alla segale in Arizona assieme al birrificio Pedal House. La ricetta della collaborazione anglo-americana prevede malti Acidulated, Golden Promise, segale e avena, lievito WYeast 1318 London Ale III, luppoli Mosaic (Cryo), Amarillo (Cryo), Citra (Cryo), Motueka e HBC 438.

La birra.
Nel bicchiere si presenta di colore arancio opalescente e forma un bel cappello di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Al naso c'è una buona intensità e il solito cocktail di frutta tropicale che questa volta include papaia e mango, ananas, pesca, arancia; in secondo piano, ma non troppo, ci sono note vegetali e quel dank che ricorda un po' la marijuana. Al palato è davvero impressionante l'intensità dei sapori a fronte di un ABV (4.5%) abbastanza contenuto: è una Session IPA nella quale l'impalcatura dei malti, benché impercettibile al sapore, riesce a sorreggere la massiccia luppolatua (whirpool e dry-hopping) che le conferisce un carattere spiccatamente tropicale e succoso. Pesca, mango, ananas e papaia guidano le danze accompagnate da arancia e pompelmo zuccherato: la chiusura è secca con un amaro resinoso e dank piuttosto corto e di moderata intensità, quasi delicato. La sensazione palatale è morbida, nonostante la presenza della segale, e sorprendentemente ricca per una session beer. E' leggermente sacrificata la facilità di bevuta e  viene quasi spontaneo sorseggiare questo succo di frutta anziché procedere a grandi sorsi, ottenendo tuttavia lo stresso effetto dissetante e rinfrescante. Livello molto alto per questa collaborazione tra Magic Rock e Modern Times: pulizia ed eleganza, spesso estranee a queste interpretazioni New England/juicy qui sono presenti in quantità soddisfacente.
Formato: 50 cl., alc. 4.5%, lotto 1520, scad. 08/04/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 10 novembre 2017

Il Conte Gelo Gragnola

Ritorna sul blog il birrificio Conte Gelo, operativo dal 2014 a Vigevano, Lomellina, zona ad elevata concentrazione birraria: il nome che può sembrare alquanto particolare in realtà è  l’unione dei cognomi dei due proprietari, Paola e Andrea (Conte-Gelo). Entrambi appassionati birrofili e beer-hunter, hanno abbozzato a metà 2013 il progetto per aprire un proprio birrificio, idea che si è poi concretizzata ad ottobre 2014.  Il Conte Gelo ha dunque da poco compiuto un anno; in sala cottura ha trovato posto Davide Marinoni, homebrewer (con alle spalle corsi di degustazione Unionbirrai  I° e II° livello) che è poi passato nel mondo dei professionisti con un periodo di apprendistato da Bad Attitude ed un’esperienza al BQ di Milano. 
Al momento Conte Gelo produce sei birre disponibili tutto l’anno: Gragnola (Golden Ale), Lucy (Wit), La Cosacca (Ambe Ale), Gelo Jack (IPA), Valhalla (Rye IPA), Lavalanga (Tripel). Due quelle stagionali riservate ai mesi più freddi dell’anno: l’imperial stout Kamchatka e la dubbel Nonno Gelo.

La birra.
Malti Pale, Pils ed un tocco di Monaco, liveito inglese e un mix di luppoli inglesi e tedeschi: questa la ricetta della Golden Ale chiamata Gragnola. Nonostante l’etichetta faccia pensare al Far West e quindi al continente a stelle e strisce, nel bicchiere chi ama l’Inghilterra troverà un ambiente familiare. E’ dorata e leggermente velata, la schiuma è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma è pulito e ancora fragrante, delicato nei suoi profumi tenui di fiori e mandarino, arancia; in sottofondo cereali e qualche lieve suggestione più “moderna” di frutta tropicale. Il corpo è quello leggero che ti aspetteresti da una session beer (4.3%); bevuta agile ma non sfuggente, poche bollicine, che scorre ad alta velocità. 
Il gusto ripropone con precisione gli elementi dell’aroma, crackers e agrumi, accenni tropicali, un finale secco e moderatamente amaro nel quale la scorza degli agrumi incontra l’erbaceo, portandosi con sé una scia di cereale che per il mio gusto personale cercherei di limitare il più possibile. Il retrogusto è corto e lascia subito il palato pulito e pronto ad affrontare un nuovo sorso. Una Golden Ale tradizionale che non rinuncia a qualche concessione moderna, ovvero tropicale: non cercate in lei intensità olfattive da dry-hopping estremo o gustative da succo di frutta. Qui c’è molta flemma inglese, una birra delicata, quasi sussurrata. Livello di pulizia buono, intensità giusta: c’è ancora spazio per migliorare ma Gragnola è una Golden Ale è capace di tenervi compagnia nel corso di un’intera giornata senza richiedere la vostra attenzione e senza mai stancarvi. Cercate ovviamente di berla fresca, il passare del tempo dalla messa in bottiglia non è un suo alleato.
Formato: 33 cl., alc. 4.3%, IBU 24, lotto 2317, scad. 09/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 9 novembre 2017

DALLA CANTINA: Struise Cuvée Delphine 2011

Non è facile orientarsi tra i millesimi che il birrificio De Struise riporta in etichetta, soprattutto se si tratta di birre invecchiate in botte. L’anno non corrisponde quasi mai a quello della messa in commercio ma a quello in cui è stata effettuata la cotta e la successiva messa in botte. Spulciando in cantina leggo che la Struise Ypres Reserva 2011 è stata imbottigliata a settembre 2014, stessa data per la Cuvée Delphine 2012; la Pannepot Grand Reserva 2010 a novembre 2014, la Pannepot Grand Reserva 2011 a marzo 2016 mentre la Blue Monk Special Reserve 2013 ad ottobre 2013. Alla fine del 2016 è arrivata la  Cuvée Delphine Oscar 2015 (in bottiglie da 75 cl., due passaggi in botte diversi) mentre poche settimane fa (quindi 2017) è arrivata la  Cuvée Delphine 2015 nel solito formato da 33 cl.
Potete solo ipotizzare che lasso di tempo trascorso dal millesimo in etichetta a quello della data d’imbottigliamento sia corrispondente alla durata dell’invecchiamento in botte: possibile che la Pannepot Grand Reserva 2011 abbia passato quasi cinque anni in botte prima di essere messa in bottiglia a marzo 2016? Poco probabile. Siamo in Belgio e stiamo parlando di birra, quindi mai fidarsi delle apparenze: anche le etichette costano e quindi conviene utilizzarle anche “fuori annata” piuttosto che buttarle via e stamparne delle nuove. 
Detto questo, oggi dalla cantina riesumo una bottiglia di Cuvée Delphine, versione barricata (bourbon Four Roses) dell’imperial stout Black Albert; la sua storia l’avevo raccontata qui.  In origine la si voleva chiamare Four Black Roses ma dalla distilleria del  Kentucky che aveva gentilmente fornito le botti non arrivarono dei segnali incoraggianti ad utilizzarlo.  Gli Struise decisero allora di optare per Cuvée Delphine in onore di quella Delphine Boël che da anni cerca di far valere le sue ragioni e farsi riconoscere come figlia dal re Alberto II, a cui era stata invece dedicata la Black Albert; gli ultimi aggiornamenti della vicenda giudiziaria non sembrano essere favorevoli alle richieste di Delphine.

La birra.
Con tutti i se ed i ma del caso, seguendo la regola dei 24 mesi d’invecchiamento, direi che la Cuvée Delphine 2011 sia stata messa in commercio nel 2013; a quel tempo l’etichetta non riportava la data d’imbottigliamento ma solo il lotto di produzione, ovvero 271515062011. La riesumo dalla cantina per vedere se i quattro anni passati al buio e al fresco le hanno fatto bene. Interessante sarà il confronto con la Cuvée Delphine 2012 bevuta qualche tempo fa ad un anno dalla messa in bottiglia.
Il tempo ha influito sicuramente sulla schiuma, cremosa e abbastanza compatta ma di dimensioni piuttosto contenute rispetto allo splendore di una versione giovane. L’aroma è pulito e intenso, marcatamente dolce e ricco di melassa, caramello brunito, bourbon, uvetta e prugna sotto spirito, qualche nota di legno e di carne. Manca forse un po’ di complessità e di profondità. Ha retto invece benissimo il mouthfeel: corpo pieno, poche bollicine, una consistenza ancora viscosissima, masticabile e avvolgente, una coltre nera sostenuta da una decisa componente etilica che riscalda con il vigore del bourbon senza arrivare mai a bruciare. Al gusto le tostature si sono affievolite e il dolce è ancora più evidente: uvetta e prugna, ciliegia sotto spirito, melassa, fruit cake; nel finale spunta anche una curiosa nota salina, un tocco legnoso, un amaro molto delicato di tostature e caffè. Una breve intermezzo prima del lunghissimo retrogusto ricco di bourbon e frutta sotto spirito. 
Birra che ha sicuramente superato il suo picco ed ha intrapreso – senza fretta - la fase calante, spostandosi un po’ troppo sul dolce nonostante il bourbon sia ancora in grado di contrastarlo. La bevuta rimane potente ed intensa, meno complessa rispetto ad una Delphine più giovane ma sempre di alto livello; a quattro anni dalla nascita la Cuvée Delphine 2011 è ancora quella compagna di una fredda serata d’inverno che immaginavate prima di stapparla.
Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 271515062011, scad. 12/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 8 novembre 2017

Dark Star Revelation

Mancava sul blog da tanti, troppi anni: Dark Star Brewing Company, attivo dal 1987 ed uno dei precursori della craft beer revolution inglese, soprattutto per quel che riguarda l’utilizzo di luppoli americani. Il nanobirrificio nasce in un angolo della cantina dell’Evening Star Pub di Brighton, una sorta di istituzione per gli appassionati di Real Ale, di proprietà dell’imprenditore Peter Halliday, del publican Peter Skinner e del birraio Rob Jones; i clienti sembrano apprezzare e l’impianto, poco più grande della pentola di un homebrewer, è insufficiente a soddisfare le richieste che iniziano ad arrivare anche da altri pub. Il birrificio viene inizialmente chiamato Skinners, ma visto che in Cornovaglia ne esisteva già uno con lo stesso nome, viene scelto il nome Dark Star. Così Rob Jones aveva chiamato la sua bitter quando lavorava alla Pitfield Brewery di Londra, ispirandosi all’omonima canzone dei Grateful Dead.  
Nel 2001 viene inaugurato ad Ansty il nuovo impianto da 17 ettolitri e viene assunto il birraio Mark Tranter che resterà alla guida di Dark Star sino al 2013, anno in cui si metterà in proprio fondando il birrificio Burning Sky. Nel 2010 c’è un nuovo trasloco, quello nella sede attuale di  Partridge Green, venti chilometri a nord ovest di Brighton, nel quale trova posto il nuovo impianto da 50 ettolitri; nel 2011 viene acquistato il pub The Partridge, sempre a in Partridge Green, che funziona come taproom del birrificio. Per anni Dark Star ha privilegiato fusti e cask (90%) rispetto alle bottiglie: nell’agosto 2015 sono arrivate le prime lattine con il debutto dell’American Pale Ale. Attualmente l’head brewer è Andy Paterson, alle spalle tre anni di esperienza presso BrewDog.

La birra.
Nel 2012 Dark Star annuncia la nascita di una nuova American Pale Ale (5.7%) chiamata Revelation. Il birraio Mark Tranter raccontava: “otto o nove anni fa, quando feci la mia prima American Pale Ale, avevo intenzione di darle un contenuto alcolico del 5.7%; parlando con publican e distributori decidemmo di abbassarlo al 4.7% per meglio soddisfare le richieste del mercato inglese. Nessun problema, ma quel  “5.7%” è sempre rimasto nei miei pensieri e, ora che il mercato domestico è evoluto e la gente è disponibile a bere birre più alcoliche in minor quantità,  pensiamo sia il momento giusto per riproporlo”. La ricetta prevede malto Best Pale Ale e un mix di luppoli americani che include Warrior, Cascade, Columbus, Crystal  e Chinook; visto il grande successo riscosso dalla American Pale Ale, a novembre 2015 la Revelation ha anche debuttato nella versione lattina, corredata di iscrizione Pro amore humulus (per amore del luppolo) e decorata dalla bella grafica pensata da Lon Chan, illustratore free lance di Brighton. 
All’aspetto è di colore oro antico quasi limpido; la bianca schiuma è cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. L’aroma è pulito ma poco e intenso e non particolarmente fresco; pompelmo zuccherato, arancia, profumi floreali. Non c’è molto su cui soffermarsi ed è quindi meglio avvicinare subito il bicchiere alle labbra: il gusto è molto più intenso ed è guidato da un ottimo equilibrio.  La base maltata non è invadente ma è ben percepibile: miele, qualche accenno biscottato e caramellato supportano la generosa luppolatura che ripropone pompelmo e arancia, mentre il finale amaro oscilla tra il resinoso e il vegetale ed è di buona intensità. Un’American Pale Ale semplice, pulita e molto bilanciata, poco carbonata, morbida e gradevole al palato, capace di accompagnarvi con soddisfazione nel corso di un’intera serata reclamare particolare attenzione.  La lattina in questione non è molto valorizzata dalla freschezza: lotto di produzione o data di scadenza non sono indicati, ma l’impressione bevendola è che abbia già diversi mesi sulle spalle.
Formato: 33 cl., alc. 5.7%, IBU 65, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 7 novembre 2017

The Bruery The Grade 2016

Il birrificio californiano The Bruery fu uno dei primi ad attivare un programma di membership:  i soci che vi aderiscono hanno la certezza di poter mettere le mani su di un determinato numero di birre difficilmente reperibili,  mentre il birrificio ottiene un pagamento “anticipato” vendendo della birra che deve ancora produrre. Il successo ha spinto Patrick Rue, fondatore di Bruery, ad ampliare l’offerta creando nuovi club sempre più esclusivi (ed esosi per chi vi prende parte).  Vediamoli  a partire da quello “basico”, ovvero la Preservation Society che ad un costo variabile a trimestre di 50-70 dollari  (a seconda delle birre e dall’opzione spedizione in California o ritiro di persona) vi garantisce tre birre con un prezzo scontato del 10% rispetto a quello di listino: l’offerta include ogni volta mesi una birra invecchiata in botte di bourbon, una acida e invecchiata in botte, una sperimentale. Potrete inoltre partecipare a vendite speciali che avvengono ogni tanto e accedere alla “tap list speciale” riservata ai membri presso le tap rooms del birrificio. 
L’asticella si alza accedendo alla Reserve Society: 295 dollari all’anno vi garantiscono per il 2018 l’equivalente di un valore commerciale di 370 dollari di birre e merchandising. Potete scegliere il pacchetto dedicato alle birre “barrel aged & sour” (14 bottiglie), a quello solo “barrel aged” (12 bottiglie) o a quello solo “sour” (25 bottiglie di Bruery Terreaux). Avrete un 15% di sconto su qualsiasi altro ordine fatto sul sito on-line del birrificio e alle tasting rooms avrete accesso ad eventi speciali e a birre speciali, ovviamente da pagare separatamente. La spedizione a domicilio è un extra che vi sarà addebitato: nel caso non abbiate avrete fretta e vogliate il ritiro a mano, magari perché abitate a migliaia di chilometri di distanza, The Bruery promette di tenere in magazzino a temperatura controllata tutte le vostre birre fino a febbraio 2019. Insomma, se volete birre “rare” da scambiare o rivendere a prezzi folli su mercati secondari, fate i vostri conti: i soldi che vi chiedono di pagare potrebbero non essere così tanti, alla fine. 
L’ultima frontiera è quella dell’esclusività, ovvero la “Hoarders Society”: un club al quale vengono invitati solo i clienti migliori (ovvero i più facoltosi...?). Se accettate l’invito dovrete pagare 700 dollari per ottenere, secondo l’offerta 2017: una quarantina di  bottiglie, alcune prodotte in esclusiva, merchandising (bicchieri, apribottiglie, borse, spille..), sconto del 20% su ulteriori acquisti e possibilità di prenotare il doppio del numero di bottiglie riservate ai membri della Reserve Society: accesso ad eventi speciali, accesso a birre speciali presso la  taproom del birrificio, sia che vogliate riempire un growler che fare un semplice beer-flight. Ovviamente non gratis.  Avete speso presso The Bruery qualche migliaia di euro nel corso dell’anno e non vi anno invitato al club? Rosicate come fanno questi utenti di BeerAdvocate.

La birra.
The Grade è una delle birre dell’offerta della Preservation Society 2016. Non si tratta di una birra “in esclusiva”, ma l’essere soci vi garantiva la sicurezza di riceverla e ad un prezzo scontato del 10%. Si tratta di una baltic porter prodotta con sciroppo d’acero e fieno greco, alias trigonella, pianta appartenente alla famiglia delle leguminose. 
Si veste di color ebano piuttosto scuro e mostra una generosa testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Se (anche a voi) piace lo sciroppo d’acero ne troverete in abbondanza nell’aroma di questa birra, intenso e pulito: i suoi profumi dolci sono affiancati da quelli di biscotto, caramello, pan brioche, uvetta e prugna. La gradazione alcolica (7.6%) è tutto sommato contenuta se paragonata agli standard di un birrificio che ama spesso usare la mano pesante: ne guadagna la bevibilità ma viene a mancare un po’ di quella struttura etilica necessaria per sostenere adeguatamente tutto il dolce dello sciroppo d’acero. Anche il mouthfeel non è indenne da critiche: parte bene, morbido e avvolgente ma si assottiglia un po’ troppo man mano che la bevuta procede, sconfinando a tratti quasi nell’acquoso. Al gusto lo sciroppo d’acero è meno dominante ma complessivamente c’è corrispondenza quasi perfetta con l’aroma: caramello, biscotto, uvetta e prugna, un finale delicatamente amaro che ricorda il pane tostato. Manca un po’ l’alcool, non c’è una vera e propria fiamma a riscaldare il cuore di chi beve ma solo un debole lumicino: le cose migliorano un po’, ma non  troppo, lasciandola riscaldare sino a temperatura ambente. In assenza di quel finale “in crescendo” che avrebbe meritato, la The Grade di Bruery è una baltic porter  piuttosto dolce e non completamente bilanciata dall’amaro: dedicata a chi ama lo sciroppo d’acero, sconsigliata (visto il prezzo non esattamente economico) a chiunque altro.
Formato: 75 cl., alc. 7.6%, lotto 339, imbott. 30/08/2016, prezzo indicativo 20.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 6 novembre 2017

Cloudwater Brew Co: Session IPA Simcoe Citra BBC & NW DIPA Galaxy

Ritorna sul blog il birrificio Cloudwater, fondato da Paul Jones e James Campbell ed operativo a Manchester da marzo 2015; la loro storia avevo cercato di riassumerla qui
Cloudwater si autodefinisce “specializzato in birre moderne e stagionali” e prosegue rilasciando novità a ritmo incalzante: sono infatti quasi 300 le etichette realizzate in tre anni di attività, ovvero due nuove ogni settimana. Leggere variazioni della stessa ricetta e collaborazioni sono all’ordine del giorno: quest’ultime – realizzate sul proprio impianto - sono state trentasei in tre anni, una al mese. Numero che cresce esponenzialmente se si prendono in considerazione anche quelle fatte sull’impianto dei birrifici “amici”.
A proposito di stagionalità ecco una delle ultime nate in casa Cloudwater: difficile pensare sempre a dei nomi nuovi quando quasi ogni settimana si fanno uscire un paio di novità e  l’unica salvezza è limitarsi a citare stile e luppoli. 

Le birre.
La Session IPA Simcoe Citra BBC debutta alla fine dello scorso settembre in una lattina con grafica disegnata dall’artista Mariel Osborn. La ricetta prevede malti Golden Promise, Caramel Pils, Dextrin, Caramalt e frumento maltato; luppoli Simcoe, Citra BBC, Ahtanum e Chinook per il dry-hopping ed estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l’amaro. Il lievito utilizzato è il WLP095. 
Il suo colore è un arancio pallido piuttosto opaco e sormontato da una cremosa testa di schiuma biancastra, abbastanza compatta. L’aroma è fresco e pulito, una macedonia di frutta che include mandarino, cedro, limone, ananas, mango, litchi: un’ottima partenza che trova conferme anche al palato, a partire dal mouthfeel. E’ una (quasi) Session Beer (4.8%) piuttosto gradevole per quel che riguarda la sensazione tattile: corpo medio, poche bollicine, una “texture” morbida che a qualcuno potrà forse risultare un po’ ingombrante e che rallenta un po’ la velocità di scorrimento.  L’intensità del gusto è piuttosto notevole e ripropone lo stesso mix di agrumi e frutta tropicale su di una leggera base maltata (crackers); la chiusura è moderatamente amara di scorza d’agrumi e note che richiamano l’erbaceo/vegetale più del resinoso. Pulizia ed eleganza sono a livelli molto soddisfacenti in quello che si rivela di fatto essere un dissetante e rinfrescante succo di frutta: come detto la scorrevolezza non è da record ma in questo caso un inevitabile “sacrificio” da fare per godere di un mouthfeel “cremoso”.

Da una Session IPA passiamo ora all’estremo opposto, quello delle Double: stile che ha contribuito in maniera determinante al successo di Cloudwater, a partire dalla DIPA V1.0 di gennaio 2016. La serie di queste Double IPA ispirate alla scuola del New England e rilasciate con cadenza quasi mensile è terminata a marzo 2017 con la V13; Cloudwater non ha però annunciato l’intenzione di fermarsi e produrre stabilmente una unica Double IPA, ma ha solamente deciso di “riorganizzare” le varianti in tre macrofamiglie: le  NW DIPA prodotte con il lievito WLP4000 fornito dai vicini di casa della JW Lees; le IIPA usano invece il WLP001, più neutro e “pulito”, mentre le NE DIPA sono ovviamente la variante più “juicy/fruttata” grazie anche agli esteri prodotti dai lieviti WLP4000 e 095. 
A inizio settembre 2017 vede la luce la NW DIPA Galaxy, quinta della serie “NW”:  lievito WLP4000, malto Golden Promise, avena maltata, destrosio monoidratato, luppoli Centennial e Chinook nel fermentatore prima dell’immissione del mosto, Galaxy, Amarillo, Centennial e Citra in dry-hopping, estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l’amaro. Nel bicchiere si presenta di color arancio opalescente, la schiuma biancastra è abbastanza compatta ed ha una discreta persistenza. Il naso non è esplosivo – due sono i mesi passati dalla messa in lattina - ma l’aroma è fresco con un discreto livello di pulizia ed eleganza: pesca gialla, mango e soprattutto ananas guidano le danze con qualche spunto dank e "verde" in sottofondo.  
Al palato la NW DIPA Galaxy di Clouwater mostra un corpo da medio a pieno, poche bollicine ed una consistenza cremosa “quasi” masticabile, virgolette d’obbligo; la bevuta parla di un succo di frutta a base di ananas, mango e pesca, pienamente corrispondente all’aroma. Non c’è quasi amaro, se si eccettua una breve parentesi resinosa finale che accompagna l’alcool nel breve retrogusto. E’ proprio la componente etilica (9%) la croce di questa birra: non è nascosta come nella sorella V13, parte in sordina ma aumenta rapidamente sfociando in un finale che a tratti ricorda la frutta sotto spirito. La bevibilità ne risente e il risultato è una Double IPA succosa e molto buona che chiede però di essere sorseggiata, anziché bevuta.

Nel dettaglio: 
Session IPA Simcoe Citra BBC, formato 44 cl., alc. 4.8%, lotto 30/09/2017, scad. 01/2018.
NW DIPA Galaxy, formato 44 cl., alc. 9%, lotto 04/09/2017, scad. 12/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.